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Il terzo anno,  nella Ragioneria, così come,  credo, in tutti gli istituti superiore, è un anno cruciale.

Intanto di solito si cambia di corso (io infatti fui trasferito dal corso F al corso D). In secondo luogo si studiano delle materie del tutto nuove.

Così fu anche per me in quell’ottobre del 1970.

I miei nuovi professori erano assai diversi tra loro. Intanto c’erano quelli delle materie così dette di indirizzo: Ragioneria e Tecnica (che trattava tre specializzazioni diverse nel corso del triennio: commerciale, mercantile e bancaria); oggi, nella moderna ragioneria le due materie sono state unificate sotto il nome di Economia Aziendale, ma all’epoca, come dicevo, vi erano due materie e due insegnanti. Il professore di Ragioneria era un uomo tutto d’un pezzo. Si chiamava Murru. Quando entrava in classe non ci levavamo tutti in piedi, in segno di salute e di rispetto (ma lo facevamo per tutti i docenti indistintamente). Col braccio destro levato in aria e la mano tesa ci ordinava di sedere senza pronunciare parola. Ma i  suoi occhi chiari e freddi  scrutavano attenti tutta la classe; quello sguardo era equolente più di qualunque parola, così come quel saluto solenne e ormai  fuori moda: se non parlo io che sono il capo, sembrava dire il bellicoso professore di ragioneria, perché dovreste farlo voi, che siete dei poveri studenti, ancora senza arte né parte ( e chissà se mai ce l’avrete con quei capellacci e con quelle minigonne)?

Si lavorava in silenzio e sodo. Io mi ero rassegnato, dopo due anni di latitanza, ad occupare  il primo banco (sempre per via della storia che i piccoletti dovevano stare avanti).

Da lui, oltre al saluto caratteristico ricordo altre due cose: la prima è che ripeteva spesso che  i sindacati, soprattutto quelli di fede socialista,  sono la rovina dell’italia  (narrava, a metà tra il serio ed il faceto, che i sindacalisti erano dappertutto e che se uno di noi, un domani, rientrando a casa, avesse scovato nell’armadio o sotto il letto un uomo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiedergli i documenti: si sarebbe trattato di un sindacalista di fede socialista; la seconda era la tecnica che aveva per ricordare gli articoli del cdodice civile (questa tecnica mi tornò poi utile anche all’università per memorizzare i  quattro codici); un giorno che ci spiegava il contratto di società, citando l’art. 2247 c.c., disse che ricordava quel numero facilmente, essendo nato nel 1922 ed essendosi poi sposato nel 1947; e faceva queste asoociazioni per tutti o quasi gli articoli del codice civile; così, concludeva, li aveva potuti memorizzare tutti.

Della sua materia non ricordo un beato picchio. Non mi piaceva (forse perché non mi piaceva lui; o magari, viceversa, non mi piaceva lui, perché mi era antipatica la sua materia).

Era un uomo freddo e distante; sicuramente preparato (si intuiva che nella sua materia non era uno sprovveduto), non vi era però alcuna emozione nel trasmettere la sua scienza.

Quando anni dopo, sono divenuto un insegnante, ho messo l’emozione e la passione al pari con la preparazione e la conoscenza; ma io ho sempre amato le materie che ho insegnato; ho amato ed amo insegnare, anche se adesso lascerei volentieri il posto ad uno più giovane (ma pare che la riforma Fornero-Monti mi abbia bloccato in cattedra sino a 67 anni!).

E’ vero anche che i tempi sono cambiati. Oggi i giovani non accetterebbero quella severità e  quella distanza glaciale che ci separava dai nostri professori!

Io pendevo dalle labbra dei miei professori perché volevo imparare da tutti e di tutto! Ed ero come una spugna, desideroso di apprendere!

Oggi i giovani hanno a portata di click, tramite il PC o di Tablet, o meglio ancora di I-phone e cellulare, tutto lo scibile possibile e immaginabile in qualsiasi campo della scienza e di ogni altro campo della vita!

Altro che giornaletti e fumetti! Altro che sognare “Le Ore!” Adesso bastano tre lettere sulla barra di Google e tutto il bello e il brutto della vita ti si spalanca davanti agli occhi!

Peccato che questi giovani, troppo spesso, facciano un uso distorto e superficiale di questa portentosa invenzione chiamata Internet; di questa rete infinita di autostrade e sentieri, di valli e praterie, percorsi aerei, marini e terrestri che si chama WEB!

Io ammiro davvero l’ingegno umano! Ma chi può dire cosa sia meglio nel cammino dell’uomo? Non è che a forza di andare avanti finiremmo col cadere in un burrone senza fondo? Cosa c’è dietro dell’angolo di questo infinito progresso, di questa ricerca senza fine, di questo spasmodico ritmo che travolge il passato ed è incentrato sul futuro, senza se e senza ma?

