Articolo taggato “sessanta”

Con la promozione guadagnata con merito e fatica a Spadafora,  e col relativo nullaosta,  ottenni l’iscrizione alla classe terza media del mio paese.

Occorre  dire che la classe mista in cui mi ritrovai, era per me, un’esperienza alquanto nuova.

Ero stato in classe mista, come l’attento lettore certamente ricorderà, l’anno precedente, anche se solo per un breve trimestre. Ma la  classe era comunque una classe per me nuova, anche se vi ritrovai tante facce conosciute.

A causa del mio curriculum scolastico  alquanto nomade non potevo dire di avere dei veri e propri  amici del cuore; ma le compagne ed i compagni erano in fondo, quasi tutti,  nati e cresciuti come me nel paese. Dico quasi tutti perchè non mancavano certi dei compagni che si trovavano in quella classe per avventura: figli di carabinieri trasferiti in servizio nella locale caserma da altre parti d’Italia o da altre provincie della stessa Sardegna; figli di funzionari, tecnici o semplici operai del locale zuccherificio, ove si produceva lo zucchero attraverso la lavorazione della barbabietola, coltivata nei vasti campi della pianura del Campidano, al centro del quale è situato il mio paese natio; o magari figli di pastori del Capo di Sopra che, stanchi della vita da trasumante, cominciavano ad impiantare le proprie aziende in pianura, dove le loro pecore potevano trovare nutrimento tutto l’anno: nei pascoli aperti dalla  primavera al primo autunno; nei capannoni chiusi, grazie all’erba medica e al fieno ivi accumulati in estate, durante i mesi più  freddi e piovosi. Ma in maggioranza, lo ripeto, si trattava di facce conosciute.

Con  le ragazze,  come si sa, a quell’età c’è un divario esistenziale notevole. Nel senso che le adolescenti a tredici, quattordici anni, sono già donne, con i loro segreti, il loro fascino misterioso che esse riescono ad accrescere un po’ per malizia o magari per timidezza, con quel senso di superiorità nei confronti dei loro coetanei maschi, ancora alle prese con le dinamiche ormonali,  in fase di frastorno e trasformazione. E loro, già donne compiute, per istinto posavano gli occhi sui ragazzi più grandi; o forse era il corteggiamento di cui questi erano già capaci, a differenza di noi bambini, che le facevano sentire  importanti e distanti da noi.

Tra i ragazzi ritrovai due fuorisciti dei Salesiani di Arborea che,  come me, seppure per motivi diversi, erano andati via dopo appena un anno di Seminario. Uno si chiamava Giorgio (soprannominato  ”Villaggio”, che in realtà era il soprannome di uno dei suoi numerosi fratelli più grandi;i genitori avevano una bottega di generi alimentari con annesso panificio e portavano le bombole a domicilio; nei pomeriggi assolati d’estate, come ho già detto, scappavamo spesso al fiume a bordo del triciclo di famiglia, quando ovviamente non serviva più nè alla consegna del pane, nè al trasporto di bombole); l’altro si chiamava Paoletto, ma il suo soprannome era Tomeno;  si  era guadagnato un tale nomignolo  in Seminario quando, in occasionedella correzione  dei compiti scritti di  Francese lui, che prendeva di frequente un otto non pieno, diciamo un otto meno, a chi gli chiedeva quanto avesse preso ( gli studenti fanno ancora questi confronti, in occasione della correzione di compiti in classe), forse per timidezza, o per un vezzo nel mangiarsi le sillabe iniziali del voto, fu colto a rispondere “tomeno”; e quel  soprannome se lo riportò indietro al paese.

Giorgio e Paolo divennero presto un punto di riferimento per me; e nel bene o nel male, ci influenzammo a vicenda in quell’anno così cruciale, dove non eravamo nè carne, nè pesce; ed io, in particolare, mi sentivo sbandato ed irrequieto come non mai. Giorgio aveva sempre appresso delle riviste che in quel periodo andavano forte: Ciao amici e Giovani. Queste riviste parlavano dei gruppi beat e della musica allora in voga: Quelli, I Ribelli, Ricky Maiocchi,I Sorrows, I Trappers,  I Balordi, I Bisonti,  I Girasoli, Igor Mann & I Gormanni, Ricky Shayne, I Califfi, I Corvi, Ricky Gianco, I Delfini, Evy, I Jaguars, I Meteors,  i New Dada  e tanti altri che ora non ricordo. Questi gruppi cantavano la rivoluzione, la libertà e la voglia di cambiare il mondo. Reinterpretavano anche molti brani del rock anglo-sassone (oggi si chiamano covers): Bang-Bang, Lady Jane, The house of the rising sun.

