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Capitolo Secondo

Quando l’hidalgo Pedro Domingo Mendoza Martinez si accommiatò dal suo ospite, il vice-legato Pasini-Frassoni, si sentiva di buonumore.

Il buon cibo e i vini dispensati generosamente alla mensa del prelato erano stati il giusto complemento al suo stato d’animo, ma non ne costituivano le ragioni più profonde.

Se ne era reso conto durante i dialoghi conviviali intrattenuti con il vice-legato e gli altri ospiti convitati (la solita ristretta cerchia di sempre, comunque già troppo numerosa per il suo carattere schivo e riservato), ma più che sufficiente per stimolarlo a fare il punto della situazione delle sue indagini.

Senza sbilanciarsi più di tanto, come era suo solito, l’emissario dell’Inquisizione Spagnola, rassicurò i due interlocutori italiani che presto il De Regis avrebbe confessato le sue colpe e gli sarebbe stato consegnato per subire la giusta punizione.

E lui se ne sarebbe potuto finalmente andare via da Ferrara.

Adesso, mentre la  carrozza lo riconduceva a quella che un tempo era stata l’osteria del Buon Samaritano, dove egli aveva eletto la sua base operativa sin dal suo primo arrivo in città, la sua mente riandava agli ultimi avvenimenti.

E,  complici il grato silenzio del suo accompagnatore  (il buon Gesuita, con le mani giunte raccolte nel suo grembo,  recitava con un movimento impercettibile delle labbra le orazioni ignaziane della sera),  e il buio profondo di una notte senza luna, animata soltanto dal frinito delle cicale,  appena percettibile, in lontananza,  sul rumore della carrozza che filava nel sentiero lungo  la campagna di Bellaria, prese a vagare oltre, finalmente libera dagli assilli e dagli impegni quotidiani.

L’hidalgo si ripeté di essere davvero soddisfatto dei risultati della sua indagine. Dopo gli incombenti di rito e gli inevitabili commiati,  si sarebbe recato a Roma, per relazionare al suo ambasciatore e poi finalmente avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

Era stanco dell’Italia e degli  italiani: troppo divisi e così intrisi di pazzia che neppure i loro sprazzi di genialità riuscivano a farglieli  accettare.

Molto meglio la solida compattezza della sua patria! Stando lì, anche la geografia gli dava un senso di protezione, con solo l’oceano dietro le sue spalle e tutto il resto del mondo davanti. E come sarebbe stato più  bello e vivibile il mondo se la Spagna avesse potuto estendere il suo potere diretto su tutta la penisola, almeno sino a comprendere tutti quegli inutili e ridicoli ducati, dalla Sicilia spagnola sino alle Alpi e anche oltre! Compresa naturalmente la dannata, ribelle Repubblica di Venezia! Così sì che Sua maestà il Re avrebbe potuto ridimensionare la Francia di Luigi XIII e quell’intrigante del cardinale Richelieu!

Una volta sottomessa la Francia il mondo sarebbe stato interamente  spagnolo e tutto veramente cattolico! Non appartenevano gli altri territori europei ai cugini del re Felipe? E non erano forse anch’essi cattolici?

Sarebbe stato così molto più facile, estirpare la mala pianta dell’eresia. Allora sì che si sarebbe potuto gridare,  ad alta voce e senza tema di smentita, ”Dio è Spagnolo!”

20. continua…

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Parte Seconda

Fine Capitolo Primo

E la scelta si mostrò azzeccata. Per quanto infatti fosse stato tempestivo  il suo intervento, dopo l’arresto di De Regis,  il povero Carminate era  uscito alquanto malconcio, non solo nello spirito, ma anche fisicamente, dalle mani del carnefice Tenoch.

