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Nel viaggio di ritorno mio padre mi informò che aveva comprato un appartamento e un locale commerciale nel centro di Cagliari (a 5 minuti dalla Stazione Centrale, tenne a precisare). Nel primo ci saremmo trasferiti io, mia mamma e tutti i fratelli più piccoli. Nel secondo avrebbe aperto una gioielleria in società con i tre figli maggiori, attuali coadiuvanti nell’azienda di famiglia; il mio buon vecchio si aspettava che anche io avrei aderito alla società in qualità di contabile, una volta diplomatomi; contava inoltre che io affiancassi mia mamma nella cura dei fratelli più piccoli, per quando riguarda il buon esempio, lo studio e la frequenza a scuola, la buona educazione in casa. Mia madre non parlò, limitandosi ad assentire; e quando mia madre non parlava (ciò che accadeva raramente, in quanto i contrasti con mio padre erano frequenti; ) voleva dire che condivideva tutto ciò che mio padre aveva detto.

Ma i progetti ambiziosi di mio padre erano destinati ad infrangersi, come poi si sarebbero infranti, sugli scogli delle incomprensioni con il mio fratello maggiore e suo primogenito Pietro Marino che noi tutti chiamavamo Marino o, ancor più semplicemente Rino.

Era questo mio fratello un ragazzo dal cuore d’oro, tanto intelligente quanto capace nel lavoro di orologiaio e di commerciante. Avrebbe voluto studiare ma mio padre lo ritirò da scuola alla fine del primo ciclo di studi (prima del 1962 si poteva fare perché, sino a quell’anno, quando entrò in vigore la legge che unificava la scuola media obbligatoria per tutti sino ai quattoridici anni, la scuola dell’obbligo finiva a dieci anni e si poteva comunque sostituire con l’apprendistato in una delle professioni artigianali assai diffuse, al tempo, più di oggi).

Il povero Marino si ritrovò così, all’età di dieci anni, alla dura scuola di mio padre. E che fosse dura la scuola nella sua bottega di orologiaio non c’è dubbio. Basti sapere che le parole e persino  i respiri andavano dosati nella giusta misura, così come i colpi con gli speciali martelletti da orologiaio con cui talvolta occorreva coadiuvare mio padre, per spunzonare o ribadire una parte meccanica o un pezzo dei complessi congegni di misurazione del tempo nella cui riparazione mio padre era riconosciuto, in tutta la provincia di Cagliari e anche oltre,  come un vero maestro.

Tra i miei fratelli orologiai Marino fu l’unico che potè dire di avere acquisito l’arte orologiaia paterna in pieno; era l’unico che sapeva infatti riparare i pendoli e costruire con le sue mani un pezzo di ricambio; anche se  questa manualità eccelsa non fu più necessaria dopo la guerra, quando i mercati si aprirono e il boom econmico consentì all’Italia di importare  dalla   Svizzera (allora primo e unico produttore mondiale nel settore),  in grande quantità,  ogni tipologia di ricambio di orologi e sveglie.

Ma il suo carattere volitivo,  ricco di ingegno e d’orgoglio, assai simile a quello di mio padre , li trovò inevitabilmente su fronti opposti. Inoltre mio fratello Marino non perdonò mai mio padre per avergli impedito di studiare come egli avrebbe voluto. Io sono certo che Marino si sarebbe laureato con grande facilità, se soltanto ne avesse avuto l’opportunità. A discolpa di mio padre debbo però dire che allevare dieci figli (tanti eravamo in famiglia) sarebbe stato duro, forse impossibile, senza l’aiuto del primogenito. E in casa non siamo stati mai abbastanza riconoscenti nei confronti di quel fratello più grande così generoso e sfortunato (sul piano degli affetti), al quale io ero particolarmente affezionato, da lui ricambiato.

E quando la fortuna gli arrise negli affari, io diventai il suo legale di fiducia, conducendo per lui e con lui delle battaglie giudiziarie sempre coronate da successo (pur se lui, con la sua consueta generosità, mi chiese sempre di non infierire sugli avversari vinti, costruendo per loro dei veri ponti d’oro, per alleviare l’amarezza che lui consoceva assai bene).

