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A scuola rientrammo l’8 gennaio, dopo l’Epifania, come d’abitudine.

Per il secondo anno consecutivo, però, il rientro dalle vacanze di Natale non segnò la fine degli scioperi.

Adesso si riprendeva a protestare già dopo qualche settimana di studio (a ridosso delle interrogazioni di fine quadrimestre) e poi si proseguiva,  tra alti e bassi,  sino ad aprile-maggio, quando con gli appuntamenti  canonici ed  imprescindibili, del 25 aprile e del 1° maggio ci si ritrovava nelle piazze per chiudere la stagione delle proteste.

Gli animi degli studenti erano dunque ormai accesi praticamente per tutto l’anno scolastico.

Uno dei temi nazionali, oltre al tema delle stragi di Stato, ormai entrato nel linguaggio extra-parlamentare corrente, era quello del riconoscimento dei diritti agli studenti  di dibattere all’interno dell’orario scolastico. La rivendicazione scandalizzava i benpensanti e i reazionari che invece ribattevano come gli studenti dovessero pensare soltanto a studiare  (e ad obbedire).

Il disegno di legge n. 2728, che prevedeva una delega del parlamento al Governo per il riordino della scuola, stazionava in commissione sin dal 1970.

Dopo una serie di rimaneggiamenti questo disegno portò alla legge delega 477/1973, la madre del riordino scolastico con cui vennero concessi agli studenti i diversi diritti che essi reclamano sin dal 1968, tra cui il diritto alle assemblee d’istituto e alle assemblee di classe (oltre che alla rappresentanza studentesca nel consiglio d’istituto).

Motivo per cui  le manifestazioni ripresero subito dopo l’inizio delle lezioni.

Eppure l’anno era iniziato sotto gli auspici dell’allargamento della CEE alla Danimarca, alla Repubblica d’Irlanda e del Regno Unito (il cui ingresso era stato a lungo ostacolato dal generale De Gaulle che, come ogni buon francese che si rispetti, non amava molto gli Inglesi).

Ormai ci si incontrava molto spesso anche al pomeriggio. Nelle accesissime  discussioni, che si svolgevano per lo più alla Casa dello Studente di Magistero (allora sito nella Piazza d’Armi di Cagliari) si mischiavano i  massimi sistemi ed i temi di politica internazionale (la lotta di classe, la repressione della borghesia, lo sfruttamento del proletariato, la guerra del VietNam) con i problemi di pratica  quotidianità (la pendolarità, la mensa degli studenti, da estendere anche a noi degli istituti superiori, la carenza di laboratori,  palestre e strutture scolastiche in generale).

Erano temi più grandi di noi ma Dio sa se sulla maggior parte di essi non avevamo ragione. Io, per esempio, non sono mai entrato in un laboratorio e non ho mai usato una calcolatrice messa a disposizione dalla scuola; e per le lezioni di Educazione Fisica (oggi la materia si chiama “Scienze Motorie”) dovevo andare in contro turno al campetto della Rai di Viale Bonaria.

E per quanto riguarda i temi di più ampio respiro, se proviamo a sfrondare i discorsi di allora dai fronzoli e dai manierismi sessantotteschi, oggi non parleremo forse di sfruttamento del capitalismo o di lotta di classe, ma di redistribuzione più equa della ricchezza nazionale. E per quanto riguarda il VietNam e gli USA, beh, sappiamo tutti che ci sono a capo di quei Paesi due capoccioni fuori di testa, smaniosi di dare l’avvio alla più cruenta e distruttiva guerra mondiale che la Terra abbia visto, dai tempi della guerra di Troia ai nostri giorni!

C’erano, come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il Movimento marxista-leninista, I Maoisiti, su Populu Sardu, Servire il popolo,  e altri che adesso non mi ricordo; ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.

Ecco uno scampolo tratto dai volantini in ciclostile, frutto di quelle nostre fumose ed accalorate riunioni:

“ STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al Siotto dove gli studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo sistema è contro di esse.”

E’ ben vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta. La maggior parte degli studenti preferivano imboscarsi con le ragazze nei ritrovi della zona del Castello, la parte medioevale di Cagliari, strapiena di clubs privati (come si chiamavano allora i ritrovi sociali giovanili), dove si faceva di tutto: ballare, fumare, sfranellare e anche il resto.

Ma io avevo addosso il sacro fuoco della rivoluzione, e fedele ai miei principii e alle mie scelte, perseguivo e persistevo nella lotta senza contro le istituzioni.

A pensarci bene, non mi sarebbe convenuto farmi una ragazza e imboscarmi come gli altri in un circolo di Castello?

Non solo mi sarei risparmiato tante arrabbiature, ma mi sarei sicuramente divertito di più!

Invece, sulle ali del mio impegno politico, passi, forse senza rendermene conto, quel segno che qualcuno aveva tracciato per terra come limito massimo della protesta.

In seguito ad un’assemblea negataci dal preside  io mi recai nelle classi e, interrompendo sfacciatamente le lezioni, convocai l’assemblea permanente.

Alcuni docenti non gradirono evidentemente la mia interruzione e mi segnalarono al preside.

Non so se il Capo dell’istituto segnalò la cosa al di fuori della scuola (non l’ho mai saputo; e se lo ha fatto, tutto venne archiviato) ma so per certo che riunì il Consiglio di Classe e chiese l’adozione di seri provvedimenti. Si formarono all’interno del Consiglio di Classe due fazioni: una era per la linea dura ed implicava, con la sospensione sine die della frequenza, l’ espulsione dalla scuola; un’altra propugnava invece una linea più morbida, di comprensione, che prevedeva la sospensione temporanea, per un massimo di 15 giorni, anche per il fatto che il mio profitto scolastico, nei cinque anni, era stato, tutto sommato, più che buono. Alla fine prevalse la linea morbida, anche grazie alll’intervento di mia madre che si precipitò a scuola a perorare la mia causa, pregando i miei docenti di non rovinare la mia carriera scolastica e la mia stessa vita (si sa come sappiano essere melodrammatici i cuori di mamma per i loro figli, sempre innocenti, bravi ragazzi o tutt’al più birichini). Ciò non mi evitò comunque  una bella sospensione di 15 giorni, con annessi connessi.