Per estorcergli  la confessione, l’orrido discendente degli Aztechi, dopo averlo legato al tavolo della tortura (proprio dove lo aveva trovato Giuditta il giorno della liberazione), aveva cominciato con il somministrargli forti dosi di acqua, da sei litri alla volta; poi aveva proseguito procurandogli delle bruciature su tutto il corpo con dei carboni ardenti; indi aveva iniziato a strappargli le unghie dei piedi e brandelli di carne.

Fortuna che dopo ogni seduta di tortura Don Agostino Barozzi aveva imposto come protocollo una seduta di riflessione spirituale, nella quale in realtà egli tentava di convincere il prigioniero della inutilità di resistere alle torture fisiche, quando un’ampia e conclusiva confessione avrebbe invece portato alla loro cessazione immediata ed al perdono confessionale (quello giuridico sarebbe arrivato soltanto in seguito).

Se così non fosse stato, il povero De Regis sarebbe stato fatto a pezzi dal sanguinario torturatore e forse avrebbe anche potuto morire. Nelle confessioni con il gesuita, invece, egli ebbe modo di acquisire una forza spirituale che gli rendeva, se non meno atroci, almeno più sopportabili le sofferenze fisiche.

E intanto vuotava il sacco dei suoi veri peccati.  Le sue sregolatezze  sessuali;  gli inevitabili inganni propri della sua professione di orafo; i suoi dubbi sull’esistenza di Dio e sulla buona fede di certi uomini di fede (ma questi dubbi, lo consolò il Gesuita, li condivideva con lui). E dopo ogni confessione si sentiva, ogni volta,  un poco più sereno.

Certo,  se non fosse intervenuta la liberazione,  il prossimo passo sarebbe stata la confessione sperata dall’hidalgo: la sua adesione a qualche dottrina eretica, protestante o calvinista in odio all’ortodossia cattolica e all’autorità indiscutibile del papa romano, incoraggiata  con la lettura di libri proibiti, messi all’indice dalle infallibili autorità ecclesiastiche, amplificata ed aggravata dalla pubblicazione di scritti oltraggiosi che mettevano in dubbio i dogmi irrinunciabili della fede cattolica.

Presagendo che l’hidalgo avrebbe immaginato la loro destinazione (che era Venezia) e per dare modo al De Regis di riprendere un aspetto decente e presentabile, Giuditta scelse di non percorrere la via Romea (quella più celere per giungere alla capitale della Repubblica Serenissima) e per depistare i probabili inseguitori fece finta di dirigersi verso Padova, fermandosi però in una isolata locanda nei pressi di Pontelungo. Da lì, poi, una volta rimessosi il prigioniero liberato, si sarebbero recati a Venezia dove Giuditta, oltre all’ambiente ostile agli Spagnoli, poteva contare sull’eventuale aiuto di certi cugini, di cui lo sfortunato padre gli aveva spesso parlato e di cui essa serbava nomi e indirizzi in certe carte di famiglia, frutto di una serie di contatti che negli anni erano intercorsi tra le diverse famiglie.

 

19. continua…

 

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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

11. continua…

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Quando svolgevo  il mandato di  consigliere comunale,  tanti anni or sono, a volte finivo le riunioni del Consiglio oltre la mezzanotte; eppure consideravo tutto sommato tollerabili e preferibili anche quelle fumose riunioni politiche, animate da personaggi di provincia tutti da raccontare, alle riunioni cond0miniali del palazzo cittadino dove allora risiedevo ed al quale sono ancora legato per diverse ragioni giuridiche e familiari.

Da quando ho smesso con la politica (la mia esperienza, anche se molto intensa, è durata in realtà poco più di una normale legislatura comunale) ho sempre meno scuse per scansare le riunioni condominiali.

Le assemblee condominiali in Italia forniscono uno spaccato davvero emblematico di ciò che siamo noi Italiani.

Esse generano una mole immensa di liti condominiali (attualmente si contano oltre due milioni di contendenti distribuiti tra centri di mediazione, giudici di pace e tribunali) e, soprattutto, sono il palcoscenico ideale per una serie di personaggi da commedia che fanno invidia ai più famosi films del grande Alberto Sordi.

