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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

 

Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

3. continua…

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La maggior parte degli scienziati che studiano il clima sono d’accordo  sul fatto che i cambiamenti climatici causati dall’opera dell’uomo sono qualcosa di reale che si sta verificando. Tuttavia una frangia minoritaria della nostra popolazione si aggrappa ad un irrazionale rifiuto di un fatto scientifico ben consolidato. Questa violenta pulsione di sentimenti antiscientifici infetta le aule del Congresso, le pagine dei più importanti giornali e ciò che vediamo nella TV,  facendo credere  che sia in corso un dibattito quando invece esso manca del tutto.

Di fatto c’è un ampio accordo fra quanti studiano il clima non solamente sulla constatazione che il cambiamento del clima è cosa reale, (un’indagine ha mostrato che il 97% degli scienziati sono d’accordo) ma  anche sul fatto che noi siamo responsabili dei danni causati dal riscaldamento del pianeta.

Se ci sono differenze fra le varie correnti di pensiero esse concernono due fronti : la valutazione delle conseguenze dell’aumento di temperatura e quali tecnologie e quali politiche offrano le migliori soluzioni per ridurre su scala globale l’emissione dei gas che aumentano l’effetto serra.

Per esempio: dobbiamo andare avanti col nucleare? Investire sulle energie rinnovabili  vento, sole e geotermica? Limitare le emissioni di carbonio  per mezzo di una legge sul commercio o imponendo una tassa (carbon tax)? 

Finchè il pubblico non comprenderà appieno i pericoli cui andiamo incontro procedendo sulla via odierna, questi dibattiti sono verosimilmente destinati ad affondare.

Qui è dove gli scienziati devono intervenire. Io penso che non sia più possibile per essi stare sul marciapiede a guardare. Io non ho avuto altra scelta che entrare nella mischia.

Sono stato perseguitato  da pubblici ufficiali, minacciato di violenza e più dopo  che in uno studio fatto assieme ad altri quindici anni fa ho trovato che il riscaldamento medio nell’emisfero settentrionale non aveva precedenti almeno negli ultimi 1000 anni…”

“Nel 2003 quando  in una udienza del Senato mi fu richiesto un parere su una questione  politica io risposi: “Non sono uno specialista nelle questioni politiche e per me non sarebbe utile portare la mia testimonianza su ciò che mi chiedete”.

Non è un atteggiamento insolito fra gli scienziati il credere e l’affermare che  noi compromettiamo la nostra obiettività se scegliamo di immergerci nella palude della politica o affrontare le implicazioni sociali del nostro lavoro.

Ma non c’è niente  di inappropriato nel far uso delle nostre conoscenze scientifiche per parlare delle conseguenze effettive sulla società delle nostre ricerche. Se noi scienziati scegliamo di non intrometterci nei dibattiti pubblici,  lasciamo un vuoto  che sarà riempito da persone che hanno in mente solo i loro interessi a breve termine..

Sarebbe una abrogazione delle nostre responsabilità nei confronti della società se restiamo in silenzio di fronte a problemi così gravi….

Come ci giudicherà la storia se noi vediamo il pericolo che ci fronteggia, ma non facciamo nulla per far comprendere la necessità e l’urgenza  di agire  per evitare il disastro che può accadere? Come potrei spiegare ai miei nipoti che il loro nonno vide il pericolo ma non avvisò in tempo?”      

 Articolo originale in lingua inglese di Michael E. Mann – traduzione dall’inglese di Angelo Ruggeri

L’originale dell’articolo si trova su albixforpoetry-poetryandmore

Commento a cura di Angelo e Ruggeri

Nel mio libro “Racconti per un giorno i pioggia” pubblicato in edizione elettronica dall’ Istituto di Cultura Italiano di Napoli io ho discusso lo stesso problema riferendolo alla realtà dell’Italia dove scienziati e ingegneri non discutono ancora su problemi così grossi e di difficile soluzione come l’effetto serra ma sono alle prese con inondazioni ricorrenti , inquinamento, dissesti del territorio e frane in gran parte causati dall’opera dell’uomo.

 

SCIENZA E POLITICA di Angelo Ruggeri

“Voi uomini bianchi credete che la natura vi appartenga, credete di poterla trasformare a vostro piacimento. Ma noi sappiamo che nei boschi, nei monti, nei fiumi, c’è uno spirito divino che voi non potete violare impunemente”.

