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SCENA QUINTA

LA SCENA si svolge nello studio di casa Straneo tra l’Avv. Straneo , la moglie Donna Margherita, e Luigia Straneo in occasione dell’arrivo della lettera diffamatoria nei confronti di Gaspare Nicolosi. L’arredamento consiste di un’ampia scrivania in stile posta in fondo al proscenio; più avanti ci saranno tre sedie e un basso tavolino sempre in stile ottocentesco, se non reperibili in stile Luigi XVI.

 

Luigia (in tono drammatico, restituendo la lettera al padre)

- No, padre, io non credo a una sola parola di quello che c’è scritto in questa lettera!!!

 

Avv. Straneo (in tono paterno)

-  Mi dispiace figlia mia! Cerca di aprire gli occhi davanti alla realtà!!!

 

Luigia

- E la verità sarebbero le falsità di quella lettera??? Mamma diteglielo anche voi che non si può credere ad occhi chiusi alla lettera di una persona sconosciuta!!!

 

Avv. Straneo

-         Veramente lo sconosciuto qui è proprio questo Gaspare non so che; quel garibaldino siciliano che vorrebbe sposarsi con mia figlia !!!

Luigia (gettandosi tra le braccia della madre singhiozzando)

-         Oh mamma, ma io lo amo e so che lui non mi inganna!!!!

(esce con un’ultima, fuggevole  carezza della mamma)

5. continua…

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Scena Terza

 

Nel salone delle feste del circolo ufficiali del 48° reggimento Piemonte  fanteria di Alessandria si balla un walzer.

I garibaldini indossano ormai l’elegante divisa degli ufficiali piemontesi e mischiati ai vecchi colleghi, ballano con le giovani dame della borghesia alessandrina convenute per dare il benvenuto ai nuovi ufficiali e festeggiare così l’unità d’Italia. Ad un certo punto le coppie, venuta a cessare la musica, si disporranno su due ali laterali: donne a destra e uomini a sinistra.

Luigia Straneo comincerà a cantare l’aria di benvenuto.

ARIA DI LUIGIA

(soprano)

Benvenuti o Garibaldini

benvenuti qui dove son nata!

Benvenuti o figli d’Italia

nella terra che adesso s’inasta

alle terre da sempre sorelle

verso il mare che confini non ha!!

Mentre si formano le nuove coppie e riprende il ballo, i quattro amici, ora in uniforme regia, si ritrovano al centro della scena.

Gaspare

- Che  bella voce! E che incantevole creatura! Sapete per caso come si chiami?

Leopoldo

- Io no, ma Lorenzo e Francesco forse ne possono sapere più di me!

Lorenzo

- Parlate di Luigia Straneo?

Francesco

- Hei,  Gaspare, punti in alto tu!

Gaspare

- In che senso?

Lorenzo

Quella è la figlia primogenita dell’avv. Sebastiano Straneo, ricco viticultore del Monferrato e cavaliere di casa Savoia!

Leopoldo

E bravo Gaspare! Lì troveresti sticchiu, sordi, e cosett’e sida!!!

Gaspare

- Amici, il vostro Gaspare, quando cerca la donna della vita ha ben altro per la testa!

Lorenzo

- E quindi?

Gaspare

-Quindi se potete, fatemi sapere se si tratta di donna dalla irreprensibile condotta oppure no!

Francesco

Ohè! Ma allora fai sul serio?

Leopoldo

- Colpo di fulmine fu!

Gaspare

- E già! Un siciliano quando s’innamora fa sempre sul serio!

ARIA DI GASPARE

(Tenore)

Quando lasciai Mazara

a seguito di Garibaldi

lo feci per amor dell’avventura:

la gloria fu il mio compenso!

Ma anche sotto l’uniforme regia

pulsa il mio cuore intrepido;

Ove non potè il Borbone infame

vinsero i suoi occhi, i suoi capelli biondi

e la sua voce infine lo espugnò!

fine scena terza

…continua…

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Scena Seconda

(Gaspare e tre suoi amici garibaldini giocano ai dadi)

Lorenzo Bardi:  (intascando i soldi in tono gioviale) – Hai perso ancora Gaspare! Oggi la fortuna è con me;

Francesco Lotti: (dando una pacca sulle spalle a Gaspare) -Sfortunato al gioco, fortunato in amore!

Gaspare Nicolosi : -Tutti ai bagni,amici! Oggi è giorno di festa!

Leopoldo Gast:  (dispiegando un foglio) – Il proclama del generale Garibaldi parla chiaro: il re gli ha promesso che saremo arruolati nell’esercito regio con il grado che ci compete!

F.L.:  ( impettito in una posa buffonesca)

Adesso siamo ufficiali del re!