Voglio precisare, per concludere, che la nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).

Io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni,  rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.

Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. i miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei diciotto  anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).

Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).

Ma questo fa già parte della prossima puntata.

26. continua…

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Quando ad ottobre del 1968 iniziò la scuola noi “primini”, cioè gli sbarbatelli iscritti al primo anno della Ragioneria, trovammo davanti ai cancelli i ragazzi più grandi che distribuivano dei volantini di colore giallo che scoprii subito chiamarsi “ciclostile”.

Notai che molti  degli studenti degli anni superiori non entravano a scuola ma si fermavano nel cancello all’ingresso della scuola.  Discorrendo  tra loro, parlavano di sciopero, di operai, di politica; tanti paroloni per me sconosciuti e incomprensibili; come quelli che c’erano scritti nei volantini.  Io  sentii i lro discorsi soltanto perchè ero interessato all’acquisto dei libri usati che gli stessi studenti più grandi vendevano a noi “primini” a metà prezzo.

Per fortuna nessuno mi chiese di scioperare, perché io non capivo niente di politica e di sciopero e non avrei saputo come giustificare la mia assenza, non solo ai miei genitori, ma soprattutto a me stesso.

Nel corso dell’anno, questi scioperi sembravano ricorrenti, a ondate. Sui muri di fronte alla scuola apparirono delle scritte che inneggiavano al Movimento Studentesco e chiedevano di   liberare il Vietnam dagli USA.

I più attivi tra gli studenti giravano con un giornale sotto il braccio che si chiamava Lotta Continua.

Io li invidiavo perché portavano i capelli lunghi, vestivano alquanto trasandati e sembravano piacere a certe ragazze carine che io non osavo nemmeno guardare.

Io già da allora cominciavo a soffreire di quegli inevitabili complessi che colpiscono, im misura più o meno evidente, tutti gli adolescenti.

Il mio complesso più grande, in quel prim0 anno,  era la mia statura. Non che fossi proprio “piccolo” (avevo probabilmente già raggiunto il metro e sessanta) ma è probabile che questo complesso ne nascondesse degli altri; ma io desideravo tanto essere uno di quegli spilungoni che giravano con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio e che rimorchiavano sulle loro motociclette quelle ragazze ragazze appariscenti che io sognavo di notte. Così, per sentirmi più grande e più alto, presi a fumare regolarmente le sigarette che riuscivo a comprare coi pochi soldi della mia paghetta (magari rinunciando al panino della ricreazione).

Una sera di autunno, guardando alla lavagna, mi accorsi che non riuscivo più a leggere  nella  lavagna (un’altro dei miei escamotages per sentirmi più altro era stato quello di sedermi nell’ultimo banco; infatti gli insegnanti, sin dal primo girono di scuola, non avevano fatto altro che ripetere che i ragazzi più bassi si sarebbero dovuti al primo banco).

Mia madre mi portò subito dall’oculista per una visita: la diagnosi cadde su di me impietosa come una mannaia; ero affetto da miopia ed avrei dovuto mettere gli occhiali.

Mio padre, senza perdere tempo, mi portò mel negozio di Franz, in via XX settembre (il negozio esiste ancora nella città di Cagliari). Scelsi gli occhiali più economici perché non mi andava che mio padre spendesse dei soldi per me. E naturalmente non seppi scegliere quelli più adatti al mio viso.

Gli occhiali furono per me un vero e proprio trauma che ho superato soltanto in tardissima età. Io, abituato a fare a botte con tutti; a tuffarmi nel fiume; a correre come un disperato dappertutto, come avrei fatto a sopportare quel corpo estraneo? Questo nuovo complesso si sommò a quello precedete rendendomi sempre più cupo e più scuro di carattere.

Intanto Nixon veniva eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Io lo conobbi attraverso una scritta che comparve in un muro adiacente alla scuola. Vi era scritto “Nixon boia”.

A mio padre gli Americani non piacevano per niente (forse questo era un retaggio della seconda guerra  mondiale, prima dell’Armistizio del 1943, quando l’Italia e gli USA combattevano ancora su fronti contrapposti e lui fu mandato in Sardegna a difendere certi siti minerari, che il regime considerava strategici per l’economia dell’Italia in guerra, proprio dai raids che i caccia bombardieri americani cominciarono  a fare sin dal 1942); ma i capelloni, gli anarchici, i comunisti, i preti che si vestivano alla moda, le donne in minigonna, le femministe e le donne in cerca di emancipazione, le prostitute e gli omossessuali gli piacevano ancora meno.

Per cui maledì diecimila volte i giudici della  Corte Costituzionale quando, sul finire del 1968,  sentenziarono che era ingiusto considerare il reato di adulterio in maniera differente, a seconda che a commetterlo fosse  un uomo oppure una donna.

Naturalmente mia madre fu invece d’accordo coi giudici della Consulta.

Mio padre fu allora che cominciò a maledire la democrazia (e il partito Democrazia Cristiana che più di tutti sembrava incarnare la nuova frontiera della conquista delle libertà;  anche se a riguardo  della parità tra uomini e donne inveiva maggiormente contro i socialisti e i comunisti) e cercò di convincere mia madre a votare il Movimento Sociale Italiano.

Ma mia madre restò sempre fedele alla Democrazia Cristiana e si rifiutò sempre di votare a destra, anche se mio padre, im molte occasioni, ripeteva che la Destra avrebbe portato ordine, disciplina, carceri dure, capelli corti e treni in orario.

Forse fu allora che io cominciai a prendere in considerazione delle idee nuove e diverse da quelle che sembravano dividere i miei genitori;  idee che si andavano allora diffondendo e che andavo imparando anche a scuola, attraverso il confronto con i miei insegnanti e con i librdi di scuola.