Giorgio li conosceva proprio tutti e questo fece crescere a dismisura la mia ammirazione nei suoi confronti .  Grazie a quelle riviste, lui conosceva tutti i segreti di questi affascinanti gruppi musicali, che vivevano, a sentir le parole delle loro canzoni, in un mondo pieno di suoni, di colori, di bionde avvenenti e sorridenti che noi potevamo soltanto sognare di notte, dopo averle viste, alquanto discinte , nei calendarietti che i nostri fratelli più grandi ricevevano in omaggio dai barbieri, ove settimanalmente si recavano a cotonarsi e sistemarsi i capelli sempre più lunghi e disordinati, per affrontare con più baldanza e sicurezza le serate nelle sale da ballo, dove ancora si esibivano dal vivo i complessini locali che scimiottavano, con maggiore o minore bravura, i grandi gruppi internazionali  Rock di allora: Santana, Deep Purple, Pink Floyd, Led Zeppelin.

In quelle riviste, sbirciate di nascosto durante le ore di lezione (il professore di religione, un uomo di forte carattere e grande cultura un giorno minacciò di cacciarmi via dall’aula; e aggiunse, lo ricordo ancora, che sarei stato il primo suo studente a subire una tale sanzione), lessi per la prima volta l’aggettivo “psichedelico” che si accompagnava sempre a delle immagini colorate, foto di giovani vestiti alla moda del momento, collo sguardo perso nel vuoto, donne affascinanti, disinibite  e sensuali, così diverse dalle nostre donne, ancora coperte di pudore e discrezione, fossero anche giovani studentesse, ancora sotto il dominio del maschio geloso e possessivo.

A tal proposito mi ritorna in mente un episodio che avvenne in paese. C’era uno del mio paese, di qualche anno più grande di noi, un certo Toschi (così chiamato perchè giocava al pallone ed aveva come idolo e modello proprio il centravanti  della Sampdoria che allora portava quel cognome); questo Toschi si era innamorato, contraccambiato, di una certa Laura, una bella ragazza minorenne di diciotto, forse diciannove anni (all’epoca la maggiore età si raggiungeva ai ventun anni); il padre di Laura, un funzionario di  alto livello dello Zuccherificio dell’Eridania (i funzionari e i tecnici di alto livello avevano diritto a uno degli appartamenti che l’Eridania aveva fatto costruire a ridosso delllo stabilimento industriale, a poca distanza dal centro abitato), che per la figlia sognava un partito più vicino al suo e, comunque, molto distante dal prototipo di un giovane calciatore, che solitamente,  per rincorrere il pallone mollava qualsiasi impegno, di studio o di lavoro che esso fosse, finendo con buona approssimazione, se non aveva una famiglia facoltosa alle spalle, a fare il commesso in qualche negozio o peggio, nell’ottica del padre di Laura, a campare di lavori manuali, magari a giornata, nell’agricoltura  o nell’ edilizia.

Così un giorno, che i due innamorati si erano incontrati in qualche parte  del paese, il padre della avvenente Laura piombò sulla coppia e se la  riportò a viva forza a casa, gridando ai quattro venti, proprio mentre trascinava la figlia in lacrime, nella piazza centrale,  che al compimento della maggiore   età, se ancora fosse stata innamorata di quello scavezzacollo senza arte nè parte, le avrebbe regalato una corda con la quale si sarebbero potuti impiccare entrambi.

10. continua…

 

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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Dopo l’esperienza di Giorgino tornai al mio paese, dove mi aspettava il fiocco giallo della terza elementare.

Le nuove scuole elementari di via Matta non erano state ancora ultimate, per cui il Comune comunicò ai genitori che i propri figli avrebbero continuato a frequentare le scuole elementari nel vecchio Convento dei Cappuccini.

Tornai così nell’antico edificio seicentesco, secolarizzato con la legge del 29 maggio 1855, la prima di una serie di leggi con cui il Regno di Sardegna prima, e il Regno d’Italia poi, acquisirono l’ingente patrimonio ecclesiastico al patrimonio statale, nell’ambito di quel movimento politico ed economico teso a combattere la c.d. “manomorta”, ovvero l’accumulo delle proprietà immobiliari nelle mani degli ordini religiosi.

