Articolo taggato “virgilio”

Quando il latino era la prima lingua al mondo, tutti gli scrittori dovevano cimentarsi nelle composizioni letterarie in quella lingua per sentirisi, in qualche misura, parte del consorzio letterario internazionale.

La stessa cosa succede oggi con la lingua inglese.

Piaccia o non piaccia, la conoscenza della lingua di Albione costituisce un veicolo di comunicazione internazionale. E come i nostri antenati dovettero rassegnarsi a veder nascere le mille varianti dei latino-parlanti, nel loro immenso impero, così gli Inglesi, fino al tramonto del loro attuale potere culturale, devono accettare i diversi modi idiomatici di esprimersi degli Americani, degli Indiani, dei Giamaicani e di tutti gli altri stranieri che, in differente misura, entrano in contatto con la loro lingua.

Nella linguascritta  il discorso si fa più sottile e più esigente. La lingua scritta infatti mal sopporta le alterazioni e gli imbastardimenti che invece devono essere, giocoforza, accettati nella lingua parlata. Può tollerarsi magari, in qualche misura, un uso idiomatico di certe frasi, ma occorre stare più accorti, perché la critica letteraria dei puristi può risultare alquanto impietosa, con chiunque si discosti dai modelli classici.

Infatti le regole grammaticali nello scritto sono più stringenti e inoltre la matrice linguistica dei grandi scrittori del passato (i cc.dd. classici) si impone a chiunque voglia cimentarsi nella scrittura della lingua madre. Non di meno io penso che ciascun popolo, anche nella scrittura, saprà distinguersi, nel senso che la propria lingua di appartenenza non potrà fare a meno di influenzare lo scrittore nella elaborazione del suo pensiero e del suo estro letterario nella lingua inglese.

Con questa premessa (che mi auguro dei lettori più preparati di me nella materia possano rilanciare ed approfondire) comunico che  mi sono recentemente cimentato nella scrittura di una commedia in lingua inglese, iscrivendola a partecipare  ad un concorso internazionale che si chiama “stroytelleruk2017″ (il relativo sito è raggiungibile attraverso il link sottostante).

Anche se dirigo un blog in lingua inglese da parecchio tempo e pur se scrivo  in lingua inglese da molti  anni ed ho pubblicato, in quella lingua,  diversi libri, forse questa è la prima volta che partecipo ad un vero concorso internazionale con un’opera composta direttamente in lingua inglese e con ambizioni di carattere letterario (spero non venga considerata troppo audace la mia messa in scena di un nuovo incontro, a 700 anni di distanza,  tra l’inarrivabile Virgilio ed il sommo poeta Dante).

Spero comunque che i miei sette lettori vorranno valutare  i miei sforzi letterari in lingua inglese esprimendo liberamente il loro giudizio attraverso il servizio recensioni di Amazon.

https://www.amazon.co.uk/Travelling-space-time-Virgil-drama-prologue-ebook/dp/B071FB9SGV/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1495895377&sr=1-1&keywords=travelling+in+the+spacetime+with+Virgil

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Esattamente quarant’anni fa a Brescia,  una bomba, straziava le carni di centodieci sfortunate persone, uccidendone otto. L’evento, noto  con il nome di strage di Piazzale della Loggia, è uno dei tanti crimini rimasti a tutt’oggi impuniti nell’ambito della strategia della tensione. Gli storici situano questa strategia nel periodo che va dalla strage dell’Agenzia milanese della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana,  avvenuta il 12 dicembre 1969 sino alla strage  della stagione di Bologna, avvenuta il 2 Agosto del 1980.

Ma non tutti sono concordi e, d’altronde, come ogni rigida categoria storica, anche questa classificazione risulta indicativa e non vincolante.

In effetti più di un commentatore ha osservato come facciano parte della stessa strategia, tendente come noto a destabilizzare l’Italia democratica, al fine di giustificare una involuzione autoritaria (affermatasi con le leggi repressive ispirate da Francesco Cossiga nel 1980 e confermate a furor di popolo in un referendum del 1981), anche le stragi  di Capaci e di via d’Amelio ( in cui morirono Falcone, Morvillo,  la loro scorta e Borsellino) e le bombe agli Uffizi di Firenze e a Maurizio Costanzo del terribile biennio 1992-1993 (famigerato per il crollo della Prima Repubblica, avvenuto sotto i colpi del pool Mani Pulite della Procura di Milano).