E ripeto ancora: meno male che gli altri uomini non sono come me! Altrimenti altro che World Wide Web! Noi saremmo ancora nelle caverne, arrostendo il frutto della caccia e nelle interminabili sere d’estate, siederemmo ancora attorno al fuoco, ad ascoltare dai poeti erranti, le vicende antiche delle nostre genti, tramandate oralmente di padre in figlio, da maestro a discente, da poeta ad allievo!

Del  professore  di Tecnica non ricordo bene il cognome. Ricordo che la moglie era un’insegnante e che il fratello era medico sociale del Cagliari Calcio (che di lì a poco avrebbe vinto lo scudetto del massimo campionato di calcio, grazie alle reti eccezionali del grande Gigi Riva e a dispetto dei soldi investiti invece dai grandi clubs delle città più ricche e famose d’Italia: Milano, Torino e Roma).

Aveva  una barca, ormeggiata in inverno a Marina Piccola (dove ormeggiano le barche da diporto dei cagliaritani facoltosi e non solo), e in estate ormeggiata in giro per il Mediterraneo. Faceva il commercialista e l’assicuratore (più il secondo che il primo, ad onor del vero). L’assicuratore marinaio aveva mangiato la foglia e doveva essersi detto nelle sue riflessioni, tra una polizza assicurativa e una manovra di trinchetto: a questi giovani qui non gli va di fare un beato cacchio; vogliono la rivoluzione, il sei politico, la promozione garantita; fanno gli scioperi, vogliono le assemblee e la pari dignità studenti-professori! Ebbene, accontentiamoli! In un discorso alquanto serio ci aveva quindi detto: se volete lavorare, io son qua! Usatemi come si usa uno strumento e farò ciò che volete!

Detto e fatto! A noi ragazzi non ci andava di far niente (io men che meno nella sua materia)! Alle ragazze sentir parlare di strumento doveva aver fatto venire in mente delle altre fantasie, dato che il professore si presentava più alla mano rispetto a quello di ragioneria. E comunque si associarono a noi maschi per non far niente.

Ricordo anche degli altri professori. Naturalmente quello di diritto e di economia, materie che amavo e che amo ancora, come ho già avuto modo di dire! Anche se non erano le mie preferite! Le materie che mi appassionavano maggiormente erano invece l’Italiano e la Storia. Le ho sempre apprezzate! Sicuramente anche per merito delle professoresse e dei professori che hanno avuto la pazienza di decifrare la mia quasi impossibile grafia, nei lunghi temi in cui sfogavo la mia verve di imberbe scrittore! E la storia? come si può non amare la storia? Come ci si può annoiare a leggere quei libri dove vengono narrate le gesta dei nostri avi? Dove ci sono scritti i segreti e le spiegazioni di ciò che fummo e le anticipazioni di ciò che saremo?

La mia professoressa del triennio si chiamava Chessa Annamaria; anche la sorella era insegnante di lettere, ma nel corso C.

Nonostante ci desse del lei (ma tutti i docenti davano del lei agli studenti nella nostra scuola) e nonostante la sua cattedra fosse distante e sopraelevata su di  una imponente pedana, io la sentivo vicina; emanava una grande umanità ed una notevole empatia la legava a noi studenti. Ha cercato di insegnarmi ad esercitare uno spirito critico ed una intelligenza libera da pregiudizi; si preoccupava, oltre che dell’insegnamento, anche della formazioni di noi giovani, trasmettendoci  il senso del dovere anche con il suo esempio. Io credo che un vero e buon insegnante  debba prima di tutto dare il buon esempio: un cittadino si forma con l’esempio di giustiiza, di lavoro, di rettitudine, di onestà, di puntualità, di disponibilità nel servizio e di studio e preparazione continui ed ininterrotti. Il buon esempio vale più di mille parole! E lei, in questo, fu esemplare per davvero!

Mi sono ispirato anche a lei nei primi anni del mio insegnamento (anche se gli studenti mi pregavano di dargli del tu ed io, dopo poco tempo, ho preso a chiamarli perfino con il nome di battesimo!).

Non si alvorò comunque molto in quei primi mesi dell’anno scolastico 1970-1971. Lo sciopero era sempre nell’aria e noi rivendicavamo il diritto di riunirci e di discutere dei problemi del mondo e non soltanto di scuola e di argomenti legati al programma.