L.G. (Cs) : – Caro Gaspare avrai un intero stipendio reale da spendere ai dadi e alle carte…

Gaspare: –  (dirigendosi ai bagni)… e alle donne!

I quattro si avvieranno ai bagni intonando slogans scurrili e goliardici.

2. continua…

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Musical con un prologo, un atto e 13 scene di ignazio salvatore  basile tratto dal romanzo  omonimo dello stesso autore.

Tra la scena Undicesima e la scena Dodicesima trascorre circa un anno.

Personaggi e interpreti

Gaspare Nicolosi: Ufficiale garibaldino

Luigia Straneo: Innamorata di Gaspare

Avv. Sebastiano Straneo: padre di Luigia

Margherita Doria: Moglie del precedente e madre di Luigia

Bartolo Straneo: cugino di Luigia e imprenditore

Lorenzo Bardi: collega garibaldino di Gaspare

Francesco Lotti: altro collega garibaldino

Leopoldo Gast: altro garibaldino

Pietro Massari: altro innamorato di Luigia e socio in affari di Bartolo

Emilio Ferrarini: altro socio in affari ed amico di Bartolo

Carletto: Cameriere in casa Straneo

Maitresse dei Bagni

Signorine dei Bagni

Soldati ai Bagni

Ballerini e Ballerine

Prologo

Su uno sfondo che ritrae l’immagine o la scultura di Giuseppe Garibaldi  che consegna le chiavi del Regno delle Due Sicilie al Re Vittorio Emanuele II un gruppo di garibaldini gozzoviglia e balla in un bordello di lusso.

Siamo a Teano ad ottobre del 1860.

Sullo sfondo si legge un cartello con la scritta ” Taverna Catena- Bagni per militari- Città di Teano”.

Sulla sinistra una maitresse stacca biglietti per il piano superiore (Ai Bagni);

sulla destra un gruppo di ragazze balla un ballo sensuale in abiti discinti osservate bramosamente da un pari numero di militari che le incitano a svestirsi un po’ di più durante il ballo, in una sorta di spogliarello improvvisato;

al centro Gaspare ed altri garibaldini giocano a dadi;

ad un certo punto la musica e i balli cesseranno e i militari con le ballerine saliranno “Ai Bagni” dopo aver pagato il biglietto di ingresso alla maitresse”

Scena Prima

(Di fronte al proscenio, proprio davanti a Gaspare ed ai suoi amici che giocano ai dadi, le dame del Bagni della Taverna Catena si esibiscono in una danza sfrenata e sensuale incitate dai soldati.

Primo soldato: – Dai, bella! Giù quei veli!!!

Secondo soldato: – Sei meglio della moglie del mio comandante!!!

Terzo soldato: – Oggi conoscerai come carica un soldato di fanteria!!!

Quarto Soldato: – Io sono un fante d’assalto e voglio espugnare monti e colline!!!

Le risate e i balli continueranno per un tratto; poi, cessata la musica, soldati e dame si recheranno alla biglietteria.

Maitresse: Signorine belle andate pure su a prepararvi. I vostri cavalieri vi raggiungeranno presto.

Primo soldato: – Ci puoi giurare, vecchia megera!!!

Maitresse:- (in tono di finta offesa)Piano con le confidenze, soldatino! Per tua norma e regola io sono la Maitresse!!!

Secondo soldato: Certo, come io sono il conte di Cavour!!!

Terzo: E io sua cugina  la marchesa di Castiglione.

Maitresse (c.s.ai soldati che si appressano ad entrare verso il piano superiore): Piano soldatini! Una lira a testa per il servizio completo!!!

Quarto soldato:  (imitato dai compagni pagherà la sua lira) Prego sciura la Madama! E spero che le sue damine se la sappiano guadagnare.

Maitresse (intascando i danari): Le mie damine son le più belle e le più brave della regione, cari i miei soldatini!!!

Primo soldato: (facendo per salire dopo aver pagato) Beh, poi le sapremo dire siora Maitresse!!!(escono)

1. continua…

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L’Epopea dei  Mille e le camicie rosse (1859-1861)

Se Garibaldi è il leone, coraggioso e combattivo, Cavour è la volpe, l’astuzia e l’attesa!

Cavour, presidente del governo del Regno di Sardegna, si   impegna nella guerra di Crimea per essere più vicino alla Francia di Napoleone III. A seguito di Plombières,  trattato di alleanza tra la Francia e la Sardegna, Cavour provoca  un attacco da parte dell’Austria,  per consentire l’attivazione dell’accordo di assistenza da parte della Francia.
Così Cavour sta sviluppando una serie di provocazioni, e l’Austria cadde nella trappola.

Il 26 Aprile 1859, l’Austria apre così le ostilità contro il Piemonte, ciò che innesca le condizioni di esecuzione dell’alleanza franco-sarda. Il 27 aprile 1859, gli austriaci hanno attraversato il confine del Ticino, e lo stesso giorno, i francesi hanno attraversato le Alpi.