14. continua…

 

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Come tutti sono stato colpito al cuore dalla vicenda del piccolo Charlie Gard. Prima di tutto mi ha commosso la sua condizione: il respiratore e il sondino dell’alimentazione che gli occludono il visino; le palpebre  che nascondono gli occhi; i pugnetti serrati, sintomatici, forse, della sua lotta disperata contro il dolore, contro la morte.

Poi come uomo e come avvocato mi sono chiesto: ma perchè c’è un Tribunale che ha deciso di interrompere questa misteriosa, insondabile, terrificante battaglia che Charlie sta combattendo in silenzio?

Soprattutto come e perché questo distacco può avvenire contro la volontà dei genitori?

Leggendo l’estratto della sentenza del giudice della sezione famiglia dell’Alta Corte di Inghilterra e Galles, Sir Peter Nicholas Francis, che il giornale inglese “The Mirror” ha pubblicato, nell’articolo dell’11 aprile 2017 a cura di Sophie Evans, ho potuto avere delle risposte.

Come si legge nella parte introduttiva della sentenza dell’Alta Corte di Londra,  il procedimento giudiziario è iniziato con una istanza presentata dal  Great Ormond Street Hospital (GOSH), una vera e propria eccellenza mondiale in campo pediatrico. Il GOSH è un’ospedale pedriatico che fa capo al Servizio Sanitario Nazionale. E’ quindi un ospedale pubblico dove i ricoverati che non possono pagare, non pagano.

Questa breve premessa è stata necessaria per capire ciò che segue.

A un dato momento, infatti, i medici dell’ospedale GOSH, visti i peggioramenti dello stato di salute del piccolo Charlie (affetto, ricordiamolo,  da una rarissima malattia degenerativa che si può definire  immunodeficienza mitocondriale del DNA ovvero sindrome da esaurimento del DNA mitocondriale ),  considerate inesistenti le possibilità, non dico di guarigione, ma neppure di un miglioramento delle sue condizioni di vita; preoccupati infine dallo stato di sofferenza del piccolo Charlie, decidono di staccare le macchine che lo tengono in vita.

I genitori si oppongono strenuamente. I medici del GOSH inoltrano l’istanza all’Alta Corte di Giustizia competente per territorio, quella di Londra.

L’istanza del GOSH si articola su quattro punti, che corrispondono ad altrettante richieste di emissione di decreti o di ordinanze(orders in inglese). Insomma il GOSG chiede ai giudici che dichiarino ufficialmente (quindi con decreto o con ordinanza): 1. Che il piccolo Charlie, in quanto minorenne, non ha la capacità legale di decidere sui trattamenti sanitari di cui sta fruendo; 2. Che è legittimo e nell’interesse del piccolo Charlie distaccare le macchine che lo tengono in vita; 3. Che è legittimo a corrisponde all’interesse di Charlie somministrargli delle cure che sono dei palliativi al suo stato di malattia; 4. Che è legittimo e nel migliore interesse di Charlie non sottoporlo ad una terapia nucleosidica (una nuova terapia sperimentata negli Stati Uniti e, a quanto si apprende oggi, anche nnell’ospedale Bambin Gesù di Roma); il tutto, conclude l’istanza dell’ospedale GOSH, sempre fatta salva la dignità di Charlie.

Successivamente l’Alta Corte ha nominato un curatore per il piccolo Charlie (Guardian in inglese), mentre i genitori di Charlie sono stati difesi da altri avvocati (elogiati pubblicamente da Mr Justice Francis; mi sono chiesto se questi colleghi abbiano eccepito, in via pregiudiziale, con riguardo al quesito n. 1, che la mancanza di capacità legale in capo al piccolo Charlie era solo apparente, in quanto, essendo minorenne, tale capacità è dalla legge attribuita a i genitori esercenti la potestà; ma è un discorso teorico, in quanto l’ordinamento giuridico inglese può presentare delle differenze anche notevoli rispetto al nostro).

Arriviamo adesso al punto focale della questione.

Ebbene, anche se l’ottimo Mr Justice Francis ha fatto di tutto per non attribuire alla umile estrazione sociale dei genitori di Charlie (lui postino, lei casalinga) una qualche importanza (in più di un passaggio,  anzi, l’ha esplicitamente esclusa) io devo invece sottolineare come la condizione economica qui abbia giocato un ruolo davvero fondamentale.

Il GOSH ha fatto l’istanza all’Alta Corte per ottenere l’autorizzazione al distacco delle macchine che tengono in vita il piccolo Charlie proprio perchè non intendeva sostenere più la spesa per tenerlo in vita, considerandola uno spreco inutile di risorse pubbliche.

Se i genitori di Charlie lo avessero ricoverato a pagamento, il GOSH non avrebbe avuto titolo per inoltrare l’istanza ai giudici londinesi.

Tanto ciò è vero che, successivamente, i genitori di Charlie, quando hanno avuto sentore che la sentenza dell’Alta Corte poteva essere contraria ai loro desideri, hanno promosso una raccolta di fondi p’er portare il bambino negli Stati Uniti (nella sentenza si dà ampio spazio anche a questo aspetto del problema; ma qui il sistema giudiziario inglese, mi permetto di dire, ha mostrato dei lilimiti e delle lacune; Mr Justice Francis dà atto infatti di avere conferito per telefono con un medico americano, il quale gli avrebbe esposto le scarse o quasi nulle possibilità di successo delle loro cure).

Arrivo ad una prima, amara conclusione, su questa straziante vicenda, parlando  chiaramente: se tu hai i soldi, tuo figlio ha diritto di vivere; se non ne hai, sono gli altri a decidere per te.

Questa è la triste realtà. Se sei povero la tua vita è nelle mani dello Stato e i giudici e i medici decidono per te. Se tu invece hai soldi vai dove vuoi: in America, a Roma, in Vaticano.

Mettetela come volete ma su questo punto la vicenda è chiarissima. Per me questo è un colpo basso a tutti i miei principii, principalmnte a quello di uguaglianza.

Poi possiamo discutere di accanimento sanitario, di eutanasia; se sia giusto tenere una vita attaccata alle macchine oppure no; ma per questo  rimando alle questioni già affrontate nel caso  Englaro e in altri strazianti casi.