Vi trovi il pallone gonfiato, convinto di conoscere le leggi che, il più delle volte  interpreta le norme alla lettera, creando dei veri e propri mostri giuridici; c’è l’isterico, intrattabile e litigioso; lo sclerotico e  il rimbambito (in realtà sono due stadi dello stesso genere) che non sentono e non capiscono ciò che si dibatte e fanno continuamente interventi fuorvianti e inappropriati; poi abbiamo donne: dalle perditempo, che vanno in assemblea perché stanche  di parlare  con il gatto o con il cane di casa, alle saccenti che, avendo seguito più serie complete di Forum e programmi TV analoghi, arrivano in assemblea con un bagaglio di fantasia, ideale per far perdere tempo e pazienza a tutti; non mancano quelle che prima si sono studiate l’avvocato nel cassetto o, ancora peggio, le risposte degli esperti condominiali sulle riviste femminili più diffuse.

Tutti, uomini e donne, sono animati da una grande vis polemica, da una sconfinata invidia e dalla convinzione di essere comunque e sempre l’ombelico del mondo, anche se la loro casa dista soltanto pochi metri dalla tua.

Non parliamo poi degli amministratori condominiali. In tribunale ne ho conosciuti alcuni, ai quali non avrei affidato neppure i soldi per comprare il latte o il pane di giornata. fortuna che la recente riforma ha imposto un diploma di scuola media superiore e l’iscrizione ad un Albo professionale, sperando così di innalzare un po’ il livello medio della categoria.

Insomma, io resto sempre un inguaribile e nostalgico paesanotto: la casa dove sono nato era una casa padronale dove il vicino più prossimo non riusciva  neppure a sentire la mia chitarra elettrica quando, ahimè, troppi anni fa, cercavo di imitare Jimi Hendrix e gli altri miei idoli di Woodstock, Sanremo, Castrocaro e dintorni.

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“Il potere logora chi non ce l’ha!” chiosava un grande vecchio oramai trapassato.

Al di là del fascino ambiguo e paradossale di questo apparente ossimoro, ho sempre pensato che invece il potere finisca per logorare chiunque lo gestisca; e quanto maggiore sarà l’incapacità nella gestione del potere, tanto più celere e definitvo scaturirà il suo logoramento.

La gestione del potere, infatti, è un’ alchimia alquanto complessa, fatta di forza, ma anche di fantasia; è una navigazione precaria tra bonaccia e marosi, fatta di dare e prendere, di illusione e materia, di dialoghi fittizi e di monologhi apparenti, tanto più oggi, in questa multiforme e stratificata democrazia che al popolo lascia in realtà poco o niente da decidere.

Lo dimostra anche la vicenda che ha visto da più di  un anno contrapposti la presidenza della Fondazione lirico-sinfonica di Cagliari ai sindacati dei lavoratori dello spettacolo più rappresentativi.

Arcinoto è il pomo della discordia: la presidenza (nella persona del sindaco pro-tempore di Cagliari, presidente di diritto della Fondazione) con l’accondiscendenza non proprio unanime dei membri del Consiglio di amministrazione della Fondazione, pretende di imporre, a capo della Fondazione, nel ruolo di sovrintendente, una figura  di scarso spessore professionale (magari anche con tanti pregi in numerosi altri campi, chi lo sa?), in dispregio non solo delle più basilari norme della gestione pubblica (e anche di quella privata) ma addirittura della sua stessa autonormazione e del tuo stesso Statuto.

Esempio eclatante, questo cagliaritano, di esercizio scriteriato del potere, che ha finito di logorare in capo al sindaco, un credito di potere enorme, riducendolo al lumicino e, forse, avviandolo al definitivo e precoce tramonto.