Cominciai in quell’anno a scioperare anche io. Nella mia scuola vi era un gruppo di organizzatori entusiasti e capaci; erano tutti ragazzi di quarta e di quinta; qualcuno era impegnato anche politicamente; molti erano semplicemente del movimento studentesco, quello non politicizzato, che si occupava soltanto dei temi della scuola, rivendicando diritti allora quasi impronunciabili: assemblee di classe, assemblee di istituto, rappresentanza nelle istituzioni, dirtto a conoscere i voti, diritto di interagire e discutere alla pari con i docenti; diritto di contestare e di ribellarci; diritti, solo diritti e sempre diritti. Gli adulti furono molto pazienti con noi. Alcuni, anche fra i politici, erano perfino impauriti. Tirava una brutta aria e certi studenti sembrava non avere alcuna voglia di scherzare. Altri erano semplicemente dei dritti: gente che aveva studiato prima e più di noi e che sapeva che se ci avessero affrontato di petto, rischiavano il tracollo; presi così, invece, di fianco, forse ci saremmo stancati prima noi! La ribellione sembrava comunque epocale! Secondo me era il prosieguo della rivoluzione dei Figli dei Fiori! Insomma avevamo scoperto che il mondo poteva essere nostro e volevamo prendercelo, tutto e subito! Chi erano quei matusa grigi e senza fantasia per impedire a noi giovani di essere noi stessi? Come potevano impedirci di vivere le nostre esperienze? E perché soltanto i ricchi potevano andare a scuola? La cultura non era forse di tutti? E il potere non doveva essere del popolo, come insegna la parola democrazia?

A questi cori confusi ed indistinti, ma forti e mirati, si aggiungevano quelli delle femministe: sesso libero; no al maschilismo; il sesso ce lo vogliamo gestire da noi; abbasso i padri  e i mariti padroni! A morte il paternalismo! Lavoro per tutti! Pillola, aborto e divorzio garantiti! Vogliamo la parità coi maschi! E così via gridando, manifestando e protestando!

Arrivammo così a dicembre. La resa dei conti dopo le schermaglie dell’ ennesimo autunno caldo. Il Parlamento italiano approva la legge che introduce il divorzio anche in Italia! E’ una vera e propria rivoluzione nel Paese più cattolico del mondo! Si fronteggiavano due Italie: una vecchia, rivolta al passato, appoggiata dalla Chiesa e dalla classe politica democristiana e liberale; l’altra, proiettata verso il futuro, rivolta in avanti, appoggiata dai comunisti, dai socialisti e dai radicali di Marco Pannella.

Vengono raccolte più di un milione di firme per indire il referendum abrogativo della legge 890/1970 (quella sul divorzio).

Ma il referendum su quella legge si terrà soltanto il 12 maggio di tre anni dopo, nel 1974, come racconterò ai miei sette lettori, se avranno la pazienza di seguirmi ancora.

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Capitolo Primo

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”,  era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori  e artigiani,  che avevano contribuito nel dicembre dell’anno del Signore 1623 a rifondare  la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara. Si trattava infatti di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino,  per avere osato tradurre la Bibbia in volgare. Egli  era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

Lo stesso  Pietro Marino, all’epoca già affermato fabbro-orologiaio, nonché promettente e giovane poeta,  era scampato però alla condanna personale,  in virtù di uno stratagemma di natura legale: gli avvocati degli imputati erano riusciti infatti a dimostrare che la Bibbia in volgare era stata composta dal 5 al 14 ottobre 1582, un periodo temporale che il papa  Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto. In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici (avvocati direttamente nominati dal duca d’Este, che con quella mossa aveva inteso difendere, ad un tempo,  un componente del suo casato, affiliato all’Accademia ed il suo stesso Ducato, da sempre nelle mire espansionistiche dello Stato Pontificio), in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”.

E non si sa se furono i brocardi di giustinianea memoria, profusamente decantati dai quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato (già allievo prediletto di Bertazzoli nei corsi dell’università ferrarese in utroque jure) ovvero l’influenza del loro potente patrono, ovvero ancora il timore  del cardinale Aldobrandini di guastare i già difficili  rapporti con la Francia (Alfonso II d’Este era nipote del re francese  Enrico per parte di madre ed era di casa presso la sua corte), fatto sta che il Tribunale della Congregazione dovette assolvere tutti gli autori imputati. Certo è che le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale  e per conoscenza,  nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici.

La Congregazione sfogò però tutta la sua rabbia potente contro l’Accademia, ordinandone lo scioglimento e contro  l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione vietata in mille esemplari andati a ruba, e che comunque aveva pensato bene di   rimanere contumace nel processo. E il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sullo scioglimento dell’Accademia chiuse  tutti e due gli occhi perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel tempo! Estintasi la  linea diretta della casata degli  Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni,  era morto senza eredi legittimi diretti)  lo Stato Pontificio era riuscito finalmente ad inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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Oggi si celebra il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dei profughi dell’ Istria (L. 30 marzo  2004 n. 92).

Tra il settembre del 1943 e il 15 giugno 1945, le milizie jugoslave del maresciallo Tito, esaltate dal sogno della grande federazione jugoslava che andava delineandosi nello scacchiere internzionale, incattivite dagli eccessi fascisti e accecate dall’ideologia comunista, massacrarono migliaia di vittime innocenti, colpevoli soltanto di essere italiane, in un territorio destinato a divenire il “nuovo paradiso socialista in terra ” (Palmiro Togliatti dixit) dove non c’era posto per donne incinte e bambini italiani, preti, finanzieri, cattolici e italofoni vari, che non mostrassero di volersi prostrare ad adorare il nuovo feticcio con la stella rossa, stampata nell’incavo di una  falce a croce col martello.