Io qui sto discutendo la vicenda per quella che è.  Se i genitori di Charlie avessero avuto da subito i soldi, il GOSH non avrebbe mai potuto chiedere  l’autorizzazione a staccare le macchine al piccolo bambino, supposto che i genitori sarebbero stati in grado  di pagare, lì o in un altro ospedale, le costose cure per la sua degenza; e se stanchi della inutilità delle cure, se ne sarebbero andati liberamente negli Stati Uniti, in cerca di fortuna; o sarebbero venuti a Roma. Invece la loro libertà è stata limitata dalla sentenza dell’Alta Corte che ha dato ragione al GOSH.

Se è giusto che lo Stato si opponga ai parenti, quando questi ultimi vorrebbero staccare le macchine di un congiunto in stato vegetativo (magari per la fretta di incamerare l’eredità dell’impotente moribondo), qui le cose si sono ribaltate: è lo Stato che pretende di staccare le macchine contro la volontà dei parenti. E questo io lo trovo davvero inaccettabile.

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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«Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»

Con questa motivazione l’Accademia svedese ha attribuito il premio Nobel per la letteratura 2016 al cantautore Bob Dylan.

Sono un estimatore del cantautore nordamericano da molto tempo.

Mi sono cimentato sin dai primi anni settanta nella traduzione dei suoi brani più orecchiabili. Ho considerato i suoi  testi  altamente poetici, onirici e visionari come si conviene ad un grande poeta.

Non parlo solo di Blowing in the wind, di The times are changing e di Mr Tambourine man. Parlo di gran parte della sua produzione.

Devo però confessare che da giovane non lo consideravo un grande  musicista ma un menestrello (nel migliore e più alto dei significati possibili).

Oggi forse il mio giudizio sulla sua cifra stilistica di musicista andrebbe rivisto.

Non di meno preferisco continuare a considerare come un grande poeta.

Sono decenni che desidero di vedere nelle nostre antologie scolastiche i brani di Bob Dylan, di Fabrizio De Andrè, di Francesco De Gregory, di Leo Ferrè e di tanti altri; lo dico senza togliere niente ai Leopardi, ai Carducci, ai Pascoli e ai D’Annunzio (Leopardi in particolare è il mio poeta preferito).

Dico solo che le antologie su cui studiano i nostri ragazzi andrebbero svecchiate consentendo l’ingresso di questi nuovi poeti.

Forse con il Nobel alla letteratura di Bob Dylan qualcosa sta cambiando.

Finalmente.

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SCENA QUARTA

(Detti e un trio di malavitosi. I tre saranno vestiti con abiti eleganti , gessati e pacchiani; tutti indosseranno inoltre  un cappello sulle ventitre; con movimenti sicuri si avvicineranno al portone e con colpi cadenzati e convenzionali lo batteranno con uno dei due batacchi. Una voce urlerà in risposta da dietro il portone).

Voce:- Completa la parola d’ordine: “Se voti Calì…?”!!!

Capo Trio:- (unendo le mani ad imbuto sulla bocca) “…farai festa sabato, domenica e lunedì!!!”!!!

(Si udranno da dietro il portone suoni di chiavistelli e catene. Il portone si aprirà e uno dei due impiegati della prima di scena si affaccerà, e con ossequio consegnerà un plico voluminoso; ne riceverà in cambio una bustarella che provvederà ad intascare dopo essersi guardato attorno in maniera furtiva).

Primo Impiegato:- Grazie e alla prossima!

Capo trio:- (Assentirà con un cenno del capo e un tocco un po’ beffardo sulla tesa del cappello, imitato dagli altri due). Okappa…

Al trio si avvicineranno veloci i quattro, seguiti dalla vecchina con passo lento.

Mattia:- Scusate, possiamo farvi una domanda?

Capotrio:- Non è che a noi le domande ci piacciano tanto… Siete giornalisti?

Mattia:- No, non siamo giornalisti…

2° Malavitoso:- (con forte accento siciliano) E cosa siete, sbirri, per caso…?

(i tre malavitosi si guarderanno in faccia e rideranno sguaiatamente)

Johnny:- Cosa vuol dire sbirri?

Mattia:- Non siamo poliziotti…

Terzo Malavitoso:- (indicando Johnny) Iddu è americanu…

Capo Trio:- (a Johnny) Sei americanu?

Johnny: Yes, sir!I come  from New York, U.S.A.!

Capo Trio:- (tendendo la mano) Very good, America!!!Il nostro capo, il presidente Calì, very good friend of president Bush, ‘you know? Casa Bianca?

Johnny:- Yes, I know. But now there is president Obama…

Capo Trio:- (ignorando l’osservazione e guardando le due ragazze) And you, girls, are you from America?

Aurora.- (tendendo la mano) Aurora, piacere. Lei è americana, io sono italiana!!!

Capo Trio:- (stringe la mano a entrambe) Il nostro presidente Calì non fa differenze tra americane  e italiane! A lui piacciono tutte (ridono sguaiatamente con gesti che indicano procaci forme femminili).

Vecchina:_ (che nel frattempo si è unita ai sette, in tono deciso e perentorio) Poche chiacchiere giovanotti!!! Potete dirmi cosa c’è in quel plico e perché a voi hanno aperto il portone e a me no?

Capo Trio:- (in tono di sfottò) Eh, quante domande nonnetta!!! Noi abbiamo la parola d’ordine…Voi, nonnetta, ce l’avete la parola d’ordine?

Vecchina:- (c.s.) Prima di tutto io non sono la tua nonnetta! In secondo luogo rispondi alla domanda che ti ho fatto prima: cosa c’è in quel plico?

Capo Trio:- (sempre in tono di sfottò, ma un po’ sorpreso dal temperamento della vecchina) Eh, ma che caratterino, nonne… signora bella… (poi, aprendo il lembo superiore del plico) Signora bella, mica ci posso far vedere i nomi sui fogli? Non lo sa che c’è la praivacy???

Vecchina:- (per niente convinta) Quindi sono certificati e autorizzazioni?