Nel 1858-1859, Cavour e Garibaldi si vedono per la prima volta nel 1856. Lo statista sabaudo prevede di utilizzarlo attivamente nella guerra imminente, mettendolo a capo di volontari. I 3.200 uomini reclutati da Garibaldi diventano, il 17 marzo, il corpo dei Cacciatori delle Alpi sotto l’autorità del generale Cialdini. Garibaldi è  nominato maggiore generale. Per la prima volta incontra  Vittorio Emanuele II.

Il rapporto tra Garibaldi e Cavour soddisfa le esigenze della situazione fino alla fine della seconda guerra d’indipendenza (1859). Garibaldi supporta l’azione di governo e la preparazione del conflitto per  espellere l’Austria, mentre  Garibaldi propugna  il supporto per l’insurrezione lombarda per provocare la guerra.

I primi disaccordi appaiono poco dopo, soprattutto quando Cavour cede Nizza alla  Francia, nel 1860. E più tardi ancora, prima della morte di Cavour, Garibaldi, dopo avere  fortemente criticato il governo italiano perchè  vorrebbe sciogliere l’esercito del sud che ha partecipato alla spedizione dei Mill  (Garibaldi otterrà dal re l’immissione dei garibaldini nei ranghi dell’esercito regio ma, come diremo in seguito, Cavour boicotterà in parte questo accordo).

Ma torniamo al 1859 . Garibaldi, quindi, assume la difesa del  Lago Maggiore con il permesso di reclutare nuovi volontari. Il 23 maggio, ha iniziato una campagna di successo nel nord della Lombardia. Il 26 maggio, egli spinge il generale comandante austriaco  a Varese e dopo avere sconfitto l’esercito austriaco nella battaglia di San Fermo, prende la città di Como. Per le sue azioni, è stato insignito della medaglia d’oro al valor militare.  The Times riferisce le sue imprese e Marx ed Engels parlano regolarmente sul New York Daily Tribune delle imprese di Garibaldi.

L’8 Luglio 1859, Napoleone III firma l’armistizio  ponendo fine alla seconda guerra di indipendenza italiana. La Lombardia è unita al Regno di Sardegna, mentre Venezia rimane austriaca. Alcuni piccoli ducati (Firenze, Parma, Bologna, Modena) dichiarano la loro annessione al Regno di Sardegna e il 10 agosto, una lega militare è  affidata a Garibaldi, che ne accetta il comando, dopo le dimissioni dall’esercito sardo.

Questo ruolo di  organizzatore,  operativo in nulla, nonè  adatto a Garibaldi.  Torino manda così Manfredo Fanti a sostituire Garibaldi. Sotto l’autorità di Franti, è quindi in grado di svolgere l’azione per la quale egli chiede il supporto di Mazzini, tentando una invasione delle Marche e dell’Umbria pontificia. Una serie di decisioni contraddittorie lo porteranno a dimettersi il 15 novembre, su richiesta di Vittorio Emanuele II.

Nel mese di aprile 1860 Garibaldi fu chiesto di dirigere una spedizione per sostenere la rivolta iniziata a Palermo, Sicilia. Dopo qualche esitazione, ha deciso di partecipare alla invasione del Regno delle Due Sicilie, il numero di volontari ha raggiunto un migliaio di uomini, che ha dato il nome alla società leggendaria. Garibaldi è supportato con cautela da parte del governo del Regno di Sardegna.

L’imbarco delle truppe, avviene  la notte del 5 maggio a Quarto, vicino a Genova, e il viaggio comincia in disordine, senza munizioni e scarsità di carbone. L’11 maggio, le due navi, Piemonte e Lombardo,  arrivano in Sicilia e sbarcano a Marsala, godendo della protezione di due navi inglesi che entrano nel porto. Non di meno le navi borboniche, come dice Garibaldi nelle sue Memorie, sparano contro  i  Garibaldini, già sbarcati, ma senza successo.

Il combattimento svolge  a vantaggio di Garibaldi aiutato dai siciliani: vincono a Calatafimi il 15 maggio 1860, entrano vittoriosi a  Palermo il 27 maggio e risultano vincitori  nei pressi dello Stretto di Messina, a Milazzo, il 20 luglio.

Dal mese di maggio, Garibaldi si proclamò dittatore (nel senso romano del termine), in nome di Vittorio Emanuele II, e nel mese di giugno, ha formato un governo. Pertanto, Garibaldi continua la sua conquista del continente e marcia su Napoli, che  prende il 7 SET 1860.