Il Convento era stato assegnato al comune nel 1866, con l’obiettivo di adibirlo a scopi di natura pubblica.

Ci avrebbe pensato poi Mussolini, nel 1929, coi Patti Lateranensi, a risarcire  la Chiesa per quelle espropriazioni, contribuendo così a costituire il primo nucleo di quella gestione finanziaria che grazie a uomini onesti e capaci come l’ing. Bernardino Nogara e ad ecclesiastici,  non meno capaci,  ma sicuramente meno onesti,  come il cardinale Marcinkus, ha portato il Vaticano, ed il suo braccio finanziario, lo IOR, al vertice delle potenze finanziarie off shore,  o paradisi fiscali che chiamar li si voglia, del mondo globalizzato.

Ma a quel tempo certe cose non si sapevano; e se qualcuno sapeva non veniva certo a dirle a noi.

Insomma queste scuole si trovavano in uno dei quartieri storici del mio paese: su Guventu, che comprendeva, oltre alle strade attorno al vecchio convento dei Cappuccini, anche la via Cimitero, che univa il camposanto e la Piazza Chiesa, attraverso la via Roma.

L’altro quartiere storico era quello che si snodava attorno alle vie Siviller e alla via Baronale costruite attorno al Castello quattrocentesco dei Marchesi di Alagon e di Siviller, antichi feudatari del re Aragonese Martino, fiero avversario della giudicessa Eleonora d’Arborea,  poi decaduti in epoca sabauda.

Infine c’era il mio quartiere, relativamente nuovo, ricompreso tra la Piazza del Municipio, la stazione ferroviaria e lo Zuccherificio (che allora produceva alla grande, dando lavoro a un sacco di gente, direttamente e indirettamente, con l’indotto, come si usa dire oggi).

Ognuno di questi quartieri aveva la sua banda di ragazzini. Quella de su Guventu era capeggiata da Mariano, un tipetto dalla fama da duro, che non permetteva ai ragazzini degli altri quartieri di entrare nel suo, senza buscarle di santa ragione. Ricordo una sfida epica con lui e la sua banda, fatta di lanci di pietre (a mano libera e con la fionda, “su tirallasticu”, che noi stesso realizzavamo con una forcella di legno di  fico a “Y”, due strisce di camera d’aria in disuso e un pezzetta di cuoio forata ai lati).

In testa porto ancora il ricordo di quella e di altre sfide: is staffeddasa, ovvero dei tagli visibili sulla cute, dovute all’impatto con i sassi taglienti.

A me toccava di stare in prima fila. L’obbligo mi discendeva dal fatto che io ero stato prescelto come capo-banda. Non tutti, però,  erano stati concordi nella scelta del capo; mi ricordo in particolare un caro amico di quei tempi andati: Rodolfo; avevamo la stessa età ma lui era più alto e robusto di me; quindi rivendicò, non so dietro a quale altro pretesto,  per sé la leadership; mi sfidò apertamente un pomeriggio d’estate, levandosi la maglietta e mostrando la  corazza di cuoio che gli copriva tutto il busto e che, a suo dire, lo rendeva invincibile e degno del comando. Più tardi mi confesso che si trattava di un busto ortopedico che gli era stato prescritto per risistemare non so bene quale sporgenza ossea; ma in quel momento credetti soltanto che si trattasse di un escamotage inventato per togliermi il bastone del comando faticosamente conquistato.

Alla vista di quella corazza, che Rodolfo sfoderò con un urlo di minaccia, tutti i componenti della banda ammutolirono di colpo; ma quando capirono che non intendevo cedere il comando senza lottare si disposero in cerchio attorno a noi; ci studiammo a lungo, con finte e occhiatacce di sfida; io intuii che se mi avesse afferrato, corazza o non corazza, mi avrebbe stritolato; allora, istintivamente, escogitai un trucco che mi sarebbe servito negli anni a venire per atterrare avversari ben più temibili: mi lanciai afferrandolo dietro ai polpacci e atterrandolo pesantemente; paradossalmente, quella corazza, che lui credeva il suo punto di forza, si dimostrò invece quell’handicapp che in effetti era, impedendogli di divincolarsi dalla  presa in cui lo avevo steso, con il peso del corpo e  le mie ginocchia sulle scapole che lo inchiodavano a terra. Alla mia affannosa domanda “t’arrendisi?” , lo spaventato amico non poté fare altro  che rispondere con un mesto assenso e il boato della banda decretò la mia vittoria;   Rodolfo si dimostrò un valido e leale luogotenente in tutte le nostre scorribande.