Il  15 giugno 1945  l’incubo finì solo per Trieste, Gorizia e Pola; quest’ultima visse un biennio di speranza, sino al 10 febbraio 1947, quando insieme a tutta l’Istria (escluse, come già detto Trieste, Gorizia e qualche altra porzione di territorio giuliano) passò definitivamente nelle mani della Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito.

Ma tutto questo nei libri di storia non l’ho mai letto. Incominciai a intravvedere la verità negli anni settanta del secolo scorso, quando svolgevo il servizio militare di leva a Trieste.

In seguito,  le ripetute stragi, le follie utopistiche dei post-sessantottini, gli studi universitari, la silente ipocrisia dell’apparato politico italiano acquietarono, senza estinguerla però del tutto, quella sete di verità che prorompe tanto più fragorosa, quanto più a lungo è trattenuta e repressa.

Poi venne promulgata  infatti  la legge 30 marzo  2004 n. 92 con cui viene istituito il giorno del ricordo delle vittime delle foibe. Il giorno prescelto, non a caso, è il 10 febbraio.

Ora le vittime delle foibe aspettano il riposo eterno che i parenti vorrebbero innalzare, in loro memoria,  nella volta celeste, nella speranza che lassù, un giorno, si possano ricongiungere ai cari scomparsi nel silenzio della furia ideologica, colpevoli solo di avere rifiutato il paradiso socialista in terra. O forse soltanto ignari degli sporchi giochi che la politica gioca sulle teste innocenti.

Il velo ha cominciato a squarciarsi ma tanto c’è ancora da fare per restituire ai morti la dignità ed ai vivi la verità.

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Scena Seconda

(Gaspare e tre suoi amici garibaldini giocano ai dadi)

Lorenzo Bardi:  (intascando i soldi in tono gioviale) – Hai perso ancora Gaspare! Oggi la fortuna è con me;

Francesco Lotti: (dando una pacca sulle spalle a Gaspare) -Sfortunato al gioco, fortunato in amore!

Gaspare Nicolosi : -Tutti ai bagni,amici! Oggi è giorno di festa!

Leopoldo Gast:  (dispiegando un foglio) – Il proclama del generale Garibaldi parla chiaro: il re gli ha promesso che saremo arruolati nell’esercito regio con il grado che ci compete!

F.L.:  ( impettito in una posa buffonesca)

Adesso siamo ufficiali del re!

L.G. (Cs) : – Caro Gaspare avrai un intero stipendio reale da spendere ai dadi e alle carte…

Gaspare: –  (dirigendosi ai bagni)… e alle donne!

I quattro si avvieranno ai bagni intonando slogans scurrili e goliardici.

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 Chissà se gli storici di domani, magari ricordando che la storia è fatta di corsi e ricorsi, faranno un paragone tra l’eclatante  caduta di Benito Mussolini (che ci riporta al 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiduciò, costringendolo a rassegnare le dimissioni nelle mani del re, che non aspettava altro) e l’inizio della fine  di Silvio Berlusconi (che secondo me riporterà gli storici alla data del 27 novembre 2013).

Ci sono tante similitudini nelle vicende politiche di queste due grandi e controverse figure della recente storia italiana.

Certo il voto di oggi in Senato, a prima vista, non sembra assimilabile a quello che si svolse nel massimo organo del partito fascista il 25 luglio 1943  in danno di Mussolini.

Eppure le similitudini non mancano.

Non  può infatti sfuggire ad una  profonda analisi della giornata di oggi che qualcosa di grave è avvenuto a danno della figura politica di Berlusconi.

E se le massime istituzioni dello Stato italiano (Senato compreso) non avessero già perso agli occhi dei cittadini ogni residua credibilità, qualcosa di molto grave dovrebbe registrarsi anche a danno della Repubblica.

Nel suo patetico crepuscolo Berlusconi, da quell’ingegnoso combattente che egli è, ha tenuto un accorato comizio a Piazza del Plebiscito, mentre non molto distante, a Palazzo Madama, i suoi avversari politici vincevano al pallottoliere della decadenza.

Se l’abilità di Silvio non ha evitato la sua decadenza dal seggio di senatore, è riuscita comunque a mostrare all’ Italia che la sua parabola politica non è ancora del tutto compiuta. E quello sventolare di bandiere azzurre ha contribuito ad addolcire l’amara pozione che i senatori di Palazzo Madama preparavano per lui.

Certo che il nuovo Ciano, che fa pure rima, (Angelino Alfano) e il nuovo Nino Grandi (che potrebbe essere Fabrizio Cicchito) sono pronti, dietro le maschere dell’ipocrisia, a pugnalare a morte il vecchio leader ormai sul viale dell’inevitabile tramonto.

Ma a ben vedere,  in realtà,  questi paralleli sono soltanto un gioco senza importanza.