Cavour ha organizzato una spedizione per impedire il consolidamento del potere Garibaldi, temendo che egli  formi una repubblica. Le truppe piemontesi combattono le truppe pontificie a Castelfidardo. Garibaldi affronta e sconfigge i 20.000 soldati dell’esercito dei Borboni a Volturno.

I plebisciti in Sicilia e di Napoli ratificano l’annessione del Regno delle Due Sicilie in favore del  Piemonte. Il 26 ottobre nei pressi di Teano Garibaldi incontra Vittorio Emanuele II e lo saluta  come il Re d’Italia.

Il 9 nov 1860, Garibaldi si ritira a Caprera dopo aver rifiutato tutte le ricompense, ciò che affascina i suoi contemporanei quasi quanto la sua attività.

Garibaldi è il vero artefice della unificazione del Regno d’Italia, il quale è solennemente   proclamato 17 marzo, 1861.

Quando egli entra  all’interno del parlamento italiano, dopo essere stato eletto deputato nel  primo parlamento italiano, i deputati accolgono il suo ingresso con una ovazione.

Questa è l’occasione per lui di prendere una posizione, ha espresso il suo disaccordo con il rifiuto delle autorità e in particolare di Fanti, ministro della guerra, di integrare i volontari dell’esercito meridionale nell’esercito regolare.

Cavour reagisce violentemente chiedendo invano, al presidente della Camera di Rattazzi di richiamare all’ ordine Garibaldi. La riunione è sospesa. Nino Bixio tenta nei giorni successivi una riconciliazione . Garibaldi, che è tornato a Caprera, ottiene un successo parziale. Dopo pochi giorni, molti dei suoi ufficiali e parte dell’esercito meridionale sono integrati.

A tal proposito mi sia consentita una digressione e una autocitazione: ho scritto un romanzo sulla storia vera di un Garibaldino siciliano, chiamato Gaspare Nicolosi, che è stato integrato nell’esercito regolare e che ha fatto carriera  fino al gradi di colonnello!
La  nipote del Garibaldi, che mi ha contato la storia, si chiamava Silvia Nicolosi, e viveva a Cagliari dove è morta a  100 anni nel 2012! Il romanzo è stato pubblicato con il titolo  “Un amore Garibaldino” che ha dato il  titolo anche a un  musical  che spero venga  rappresentato al più presto!

Cavour morì il 6 giugno, senza che i rapporti con il nostro eroe siano migliorate.
Il suo triste destino: ha visto l’Italia unita e subito dopo è avvenuta la sua morte. Questa è la vita, cari amici!

… continua…

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Capitolo Nono

Luigia Straneo era la primogenita delle tre figlie che erano nate dal matrimonio di Sebastiano e Margherita Doria.

Forse non era la più bella ma sicuramente era la più intelligente, la più estroversa e la più pudica e osservante delle tre.

Ma non furono certo queste tre doti, che pur acquistarono un peso determinante in un secondo momento, a colpire di primo acchito Gaspare Nicolosi.

Il focoso e passionale siciliano, almeno inizialmente, era rimasto incantato dalla voce della ragazza, che aveva sentito cantare divinamente ad un ricevimento per i neo-promossi ufficiali del Regno, oltre che dalle sue forme rotonde e generose, che gli ricordavano tanto le donne della sua amata isola.

Il resto lo fecero certamente quelle doti e complessivamente la personalità della più matura delle sorelle Stranèo.

L’intelligenza di Luigia la portava ad ascoltare più che a chiacchierare; ed a Gaspare Nicolosi non dispiaceva affatto essere ascoltato, dato che essendo nato in una famiglia assai numerosa, tempo di ascoltarlo in casa sua non ce n’era mai stato abbastanza; la sua estroversione, d’altro canto, compensava il carattere fondamentalmente introverso di Gaspare Nicolosi; e in quanto alla ferrea osservanza cattolica, che per Luigia Stranèo non era un fatto di costume ma di autentica vocazione interiore, per Gaspare Nicolosi costituiva una sorta di recupero di quei valori che la sua prima educazione e soprattutto sua madre, gli avevano inculcato sin da piccolo, ma che lui, abbandonando la famiglia per seguire Garibaldi, aveva voluto deliberatamente e apertamente rinnegare.

Insomma i due giovani erano i classici opposti che però si attraevano a vicenda.

Ma Luigia, in particolare, non avrebbe mai scelto di accettare la corte del valoroso siciliano se le sue doti e le sue caratteristiche personali non le avessero ricordato la personalità di un cugino, con il quale lei era cresciuto e che aveva voluto bene come ad un fratello; il quale cugino, unico dei tre figli di un suo zio paterno, aveva abbandonato carriera e agi borghesi, per seguire proprio Giuseppe Garibaldi sin dalle sue prime avventure libertarie e che Luigia, una volta venutogli a mancare, rivide nella personalità altrettanto avventurosa e leale del suo corteggiatore siciliano.

