Articolo taggato “sciopero”

Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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Il mio blog non è un giornale  che si occupa dei massimi sistemi ma è solo un diario personale che racconta esperienze di vita vissuta.

Insegno negli Istituti Tecnici della scuola pubblica da  ventotto anni, in qualità di docente di discipline giuridiche ed economiche.

Nel mio primo anno di docenza ho ritrovato la scuola esattamente come l’avevo lasciata da studente un decennio prima.

Poi l’ho vista cambiare, anno dopo anno.

In certe cose è migliorata.

La mia scuola, ad esempio, ha tre laboratori di informatica, con una settantina di computers, tutti collegati ad internet e dotati dei più aggiornati programmi di lavoro (Power point, Excel, XP Microsoft, Office  e tanti altri che ora mi sfuggono).

Dal punto di vista dello studente credo che la Scuola italiana sia decisamente migliorata.

Io, che ho fatto la Ragioneria, non avevo neppure le calcolatrici e, di quando in quando, fruivo di un laboratorio di dattilografia con le vecchie macchine da scrivere Olivetti 22 (ma le ossa e i primi atti giudiziari me li sono fatti sulla macchina da scrivere portatile che il mio vecchio  aveva comprato per incoraggiarmi a divenire un bravo ragioniere.

Per gli studenti oggi è decisamente meglio.

Io ricordo i miei professori distanti, su una cattedra sopra elevata, che svettava su di una pedana alta trenta centimetri, quasi come una roccaforte inespugnabile. Distanti e inavvicinabili. Anche se molti mi hanno voluto bene ed io serbo per loro un caro ricordo di gratitudine e simpatia per quello che hanno saputo fare per me e per la mia formazione sociale e culturale.

Godevano ancora, i professori di allora (parlo del primo lustro  degli anni settanta del secolo scorso) di una certa considerazione sociale. Il rispetto degli studenti gli veniva garantito da un regolamento ferreo che risaliva agli del fascismo.

Fu contro quel terribile regolamento che  noi lanciammo i nostri strali rivoluzionari.

Io mi battei in prima persona per la democrazia in classe, per le assemblee di istituto, per il diritto alle lezioni alternative, alla palestra, alle gite scolastiche, ai laboratori di dattilografia e di calcolo. Non c’era niente, per gli studenti di allora. Solo il duro regolamento e la disciplina.

In nome di quel regolamento il preside propose al Consiglio di Classe la mia espulsione. Aveva fatto un gran casino,  pur senza mai ricorrere alla violenza. Ma la maggioranza dei professori mi apprezzava, quantomeno per ciò che avevo nei quattro anni precedenti e me la cavai con una sospensione di quindici giorni (anche grazie a mia madre che andò a supplicare i professori di salvarmi l’anno).

All’esame di maturità fui in mano all’unico commissario interno (allora funzionava così), che apparteneva alla minoranza che mi avrebbe volentieri cacciato via dalle scuole di tutta la repubblica.

Ricordo che scelsi un tema dedicato all’art. 11 della Costituzione (in forza del quale l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle contreversie internazionali ecc.).

Ero, e lo sono tuttora, un convinto pacifista.

I miei idoli, anche allora, erano Gandhi, Martin Luther King, John Kennedy e, su tutti Gesù, Il Cristo (che all’epoca ammiravo però solo come Uomo; mentre oggi sono convinto che Egli sia il Figlio dell’Unico e Vero Dio).

Il commissario che mi detestava (ma in ciò era contraccambiato, anche perchè lo avevo soprannominato Joe Vernaccia, e lui doveva averlo saputo dai soliti spioni), mi mise in cattiva luce con i commissari esterni, dipingendomi come un extra-parlamentare rosso, senza dio e senza stato, un rivoluzionario sfasciatutto e spavaldo, e chissà che altro. E aggiunse che io avevo parlato di Gesù Cristo per ingraziarmi i favori della Commissione.

Insomma questo pover’uomo non aveva capito un cavolo di me e della mia personalità. A quei tempi, insomma, era meglio chinare il capo e guardare in terra, anzichè sfidare l’autorità costituita.

Eppure io non ho mai rimpianto di avere parlato di Gesù. L’ho avuto sempre nel mio cuore sin d’allora e per lui avrei dato anche più di quel poco che mi è costato dedicare alla sua figura storica il mio tema di maturità.

In fondo volevo solo andare via da quella scuola (all’università avrei pensato solo a studiare. E così fu).  E anche quel voto con cui mi licenziarono per andava bene, dopo avere rischiato di dovermi fare un altro anno.

Per i docenti non credo che questa scuola sia meglio di quella di ieri.

I ragazzi sono indisciplinati e le famiglie spesso sono inconsistenti e/o  inesistenti, quando addirittura non ti si rivoltano contro.