Capo Trio:- Ma certo nonnetta! Tutti timbrati e con marca da bollo!!! Noi siamo rispettosi della legge, non è vero picciotti???

(I due malavitosi confermeranno con battutacce le affermazioni del  capo e tutti rideranno  sguaiatamente)

Secondo Malavitoso: -Eh, ci mancherebbe!!!

Terzo Malavitoso:- La legge è legge, cara nonnetta!!!

(ancora risate)

Vecchina:- Quindi se io adesso busso e dico la parola d’ordine, di quel Calì o Calimero o come accidente si chiama il vostro presidente, loro mi mettono un timbro sul libretto della mia pensione???

Capo Trio:- Eh, la fa facile lei!!! A parte che la parola d’ordine si può usare una volta sola!!

Secondo Malavitoso:- E poi cambia di giorno in giorno, cara nonnetta!!!

Vecchina:- (c.s.) Vi ho già detto che non sono la vostra nonnetta!  Insomma io come devo fare per avere un benedetto timbro apposto sul mio libretto di pensione?

Terzo Malavitoso:- Cara signora, bisogna affiliarsi…

Vecchina:- Affiliarsi? Che roba è?

Capo Trio:- Vedo di spiegare… Le due ragazze, qui, verrebbero affiliate subito… E otterrebbero il timbro tondo direttamente dal presidente Calì!!! Non è vero picciotti??

(risate sguaiate e salaci come sopra)

Secondo Malavitoso:- E che vogliamo scherzare? Il nostro presidente c’ha un timbro tondo…!!!

Terzo Malavitoso:- Ma è chiaro come il sole!!!

Capo Trio:- (allungando dei bigliettini a tutti e cinque) Qui ci sono i recapiti del rag. Figaro Cannone, il factotum del presidente…Chiedete tutte cose a lui…

Secondo Malavitoso:- Affiliarsi è facile e conviene…

Terzo Malavitoso:- E diffidate delle imitazioni… Baciamo le mani…

(i tre malavitosi escono con passo solenne e deciso)

4. continua…

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SCENA TERZA

(Detti e una vecchina. Una vecchina,  male in arnese, con passo lento si avvicina al portone e picchia con un batacchio in ferro sul portone chiuso. Dopo un po’, guardatasi in giro, si accosterà ai quattro giovani)

Vecchina:- Scusate giovanotti, vengo da un paese non distante da qui; mi hanno scritto dall’Ufficio Pensioni di presentarmi per l’adeguamento della mia pensione al minimo di sopravvivenza (porgerà una busta marrone che tiene in mano a Mattia). Sapete se è  questo l’ufficio giusto?

Mattia:- (dopo avere letto l’indirizzo della  busta la passerà a Johnny che fa mostra di volerla leggere) Sì, signora credo che sia qui…l’indirizzo, per lo meno, corrisponde…

Vecchina:- (in tono sconsolato)Ma come mai non c’è nessuno?

Johnny:- (leggendo con qualche difficoltà, inciampa sulle parole più inconsuete) La Signoria Vostra è pregata di presentarsi ai nostri uffici in indirizzo, munita  del suo libretto di quiescenza, per la vidimazione, necessaria all’adeguamento agli indici di riferimento del costo della vita. (restituendo la lettera alla vecchina ma rivolto a Mattia) Che cos’è questa vidimazione?

Mattia:- Vidimare è come dire timbrare… (mimerà un colpo di timbro, battendo col pugno chiuso sul palmo della mano sinistra). Timbro Tondo… do you know?

Johnny:- I see…just a circle stamp… a bloody …timbro tondo…

3. continua…

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Venivano dal buio

 quegli uomini

che gambizzavano

sequestravano

ammazzavano

Ed io

che non stavo con loro

ma neanche con il loro nemico

cercai lontano

la Luce della Verità

Roma, marzo 1978

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Nell’ottobre del 1971, quando le scuole italiane riaprirono i cancelli, dopo la lunga pausa estiva, il governo italiano era ancora presieduto da Emilio Colombo e nella poltrona di viale Trastevere, sede del Ministero della Pubblica Istruzione, stava ancora seduto il ministro Misasi.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Il 1971 e il 1972 costituiscono due anni  cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quell’anno scolastico 1971-1972  frequentavo la quarta classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la viloenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

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Mentre mi recavo dal dentista, ieri sera, mi sono fermato per rifiatare davanti a un’edicola. Ho scorso con gli occhi uno scaffale mobile che stava appoggiato alla parete della strada.

Con sorpresa ho notato la presenza di un mio vecchio amico: Blek Macigno!

Con Capitan Miki, Blek Macigno è stato il mio fumetto preferito, la prima delle mie letture di evasione.

Più tardi li avrei soppiantati in favore di Tex Willer, Zagor e il Piccolo Ranger; e più avanti ancora con eroi ed eroine meno edificanti, anche se in maggiore sintonia con il mio sviluppo ormonale.

Ma i primi amici sono stati loro: Blek e Capitan Miki! Hanno il mio stesso anno di nascita e sono cresciuto con loro!

Con Blek sono da ricordare gli inseparabili amici di mille avventure  Roddy e il professor Occultis.

Fanno da  sfondo alle gesta dei nostri tre amici l’America dell’East Coast (ricordo soprattutto Baltimora e dintorni) in mano agli sfruttatori inglesi (che Blek chiama con l’epiteto di Gamberi Rosse, a causa del colore della odiata divisa).

Blek combatte contro gli Inglesi la sua battaglia per l’indipendenza dell’America.

L’eroe, che indossa giubbotto smanicato e copricapo di castoro su pantaloni rossi, predilige menare le mani contro i protervi figli di Albione, anche se non disdegna qualche sparatoria con il suo fucile (forse un Kentucky, considerando l’epoca: 1779, o giù di lì).

Le sceneggiature delle avventure sempre emozionanti,  ora non saprei ricordare, ma mentre sfogliavo il giornaletto (ora riedito in formato gigante e con periodicità mensile, ma al tempo che fu su striscia settimanale) ho provato una grande emozione; mi sono risentito un Roddy più che un Blek (troppo forte e troppo biondo per potermici identificare), pronto a mollare la scuola per correre nelle praterie, libero e felice, a caccia di indiani malvagi e inglesi protervi.