Ma i misteri della Repubblica Italiana partono da più lontano.

La prima data da ricordare è la strage di Portella della Ginestra (che avvenne il 1 maggio 1947 ad opera di Salvatore Giuliano) e l’intrigo si snoda attraverso dei percorsi contorti e tuttora tutti da districare, ma i cui snodi indiscutibili sembrano essere la morte di Enrico Mattei, quella del giornalista  de Mauro e l’assassinio di Pier Paolo Pasolini.

Quest’ultimo, prima di morire, dichiarò di conoscere i nomi dei mandanti delle stragi di Piazza Fontana e di Piazzale della Loggia.

E la morte di P.P. Pasolini mi fa venire in mente un’altra morte misteriosa, un altro omicidio barbaro e impunito di un uomo mite che sapeva tanto: parlo di don Emilio Gandolfi.

Don Emilio Gandolfi,   all’epoca del suo feroce assassinio (siamo già nel 1999), svolgeva funzioni di parroco a Vernazza, nelle Cinque Terre; i suoi carnefici, tuttora sconosciuti, lo massacrarono di botte, sino alla morte,  nella sua canonica.

Chissà come e chissà perché, le brutali modalità del suo omicidio (l’aggressione, la rottura delle costole, la mancanza di testimoni, il pestaggio, il ritrovamento in una posizione di inerme difesa, l’accanimento immotivato contro una persona mite di carattere) mi hanno subito fatto pensare all’assassinio del  grande poeta e regista friulano.

Certo le due personalità erano, per molti versi, assai differenti; ma due cose avevano certamente  in comune le due vittime della ferocia umana: entrambi erano due  impegnati e profondi intellettuali;  entrambi erano depositari di segreti attinenti agli eventi nefasti della strategia della tensione ed ai burattinai che, celati dietro cortine protettive di varia natura, ne tiravano le fila.

La storia personale e l’impegno pastorale di don Emilio Gandolfi,  in effetti, lascia supporre più d’un  collegamento con il’ 68 e, soprattutto, con le pagine oscure del terrorismo (di destra e di sinistra), che fu il folle prosieguo nonché il tragico epilogo di quella stagione della nostra recente storia, peraltro piena di speranze,  di candide illusioni e di trucide contraddizioni.

Egli aveva insegnato nel liceo Virgilio, frequentato a Roma da tanti giovani  che proprio in quegli anni si preparavano a vivere quella irripetibile stagione di rivoluzioni e controrivoluzioni che in Italia, terra di confine ideologico tra i due blocchi contrapposti della guerra fredda, divenne diabolico laboratorio di trame segrete e teatro di lotte aperte tra chi la rivendicava al Patto Atlantico e chi, invece, la voleva con il Patto di Varsavia e con la limitrofa Juogoslavia del Maresciallo Tito.

In tale contesto politico e culturale don Emilio fu un sacerdote progressista e anomalo; di quelli che non sono mai andati a genio ai vertici della CEI e del Vaticano; quei sacerdoti che non puntano a far carriera ma vivono il Vangelo tra gli ultimi, tra gli atei e i pubblicani e non disdegnano di tentare di redimere tossici, prostitute e terroristi allo sbando.

Ma cosa sapeva don Emilio Gandolfi di tanto scottante da indurre i suoi assassini e i suoi mandanti ad ucciderlo? Di quali segreti sconvenienti e pericolosi era depositario? Perché anche questo delitto è rimasto impunito e i suoi esecutori non identificati?

Qui non si tratta di complottismo o di cercare un grande vecchio! A parte che i grandi vecchi (ammesso che siano mai esistiti) sono quasi tutti morti. Qui si tratta di far luce sull’ennesimo delitto rimasto impunito.

E’ troppo chiedere alle istituzioni che si indaghi su un assassinio inspiegato e apparentemente  inspiegabile?

Con questo articolo intendo chiedere verità e giustizia sulla morte di don Emilio Gandolfi.

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Oggi è la giornata internazionale della Poesia. L’Italia, Paese di santi, navigatori e poeti, è dunque in festa!

Ma cos’è esattamente la Poesia?

Oggi che ci sono più poeti e scrittori che lettori, ha ancora un senso parlare di Poesia?