Ho il rimpianto e mi commuovo ogni volta che penso a lui perchè se n’è andato troppo presto e gli sono riconoscente per il bene che mi ha voluto ( e che lui mi permise di dargli sin da ragazzo, quando mi portava con lui dappertutto e ovunque andasse; fosse allo stadio a vedere il suo Milan; al Poetto coi suoi amici; a ballare in provincia a caccia di donne che, insieme ai motori, erano la sua passione); e quando, poco più che ventunenne se ne andò di casa, aprendo una gioielleria tutta per sé io,  nei mesi estivi, andavo a a fargli compagnia, più per dargli un aiuto psicologico che un aiuto pratico.

A scuola, all’inizio di ottobre, ritrovai lo stesso ambiente che ricordavo dall’anno precedente: gli assembramenti al cancello di ingresso, che spesso non si scioglievano,  perché in molti aderivano agli scioperi estemporanei proclamati in loco, oppure già programmati a più alti livelli il giorno prima; la compravendita di libri usati, la consegna dei ciclostile all’ingresso.

Io preferivo entrare a scuola per i motivi che ho già spiegato.

In quel secondo anno la classe era in parte cambiata nella sua composizione. Anche allora infatti, in Sardegna, la forte dispersione scolastica faceva che sì che di una classe prima, ne arrivassero in seconda appena la metà; e di una seconda ne arrivassero in terza altrettanti, se non addirittura meno (in terza,  poi, avveniva una falcidia per altri motivi, come illustrerò più avanti).

Non mancavano certo  le ragazze carine  che mi piacevano e alle quali,  però,  io non avrei mai trovato  il coraggio di dichiararmi; un po’ per la mia innata timidezza; un po’ per quei miei complessi di cui ho già parlato; inoltre vedevo la donna ancora avvolta in un aurea mistica, che ai miei occhi la innalzava sopra le cose terrene; non mi accorgevo che invece i tempi andavano in senso contrario; le donne stesse, per prime, volevano scendere da quel piedistallo e calarsi in una dimensione terrena e materiale dove potessero comportarsi come gli uomini, sia nel mondo dellla scuola, sia in quello del lavoro; e sia, soprattutto nelle relazioni sociali ed affettive.

I professori erano, più o meno, gli stessi dell’anno precedente. Ed anch’io, come l’anno scorso, avevo un grande desiderio di farmi strada nella scuola, senza sentirmi dire che venivo a scuola per scaldare il banco (come gli insegnanti dicevano ai più indolenti tra noi) e di guadagnarmi la fiducia e la stima dei miei genitori.

Il 19 novembre gli uomini tornarono sulla Luna (con l’Appollo 12). Questo secondo allunaggio fece assai poco clamore rispetto al primo, avvenuto nel luglio dello stesso anno e seguito in TV praticamente da tutto il mondo. Anche a me l’impresa aveva enusiasmato e sognavo già che l’uomo, nel giro di pochi decenni, avrebbe conquistato il Cosmo.

A Milano, il dodici dicembre, mentre quel 1969 volgeva quasi al termine, scoppiò una bomba che fece tredici  morti e moltie decine di feriti.

Non era il primo fatto di sangue, nè la prima bomba che scoppiava in italia,  ma quella fece più clamore delle altre precedenti: primo perchè scoppiò dentro una banca, in un giorno in cui vi si svolgevano delle contrattazioni; secondo perché la polizia, forse spinta da una campagna di stampa fuorviante, arrestò quelli che da subito erano stati indicati come i colpevoli: gli anarchici di Milano.

In particolare ricordo bene due episodi legati a questo terribile fatto di sangue che sicuramente ha cambiato in peggio le sorti e la storia della nostra Italia: il primo è che venne arrestato subito un certo Pietro Valpreda che solo dopo lunghissimi di anni di persecuzioni giudiziarie e gironalistiche, venne pienamente scagionato; ma già pochi giorni dopo la polizia lo aveva messo in carcere; agli occhi dell’opinione pubblica la sua colpa era quella di essere un ballerino, separato ed anarchico (mio padre ne approfittò per enunciare che tutti i ballerini maschi, o presunti tali, i separati e gli anarchici dovevano finire prima alla gogna e poi in carcere a vita); il secondo episodio collegato alla strage di Piazza Fontana che io ricordo assai bene fu la morte di Pinelli, caduto dal quarto  piano della Questura di Milano durante un interrogatorio.