Per di più,  i governi dell’ultimo ventennio,  non hanno fatto altro che tagliare i fondi alla scuola pubblica, immiserendo e mortificando la funzione docente e lasciandola decedere, sia nelle sue strutture murarie, sia nelle strutture relazionali.

I nani e le ballerine che ci hanno governato (mortadelle ed ex comunisti pentiti inclusi) ci hanno infine dipinto come incapaci e fannulloni.

Ma le eccellenze ed i cervelli italiani fuggiti all’estero chi li ha formati?

Eppure io ho lavorato (e lavoro tuttora) con enusiasmo e convinzione, nonostante tutto e nonstante i governi che si sono succeduti.

Quando entro in classe capisco che sto entrando in un microcosmo dove il mio ruolo è fondamentale, così come quello di ciascuno degli studenti a me affidati (peccato che il governo ladro ce ne affidi anche trtenta in una sola classe).

Ho cercato di realizzare la scuola che avrei voluto io: una scuola fatta di confronto, di reciproco  rispetto, di dialogo a 360 gradi e di tanta, tanta cultura (non solo giuridica ed economica).

E sono sceso dalla cattedra. Ho capito i ragazzi anche recitando con loro. Quanti pomeriggi ho trascorso a far le prove di teatro!!! E quanti viaggi, quanti premi!!!

Il lavoro di insegnante l’ho scelto io e non me ne pento.

Certo sei il governo ricordasse e capisse che siamo dei laureati e che il nostro contratto è fermo da più di optto anni, allora sì che sarebbe una buona scuola.

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Anche se c’è davvero l’imbarazzo della scelta, parlare dei misteri d’Italia non è facile.

La prima domanda che sorge spontanea: da dove iniziare?

A ben vedere anche la nascita di Roma, la città che diventerà Caput Mundi, è avvolta nel mistero, con la sua affascinante leggenda sui gemelli Romolo e Remo allattati dalla Lupa.

Per vedere l’Italia politica, da quel fatidico 753 a.C. ( data nota come “ab Urbe condita”) dovremo aspettare più di 2.600 anni.

Troppo lunghi per le mie modeste ambizioni, e troppi misteri per il tempo a disposizione.

Preferisco parlare subito e direttamente della Repubblica Italiana, limitandomi al periodo che ho vissuto come testimone dotato di un minimo di consapevolezza, concedendomi qualche flashback e qualche fuga in avanti.

Inizierò così la mia storia partendo dagli anni settanta.

Nei  primi anni settanta hanno luogo avvenimenti   cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quegli anni frequentavo  l’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo nostro ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la violenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

1. – continua

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STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al Siotto dove gli studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo sistema è contro di esse.”

Così declamava un volantino, ciclostilato in proprio il 18 marzo 1971 dal movimento studentesco degli istituti superiori di Cagliari in assemblea permanente,  e distribuito, anche nella mia scuola,  nello stesso giorno. E come sembrano incredibilmente attuali queste parole. Se le svecchiassimo di quel linguaggio sessantottesco,  le potremmo ancora adattare alla situazione di oggi. Eccettuato purtroppo il fatto che le masse lavoratrici sono sempre meno vaste e meno coscienti.

In quell’anno scolastico 1970-1971 ero approdato alla terza classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Proprio in quell’anno mi ero accorto di avere sbagliato scuola: la Ragioneria e la Tecnica Commerciale, materie di indirizzo, mi annoiavano a morte, mentre studiavo sempre più volentieri l’italiano, la storia e le lingue straniere; per fortuna iniziammo a studiare il diritto e l’economia; tutto sommato potevo sopravvivere  senza cambiare scuola; avrei studiato anche le materie professionali, almeno il bastante per arrivare alla sufficienza.

D’altronde non è che i professori potessero ammazzarci di studio. Qualcuno l’avrebbe anche voluto (noi li chiamavamo “fascisti e reazionari”) ma ormai eravamo troppo impegnati nella lotta contro le vecchie istituzioni scolastiche e chiedevamo a gran voce di essere arbitri dei nostri destini. I nostri professori e le istituzioni più in generale, dal Preside sino al ministro della P.I. (quell’anno, se le fonti e la memoria non mi ingannano era il democristiano Misasi), d’altro canto, si scoprirono abbastanza impreparati a fronteggiare quella protesta rumorosa e convinta, tanto più  incontrollabile, quanto più essa era sorta in maniera spontanea e non organizzata.

C’erano, come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il Movimento marxista-leninista, I Maoisiti, su Populu Sardu e altri che adesso non mi ricordo; ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.

La nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).

E’ anche vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta; ma su questo tema mi tratterrò più diffusamente nelle prossime puntate.