Questa volta  non ci saranno i tedeschi a soccorrere il duce sfiduciato; anzi, i russi, che secondo  qualcuno erano a in Italia per soccorrere il leader deposto, si sono limitati a firmare contratti ultramiliardari con il nuovo Badoglio e il suo governo; e speriamo che l’assemblea popolare di piazza Plebiscito non  preannunci una nuova, cruenta guerra civile.

Spero perciò che i ricorsi si fermino a quelli già evidenziati e che B. sconti il fio dei suoi errori e delle sue colpe (storiche e giudiziarie) con dignità e rassegnazione.

Anche se ho paura che così non sarà.

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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Andai a trovare nonna Elisa, classe 1895, a casa di zio Efisio.

Il suo centesimo compleanno  cadeva ad ottobre, nel trimestre che avrebbe trascorso,  a Dio piacendo, in casa nostra. Andava avanti così, di trimestre in trimestre, da quando i suoi quattro figli,  mia   madre compresa, avevano deciso che, data l’età, la vecchina avrebbe speso il resto dei suoi giorni ruotando, con cadenza trimestrale, nelle loro   rispettive abitazioni. Volevo perciò discutere  con lei gli ultimi dettagli della sua prossima festa di anniversario e, soprattutto, chiederle cosa desiderasse per regalo in quell’occasione.

La trovai seduta  al caminetto, su un basso scranno di legno impagliato, con lo sguardo fisso sul selciato asciutto e lucido di cemento su cui, presto, avrebbe scoppiettato il primo fuoco di autunno. Dopo i convenevoli di rito le posi   la domanda che mi aveva spinto a trovarla. Al principio si schermì, come era nel suo  carattere timido e introverso. Poi, visto che io insistevo, riprese dicendo che un regalo le sarebbe piaciuto , ma non era in mio potere  di accordarglielo.

Insistetti perché me lo discese lo stesso.

“Vorrei arrivare”-  mi specificò di seguito-” anche per un solo giorno,  a vedere l’anno duemila.”

Feci a mente un calcolo veloce : arrivare all’anno 2000, per lei che era nata nel 1895, voleva dire arrivare  a compiere  105 anni.

- “Vuoi battere il record di tua nonna  Angela?”   le dissi ridendo.

Tra le mie antenate, per parte di madre, si contavano infatti   molte centenarie. Tra queste, la mia trisavola  Angela era arrivata a   104 anni di età, come ben   avevo sentito dire sin da quando   ero piccolo da mia madre e dalla stessa nonna Elisa.

- “Non è tanto il record dell’età che mi interessa, quando piuttosto quello degli Anni Santi giubilari . Io credo infatti che se  vedessi l’alba del 2000,  sarei la persona che ha assistito al più grande numero di Giubilei romani.

Poi si abbandonò ai ricordi, soffermandosi in particolare su quelli del suo primo Anno Santo, cui lei aveva preso parte, coi suoi genitori, quando aveva soltanto 5 anni, nel lontano 1900.

I pensieri scaturivano dalla sua bocca come un filo d’acqua che si vede sgorgare esile e lento a valle, ma che ha percorso un lungo e sicuro cammino attraverso i monti .

Mi disse che  aveva ancora impresso nella  memoria un discorso che tenne il vecchio Papa Leone XIII in una delle quattro basiliche della Penitenza Giubilare. Nonostante fossero già trascorsi quasi 95 anni, riviveva ancora con nitida emozione quel momento quando, sulle spalle del suo babbo, quel vecchio minuto, dalla voce un po’ stridula ma persuasiva, riferiva ai pellegrini presenti di come non potesse esimersi, in quel frangente, dal fare un raffronto tra quel   Giubileo di inizio secolo, il primo dopo lo sconvolgimento di Porta Pia, ma non di meno così ricco di aspettative per la comunità cristiana, ed il Giubileo al quale  egli aveva assistito per la prima volta, il primo dopo la baraonda della rivoluzione borghese del 1789.

-Correva l’anno del Signore 1825″- erano state le parole testuali di quel papa distante, che  nonna Elisa aveva registrato nella sua memoria come un  inchiostro indelebile su una pergamena-”ed io, giovane quindicenne,   alunno del Collegio Romano, udivo da Leone XII della Genga le storie terribili di quella accecante bufera che, partita dalla Francia, sembrava dovesse travolgere il mondo intero, Chiesa compresa. E quel mio grande predecessore, come tutti i nobili, in quegli anni di fine ‘700, si era sentito ballare la testa sul collo. E nei pellegrini di allora si scorgeva la trepidazione, la costernazione, la confusione come di un gregge  disperso dai lupi che poi si  ricomponga, cercando nel gruppo il sicuro e confortante contatto di quel compagno di viaggio che non c’è più, o il bastone nodoso del pastore che leggero, ma imperioso,  guidi e conduca nella giusta via. Ed oggi io capisco, figli miei-così continuavano i ricordi che Elisa bambina aveva impresso nella sua memoria, di quel discorso giubilare del 1900-  che quel papa del quale io sarei stato, senza che allora neanche lontanamente lo pensassi, un successore, mi stava idealmente passando  un testimone, affinché  io continuassi la sua faticosa opera di ricostruzione della famiglia di Cristo.