Negli ambienti della controinformazione cominciarono a circolare certe voci che, attraverso i ciclostile, i volantini, la stampa alternativa  ed il passa parola, arrivarono anche sino a noi studenti delle prime classi, alquanto disinteressati alle questioni politiche.

Le voci dicevano che Pietro Valpreda era un capro espiatorio degli apparati dello Stato che, invece, avevano armato la destra estremista, cioè i fascisti (a quel tempo vi erano infatti due ali estreme allo schieramento politico presente in Parlamento: i gruppi dell’estrema sinistra e quelli dell’estrema destra che, nelle piazze e nelle strade, se le davano di santa ragione; i primi agivano sotto svariate etichette che si chiamavano “Lotta Continua”, “Potere Operaio”; “Servire il popolo”; “Moaisti-leninisti” e altre che non ricordo; dei secondi ricordo “Ordine Nero” e “Prima Linea”); dicevano anche che Pinelli non era scivolato dalla finestra, né tantomeno egli si era gettato di sotto, in preda al pentimento e alla paura per avere messo le bombe, ma che rano stati i poliziotti che lo interrogavano, minacciandolo di buttarlo di sotto se non avesse confessato, a farselo sfuggire di mano, causandone così la morte. Un nome comparve come colpevole  nei ciclostile e nei volantini della controinformazione: il commissario Calabresi.

Tra i mandanti della strage vennero indicati i nomi di Andreotti (forse all’epoca ministro dell’Interno e addirittura Premier) e quelli dei capi dei servizi segreti civili dello Stato (i famigerati DIGOS e  SISDE).

La stagione dei veleni e delle stragi cominciò in quel disgraziato 12 dicembre 1969.

Anche se io all’epoca non avevo per niente le idee chiare su quanto era accaduto e su chi avesse ragione tra la destra, la sinistra e il centro democristiano.

16. continua…

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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Fu proprio in quel caldissimo autunno del 1968 che iniziai la mia avventura quinquennale  all’Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari. Mio padre sognava che io potessi diventare il contabile per la  grande impresa di famiglia che lui sognava di consolidare e ingrandire a Cagliari (povero papà, quante delusioni ti abbiamo dato, in cambio della tua grande generosità!); mia madre era comunque contenta di essere riuscita a strappare,  per la prima volta, uno dei suoi figli maschi al vortice dell’azienda familiare che, per amore o per necessità, aveva già inghiottiti i primi tre; ed io… beh, anche io avevo i miei sogni; anche se a quell’età, i sogni sono alquanto confusi ed inespressi.

Certo il primo giorno di scuola non fu quello che uno può essersi immaginato nei suoi pensieri.

Trovammo infatti l’ingresso presidiato dai picchetti degli studenti scioperanti che impedivano l’accesso a qualunque studente, lasciando passare soltanto i docenti che non fossero già entrati con l’auto attraverso il carraio.

Le parole d’ordine che giravano tra gli studenti erano diverse e alle mie orecchie di studentello di primo pelo, suonavano quasi come oracoli di una divinità lontana e misteriosa. Alcuni sembravano anche semplici, nella loro formulazione: “Diritto allo studio”; “Scuola di tutti e per tutti“; altri erano rivestiti di un’aurea quasi mitica:”Fuori i baroni dalla scuola” (più tardi scoprii che lo slogan era rivolto all’università e che il barone Siviller, che al mio paese era stato degradato dai Savoia al loro arrivo in Sardegna, all’inizio del ’700, colpevole soltanto di essere da sempre fedele ai sovrani iberici, non c’entrava per niente); “Assemblea Permanente”; “Potere Operaio”; “Lotta Continua”; “Morte ai fascisti”; “Boia chi molla“.

Insomma gli slogans che si urlavano fuori dalla scuola erano tanti e per me, tutti, o quasi tutti, ancora incomprensibili.

Andò avanti così per qualche giorno fino a quando alcuni signori  (più tardi capii che si trattava di agenti della Digos in borghese), spiegarono agli studenti che facevano servizio di picchetto al cancello , che avrebbero dovuto lasciare libero l’ingresso e consentire a chi non avesse voluto aderire allo sciopero, di entrare a scuola.