Anche se in effetti i due garibaldini non si incontrarono mai sui campi di battaglia e si conobbero soltanto in maniera superficiale quando Lionello aveva ormai i giorni contati.

Infatti mentre Gaspare Nicolosi si faceva onore nel modo che abbiamo già narrato, Lionello, nella stessa battaglia di Calatafimi, era stato ferito in modo serio, seppure apparentemente non gravissimo, e quindi insieme ad una trentina di altri feriti aveva preso la via del rientro a casa.

Un solido e fraterno legame univa Luigia a suo cugino Lionello, molto più che ai due suoi fratelli (Bartolo, il più piccolo e Aimone il maggiore).

Lionello, oltre che essere in maniera assoluta il più intelligente e capace dei tre fratelli Stranèo, condivideva con la cugina un estro artistico particolare al punto che, quando Lionello ebbe la geniale idea di abbellire e rivoluzionare l’etichettatura della cospicua produzione vinicola che gli Stranèo ottenevano dalla loro tenute viticole del Monferrato, l’unica a credere veramente in lui e ad affiancarlo nel lavoro artistico e manuale, alla ricerca dei disegni da inserire nelle spente ed anonime etichette, fu proprio Luigia, anche se la madre di Lionello, in cambio del finanziamento che il figlio richiese per mettere in piedi un laboratorio di stampa e grafica (con tanto di operai e addetti per la produzione in proprio delle etichette) pretese ed ottenne che venisse inserito nella direzione della stamperia il figlio minore Bartolo che, in attesa di prestare il servizio militare di leva, frequentava con scarsi risultati e poca convinzione la Facoltà di Scienze Matematiche dell’Università di Pavia dove, se non altro, qualche nozione di disegno doveva pur averla ricevuta.

Sfruttando una legge favorevole del 1855 Lionello era riuscito poi, tra un intervallo e l’altro delle sue campagne a fianco di Garibaldi, a far riconoscere e tutelare a livello legale una tecnica grafica di disegno e riproduzione assai innovativa che si rivelò, contrariamente alle aspettative di tutto il parentado, un notevole successo commerciale, tale da conquistare il mercato, attirando l’interesse degli altri produttori di vino in bottiglia.

Quando anni dopo l’ingegnoso inventore seppe di avere i mesi contati, la sua geniale invenzione, che aveva conquistato tutti i mercati del nuovo Regno d’Italia, al punto che la nuova stamperia di famiglia si era dovuta trasferire in un capace locale del centro ed occupava, tra grafici e operai, una ventina di dipendenti, lo aveva di già reso un uomo ricco e di successo.

Lionello non amava il danaro; Luigia lo sapeva, perché sin da ragazzo aveva mostrato un’attitudine quasi vicina alla prodigalità; e non solo nello spendere danaro a piene mani si era mostrato prodigo, ma anche nello sperperare la sua salute, la sua giovane vita; nel consumarsi nei vizi e per i vizi; con le donne, nell’alcool, nel gioco, nella guerra; Luigia ricordava bene quando da ragazzo sfidava la morte, in ogni occasione, fosse un tuffo nell’acqua di un fiume da un’altezza straordinaria, o il lanciarsi (e a volte nel fare finta di lanciarsi per impaurirla) nel vuoto; o lanciando a folle corsa il calesse di casa sua; forse godeva a sentirla supplicare di stare attento, di non farlo, per carità di Dio e per amor suo, che gli voleva bene come una sorella; ma Lionello ne usciva sempre indenne e più spavaldo che mai; era arrivato a confidarle che tanto lui si sarebbe accontentato di vivere sino a quarant’anni, purché avesse vissuto a modo suo, godendo di ogni piacere, correndo ogni rischio, accettando e lanciando ogni e qualsiasi sfida, a Dio, alla sorte, alla vita.

E anche adesso che era diventato ricco di suo, mostrava ancora totale disinteresse per i soldi; e non li considerava affatto, se non in funzione dei piaceri che egli poteva ottenere spendendoli. In questo lui si sentiva simile al condottiero Giuseppe Garibaldi, che teneva in sommo dispregio il danaro, l’interesse personale ed il profitto; ciò che aveva portato Luigia, insieme alle gesta che il cugino le narrava in tono ammirato ed esaltante, ad apprezzare intimamente quel leggendario Garibaldi che, tuttavia, in casa sua, non godeva di molte simpatie, soprattutto da parte di suo padre.