Queste sono le parole che un vecchio capo indiano disse ai bianchi vincitori.

Stiamo distruggendo le foreste, e il deserto avanza. Scaviamo gallerie, perforiamo la terra ed anche il fondo del mare alla ricerca di minerali, petrolio, ferro, rame, oro e diamanti, e facciamo un uso smodato di questi beni come se non dovessero mai finire.

Ma non è così, non passeranno secoli, ma soltanto pochi decenni prima che il petrolio ed altri preziosi minerali si esauriscano.

Noi che siamo disposti ad affrontare tanti sacrifici per il benessere dei nostri figli non ci chiediamo cosa sarà di loro, cui lasceremo una terra in gran parte sterile ed impoverita.

Inquiniamo coi rifiuti della nostra civiltà fiumi, laghi e mari.

Gli uomini di scienza e gli ingegneri sono i maggiori protagonisti di questo tipo di sviluppo poiché sono essi che progettano industrie e città. ma  non vogliono ammettere le loro responsabilità, difendendosi con l’accusare i politici per ogni disastro che accade.

“ Non siamo noi  che decidiamo quanto accade nel mondo. Gli uomini di Stato ci chiedono di progettare armi per i loro eserciti, la gente comune vuole avere a disposizione sempre nuovi beni per il consumo di un giorno, i ricchi ci chiedono di costruire le loro ville nei luoghi privilegiati dalla natura. Noi non possiamo contrastare la volontà dei potenti, né cambiare i desideri della gente”,  dicono essi a loro difesa.

Perché non possono contrastare con la verità l’azione di quegli uomini politici  quando si accorgono che costoro per incompetenza o  altro causano disastri?

Perché gli uomini di scienza non possono educare la gente comune mostrando i pericoli cui l’umanità va incontro se l’attuale dissipazione di risorse non rinnovabile associata ai guasti dell’inquinamento dovesse continuare?

Non possono forse perché hanno fatto un errore fondamentale: quello di considerare la politica cosa estranea alla scienza e dalla tecnica.  Come se dicessero ai politici e forse lo dicono davvero : “ Noi abbiamo inventato le armi, ve le affidiamo e voi fatene quello che volete”

Io penso invece  che scienziati e ingegneri debbano tornare a far politica, impegnandosi in quella che molti di essi considerano ancora “cosa sporca”. Uscire dagli uffici e laboratori e mischiarsi alla gente del popolo, andare nei paesi e nelle borgate e perché no? Parlare anche coi rappresentanti dei partiti politici, frequentare le loro assemblee..

Sento le voci contrarie, le ho sentite anche quando ero studente di ingegneria:

“ Noi uomini di scienza mischiarci in quel mare di intrighi e corruzione, col rischio di aver macchiata la nostra reputazione e compromessa la vita familiare e con la certezza di non aver più tempo da dedicare agli studi che costituiscono parte essenziale della nostra attività?  Si dedichino alla politica coloro che non hanno niente di meglio da fare.”

Se avessi ascoltato queste voci, la mia vita sarebbe stata più piana e tranquilla, quanti guai avrei evitato!

Non posso negare che per un ingegnere mischiarsi in politica può essere rischioso : gli interessi economici coinvolti nell’esecuzione di un’opera pubblica o di una impresa industriale possono essere molto grandi , così come  gli impatti che l’opera può avere sul territorio e le conseguenze sulla popolazione in termini di lavoro e di valorizzazione economica delle aree dove si costruisce.

Tutte queste ragioni in una società dominata dall’interesse economico a corta distanza condizionano anche pesantemente chi ha l’incarico di progettare e costruire un’opera sia privata che pubblica perché alla fin fine è sempre chi paga per l’opera colui che prende le decisioni definitive.

Così vediamo casa costruite in zone franose, o sul letto di fiumi e impianti industriali inquinanti costruiti in quartieri densamente abitati.

Ma ciò accade  anche perché gli ingegneri e gli scienziati si sono troppo a lungo estraniati dalla politica: se gli uomini onesti e capaci che sanno  affrontare e risolvere i problemi col metodo scientifico facendosi guidare , oltre che dal buon senso comune e dalle conoscenze acquisite, da un buon sentimento morale, si tengono lontani dalla politica giudicandola corruttrice, succede davvero che la politica cade in mano ai disonesti e agli incapaci, i quali diventano così arbitri del nostro futuro..