Nella sua inesperienza (ma qualcuno più maliziosamente parla di arroganza vera e propria) il sindaco-presidente prima si è autovincolato con una “Manifestazione di interesse” che ha sollecitato (giustamente) i legittimi appetiti di grossi calibri del mondo manageriale del mondo dell’opera (44 curricula tra nomi noti e meno noti); poi, inopinatamente, Zedda presenta in Consiglio un 45.mo curriculum, neppure firmato, di una aspirante sovrintendente, che fino a poco prima aveva svolto il ruolo di impiegata del servizio di biglietteria (pare su raccomandazione dello zio d’Italia Gianni Letta) che essendo totalmente priva dei requisiti di “esperienza nel settore dell’organizzazione musicale” e di “gestione di enti consimili”, congiuntamente richiesti dall’art. 9.2. dello statuto della Fondazione e dall’art. 13, comma 2, del d.lgs. n. 367/1996,  (v. sentenza TAR Sardegna n. 695/2013 – parte normativa), gode però della completa fiducia del sindaco-presidente (che qui pretende di comportarsi come un despota).

L’inizio della fine di questa gestione scriteriata del potere si è già vista nella sentenza del TAR sopra calendata. Non credo a grossi sconvolgimenti di un ipotetico ricorso al Consiglio di Stato,  azionabile nei 60 giorni dalla notifica della sentenza in caso di termine breve, oppure nei sei mesi dalla pubblicazione, nel caso di termine lungo (qui la scelta, giustamente,  spetta ai legali dei ricorrenti vincitori), così come non credo che il giudice amministrativo di secondo grado vorrà concedere una sospensione dell’efficacia di cui è dotata la sentenza di primo grado.

Pertanto resta in piedi soltanto il contratto che lega professionalmente la Fondazione e la sovrintendente.  Il contratto, a mio parere (ma si tratta di un parere a livello di blog, per così dire; sempre meglio acquisire i pareri professionalmente validi, nelle sedi a ciò deputate) si trova in una condizione di invalidità. Esso infatti risulta viziato in uno degli elementi essenziali; anzi direi che la volontà della Fondazione, a seguito dell’annullamento delle delibere di nomina della Crivellenti operata dal TAR nella nota, recente sentenza, manca del tutto. Al momento non ho ancora studiato a fondo il profilo di questa invalidità: se fosse di genere assoluto (nullità, per capirci) quel contratto è già morto prima ancora di nascere, e chiunque (anche i lavoratori, ad esempio) potrebbero rivolgersi al Tribunale Ordinario per farlo dichiarare nullo. A seguito di tale nullità la sovrintendente, a pare mio, dovrebbe restituire tutti gli emolumenti percepiti, in quanto mancherebbe radicalmente ogni titolo che giustifichi la riscossione di tali emolumenti. Se si profilasse invece uuna invalidità di tipo relativo (annullabilità, sempre per chiarezza) la situazione sarebbe più complessa e meno netta, ferma restando l’illegittimità e l’irregolarità della nomina a sovrintendente.

Per quanto riguarda i danni, anche qui io farei una distinzione: se chi ha agito istituzionalmente a nome della Fondazione (il presidente di diritto, ad esempio) risultasse avere agito con dolo o colpa grave, non c’è dubbio che dovrebbe lui (o loro, se risultassero responsabili anche altri soggetti) a pagare tutti i danni subiti. Se invece si fosse di fronte ad una incapacità gestionale, a una dabbenaggine di tipo caratteriale, ovvero ad una vera e propria deficienza nel discernere tra il bene e il male, tra il lecito e l’illecito, tra il positivo ed il negativo, beh, in tal caso, pur angosciato come cittadino e come appassionato dell’opera, il problema diventa più complesso sul piano delle responsabilità.