Così finalmente potei incominciare la mia carriera scolastica. Anche se, a onor del vero, per non rischiare di venire scambiato per un fascista o, peggio ancora, di venire considerato un boia, attesi che un buon numero di studenti, vecchi e nuovi, fosse deciso a interrompere la protesta, con la promessa che il Preside avrebbe concesso un certo numero di assemblee per poter discutere i problemi della scuola e di noi giovani studenti, se avessimo ripreso prontamente  la frequenza (che per noi “primini” non era invero mai iniziata).

Così scoprii finalmente la mia classe. Si trattava di una prima super affollata. Eravamo oltre trenta, per lo più di sesso femminile. i miei compagni e le mie compagne venivano quasi tutti da Quartu S.E., da Pirri (che, precisavano i Pirresi, è come se fosse Cagliari; anzi “Pirri è’ Casteddu!), Selargius, Monserrato.

Mi ero già affezionato a questa classe allegra e rumorosa; mi ero già innamorato (senza che loro ne sapessero niente) di tre o quattro compagne e di una o forse due professoresse particolarmente giovani e carine. Mi piacevano inoltre le lezioni di italiano, di storia, di inglese; un po’ meno quelle di fisica e matematica, mentre mi affascinarono subito la dattilografia e la stenografia (che più tardi, ma io ero già passato dall’altra parte della barricata,  sarebbero state soppiantate dal “trattamento testi” e, più tardi ancora, sino ai nostri giorni, dall’informatica); mi risultò invece ostica la computisteria, che negli anni successivi si trasformava in “tecnica”, e tale antipatia durò per tutti e cinque gli anni e si estese anche alla “ragioneria” (le due materie, oggi, si studiano  unificate sotto il nome di “economia aziendale”).

Presto però arrivò la notizia che alcuni di noi sarebbero stati trasferiti e smistati in altre classi di nuova formazione e che un certo numero di classi avrebbero iniziato, con il sistema della rotazione, il doppio turno.

Ci fu spiegato infatti, in maniera alquanto sommaria e sbrigativa, che le aule non erano sufficienti ad ospitare tutti gli iscritti, dato l’alto numero dei nuovi studenti, e quindi, per evitare classi troppo numerose (più tardi si sarebbero definite “classi pollaio”) avremmo dovuto alternarci nella frequenza pomeridiana, dalle 14,30 alle 19,30. Tale turno avrebbe riguardato ciascuna classe, ma soltanto per uno, massimo due mesi, all’anno.

Più avanti negli anni successe invece che alcuni corsi venissero destinati a frequentare di pomeriggio tutto l’anno scolastico.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

9. continua…

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Movimento studentesco Romano

 

“Fammi capire Fantasio, tu dici che l’idea trasmessa dalla stampa popolare e recepita dal popolo secondo la quale gli studenti contestatori erano quelli che avevano poca voglia di studiare è falsa?”

“Falsissima, e te lo dimostro facilmente: tutte le occupazioni delle facoltà furono votate in libere assemblee…”

“Alle quali partecipavano una minoranza degli studenti…”

“Certo: se tu conoscessi la situazione dell’Università di Roma capiresti perché. Una piccola minoranza degli studenti segue regolarmente le lezioni e se tutti  frequentassero, non ci sarebbero aule sufficienti a contenerli. Pensa, già ai miei tempi l’Università di Roma contava più di centomila studenti.”

“E dunque, tu dici, la minoranza di studenti che partecipava alle assemblee era la stessa che frequentava regolarmente.”

“Tu lo dici e mi sembra evidente”

“Dunque non è vero che la polizia interveniva soltanto quando era chiamata dagli studenti che volevano frequentare le lezioni e non potevano perché impediti da una “minoranza violenta?”

“Non è vero”

“Anche a ingegneria, dove tu avevi una qualche parte?”

“A ingegneria non ci fu intervento della polizia e l’occupazione terminò quando gli studenti in assemblea votarono a maggioranza la fine dell’occupazione”

“E non ci fu violenza alcuna?”

“No, anche perché da noi il dibattito non fu mai violentemente politicizzato”

“Nonostante ciò, tu dici che fosti discriminato e dopo la laurea non ti fu permesso di lavorare in Italia”.

“Certo”

“E degli altri che furono attivi nell’occupazione che mi dici?”

“So che alcuni cambiarono Facoltà, ma poi persi i contatti con tutti”.

“E degli studenti contestatori delle altre facoltà?”