 

DEMOSTENE

Così parlò Demostene agli Ateniesi:

“ O cittadini le vostre deliberazioni devono precedere gli eventi non seguirli,

altrimenti non siete voi a decidere ma il caso o i vostri nemici .Quando la stagione è asciutta dovete costruire argini ai fiumi,.”

 

Bello a dirsi: ma a farsi..

manca l’accordo su cosa fare

e quelli che hanno men cose da dire

più forte gridano nelle assemblee.

Non sa Caio ciò che vuole ,ma lo vuole con forza:

è ricco, prepotente, viene eletto presidente.

La gente aspetta le sue decisioni,

ma lui non sa quel che vuole, idee proprie non ha,

ascolta contrarie opinioni. Gli suggeriscono infine:

“Chi non fa niente, neppure fa il male”

E lui non fa niente, e tutto va a male.

Lo dice il poeta: “Omnia ruit”, il male vien da solo,

forza  occorre e volontà per fare il bene,

come per far andare un carro in un pendio:

senza freni scende da solo, senza spinte non risale.

“Nominiamo una commissione di esperti”.

Dunque non siete voi gli esperti?

Così vi proponeste agli elettori!

Già sul monte s’addensano le nubi,

si sente  a valle vicino il temporale.

Speriamo non si dica poi:

“Anche questa tragedia avrebbe potuto evitarsi.

Ma non si evitò. Venne la pioggia violenta

con fulmini e rumor di tuoni

sembrava che rotolassero pietre dal monte

ed era il torrente che gonfio, adirato,

con voglia di far danni, si precipitava  in basso.

Entrò nelle case, portò via qualche vita,

lasciò fango,  rovine  e pianti.

Quelli che  più avrebbero dovuto esser grati alla sorte

per aver avuto salva la vita

di più imprecarono contro l’avversa fortuna.

“ Pazienza per le case  distrutte –

disse il parroco ai funerali- le ricostruiremo,

ma quelli che hanno perduta la vita

non la riavranno, su questa terra almeno.

Sia ad essi clemente il cielo,  morti non sono in peccato”

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Interessante e promettente il progetto realizzato nellle campagne di Villasor da una joint-venture indo-americana.

Come riportato da Tiscali (v. link sottostante) si tratta della serra fotovoltaica più grandel mondo.

Si estende su una superficie di 27 ettari fornirà l’energia pari a 20MW a beneficio di 134 serrper la produzione di frutta, verdura e fiori di qualitàsia per il mercato interno sia per l’esportazione.

Il progetto è costato 70 milioni di Euro e l’insediamento serricolo moderno, gestito dacinque cooperative, frutterà ben 90 posti di lavoro.

Una bella notizia che fa ben sperare in un futuro di progresso economico all’insegna della salvaguardia dell’ambiente.

Complimenti e grazie di cuore a chi ha creduto nel progetto.

Speriamo si possa replicare presto in altre zone della nostra Isola, finalmente lanciata verso la sua vocazione di un’economia basata sul Turismo, sull’Agricoltura pulita, sull’Artigianato e sull’Ambiente.

http://notizie.tiscali.it/regioni/sardegna/articoli/11/11/30/serra.html

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Io so
Che tu sei là
Massimo
Dove il sole brilla
Sulle “Cinque Terre”
Dove il  mare accarezza le tue coste
sussurrando
Io so che tu sei là
fra terrazze e grappoli
Sudore e  amore
Di cui mi parlavi
Ed ora tu sei lì
Per sempre
Anche se quando mi lavasti i piedi,
quel giorno a Londra, ricordi?
Io non capii
Ma ora so, chi eri, chi sei,
là dove brilla il sole
sulle cinque terre.
Cagliari, 1989
manarola
Io so
Che tu sei là
Massimo
Dove il sole brilla
Sulle Cinque Terre
Dove il  mare accarezza le tue coste
sussurrando
Io so che tu sei là
fra terrazze e grappoli
Sudore e  amore
di Liguria
che tu mi narravi
Ed ora so che tu sei lì
Per sempre
Anche se quando mi lavasti i piedi,
quel giorno a Londra, ricordi?
Io non capii
Ma ora so, chi eri, chi sei,
là dove brilla il sole
sulle cinque terre.
Cagliari, 1989

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poettoQuasi di colpo, qui a Cagliari, ecco che sembra esplodere l’estate.