All’epoca (parlo degli anni sessanta) il personaggio ebbe davvero una grande diffusione, e non solo tra noi ragazzetti in calzoni corti.

Ricordo, ad esempio, un personaggio del mio paese (in provincia di Cagliari), famoso per la sua forza erculea e soprannominato “Su Blek”; e ricordo certi epici duelli tra rivali in amore che si affrontavano corpo a corpo  ”a  strumpasa” (o se preferite, nella lotta greco-romana in salsa sarda) e gli arbitri improvvisati che, nel separarli, intimavano, con voce perentoria “Blek! Blek!”, (più in là avrei capito che si trattava di una parafrasi erronea del “Break” degli arbitri della Boxe americana; ed io, nella mia candida ignoranza, allora, pensavo che quel “Blek”, urlato da quegli arbitri improvvisati, non avesse altro significato che quello di staccare il più forte dal più debole, seppure soltanto per un momento di pausa nel feroce combattimento corpo a corpo.

Ricordi innocenti di un’età beata che non tornerà più, ma che mi rende felice, seppure per un attimo, ricordare.

 

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Un altro grande scrittore se n’é andato. Lo scorso 5 giugno è venuto a mancare, all’ età di novantadue anni, Ray Bradbury.

Lo scrittore nordamericano ha certamente segnato in maniera indelebile il mondo della letteratura con la genialità dei suoi racconti e romanzi.

Qualcuno ha creato per la sua scrittura  l’etichetta di fantascienza sociologica, perché Ray Bradbury, attraverso essa, intendeva mettere a nudo i segreti che si celano nella società contemporanea.

Fu autore di oltre trenta libri divenuti leggendari, seicento racconti, decine di testi teatrali e riadattamenti cinematografici.

“Non ha mai avuto paura delle cose sconosciute, non ha mai temuto il diverso, il nuovo, l’inatteso”.
Non amava molto internet e, soprattutto, i libri elettronici. Ma é comprensibile in un uomo che, pur intelligintissimo, aveva quasi novantadue.

Egli era nato infatti nell’Illinois nel 1920. Da giovanissimo si era però trasferito nella più ricca california in cerca di fortuna ma anche per sfuggire la morsa della grande depressione che nel 1929 era scoppiata negli USA, estendendosi poi in tutto il mondo c.d. civilizzato.

Quello che mi colpisce sempre, parlando o scrivendo di scrittori americani é che da giovani, per pagarsi gli studi o per sbarcare il lunario, vendevano i loro racconti a riviste specializzate. Una gran cosa! Considerando che in Italia, a certe riviste, se non sei un figlio di X, o del partito o movimento YZ, o della bottega dell’integhillenzia K, non ci arrivi mai.

Il suo più grande capolavoro é del 1953 e si intitola Fahrenheit 451.

Dal romanzo é stato tratto un celebre film diretto da François Truffaut nel 1966.

L’ambientazione è quella di un ipotetico futuro in cui leggere libri è reato e l’unica forma di informazione e istruzione possibile è la televisione, attraverso la quale il governo controlla l’etica e decide cosa è giusto e cosa sbagliato.

Per contrastare il reato di lettura è stato istituito un corpo speciale, i “bruciatori di libri” con il compito di trovare i libri clandestini e, appunto, bruciarli (che visione, ragazzi! a me ricorda certi fanatici e  zelanti barbuti, o anche dei pedanti funzionari cinesi e comunisti,  che oggi (come ieri) bruciano i libri che non riportano la dottrina ritenuta assoluta e veritiera.

C’è chi crede che questo capolavoro volesse essere un richiamo al periodo dei roghi nazzisti dei libri, o ancora un velato tentativo di mostrare la società odierna dei consumi di massa e dei media capaci di plasmare le coscienze.
Ma c’è ancora un’altra ipotesi: gli anni 50 negli Usa furono un decennio molto particolare. Il senatore McCarthy, in carica per dieci anni, creò scompiglio tra politici e non solo, addirittura attori, ossessionato dalla sua tendenza anticomunista. In quegli anni, persone di varia estrazione vennero accusate di essere spie sovietiche o simpatizzanti comunisti e furono oggetto d’indagini e accuse riguardanti le loro opinioni e la loro adesione a movimenti. Furono riservati a queste persone trattamenti poco democratici.

E in effetti Bradbury avvalora questa ipotesi con le sue parole: “Lavorai a Fahrenheit 451 mentre Joseph McCarthy stava facendo vivere un brutto periodo a molta gente e la sua commissione non lavorava davvero secondo i dettami della nostra democrazia. Visto che avevo bisogno di soldi pensai di vendere il racconto a qualche rivista, ma tutti avevano paura di pubblicarla per timore di finire sotto accusa”.

Nell’opera diversi critici trovarono analogie con Orwell (1984) e Huxley (Il mondo nuovo).

Le analogie ci stanno tutte, anche se gli stili di scrittura sono alquanto diversi.

Per saperne di più vai al link sottostante

http://www.scrivendovolo.it/web/2012/06/15/tributo-a-ray-bradbury-di-martina-bortolotti/

 

 

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Un giorno Ronald Reagan, contrariato dalle di risposte imprecise che gli davano i suoi consulenti economici, si sfogò dicendo che avrebbe voluto avere dei consiglieri economici con una sola mano (traducendo la metafora dalla lingua inglese, diremmo che il presidente USA degli anni ’80 voleva consiglieri che non oscillassero da un canto all’altro degli inafferrabili fenomeni economici).

In realtà, in economia, come nella terapia farmaceutica, non esiste una cura che non abbia controindicazioni.

Se tu prendi una pastiglia per il mal di testa, rischi di ritrovarti con il mal di stomaco; e magari con un buon antibiotico, insieme ai virus rischi di distruggere la tua flora intestinale e le tue riserve vitaminiche.

Anche in Economia, se aumenti la quantità di moneta in circolazione, dai impulso all’inflazione; e se aumenti i salari, i prezzi vanno su; e così via.