Mi tornano in mente i versi graffianti di Vecchioni (… ipoeti si fanno le pippe… e han visto la guerra con gli occhi degli altri…); oppure quelli altrettanto espliciti di De Gregori (Mussolini ha scritto anche poesie… ipoeti che brutte creature ogni volta che parlano è una truffa…); poi mi rifaccio la b occa pensando al poeta di Bruno Lauzi; oppure ai poeti francesi ripresi in Italia da De Andrè.

Insomma, c’è poesia e Poesia.

In realtà ci sono i bozzettisti, i piagnoni, i romantici, i satirici, i ritrattisti, gli incompresi, i solitari, i segaiuoli..- poi ci sono i Poeti.

Non voglio scomodare Melpomene, Erato e Calliope ma questo tsunami di versi che sembra avere travolto questo mondo globalizzato e alfabetizzato mi sembra abbia poco a che fare con le Muse e lel loro rigide regole poetiche.

Oggi, per recuperare un poco della dignità perduta, i poeti dovrebbero rileggersi (o leggersi?) le vecchie regole della tecnica poetica, almeno  in termini di metrica, ritmo e sillabismo, così da porre un argine a questo effluvio dilagante di versi che sta sommergendo il mondo e la rete; poi sarebbe bene rileggersi (o leggersi?) i grandi poeti della classicità: Omero su tutti; ma anche Dante, Leopardi, Manzoni, Foscolo, Carducci e Pascoli (cito a caso; ma ci sono altri grandi poeti da leggere prima di scrivere).

Ancora,  ogni poeta, per dirla con Orazio, dovrebbe aspettare almeno nove anni, dopo avere composto i suoi versi, prima di pubblicarli; e nel frattempo lavorar di lima (labor limae, la chiamava l’Autore dell’Ars Poetica).

Infine (ma siamo solo alla fine dell’introduzione di questo improvvisato mini-manuale “Essere poeti oggi”) ogni poeta dovrebbe ricordarsi, almeno quando compone i suoi versi, che il centro del mondo non risiede nel suo ombelico, ma che al contrario, noi uomini siamo atomi alla deriva, nella periferia del Cosmo il cui centro qualcuno chiama Dio ma che qualunque cosa sia è raggiungibile solo attraverso una continua ricerca fatta di studio, pensiero, riflessione, meditazione, umiltà, modestia e chissà cos’altro ancora.

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Dante Alighieri (1265-1321) è considerato un gigante della letteratura mondiale di ogni tempo.

Nel suo capolavoro “La Divina Commedia” egli trasfuse tutto lo scibile filosofico, astronomico, storico, politico e letterario allora conosciuto anche se, come sostiene lo scrittore Angelo Ruggeri (che sta predisponendo un volume su Dante e il suo tempo, che vuole essere anche una risposta alle imprecisioni contenute nel recente libro ‘Dante in love’ dello scrittore inglese  A.N. Wilson, che tante polemiche ha suscitato anche in Inghilterra ), è un errore attribuire a Dante personalmente tutto quanto messo in bocca ai suoi personaggi della Divina Commedia.

Lo scrittore mi ha fatto avere alcuni spunti che egli svilupperà nella sua prossima pubblicazione dedicata al sommo poeta.

Ecco di seguito, in sunto, quanto sostenuto da Angelo Ruggeri:

In una Italia preda di violenze e guerre, dove non c’era posto per chi rimaneva neutrale, egli fu costretto per sopravvivere ad appoggiarsi ai ghibellini, i partigiani degli imperatori d’occidente, ed  in questo suo comportamento  egli seguì le orme del suo Maestro Virgilio che, dopo essere stato espropriato della terra avita e costretto ad emigrare dalla sua città dalle truppe di Antonio e Ottaviano, dovette  rassegnarsi ad accettare la protezione di costui, divenuto Augusto.
Tutto ciò Dante implicitamente lo dice nel momento in cui si sceglie Virgilio come guida nell’attraversamento dell’inferno e del purgatorio e non potrebbe essere più chiaro .
Virgilio scrisse un poema per celebrare le origini di Roma e la discendenza di Augusto da Iulo figlio di Enea, come lo stesso imperatore proclamava, ma le prime origini e i torti subiti non si dimenticano mai : egli era stato privato da Antonio ed Augusto della terra avita, al di là dell’adulazione dovuta al nuovo Principe, vanamente si cercherà in Virgilio una legittimazione del nuovo potere imperiale. Egli resterà sempre il poeta dei popoli italici soggiogati da Roma, il poeta dei contadini privati della terra che vanamente sperano in un salvatore avvenire,  il poeta di Turno e Camilla, difensori dei popoli del Lazio contro i quali Roma condusse guerre molto dure. Proprio come nell’Iliade di Omero, dove l’eroe verso il quale vanno le simpatie del poeta e dei lettori, non si deve cercare fra i greci vincitori, ma in Ettore, il difensore della patria troiana.
Io penso  che  il sostegno di Dante alla causa degli imperatori sia stato dello stesso tipo di quello di Virgilio: un’adesione formale che nasconde una critica sostanziale e distruttiva dell’ideologia imperiale.