Per adesso dirò che l’anno scolastico ormai iniziava effettivamente dopo le vacanze di Natale (almeno per quelli come me che aderivano incondizionatamente agli scioperi); poi si proseguiva bene o male sino a maggio, anche se c’erano certi appuntamenti imprescindibili, come quello del 25 aprile e del 1° maggio in cui ci si ritrovava nelle piazze.

Devo dire, per concludere, che io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni (quelle concrete come l’assemblea mensile e i dibattiti in classe e a scuola; così come quelle più fumose e impalpabili,  quali il diritto allo studio e  la scuola per tutti), rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.

Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. i miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei sedici anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).

Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).

Ma questo fa già parte delle prossime puntate.

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Molte persone, soprattutto tra i giovani, sono convinte che il ’68 sia stato un gran botto di cannone, i cui echi si sentono ancora nell’aria, come una canzone che ci ricordi i bei tempi andati.

In realtà il ’68, almeno qui a Cagliari (e più in generale in Italia) è stato soltanto l’inizio di un lungo e sofferto cammino che i giovani della mia generazione (e quelli di qualche anno più grandi di me) hanno percorso e vissuto attraverso diverse tappe; un decennio terribile, iniziato nella gioia e nei colori del ’68 (che, a sua volta, affondava le sue radici nella rivoluzione dei figli dei fiori di San Francisco e dintorni, della metà degli  anni sessanta, poi diramatosi in mille rivoli, a Berkeley, a Seattle, a Woodstock) e sviluppatasi negli anni successivi nelle lotte politiche e nei movimenti della sinistra extra-parlamentare, per sfociare infine nelle sanguinarie azioni dei gruppi armati, la cui deriva politica e storica, può farsi  risalire al rapimento e alla barbara uccisione dell’onorevole Aldo Moro (1978), la vittima innocente, l’agnello sacrificale, il capro espiatorio di una classe politica cinica e corrotta che ha segnato un’epoca.

Infatti, nell’autunno del 1969, alla ripresa dell’anno scolastico 1969-1970, che mi vedeva approdare alla seconda classe,  forte di una promozione a giugno,  con encomio personale da parte del Preside prof. Antonio Mattu, , gli scioperi ripresero più chiassosi e virulenti che mai.

Io stavo ancora a guardare. C’erano gli studenti di quarta e di quinta che organizzavano gli scioperi e i cortei.

All’ingresso i picchetti avevano lasciato il posto al semplice volantinaggio. Chi voleva poteva entrare. Ma anche a quelli che entravano per fare lezione venivano consegnati dei volantini in ciclostile.

Come avrei scoperto più avanti (quando mi toccò di sostituire gli organizzatori già licenziati) il ciclostile era una macchina che all’apparenza, può essere assimilata alle attuali macchine fotocopiatrici (che allora non esistevano; o magari erano troppo costose per gli studenti). Il ciclostile consisteva in pratica in un motore a rullo, azionato da una manovella. Tu preparavi un dattiloscritto (foglio battuto alla macchina da scrivere, per intenderci con quelli troppo giovani per capire al volo, con l’aggiunta di qualche slogan in caratteri manoscritti con il pennarello) con i tuoi proclami; poi lo posizionavi sul rullo del ciclostile che, imbevuto di inchiostro, ne riproduceva i caratteri, trasmettendoli ai fogli che in sequenza circolare venivano spinti e pressati sul rullo tramite l’azione di una manovella. Potevi così stampare, in poco meno di un’ora, migliaia di volantini, che venivano distribuiti, come già detto, all’ingresso degli istituti superiori della città capoluogo.

Il contenuto di questi volantini (che dovevano portare obbligatoriamente la dicitura “ciclostilati in proprio” per evitare rogne con la censura e con la legge sulla stampa)inneggiava regolarmente  all’unione degli studenti medi e universitari con le forze operaie,  contro la borghesia italiana e il capitalismo internazionale; poi dovevano contenere gli appuntamenti del giorno, con i diversi cortei che si concludevano, attraverso degli snodi fondamentali nei diversi istituti superiori cittadini (Siotto, Pacinotti, Leonardo, Liceo Artistico, ecc.), o davanti alla sede della Provincia (responsabile della inadeguatezza dell’edilizia scolastica) oppure davanti al Provveditorato agli Studi (che allora si trovava ancora in via San Saturnino) oppure alla Facoltà di Lettere (tutti i salmi, in effetti, finiscono in gloria). Infatti lì, in Piazza d’Armi c’era il centro nevralgico degli intellettuali di sinistra, la famosa macchina per ciclostilare i volantini e la sede della Casa dello Studente (con annessa la Mensa).

Golda Meir e Arafat si fronteggiavano in medio oriente; Dubceck veniva dimissionato in Cecoslavacchia dalle mire anti-imperialistiche dell’unione Sovietica; Fanfani,  con l’appoggio della gerarchia vaticana, organizzava la campagna suicida dei democristiani contro il referendum promosso dai radicali per l’introduzione del divorzio in Italia.