Ma quel che a Lionello faceva più male, come confidò segretamente a Luigia in quella splendida mattina primaverile, che solo a respirarla faceva amare la vita al più disgraziato degli uomini, quando le aveva chiesto, procurandole una strana inquietudine che solo dopo comprese, di accompagnarlo per una passeggiata in carrozza, non era il pensiero di tutti quei soldi che aveva già fruttato la sua invenzione (e di quelli che prometteva di fruttare ancora di più in futuro ) e di cui lui non avrebbe potuto godere; e neppure il fatto che non avrebbe più indossato quella camicia rossa, lottando a fianco del suo generale, per portare a termine la missione di unificare l’Italia che Garibaldi si era prefisso, strappando Roma ai preti e Venezia agli Austriaci.

Quel che gli aveva quasi sussurrato, mentre Luigia ignara godeva follemente della sua compagnia, lungo i viali con gli alberi già in fiore della sua città, era il pensiero che se ne stava andando, lasciando la cosa più preziosa che la vita gli aveva dato e di cui solo adesso, a un passo dalla morte, capiva l’importanza: una figlia di quattro anni.

Quella notizia, che lei cercò disperatamente di fargli confessare come uno dei suoi soliti scherzi, architettati per farle paura, la sconvolse tanto da farla piangere.

Anche la delusione di essere stata tenuta all’oscuro da quella paternità che lei avrebbe accettato con lo stesso amore sincero che provava per lui, scomparve di fronte alla terribile notizia che suo cugino aveva una malattia incurabile che lo avrebbe presto portato alla morte.

E mentre quelle lacrime amare le rigavano il volto senza più ritegno, lui le chiedeva di interessarsi in prima persona di quella sua creatura che, almeno, perdendo il padre, si ritrovasse a fianco un riferimento affettivo sicuro (dato che la madre, non avrebbe potuto sopperire in tutto e dato che comunque il suo affetto, in aggiunta a quello della madre, non avrebbe di sicuro nuociuto alla sua bimba) e una persona fidata e onesta che amministrasse oculatamente i suoi beni di famiglia e quei profitti tanto copiosi quanto inaspettati, sino alla sua maggiore età.

Quando aveva capito che quella notizia atroce non era una delle sue burle, ancora scossa dal pianto e affranta dal dolore, Lionello, che da par suo riuscì a ribattere a tutte le sue obiezioni, vincendo la sua paura di non essere all’altezza di un simile incarico, le fece promettere che si sarebbe interessata all’educazione e alla crescita della sua bambina, pregandola di mantenere il segreto che nel suo testamento l’avrebbe nominata tutrice e curatrice dei beni che avrebbe lasciato a sua figlia.

Luigia promise, anche se in cuor suo sperava che i medici si fossero sbagliati e che per lui, col tempo, si trovasse qualche nuova cura.

Ma così non fu.

Luigia si ritrovò praticamente sulle spalle il peso dell’educazione di una bambina di quattro anni (che contava di condividere con la madre, ma che invece, forse affetta dallo stesso morbo del cugino, o magari angosciata dalla prematura dipartita di quel suo grande amore, dopo neanche un anno, morì anch’essa) e l’amministrazione di un patrimonio immobiliare, societario e finanziario che diveniva sempre più cospicuo (per la qual cosa, ad ogni buon conto, vista la sua completa inesperienza, come d’altronde aveva previsto suo cugino, poteva contare su suo padre; anche se, come si dirà più avanti, Lionello, nonostante la sua capacità precognitiva nell’escludere i fratelli dalla previsione testamentaria, non riuscì a impedire del tutto che i fratelli superstiti, seppure con le difficoltà e gli ostacoli che quella previdente designazione comportava, mettessero le mani sul patrimonio della infelice minore).

Una domanda angustiava però segretamente Luigia: ma quel giovane siciliano, che tanto si era mostrato interessato a lei, al punto da manifestare l’intenzione di chiedere la sua mano, avrebbe accettato quella situazione?

…continua…

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Capitolo Sesto

Luigia Straneo era la primogenita delle tre figlie che erano nate dal matrimonio di Sebastiano e Margherita Doria.

Forse non era la più bella ma sicuramente era la più intelligente, la più estroversa e la più pudica e osservante delle tre.

Ma non furono certo queste tre doti, che pur acquistarono un peso determinante in un secondo momento, a colpire di primo acchito Gaspare Nicolosi.

Il focoso e passionale siciliano, almeno inizialmente, era rimasto incantato dalla voce della ragazza, che aveva sentito cantare divinamente ad un ricevimento per i neo-promossi ufficiali del Regno, oltre che dalle sue forme rotonde e generose, che gli ricordavano tanto le donne della sua amata isola.

Il resto lo fecero certamente quelle doti e complessivamente la personalità della più matura delle sorelle Straneo.