“Seppi qualcosa dai giornali. Ma nessuno di quelli che io conobbi, almeno per nome, ebbe trionfi nella vita pubblica o professionale e temo che molti abbiano avuto sorte pari alla mia e forse peggiore”

“E tu dici anche che il movimento ebbe all’inizio la “spinta” delle autorità sia accademiche che politiche?”

“Ti dico che io ho visto  ed ascoltato gli esponenti delle “pantere nere” americane parlare, trionfalmente accolti, nell’aula magna dell’università di Roma. Così come ho visto autorevolissimi professori ed uomini politici corteggiare gli studenti contestatori”

“I quali poi furono così malamente trattati”

“Così è!”

“Spiegami meglio cosa accadde”

“A questo punto ti devo fare un lungo e complesso discorso. Per prima cosa ti devo dire che, contrariamente a quanto si crede, gli anni attorno al ’68 – ’69 non videro l’inizio del movimento riformatore nelle università, ma piuttosto il culmine dopo il quale ci fu la decadenza e la fine. Quel movimento era nato molti anni prima, nei primi anni ’60 quando Papa Giovanni XXIII aprì ai comunisti con la famosa teoria “condanniamo l’errore, rispettiamo l’errante” e per dare l’esempio accolse in Vaticano l’inviato e genero del Capo comunista russo Nikita Krusciov.

Oggi tutti parlano bene di quel papa e sembra che lo vogliano fare Santo, ma ti assicuro che a quel tempo i giudizi su di lui erano molto discordi. C’era chi l’odiava. Nello stesso periodo, dopo la grave crisi di Cuba,  fra Americani e Russi iniziò un dialogo che si pensava avrebbe portato alla distensione fra i due paesi nemici. Il mondo intellettuale poi, sia in Italia che in tutto l’occidente si era spostato molto a sinistra. A mano a mano che l’impegno americano cresceva nel Vietnam molte illustri personalità della cultura europea come Bertrand Russell in Inghilterra, Sartre in Francia , Lelio Basso in Italia  presero nette posizioni contro l’intervento americano e  addirittura costituirono un tribunale contro i crimini americani in Vietnam, al quale aderirono numerosi registi ed attori di Hollywood. Il cinema, che allora era molto seguito ed aveva grossa influenza sui giovani, produceva ottimi film di contenuto che può essere definito progressista se non apertamente rivoluzionario.

Da Hollywood ci venivano film come “Soldato blu” – “Piccolo grande uomo” – “Indovina chi viene a cena” – “Vincitori e vinti” – “Zapata” – “Il fronte del porto” e tanti che, rivedendo la storia americana, si schieravano apertamente a favore delle minoranze oppresse, fossero gli indiani pellirossa o i neri americani. E tutto ciò valse molto ad orientare la parte più colta degli studenti verso un impegno progressista.

La chiesa cattolica, pur se negli alti gradi si manteneva conservatrice, intervenne nel dibattito con i preti progressisti fra i quali il più famoso in Italia fu Don Milani, ma ci fu anche il gruppo dell’Isolotto di Firenze  e a Roma l’abate di S.Paolo. I  libri di Don Milani, “Lettere ad una professoressa” ed altri, affrontarono proprio il problema della scuola di classe che stava a cuore a noi studenti ed anche l’altro grave e sempre attuale dell’obiezione di coscienza agli ordini ingiusti. Perfino la grande stampa italiana  sembrò simpatizzare per un breve periodo con gli studenti.

Io posso dire con tutta sincerità che quando per la prima volta parlai nell’assemblea di Ingegneria ero persuaso che, se non sull’appoggio della maggior parte dei professori, almeno potevamo contare sulla loro neutralità e sulla simpatia degli assistenti. Perciò non ebbi alcun timore a parlare francamente, non aspettandomi per niente di andare incontro a seri guai.

C’era un’altra ragione molto grossa che giustificava questa mia convinzione. Nel 1966 l’Italia era stata sconvolta da quella grande inondazione che provocò gravi danni a Firenze, e sempre in quegli anni, sulle pagine dei giornali c’era il resoconto del processo ai responsabili del disastro del Vajont.

Queste a me sembravano prove che nel nostro paese ed anche nella nostra Università qualcosa doveva cambiare per forza.

Dal romanzo inedito  di Angelo Ruggeri – 2 Continua

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