Mi piacerebbe sapere comunque cosa ne pensa la Corte dei Conti; a parer mio chi amministra la cosa pubblica dovrebbe comunque ascoltare i consiglieri più esperti e capaci, soprattutto quando si arriva in giovane età, del tutto inesperti, ad occupare cariche troppo importanti (come è il caso del sindaco di Cagliari, presidente di diritto della Fondazione; anche se qui c’è stato un investimento popolare che comunque giustifica la sua presenza in quello scranno per lui tropppo alto);; io non credo però che la giovane età, l’inesperienza e l’immaturità possano giustificare decisione strampalate, eccentriche ed originali, come quella di nominare un ssovrintendente che non ha neppure firmato il suo curriculum, al di fuori di una procedura adottata dalla stessa Fondazione e contro un’alzata di scudi subito avvenuta da parte di sindacati, mondo politico e una parte della stampa (c’è tutto o quasi scritto nella sentenza del TAR).

In conclusione, non oso pensare a cosa sarebbe successo se i sindacati non si fossero per tempo e con le garanzie di legge; e soprattutto cosa sarebbe successo se la magistratura, da potere indipendente qualee essa ancora è, non si fosse espressa in maniera così chiara e perentoria.

Il potere, comunque lo si voglia definire, è meglio perciò che sia separato, in capo a centri separati e indipendenti, e distribuito in maniera sempre più equa tra datori di lavoro e dipendenti, con la magistatura a fare da garante su uno scranno indipendente.

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L’insigne giurista Gaio  Trebazio Testa (I sec. a.C.), avvisava l’eccelso poeta Orazio Flacco, suo grande amico, sul rigore delle leggi a cui rischiava di andare incontro con le sue pungenti satire.

- “Se uno avrà composto dei versi cattivi contro qualcuno, sarà portato in tribunale e condannato!” – redarguiva l’attento avvocato rivolto all’amico.

- “D’accordo!”- rispondeva Orazio – “Ma se qualcuno ne avesse scritto di buoni che fossero anche piaciuti ai più?”

- “Allora anche le tavole della legge si scioglierebbero dalle risate e te ne andresti assolto a casa tua!” – concludeva il grande giureconsulto tranquillizzando l’amico poeta.

Ecco come io ho immaginato il dialogo tra i due, traducendo liberamente dalla Prima satira del Libro Secondo delle Satire del grande poeta Orazio.

Gaius Trebatius Testa- ” Si mala condiderit in quem quis carmina, ius est iudiciumque!”- ego tibi moneo Horatius

Quintus Flaccus Horatius – ” Esto, siquis mala, docte Trebati; sed bona siquis judice condiderit?”

Gaius Trebatius Testa: – ” Solventur risu tabulae, tu missus abisis laudatus Flaccus.

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san paoloLa Camera dei Deputati ieri, per 12 voti in più, ha deciso di investire la Corte Costituzionale per dirimere il conflitto di interessi, sollevato dalla maggioranza attuale , su chi sia il Giudice Naturale (o competente, se si preferisce) a conoscere del caso Ruby, tra il Tribunale di Milano ed il Tribunale c.d. dei Ministri.

La Procedura Penale è uno degli esami più impegnativi del corso di laurea in Giurisprudenza (indispensabile per accedere alla carriera forense ed a quella di magistrato), ma non si pensi che sia materia nuova o propria dei tempi moderni e delle legislazioni attuali. Perfino nella Bibbia troviamo casi di competenza, apparentemente semplici ma in realtà assai complessi.

Basti pensare a Pilato che in un primo momento rifiuta di giudicare Gesù, dichiarando competente Erode (salvo poi vedersi rispedire indietro da Erode l’Illustre imputsato, con la scusa di non essere a sua volta competente: Cap. 23 di San Luca); ).

Oppure possiamo leggere negli Atti degli Apostoli di Paolo, che appellandosi a Cesare (in quanto cittadino romano ne aveva diritto) si sottrae alla feroce e pregiudiziale giurisdizione dei sinedriti (Atti degli Apostoli, Cap. 25).

Tralascerò quindi i dettagli tecnici per andare al cuore della questione.

Come avvocato sostengo che ognuno(innocente o colpevole che sia) ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per realizzare la sua strategia processuale, ivi compresa, laddove vi siano questioni di procedura controverse, la ricerca del giudice naturale previsto per quella specifica giurisdizione.