Provo ad immaginare“-  il discorso di Leone XIII che  nonna Elisa rammentava in modo così prodigioso si avviava alla conclusione-  come sarà la nostra comunità tra cento anni, quando essa siaffaccerà ad un nuovo secolo, ad un nuovo millennio. Ebbene, la maggior parte di noi non ci sarà, io di sicuro non ci sarò più su questa terra, ma  ho la netta sensazione che qualcun’ altro avrà raccolto il testimone che io lancio qui, proprio oggi. Perché io sono certo che la Chiesa, allora, avrà superato  un nuovo culmine di forza e di speranza  e sarà lanciata verso la nuova era alla testa del suo popolo, in cammino verso Dio.”

 

 

Distolse gli occhi dal focolare e guardò fissa nei miei. Voleva essere sicura che l’avessi seguita. Notai un luccichio acquoso ravvivare il suo sguardo velato dagli anni.

 Istintivamente le  presi le mani tra le mie. Provai la sensazione come se quel sangue che pulsava sotto l’epidermide scarna e ruvida, contenesse nelle molecole del suo plasma le tracce chimiche degli ultimi duecentocinquanta anni della nostra storia e forse anche più. .

- “E così”- concluse nonna Elisa, mentre riposava il suo sguardo mite sul caminetto vuoto- “mi piacerebbe tanto sentire quello che dirà nel  prossimo Giubileo, all’alba del 2000, questo nostro grande Papa. Ho l’impressione che il mio spirito spazierebbe più libero, verso nuovi orizzonti, se io facessi in tempo a sentire le parole sante che proietteranno il mondo nel terzo millennio dell’era di Cristo.”

Tornando a casa provavo una malinconia indefinibile al pensiero di come ogni vecchio fosse in realtà un pezzo di storia vivente, la parte terminale di una catena di avvenimenti che, ripercorsi a ritroso, potevano portarci indietro nel tempo. E di come ogni vecchio, andandosene via, si portava con sé ciò che era stato e ciò che sapeva, rendendo il mondo inevitabilmente più ignorante e più povero.

 

 

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Tutti sanno certamente che Francesco Nullo, nato a Bergamo nel 1826, è stato uno dei Mille di Garibaldi. La sua è una figura di spicco nella spedizione garibaldina che conquistò il Regno delle Due Sicilie alla causa italiana.

Oggi si festeggia il 150.m0 della sua morte in battaglia, avvenuta in terra polacca nel maggio del 1863.

Non dimentichiamoci di questi grandi eroi che hanno lottato per la libertà in tutto il mondo.

Francesco Nullo era figlio di ricchi commercianti e ricchissimo lui stesso: eppure si arruolò volontario per lottare contro i sorprusi a fianco dei popoli oppressi.

Come è potuto succedere che in Italia ci siamo dimenticati di questi eroi? Con quali altri eroi li abbiamo potuti sostituire?

Un  popolo che si scorda di simili eroi è un popolo dalla memoria breve: e un simile popolo non può andare troppo lontano.

Almeno nel nome dell’Unione Europea, rispolveriamo i nostri antichi e veri eroi. Nel loro nome ricostruiamo e rifondiamo un’Italia più libera, più giusta e più europea.

Nullo si occupò personalmente dell’arruolamento dei volontari della città di Bergamo che, visto il grande numero di adesioni, si poté fregiare dell’appellativo di Città dei Mille.

Inoltre si dice che, grazie alla sua attività nel campo dei tessuti, fu lui a fornire  le camicie rosse utilizzate dai garibaldini nella spedizione.

La spedizione dei Mille lo vide protagonista di atti di valore, tanto che fu lui a piantare per primo la bandiera tricolore nella città liberata di Palermo.

Pochi sanno però che Francesco Nullo è anche un eroe nazionale polacco.

Infatti l’eroe garibaldino, dopo la delusione di Aspromonte, che lo vide anche lì a fianco di Garibaldi, formò una legione di volontari per intervenire al fianco di polacchi contro gli invasori russi.  Nullo, con coraggio e sprezzo del pericolo,  partì per la Polonia alla testa di una formazione improvvisata di circa 600 volontari italiani e francesi, tra i quali una sessantina di ex garibaldini ed ex cacciatori delle Alpi come lui.

Morì da eroe  il 5 maggio 1863  trafitto da un proiettile nemico. La leggenda vuole che ebbe solo il tempo di sussurrare, nella sua parlata bergamasca: Sò mòrt! (“sono morto”).

Nonostante l’inesperienza degli insorti polacchi, si batté con un coraggio tale da creare attorno a sé un alone di invulnerabilità e guadagnarsi l’ammirazione di tutti.

In Polonia diverse scuole, strade e piazze sono dedicate al nostro grande eroe garibaldino.