L’intelligenza di Luigia la portava ad ascoltare più che a chiacchierare; ed a Gaspare Nicolosi non dispiaceva affatto essere ascoltato, dato che essendo nato in una famiglia assai numerosa, tempo di ascoltarlo in casa sua non ce n’era mai stato abbastanza; la sua estroversione, d’altro canto, compensava il carattere fondamentalmente introverso di Gaspare Nicolosi; e in quanto alla ferrea osservanza cattolica, che per Luigia Stranèo non era un fatto di costume ma di autentica vocazione interiore, per Gaspare Nicolosi costituiva una sorta di recupero di quei valori che la sua prima educazione e soprattutto sua madre, gli avevano inculcato sin da piccolo, ma che lui, abbandonando la famiglia per seguire Garibaldi, aveva voluto deliberatamente e apertamente rinnegare.

Insomma i due giovani erano i classici opposti che però si attraevano a vicenda.

Ma Luigia, in particolare, non avrebbe mai scelto di accettare la corte del valoroso siciliano se le sue doti e le sue caratteristiche personali non le avessero ricordato la personalità di un cugino, con il quale lei era cresciuto e che aveva voluto bene come ad un fratello; il quale cugino, unico dei tre figli di un suo zio paterno, aveva abbandonato carriera e agi borghesi, per seguire proprio Giuseppe Garibaldi sin dalle sue prime avventure libertarie e che Luigia, una volta venutogli a mancare, rivide nella personalità altrettanto avventurosa e leale del suo corteggiatore siciliano.

Anche se in effetti i due garibaldini non si incontrarono mai sui campi di battaglia e si conobbero soltanto in maniera superficiale quando Lionello aveva ormai i giorni contati.

Infatti mentre Gaspare Nicolosi si faceva onore nel modo che abbiamo già narrato, Lionello, nella stessa battaglia di Calatafimi, era stato ferito in modo serio, seppure apparentemente non gravissimo, e quindi insieme ad una trentina di altri feriti aveva preso la via del rientro a casa.

Un solido e fraterno legame univa Luigia a suo cugino Lionello, molto più che ai due suoi fratelli (Bartolo, il più piccolo e Aimone il maggiore).

Lionello, oltre che essere in maniera assoluta il più intelligente e capace dei tre fratelli Straneo, condivideva con la cugina un estro artistico particolare al punto che, quando Lionello ebbe la geniale idea di abbellire e rivoluzionare l’etichettatura della cospicua produzione vinicola che gli Stranèo ottenevano dalla loro tenute viticole del Monferrato, l’unica a credere veramente in lui e ad affiancarlo nel lavoro artistico e manuale, alla ricerca dei disegni da inserire nelle spente ed anonime etichette, fu proprio Luigia, anche se la madre di Lionello, in cambio del finanziamento che il figlio richiese per mettere in piedi un laboratorio di stampa e grafica (con tanto di operai e addetti per la produzione in proprio delle etichette) pretese ed ottenne che venisse inserito nella direzione della stamperia il figlio minore Bartolo che, in attesa di prestare il servizio militare di leva, frequentava con scarsi risultati e poca convinzione la Facoltà di Scienze Matematiche dell’Università di Pavia dove, se non altro, qualche nozione di disegno doveva pur averla ricevuta.

Sfruttando una legge favorevole del 1855 Lionello era riuscito poi, tra un intervallo e l’altro delle sue campagne a fianco di Garibaldi, a far riconoscere e tutelare a livello legale una tecnica grafica di disegno e riproduzione assai innovativa che si rivelò, contrariamente alle aspettative di tutto il parentado, un notevole successo commerciale, tale da conquistare il mercato, attirando l’interesse degli altri produttori di vino in bottiglia.

Quando anni dopo l’ingegnoso inventore seppe di avere i mesi contati, la sua geniale invenzione, che aveva conquistato tutti i mercati del nuovo Regno d’Italia, al punto che la nuova stamperia di famiglia si era dovuta trasferire in un capace locale del centro ed occupava, tra grafici e operai, una ventina di dipendenti, lo aveva di già reso un uomo ricco e di successo.

Lionello non amava il danaro; Luigia lo sapeva, perché sin da ragazzo aveva mostrato un’attitudine quasi vicina alla prodigalità; e non solo nello spendere danaro a piene mani si era mostrato prodigo, ma anche nello sperperare la sua salute, la sua giovane vita; nel consumarsi nei vizi e per i vizi; con le donne, nell’alcool, nel gioco, nella guerra; Luigia ricordava bene quando da ragazzo sfidava la morte, in ogni occasione, fosse un tuffo nell’acqua di un fiume da un’altezza straordinaria, o il lanciarsi (e a volte nel fare finta di lanciarsi per impaurirla) nel vuoto; o lanciando a folle corsa il calesse di casa sua; forse godeva a sentirla supplicare di stare attento, di non farlo, per carità di Dio e per amor suo, che gli voleva bene come una sorella; ma Lionello ne usciva sempre indenne e più spavaldo che mai; era arrivato a confidarle che tanto lui si sarebbe accontentato di vivere sino a quarant’anni, purché avesse vissuto a modo suo, godendo di ogni piacere, correndo ogni rischio, accettando e lanciando ogni e qualsiasi sfida, a Dio, alla sorte, alla vita.