Come cittadino avrei preferito non assistere a certe scene che si stanno svolgendo in Parlamento dove  due schieramenti si affrontano per decidere chi debba giudicare uno di loro (che è anche capo del partito di maggioranza e capo del governo in carica) invece di discutere della disoccupazione giovanile, della emergenza umanitaria costituita dai migranti africani, della ricostruzione dell’Aquila, della guerra in Libia, della cultura agonizzante, delle famiglie in difficoltà.

Un mio vecchio  maestro di diritto mi diceva che quando in un processo emergono troppe questioni procedurali, esse finiscono per costituire una barriera fumogena alla ricerca della verità. Ed io aggiungo che gli avvocati, oggi, hanno perso l’antico spessore di ricercatori della verità processuale, di abili oratori, di capaci ragionatori e costruttori di logiche e sillogismi, per divenire degli azzeccagarbugli, abili ad imbrogliare le carte ed a trovare cavilli procedurali per fare assolvere i loro clienti o per sottrarli alla giurisdizione (ma questo è anche colpa della fragilità e delle carenze del sistema processuale predisposto dallo Stato).

Non vedo nè Cristi innocenti, nè Paoli di Tarso  in questa triste e miserrima vicenda di Ruby-rubacuori; e non saprei neppure dire chi sia Pilato e chi invece Erode in questo palleggiamento di competenze processuali tra procure, tribunali e consessi politco-giudiziari.

Una cosa è certa: il popolo italiano è la palla presa a calci da giocatori senza scrupoli, affaristi, opportunisti, ricchi mercanti, intellettuali venduti e senza dignità, servi, nani e ballerine.

Sento il bisogno di respirare aria nuova; di vedere facce nuove sulla scena politica; di sentir parlare e discutere di problemi seri.

Comincerei con una nuova legge elettorale che restituisca al Parlamento una composizione proporzionale, dove chi ha il 30% dei voti non diventi padrone assoluto della maggioranza e debba invece fare i conti con gli altri eletti.

In un sistema elettorali proporzionali la mancanza di una maggioranza assoluta costituisce un giusto contrappeso all’esercizio del potere. Come ai tempi della tanto vituperata Prima Repubblica e della Democrazia Cristiana.

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incesto sposiE’ noto come gli eredi al trono dei Faraoni avessero l’usanza di sposarsi con le loro sorelle. Ed è quello che è successo a due sposi irlandesi. Solo che i due innamorati(che il DM chiama convenzionalmente James  e Maura) quando si sono conosciuti ed hanno concepito il loro primo figlio non sapevano di essere fratello e sorella. La notizia è venuta fuori quando  la madre di Maura, nell’ascoltare i dettagli riguardanti il suo futuro genero, ha capito che egli era proprio il frutto di un suo amore giovanile, frettoloso e poco solido (attribuito però disonestamente all’inconsapevole marito, con cui si sposò  già incinta e di cui James porta tuttora il cognome, dato che il Tribunale a cui si è rivolta l’anziana madre, pur riconoscendo, attraverso l’esame del DNA,  l’erronea  paternità attribuita alla nascita a James, non ne ha voluto sapere di legittimare il disconoscimento, argomentando che un tardivo disconoscimento non fosse fruttuoso per l’equilibrio psicologico dello stesso James).

I due innamorati incestuosi sono dovuti però scappare dall’Irlanda per rifugiarsi in una località sconosciuta (dato che la loro relazione è illegittima e costituisce reato anche in Irlanda), tanto più che Maura, essendo incinta di un secondo figlio, d’accordo con James, non intende rinunciare a un amore che, al contrario di altri precedenti, costituisce una passione inestinguibile e viva tutt’ora.

Insomma, sembra una storia di fantasia, se non fosse terribilmente vera.

Per saperne di più

http://www.dailymail.co.uk/news/article-1315307/emailArticle.html

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