Naturalmente non bisogna farsi illusioni: avremo ancora pioggia e freddo (i cagliaritani  di una certa età  hanno memoria di qualche  spruzzata di pioggia in occasione della Fiera Campionaria,  che si svolge nella prima settimana di maggio e inizia in concomitanza con la splendida saga di Sant’Efisio Martire, Patrono Massimo di Cagliari e della Sardegna(con la Madonna di Bonaria e Sant’Antioco).

Ma altri invece sono già al Poetto, la bellissima spiaggia che sta praticamente attaccata al centro urbano e che la capitale sarda divide con Quartu S.Elena, terza città della Sardegna (dopo Cagliari e Sassari): chi a crogiolarsi al sole, chi, più coraggioso e ardito, già a mollo nell’acqua.

In ogni caso l’Estate è già alle porte, con i suoi tanti pregi ed i suoi pochi difetti; un’altra splendida stagione durante la quale non manca  comunque il buonumore per il bel sole che allieta gli animi sereni e le fresche sere da trascorrere all’aria aperta, a contatto con la natura.

Benvenuta Estate! Grazie per essere ritornata da noi. Non ci dimenticare mai.

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copertina janasFra sette giorni esatti è prevista la rappresentazione dello spettacolo teatrale “S’Urtima Jana” a Targovihste, nella Concert Hall della  cittadina bulgara, a cura della Compagnia Teatrale Mattei di Decimomannu.

Si replica due giorni dopo nella capitale Sofia con l’organizzazione del Circolo dei Sardi della capitale bulgara e con l’Alto Patrocinio dell’Ambasciata  Italiana.

La commedia musicale, scritta e diretta dal docente coordinatore Ignazio Salvatore Basile è ambientata nell’immaginario villaggio nuragico di Nure e narra la storia di due cugini.

Il primo, Rumisu, è figlio del re Gonario, morto quando egli aveva appena un  anno.

Secondo le consuetudini del villaggio il trono del re defunto spettava  a lui e lo avrebbe dovuto reggere la madre Nakigia, vedova del re Gonario, sino alla magggiore età del piccolo Rumisu.

Ma il fratello di Gonare, Itzokar, ha usurpato il potere del nipote, insediandosi di prepotenza sul trono.

A distanza di venti anni Rumisu prepara, con l’aiuto di sua madre Nakigia e della sacerdotessa Bithia, la sua rivincita.

Per riconquistare il trono che gli spetta per diritto sfiderà in un drammatico duello suo cugino Damasu, figlio di Itzokar e da lui designato come erede al trono.

I due cugini sono inoltre rivali in amore: tutti e due anelano a sposare la principessa Aristea; per cui la lotta dei due è doppiamente accesa e ricca di motivi di scontro.

Rumisu sarà il vincitore ma quando inviterà la bella Aristea a sedersi sul trono a fianco a lui, la principessa gli negherà i suoi favori, dichiarando il suo amore per Iolao, un guerriero indipendente che la ama per davvero.

Le donne non sono prede di guerra, che si conquistino con le lotte e le armi, come uno scettro e un mantello“- dirà Aristea a Rumisu- “ma sono trofei che si conquistano che si conquistano con l’amore!”

Aristea, nella commedia, incarna il principio lunare (simbolo della femminilità), in contrasto con quello solare (simbolo del potere patriarcale), rappresentato da Damasu e dallo stesso Rumisu, entrambi preoccupati soltanto di lottare per il potere.

Il popolo festeggerà per l’ultima volta (S’urtima Jana, per l’appunto) la vittoria della luna sul sole, del matriarcato sul patriarcato.

Dopo di allora i maschi prenderanno a regnare incontrastati sino ai nostri giorni.

La compagnia teatrale “Mattei” si presenta in Bulgaria con la traduzione dell’opera in lingua Inglese, in lingua Francese e in lingua Italiana, anche se la recitazione avverrà rigorosamente in lingua Sarda.

La commedia è comunque comprensibile, non solo grazie alla traduzione nelle lingue più diffuse del mondo,  ma anche perchè si tratta di una commedia musicale basata sulla gestualità, sulla ritualità, sulle danze e sulle musiche autoprodotte dalla Campagnia medesima.

Le coreografie sono di Maria Carla Erdas, mentre le  musiche sono state elaborate

da Giuseppe Atzori; la preparazione vocale è di Barbara Mostallino, mentre le scenografie sono di Antonello Cappai.