Per saperne di più:

http://ansa.it/nuova_europa/en/news/sections/indepth/2013/05/06/Celebrations-Nullo-hero-killed-battle-Poland_8659817.html

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Salmo 118

XX

Vedi o Dio la mia  miseria! Salvami!
La Tua legge non ho dimenticato.
Difendi la mia caüsa, riscattami.
Lontano dagli empi, mi son salvato.
La vita, Dio, per la Tua grazia, dammi.
Ribrezzo per i ribelli ho provato.
Resta eternamente ogni Tua sentenza;
della Tua parola non so far senza!

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Salmo 118

XVIII

 

Tu sei’l Giusto ed il più retto, Signore;

da giusto le Tue leggi hai ordinato;

mi divorano lo zelo e l’amore

della Tua casa; tutti  hanno scordato,

i miei nemici, il Tuo vero valore!

Io sono piccolo e son disprezzato,

ma è giusta   la Tua legge ed infinita:

fammela capire ed  avrò la vita!

 

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XVI

Secondo diritto e giustizia ho agito;
non abbandonarmi ai miei oppressori.
Dona ogni  bene  a chi Ti ha obbedito;
gli occhi nell’attesa dei salvatori
son consunti. Secondo l’infinito
Tuo amore agisci contro i violatori
Della Tua legge e mettili alla gogna!
Detesto ogni sentiero di menzogna!

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XV

Non amo affatto gli amori incostanti.
Io amo Te, mio rifugio e mio scudo.
Spero nella Tua parola! Ho tanti
Malvagi accanto. Non lasciarmi nudo
Nella mia speranza! Per tutti quanti
I Tuoi precetti gioirò! Non eludo,
come fanno   gli empi,  il Tuo avvertimento.
Freme la mia carne per lo spavento.

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Salmo 118

XIV

La Tua parola è luce dei miei passi;
giuro di custodire i Tuoi precetti.
Signore, sono stanco di salassi,
dammi la vita secondo i Tuoi detti!
Signore non mi scordo la Tua prassi,
insegnami i Tuoi giudizi perfetti!
Mia eredità sono i Tuoi insegnamenti.
Il mio cuore è pei Tuoi comandamenti!

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Salmo 118

XIII

Amo tanto la Tua legge, Signore!

Tutto il giorno la vado meditando;

Il Tuo precetto mi fa superiore,

perché con esso mi sto dilettando!

Sono più saggio di ogni precettore,

perché i decreti Tuoi vado osservando.

Tengo lungi i miei passi da ogni male.

La Tua parola più di tutto vale!

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Diceva un mio vecchio professore che due torti non fanno una ragione.

Mussolini (con l’appoggio del re Vittorio Emanuele III) nel 1922 intendeva porre un argine al comunismo che, ai loro occhi,  avanzava pericolosamente dopo avere conquistato, cinque anni prima, la Russia dei Romanov.

Tutti ricorderanno infatti le occupazioni delle terre e delle fabbriche, succedutesi ininterrottamente dopo la fine della guerra 1915-1918  e culminate, a livello organizzativo,  con la nascita  del Partito Comunista Italiano (P.C.I.), avvenuta a Livorno nel 1921.

Mussolini, da socialista quale egli era, detestava i comunisti (questa rivalità sarà una costante in Italia,  per tutta la durata della vita di questi partiti , sino ai  tempi di E. Berlinguer e di B. Craxi); il re savoiardo, dal suo canto, essendo anche  parente dei Romanov, alla sola idea dell’avanzata dei comunisti, si sentiva mancare la terra sotto i piedi.

Ecco dunque come salì al potere il Fascismo.

Tanti, troppi, per purezza d’animo e ingenuità oppure per comodità e opportunismo,  fermarono il loro giudizio a questa iniziale valutazione  del Fascismo, attribuendole il merito di avere salvato l’Italia dal torto che avrebbe subìto se il  comunismo, come allora si paventava, fosse pervenuto al potere  (si tratta forse di un comodo giudizio ex-post, ma la storia è spietatamente inconfutabile con riguardo ai terribili danni causati dall’ideologia comunista; tanto ciò è vero che tutti i comunisti, non soltanto quelli italiani, hanno voluto cambiare nome e simboli);  ma queste anime candide e questi opportunisti furbacchioni non seppero o non vollero vedere e considerare i torti perpetrati dal Fascismo a danno dei propri avversari e quindi dellla stessa Nazione Italiana(non parlo qui soltanto della sciagurata decisione di entrare in   guerra a fianco della Germania e del Giappone, ma anche della prepotenza e dell’arroganza nel confronto politico, del delitto Matteotti, del pestaggio a Gobetti, dell’incarcerazione di Gramsci, dei Tribunali Speciali, dei reati di opinione, dell’indottrinamento, del culto del duce, delle scellerate leggi sulla purezza della razza e così via discorrendo per venti lunghi anni).

Il Fascismo fu un torto alla libertà, alla democrazia, alla ragione; nè più, nè meno come fu un torto il comunismo, seppure con volti e forme diversi.