Questa dunque la mia tesi:
il passaggio di Dante nel campo dei ghibellini, non proveniva da una conversione interiore, ma  fu imposto da “cause di forza maggiore”,  egli seguì l’esempio del suo amato maestro e di moltissimi altri prima e dopo di lui. Scacciato  come ladro dalla propria città e  minacciato  da una accusa di eresia, egli rischiava il rogo oltre che il taglio della mano e fu necessità  per lui accogliere l’aiuto che gli veniva offerto dalla parte avversa, anche perché come esule politico poteva aspettarsi migliore accoglienza che non come  “ladro fuggitivo”.
A me sembra che nelle scuole italiane questo fatto non sia messo nella giusta evidenza. Nell’esilio Dante scrisse il suo poema (ma si dice che i primi sette Canti fossero già stati scritti in Firenze) e lo chiamò “Commedia”, cui fu aggiunto l’aggettivo ”Divina”, sia per la sua bellezza che per gli argomenti di cui trattava e la commedia  è un genere letterario che- a differenza della tragedia e dell’epica- ammette una rappresentazione  realistica ed ironica dei fatti narrati.
Il poeta Orazio  ci insegna che i personaggi sia della tragedia che della commedia devono agire e parlare coerentemente  con ciò che fecero in vita o con i caratteri che la tradizione ci ha tramandato di loro, ma attenzione! Nella commedia, come anche nella tragedia, non ci si deve aspettare quel rigore sulla verità dei fatti narrati  che si deve o si dovrebbe pretendere dallo storico: senza scrivere il falso, il poeta può illuminare con luce più viva uno o un altro aspetto dei fatti narrati , scorgere in essi significati simbolici, trasformare  i personaggi da individui storicamente determinati in eroi quasi mitici che assumono valenza universale, come gli eroi di Omero o Virgilio. Sbagliano dunque coloro che rimproverano Dante per errori o inesattezze nella narrazione dei fatti: egli è un poeta non uno storico e   ed io penso che egli nello scrivere il poema abbia tenuto in mente  le parole di Aristotele sulla diversa funzione dello storico e del poeta…
Nel suo viaggio ultraterreno, che comincia nell’Inferno e, attraversato il Purgatorio, termina in Paradiso, Dante incontra molti personaggi celebri, alcuni storici ,altri mitici e fra questi alcuni presi dalla Bibbia ed altri dalla tradizione pagana.
Con essi Dante parla di svariati argomenti: molti letterati commettono errori grossolani quando attribuiscono a Dante idee e pensieri che non sono i suoi, ma appartengono ai personaggi che li affermano nei loro discorsi.
Quando, per esempio, Giustiniano fa il suo celebre excursus di storia romana, egli parla per sè, a difesa della legittimità dell’Impero d’Oriente, contro le pretese dei Ghibellini schierati con l’impero d’Occidente,  le cui ragioni sono difese da Marco Lombardo ,   Farinata parla per i ghibellini di Toscana  e ci fa sapere senza ombra di dubbio l’appartenenza della famiglia di Dante alla parte guelfa. Vedremo a suo tempo le ragioni degli uni e degli altri. Ugualmente sul fronte religioso ed anche in quello artistico letterario, i tanti Santi incontrati ci rivelano ciascuno le varie tendenze presenti nella Chiesa e così i poeti e gli artisti ci danno un quadro vivace dell’arte e della poesia di allora. Proprio ciò  rende grande il poema di Dante: tutto il mondo vi è rappresentato e grazie al suo genio poetico i suoi personaggi assumono rilievo epico ed universale.

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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