L’altro capo banda era un certo Francischeddu. Con lui ricordo un litigio nei gradini del bar di Sidoru che mi procurò il distacco e la perdita di tutti i bottoni della mia prima camicia (la ricordo bene perché era la mia prima camicia, una camicia che, come usava al tempo, era stato di uno dei miei fratelli più grandi; una camicia verde, mezze maniche con taschino), ma anche il rispetto di Francischeddu col quale, se pure non diventammo amici, almeno ci salutavamo senza più guardarci in cagnesco.

A scuola ci assegnarono il maestro Camerini, un siciliano che divenne amico di mio padre; a parte il difetto di pronuncia (quaccio più quaccio fa occio, somaro!) si dimostrò un ottimo insegnante, che istituì il servizio bibliotecario (allora sconosciuto al mio paese) avviando alla lettura decine di scolari (me compreso) che conobbero così “Il piccolo Lord”, “I ragazzi della via Paal”, “Incompreso” e i classici senza tempo: “Pinocchio”, “Ventimila leghe sotto i mari”, “I tre Moschettieri”.

Alla radio impazzavano Paul Anka, Celentano, Modugno, Gene Pitney, Adamo e Bobby (con la celeberrima “Una lacrima sul viso”) e Gigliola Cinquetti con la su indimenticabile “Non ho l’età”, vincitrice del Festival di Sanremo in quell’anno 1964.

Ma la nostra età, invece, avanzava, eccome! Adesso la mia età si scriveva con due cifre e  ci aspettava la quarta elementare, nelle scuole nuove di zecca, finalmente più vicine a casa!

3- continua

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Tra la fine degli  anni sessanta e l’inizio dei settanta andavo a ballare con mio fratello maggiore ed i suoi amici; loro erano già ultraventenni,  io ero solo un ragazzo poco più che sedicenne. Le discoteche come le conosciamo oggi, non esistevano ancora; noi andavamo in giro nei paesi della sterminata provincia cagliaritana dove,  in sale da ballo piene di fumo e dagli improbabili nomi stranieri (Chat Noir, Moulin Rouge), si esibivano dei gruppi dal vivo dai nomi più fantasiosi: The Diamonds, I Natistanchi, Le Furie.

Tutti i gruppi che si esibivano, alternavano dei brani svelti (o mossi) ai lenti (i famosi lentacci). Sia gli uni che gli altri andavano ballati in coppia; nel senso che l’uomo invitava la donna sia per i balli svelti che per quelli lenti. La serata valeva il viaggio quando  riuscivamo a ballare dei lentacci guancia a guancia; era un modo come un altro per fare amicizia; ci sono matrimoni nati così, che durano ancora; a distanza di più d’un mezzo secolo.

Poi  vennero le discoteche e la musica da vivo finì.

Io mi trasferii in città e mio fratello maggiore restò in paese.

La fortuna che gli arrise negli affari non fu altrettanto prodiga con lui nell’amore. Nonostante la sua intraprendenza, infatti, restò solo.

Forse la donna dei suoi sogni non era in quei paesi lontani dove trascorrevamo le domeniche.

Forse la solitudine è iscritta nel nostro DNA, come la statura, gli occhi chiari, la carnagione bianca e i capelli ondulati.

Mi piace pensare che ci incontreremo ancora, nella domenica senza tramonto e nella gioia senza fine.

 

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ornella vanoniDi chi è stato il primato femminile canoro in Italia negli sessanta? Della Tigre di Cremona o dell’Aquila di Ligonchio? Della Pantera di Goro o della Colomba di Milano? Oppure della Leonessa di Venezia?

Per capirci meglio: chi è più brava tra Mina, Iva, Milva, Patty e Ornella?

Tutte le cinque cantanti sono bravissime, ma sembra di capire che dalla critica musicale siano state selezionate come finaliste Mina e Ornella Vanoni: la prima per la sua vocalità immediata, diretta e naturale; la seconda grazie alle sue doti interpretative ed alla sua voce costruita ma sensuale.

Ebbene io, considerando anche ciò che queste artiste hanno fatto negli anni settanta e sino ai nostri giorni, anche al di fuori della musica, in altri campi dell’arte, sceglierei Ornella Vanoni.

Beninteso, sono state escluse dalla competizione le nuove leve  considerate, come dire, fuori gara, per ragioni anagrafiche, anche se alcune sono davvero brave, anzi, bravissime!

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