E anche adesso che era diventato ricco di suo, mostrava ancora totale disinteresse per i soldi; e non li considerava affatto, se non in funzione dei piaceri che egli poteva ottenere spendendoli. In questo lui si sentiva simile al condottiero Giuseppe Garibaldi, che teneva in sommo dispregio il danaro, l’interesse personale ed il profitto; ciò che aveva portato Luigia, insieme alle gesta che il cugino le narrava in tono ammirato ed esaltante, ad apprezzare intimamente quel leggendario Garibaldi che, tuttavia, in casa sua, non godeva di molte simpatie, soprattutto da parte di suo padre.

Ma quel che a Lionello faceva più male, come confidò segretamente a Luigia in quella splendida mattina primaverile, che solo a respirarla faceva amare la vita al più disgraziato degli uomini, quando le aveva chiesto, procurandole una strana inquietudine che solo dopo comprese, di accompagnarlo per una passeggiata in carrozza, non era il pensiero di tutti quei soldi che aveva già fruttato la sua invenzione (e di quelli che prometteva di fruttare ancora di più in futuro ) e di cui lui non avrebbe potuto godere; e neppure il fatto che non avrebbe più indossato quella camicia rossa, lottando a fianco del suo generale, per portare a termine la missione di unificare l’Italia che Garibaldi si era prefisso, strappando Roma ai preti e Venezia agli Austriaci.

Quel che gli aveva quasi sussurrato, mentre Luigia ignara godeva follemente della sua compagnia, lungo i viali con gli alberi già in fiore della sua città, era il pensiero che se ne stava andando, lasciando la cosa più preziosa che la vita gli aveva dato e di cui solo adesso, a un passo dalla morte, capiva l’importanza: una figlia di quattro anni.

Quella notizia, che lei cercò disperatamente di fargli confessare come uno dei suoi soliti scherzi, architettati per farle paura, la sconvolse tanto da farla piangere.

Anche la delusione di essere stata tenuta all’oscuro da quella paternità che lei avrebbe accettato con lo stesso amore sincero che provava per lui, scomparve di fronte alla terribile notizia che suo cugino aveva una malattia incurabile che lo avrebbe presto portato alla morte.

E mentre quelle lacrime amare le rigavano il volto senza più ritegno, lui le chiedeva di interessarsi in prima persona di quella sua creatura che, almeno, perdendo il padre, si ritrovasse a fianco un riferimento affettivo sicuro (dato che la madre, non avrebbe potuto sopperire in tutto e dato che comunque il suo affetto, in aggiunta a quello della madre, non avrebbe di sicuro nuociuto alla sua bimba) e una persona fidata e onesta che amministrasse oculatamente i suoi beni di famiglia e quei profitti tanto copiosi quanto inaspettati, sino alla sua maggiore età.

Quando aveva capito che quella notizia atroce non era una delle sue burle, ancora scossa dal pianto e affranta dal dolore, Lionello, che da par suo riuscì a ribattere a tutte le sue obiezioni, vincendo la sua paura di non essere all’altezza di un simile incarico, le fece promettere che si sarebbe interessata all’educazione e alla crescita della sua bambina, pregandola di mantenere il segreto che nel suo testamento l’avrebbe nominata tutrice e curatrice dei beni che avrebbe lasciato a sua figlia.

Luigia promise, anche se in cuor suo sperava che i medici si fossero sbagliati e che per lui, col tempo, si trovasse qualche nuova cura.

Ma così non fu.

Luigia si ritrovò praticamente sulle spalle il peso dell’educazione di una bambina di quattro anni (che contava di condividere con la madre, ma che invece, forse affetta dallo stesso morbo del cugino, o magari angosciata dalla prematura dipartita di quel suo grande amore, dopo neanche un anno, morì anch’essa) e l’amministrazione di un patrimonio immobiliare, societario e finanziario che diveniva sempre più cospicuo (per la qual cosa, ad ogni buon conto, vista la sua completa inesperienza, come d’altronde aveva previsto suo cugino, poteva contare su suo padre; anche se, come si dirà più avanti, Lionello, nonostante la sua capacità precognitiva nell’escludere i fratelli dalla previsione testamentaria, non riuscì a impedire del tutto che i fratelli superstiti, seppure con le difficoltà e gli ostacoli che quella previdente designazione comportava, mettessero le mani sul patrimonio della infelice minore).

Una domanda angustiava però segretamente Luigia: ma quel giovane siciliano, che tanto si era mostrato interessato a lei, al punto da manifestare l’intenzione di chiedere la sua mano, avrebbe accettato quella situazione?

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