La regia, come già detto, è dello stesso autore e docente coordinatore Ignazio Salvatore Basile.

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gazeboMia mamma desiderava ricoprire con un tendone il Gazebo che abbellisce la sua terrazza a livello, il cui cannucciato è ormai malridotto a causa dell’età e delle intemperie. La superficie piana del Gazebo è di circa 25 metri quadri.

Ho chiesto alcuni preventivi a delle ditte specializzate di Cagliari, ma il più benevolo ha chiesto € 643( più iva di legge) con montaggio e trasporto a carico mio. Inoltre la consegna sarebbe avvenuta, a Dio piacendo, almeno dopo 15 giorni (se non addirittura dopo l’estate).

La titolare mi ha precisato infine che il montaggio lo effettuano solo a favore di chi ordini da loro anche l’installazione del Gazebo.

Ho pensato così di ricorrere al prefabbricato.

In un negozio di tende e gazebo (che tratta anche la  hobbistica e il bricolage) un commesso mi ha suggerito di utilizzare all’uopo uno di quei teloni con cui si usa coprire l’automobile.

Così ho fatto ed eccomi qua, aiutato da mia figlia, operaio specializzato (si fa per dire)

addetto al montaggio di teloni per Gazebo.

Sembra che tutto sia andato bene.

Ma il battesimo ci sarà al primo vento di maestrale: se regge all’impeto del maestrale, il lavoro potrà dirsi eseguito a perfezione.

In tale previsione dovrò ingegnarmi ad aggiungere delle borchie, perchè quelle del telone, secondo me, sono troppo distanziate una dall’altra (quasi un metro lineare) ed il vento avrebbe gioco facile ad infilarsi in una simile distanza, facendo leva su tutta la superficie del telone.

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IMG_0276Oggi ho fatto il  mio primo bagno al mare del Poetto.

Eppure non è stato il mio primo giorno al mare. C’ero già stato numerose volte in precedenza.

Ma oggi era impossibile resistere.

C’era un’afa che si tagliava con coltello.

L’acqua era splendida: calda nei primi dieci metri, più fresca appena oltre.

Negli anni son diventato restìo a buttarmi in acqua.

Le mie due figlie, prima la grande e poi la piccola, mi costringevano a fare il bagno controvoglia, quando erano bambine.

Ed io, un pò per accontentarle e un pò per paura di lasciarle in acqua da sole, mi immmergevo con loro, anche se avrei preferito starmene sotto l’ombrellone a leggere e a poltrire.

Cosa che adesso faccio regolarmente, magari con un libro d’evasione.

Anche perchè le mie figlie, adesso, preferiscono che io non gli stia tra i piedi (soprattutto la piccola, che ha 12 anni) perchè quasi si vergognano a farsi vedere col papà che controlla che non ci siano troppi mosconi intorno.

Insomma, nella vita si cambia, diceva qualcuno.

Io, però, sotto l’ombrellone a poltrire beatamente in compagnia d’un buon libro ci sto sempre bene.

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nuragheDomani a Serramanna, al Sine Nomine Theatrum, alle ore 19,00, la Compagnia Teatrale Mattei replica “S’urtima Jana”, la commedia musicale di Ignazio Salvatore Basile, coreografie di M.C. Erdas, musiche di G.Atzori, preparazione vocale di B. Mostallino, scenografie di A. Cappai, costumi di R. Giua.

Si tratta di una vicenda ambientata in epoca nuragica che narra la storia di due cugini che lottano per il trono e per l’amore di Aristea, nel villagio di Nure.

Ma la bella Aristea non ama nessuno dei due contendenti, preoccupati più del potere che dell’amore.

Essa ama Jolao, incarnando il principio matriarcale dell’amore disinteressato e materno, in contrapposto all’amore paterno di stampo patriarcale, proteso all’affermazione   sulle cose, sulle donne e sugli uomin, creato per tramndare titoli e proprietà, interessato solo al potere.

L’amore di Aristea e di Jolao trionferà:  per l’ultima volta la Luna (il principio lunare, Diana o Jana) trionferà sul Sole.

Ma sarà l’ultima Jana perchè poi il Sole si prenderà il potere per sempre.

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E’ solo un avviso! E spero di sbagliarmi.

(continua…)

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