La realtà é che noi siamo in crisi perché abbiamo l’illusione che la nostra crescita economica possa svilupparsi all’infinito.

E non siamo disponibili a regredire e a mutare le nostre  abitudini consumistiche.

Eppure dovremo rassegnarci, prima o poi,  a modificare il nostro modello economico di sviluppo (e i consumi scriteriati che ne costituiscono il corollario) se non vogliamo che il pianeta terra sprofondi sotto il peso dei nostri abusi.

E forse ha ragione il grande filosofo Edgar Morin quando scrive che anche il nostro modello di rappresentatività democratica va cambiato, rinnovandolo con un coinvolgimento più diretto delle comunità locali da un canto, e con una mondializzazione dei governi centrali dall’altro.

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Chissà se sono felici in Vietnam i quasi 100 milioni di abitanti.

Quelli del Nord, che si affannano attorno al fiume Rosso, sferzati dai Monsoni.

Quelli del Sud, placidamente distesi lungo la valle del Mekong.

Chissà che fine hanno fatto le prostitute  che numerose allietavano le desolate sere dei soldati americani che cercavano di dimenticare tra le loro gambe, avvolti nei fumi dell’oppio, una guerra che non era la loro guerra, come d’altronde succede per tutte le guerre.

Negli anni sessanta e nei primi anni settanta il Vietnam era diventato crocevia di uno scontro  ideologico: “Yankee go home” si leggeva nei muri delle città italiane.

Vietnam! Questo nome rievoca la cocente sconfitta mai subita dagli americani.

Dal 1976 il Vietnam del Nord e il Vietnam del Sud vivono politicamente unificati sotto il nome di “Repubblica socialista del Vietnam”.

Non se ne sente più parlare, del Vietnam unificato.

Ormai i riflettori internazionali si sono accesi su altri scenari internazionali e la nostra attenzione si rivolge altrove.

Eppure i Khmer, i Cham, i Viet, i Kinh, i Tay, i Thai, i MUong e gli altri popoli abitanti del vietnam continuano la loro lotta quotidiana per la vita.

Sono i politici che gestiscono dall’alto le loro vite, sfruttandone i sacrifici: ieri i politici filoamericani oggi quelli unificati sotto l’etichetta “socialista”; anche loro ignare pedine di uno scacchiere i cui giocatori sono i capi partito ed i politici, sempre più staccati ed assenti, emotivamente ed economicamente.

Ma anche sulle teste dei politici sembrano volare gli avvoltoi della grande finanza internazionale.

Sembra che i giovani, in tutto il mondo, si siano stufati di stare a subire con i piedi nell’acqua , aspettando un futuro senza speranze, che il mostro finanziario internazionale si sta voracemente ingoiando.

indocina

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tibet1La Cina ha minacciato ritorsioni commerciali e finanziarie contro gli Stati Uniti per il fatto che Barack Obama ha ricevuto il Dalai Lama.

Non è la prima volta che succede. E per fortuna gli USA non si son fatti impressionare.

Anche se la Cina è il paese straniero che possiede il maggior numero di titoli  del debito pubblico americano.

Credo che l’antimericanismo di molti Paesi finirebbe domani se la Cina divenisse il Paese più potente del mondo al posto degli USA.

La Cina infatti sin dal 1950 (anno di invasione del Tibet) hanno soffocato ogni libertà in Tibet, esercitando la loro oppressione principalmente contro la libertà reliigiosa.

Tutti potremmo divenire tibetani, domani.

Ma come si può tacere mentre ogni giorno, ogni ora, ogni minuto i comunisti cinesi impongono il loro colonialismo comunista nel regno della religione tibetana?

E per quanto tempo ancora la libertà di autodeterminazione dei popoli sarà soffocata dalla protervia della ragion di stato?

Soffro con tutti che anelano alla libertà.

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putinMentre Putin avanza i suoi sospetti sulla vicenda Strauss-Khan, sostenendo la tesi del complotto della CIA, che avrebbe operato in combutta con i servizi segreti, per eliminare un pericoloso concorrente alla poltrona più alta di Parigi, l’ex-presidente del Fondo Monetario Internazionale, accusato di violenza carnale ai danni di una cameirera in servizio nell’hotel newyorkese che ospitava l’economista francese, prepara la sua difesa nella casa di 632 metri quadri da 30 mila euro mensili, a due passi da Manhattan, dove è obbligato a soggiornare su cauzione in attesa del processo.

Strauss-Khan, d’intesa con il principe del Foro di New York Brafman, ha incaricato un’agenzia di investigazioni per indagare sulla vita della presunta vittima dell’aggressione sessuale, una immigrata di colore che ha da poco lasciato il Paese africano dove è nata, alla ricerca di una vita migliore per sè e per sua figlia.

Che Strauss-Khan voglia dimostrare che, come dice Putin, si sia trattato di un complotto ordito ai suoi danni?

Ma non aveva lo stesso Strauss-Khan, all’indomani del suo arresto, accusato Putin e la Russia di avergli organizzato una trappola per scalzarlo dai vertici del FMI?

Staremo a vedere. La vicenda ha tutti gli ingredienti degni di una storia di spionaggio internazionale!

Per saperne di più

http://www.dailymail.co.uk/news/article-1392158/emailArticle.html

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inside bin ladenMentre accogliendo l’invito del Vaticano cerchiamo di contenere  la soddisfazione e la serenità che discendono da una vittoria innegabile del Bene sul Male (e seppur coscienti che solo Dio Misericordioso può in maniera definitiva e sicura certificare etichette di così difficile attribuzione), vorrei manifestare le mie perplessità sulla scelta delle autorità americane in ordine al repentino e sbrigativo seppellimento del corpo di Osama bin Laden. A parte i diritti naturali legati ad una sepoltura consona ai canoni religiosi di appartenenza e quelli dei parenti di assistervi e di dare l’ultimo saluto al congiunto (i morti davanti a Dio son tutti uguali, a prescindere dal destino che li attende per l’Eternità), mi chiedo se sia stato utile, opportuno e conveniente ad una causa di giustizia e di affermazione della legalità sottrarre il corpo del famigerato terrorista ad una sepoltura in un logo certo e sicuro; in ogni caso ritengo che la visione materiale del suo corpo avrebbe rappresentato per il mondo un momento indispensabile di considerazione, di riflessione e di sicurezza indispensabile per poter mettere davvero la parola fine ad una vicenda umana che rischia invece di divenire una leggenda, attraverso il mistero, l’insicurezza e la misconoscenza su un episodio così decisivo ed importante come la morte e la sepoltura di un uomo. Insomma trovo assai discutibile la scelta delle autorità americane che non mi convince affatto da molteplici punti di vista.