Io non sono così vecchio da avere conosciuto il Fascismo, ma lo sono abbastanza per ricordare che gli strali antifascisti, particolarmente ardenti negli sessanta e settanta, costituirono un comodo schermo dietro al quale i comunisti  celarono le loro magagne, nell’ulteriore tentativo di salire al potere, prima della degenerazione brigatista.

Se i nostalgici della mascella (gli ex-fascisti, per intenderci) e quelli del baffone (parlo degli ex-comunisti più o meno camuffati, per capirci) non prenderanno atto dei reciproci torti che la storia in maniera equanime gli attribuisce, l’Italia non ritroverà mai una vera unità di popolo e di cultura, e continuerà a vivacchiare nel sospetto e nella diffidenza reciproci, impantandosi in   paralisi istituzionali, oggi incarnate dai Grillini (che non  sono certo la causa, ma casomai l’effetto) domani non oso pensare da chi e da cosa.

E intanto i giovani crescono nella confusione e nell’ambiguità, disconoscendo i reali contorni e i veri contenuti della nostra storia, celati dietro una cortina fumogena di falsi ideologismi e partigianerie di comodo.

Usciamo dagli steccati ideologici e pensiamo all’Italia. Forse il Movimento 5 Stelle, da questo punto di vista, una opportunità.

Speriamo di saperla cogliere al meglio.

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Salmo 118

XII

Il Tuo credo è stabile come il cielo!
La Tua fedeltà durerà ‘n eterno!
Alla Tua legge eterna sempre anelo,
Signore, perché sei del mondo il perno!
Ho cercato il Tuo volere con zelo!
La gioia  dai Tuoi decreti secerno!
Io so il limite di ogni perfezione,
ma la Tua legge è senza dimensione.

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Salmo 108

Contro gli empi

Non tacere, mio Dio, nella mia lode,

poiché contro di me si sono aperte

la bocca empia dell’uomo di frode;

parlano di me con lingua solerte,

mi investono dell’odio che gli rode,

mi avversano senza ragioni certe!

Al mio amore l’empio muove le accuse;

le sue speranze gli siano precluse!

II

Or suscita un empio contro di lui;

ogni giudizio si volga in condanna.

Gli siano prossimi i giorni più bui,

ai suoi beni manda colui che scanna

con sete d’usura il lavoro altrui;

la sua vedova sia povera in canna;

dei suoi orfani non s’abbia pietà,

né perdona ai suoi avi ogni reità!

III

 

Chi persegua il suo simil meschino,

o chi ammazzi gli affranti di cuore,

riabbia il male sul suo capo chino,

s’allontani da lui ogni amore,

dannato sia nel corpo e nel sino;

ben ricompensa il mio accusatore;

di vergogna sia fatto il mantello

per chi accusi innocente il fratello!

IV

 

Ma Tu agisci secondo il Tuo nome

mio Signore con me, perché buona

 la Tua grazia è per me! Io son come

la locusta sbattuta che stona!

pel digiuno ho ginocchia già dome,

e le orecchie ove ancora  rintrona

lo scherno arrogante dei nemici!

Ma Tu il Tuo servo,  Dio benedici!

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Salmo 107
Esaltazione di Dio

Saldo è il mio cuore, Dio, saldo è il mio cuore;
voglio cantare gli inni, anima mia.
Ti loderò tra i popoli, Signore;
a Te, Dio,  canterò per ogni etnia.
E’ grande quanto il celeste chiarore!
La Tua bontà  alle nubi ci rinvia;
Innalzati, Dio, sopra tutti  i cieli!
Sulla terra la Tua gloria disveli!

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Salmo 106

Ringraziamento

Gridarono al Signore nell’angoscia

E dalle angustie Ei li liberò!

Sulla retta via Li condusse poscia,

e il povero  di beni ricolmò!

Ma la parola Sua resero moscia;

e con sventure il cuore gli piegò!

Il Suo disegno essi disprezzavano,

nell’ombra della morte essi abitavano.

II

Da tenebre di morte  li fé uscire,

 e dopo spezzò  loro le catene;

Per la misericordia Sua, il Sire

ringraziarono gli uomini del bene

ricevuto quando ebbero a soffrire!

Già si seccava il sangue nelle vene

a causa della loro corruzione!

Ma li salvò la Sua intenzione!

III

Ricondusse alla calma la tempesta,

si rallegrarono della bonaccia;

Lo si esalti nell’Assemblea in festa;

S’alzino lodi nel consesso e in faccia

agli anziani. La gioia manifesta

rallegri ‘l giusto e ogni iniquo taccia!

Chi è saggïo, di ciò sia osservatore:

 comprenderà la bontà del Signore!

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Confessione Nazionale

Celebrate il Signore perché è buono,
ché eterna è la Sua misericordia!
Chi può risuonare come un tuono?
La lode del Signore dà concordia!
Visita il Tuo popolo con il dono
Di felicità, perché la primòrdia
Gioiosa del Tuo popolo godiamo:
della Tua eredità ci gloriamo!

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