Vedi più foto nel DM on line

http://www.dailymail.co.uk/news/article-1382859/emailArticle.html

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misteriDicono che l’ Italia sia il Paese dei misteri irrisolti. Forse è vero.

Ma anche gli Stati Uniti d’America, in quanto a misteri irrisolti, non scherzano.

Uno per tutti: l’uccisione del Presidente J.F. Kennedy nel 1963.

Secondo una nota scritta di pugno dall’allora segretaria personale del compianto presidente americano, Evelyn Lincoln, tra i sospettati ci sarebbero anche Richard Nixon ed il suo vice Lyndon Johnson ( eletti alla Casa Bianca dopo la morte di Kennedy).

Quello che appare strano è che questa nota, invece di essere agli atti di un processo (o quantomeno in un Museo di storia patria) verrà venduto all’asta per una cifra attorno  ai 20.000 dollari.

Fra gli altri sospettati la CIA, i Comunisti e i VietCong.

Per saperne di più:

http://www.dailymail.co.uk/news/article-1337999/emailArticle.html

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vietnam2Qualcuno, a proposito dell’affaire Assange ha parlato sulla stampa di un “nuovo Vietnam” per significare che gli U.S.A. starebbero andando incontro ad una solenne bocciatura da parte dell’ipinione pubblica mondiale.
Non sono d’accordo con questi opinionisti per i seguenti motivi.
Primo: oggi alla Casa Bianca siede Obama, mentre ai tempi del Vietnam vi era un certo Nixon;
Secondo: nella vicenda Wikyleaks gli U.S.A. sono le vittime e non gli aggressori (come all’epoca del Vietnam);
Terzo(e non vado oltre, ma ci sarebbe molto altro da dire): al tempo del Vietnam c’era nel mondo un fermento di idee che lasciava sperare ad una immediata alternativa alla democrazie americana; in quel senso si guardava all’URSS, alla Cina, a Cuba come possibili alternative ad argine dello strapotere americano; tutti sappiamo come son finiti e cosa siano in realtà i paesi comunisti (tutto fuorchè democratici).
A meno che qui non si voglia parlare della democrazia dell’WEB; e cioè del fatto che in rete non conta il potere delle armi che faceva chiedere a Stalin, a proposito del Vaticano “Quante Divisioni possiede il Papa?”
Insomma, se parliamo del potere on line allora i rapporti di forza non sono così sproporzionati a favore degli USA.
Ma qui l’America, proprio per questo, dovrebbe giocare d’astuzia: da un lato rafforzare i suoi sistemi di sicurezza informatici; dall’altro smetterla di perseguitare Julian Assange, lasciandolo al suo destino.
Infatti gli USA, accanendosi contro il fondatore di Wikileaks, rischiamano di assumere, come ai tempi del Vietnam, la veste del gigante Golia che vuole schiacciare il mite Davide. E la gente, si sa, come dimostra lo spontaneo crearsi di un fronte pro-Assange in rete, è sempre portato a parteggiarer per il debole (o presunto tale).
Insomma, se l’America non fa attenzione, rischia di subire un altro Vietnam; soltanto virtuale, d’accordo; ma non per questo meno negativo per la sua immagine internazionale.

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stop the violenceSi chiama così l’originale collezione d’arte elaborata da   Francois Robert, un americano davvero ingegnoso, che comprende sedici composizioni tutte costruite da ossa per uso didattico.

La collezione è stata venduta per $ 35.000 dollari (circa 40.000 €) a una galleria d’arte moderna.

“Mi sono dato all’arte” – ha dichiarato l’originale artista americano -” per colpa della recessione e della crisi che stiamo attraversando. Così sono riuscito a rimettermi in piedi ed ora, con gli emolumenti che ne ricavo, posso vivere più sereno.”

“Il mio messaggio è molto esplicito”- ha concluso l’artista -” la guerra ci lascia solo il tempo di contare le ossa dei morti”.

Per saperne di più vai sul DM on line:

It began when Francois Robert bought a school locker for £30 at an auction and out tumbled a skeleton.

The wired-up figure had been used to teach pupils but the 63-year-old artist saw its potential for his creative talents.

However because it was all wired together he found there was little he could do.

So, he turned to a company that makes bones for medical schools which exchanged the skeleton for a box of 206 bones which Francois, from Arizona in the U.S., then turned into works of art.

He spends hours painstakingly arranging the bones into striking shapes each 5ft or 6ft wide before photographing them.

His amazing work has now fetched more than £35,000 and won him a prestigious Lucie Award which in the past has honoured photographers like Annie Leibovitz and Elliott Erwin.

The collection of 16 images called Stop The Violence aims to make a statement about the consequences of war.

Francois said: ‘Each image is a symbol of war or violence, such as a gun or a tank and I wanted to show that sadly the human skeleton is often all that remains from such acts of violence.

‘This is what you are left with after war – a body count.’

Francois said he would never have started the project if it hadn’t been for the pressure brought on him by the recession.

But his decision to make art out of bones has really paid off because the response for his collection had been amazing.

He said: ‘I think I’m the only person who is glad the recession hit.’

Not only has Francois’ collection earnt him an award but he sold the collection of 16 images to a collector in Chicago for £35,000.

‘The interest in my work has snowballed, I also sold my images to an American author who is using his images in his book which goes on sale in August.

‘And I sold a larger image from the collection at a fine art exhibition for £4,500.’

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