Battisti cantava “Fiori rosa, fiori di pesco”; Lucio Dalla “Occhi di ragazza”; Domenico Modugno “La lontananza”.

Il Cagliari, grazie alle reti strepitose del grande Gigi Riva, vinceva il suo primo e unico scudetto.

10. continua

 

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Fu proprio in quel caldissimo autunno del 1968 che iniziai la mia avventura quinquennale  all’Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari. Mio padre sognava che io potessi diventare il contabile per la  grande impresa di famiglia che lui sognava di consolidare e ingrandire a Cagliari (povero papà, quante delusioni ti abbiamo dato, in cambio della tua grande generosità!); mia madre era comunque contenta di essere riuscita a strappare,  per la prima volta, uno dei suoi figli maschi al vortice dell’azienda familiare che, per amore o per necessità, aveva già inghiottiti i primi tre; ed io… beh, anche io avevo i miei sogni; anche se a quell’età, i sogni sono alquanto confusi ed inespressi.

Certo il primo giorno di scuola non fu quello che uno può essersi immaginato nei suoi pensieri.

Trovammo infatti l’ingresso presidiato dai picchetti degli studenti scioperanti che impedivano l’accesso a qualunque studente, lasciando passare soltanto i docenti che non fossero già entrati con l’auto attraverso il carraio.

Le parole d’ordine che giravano tra gli studenti erano diverse e alle mie orecchie di studentello di primo pelo, suonavano quasi come oracoli di una divinità lontana e misteriosa. Alcuni sembravano anche semplici, nella loro formulazione: “Diritto allo studio”; “Scuola di tutti e per tutti“; altri erano rivestiti di un’aurea quasi mitica:”Fuori i baroni dalla scuola” (più tardi scoprii che lo slogan era rivolto all’università e che il barone Siviller, che al mio paese era stato degradato dai Savoia al loro arrivo in Sardegna, all’inizio del ’700, colpevole soltanto di essere da sempre fedele ai sovrani iberici, non c’entrava per niente); “Assemblea Permanente”; “Potere Operaio”; “Lotta Continua”; “Morte ai fascisti”; “Boia chi molla“.

Insomma gli slogans che si urlavano fuori dalla scuola erano tanti e per me, tutti, o quasi tutti, ancora incomprensibili.

Andò avanti così per qualche giorno fino a quando alcuni signori  (più tardi capii che si trattava di agenti della Digos in borghese), spiegarono agli studenti che facevano servizio di picchetto al cancello , che avrebbero dovuto lasciare libero l’ingresso e consentire a chi non avesse voluto aderire allo sciopero, di entrare a scuola.

Così finalmente potei incominciare la mia carriera scolastica. Anche se, a onor del vero, per non rischiare di venire scambiato per un fascista o, peggio ancora, di venire considerato un boia, attesi che un buon numero di studenti, vecchi e nuovi, fosse deciso a interrompere la protesta, con la promessa che il Preside avrebbe concesso un certo numero di assemblee per poter discutere i problemi della scuola e di noi giovani studenti, se avessimo ripreso prontamente  la frequenza (che per noi “primini” non era invero mai iniziata).

Così scoprii finalmente la mia classe. Si trattava di una prima super affollata. Eravamo oltre trenta, per lo più di sesso femminile. i miei compagni e le mie compagne venivano quasi tutti da Quartu S.E., da Pirri (che, precisavano i Pirresi, è come se fosse Cagliari; anzi “Pirri è’ Casteddu!), Selargius, Monserrato.

Mi ero già affezionato a questa classe allegra e rumorosa; mi ero già innamorato (senza che loro ne sapessero niente) di tre o quattro compagne e di una o forse due professoresse particolarmente giovani e carine. Mi piacevano inoltre le lezioni di italiano, di storia, di inglese; un po’ meno quelle di fisica e matematica, mentre mi affascinarono subito la dattilografia e la stenografia (che più tardi, ma io ero già passato dall’altra parte della barricata,  sarebbero state soppiantate dal “trattamento testi” e, più tardi ancora, sino ai nostri giorni, dall’informatica); mi risultò invece ostica la computisteria, che negli anni successivi si trasformava in “tecnica”, e tale antipatia durò per tutti e cinque gli anni e si estese anche alla “ragioneria” (le due materie, oggi, si studiano  unificate sotto il nome di “economia aziendale”).

Presto però arrivò la notizia che alcuni di noi sarebbero stati trasferiti e smistati in altre classi di nuova formazione e che un certo numero di classi avrebbero iniziato, con il sistema della rotazione, il doppio turno.

Ci fu spiegato infatti, in maniera alquanto sommaria e sbrigativa, che le aule non erano sufficienti ad ospitare tutti gli iscritti, dato l’alto numero dei nuovi studenti, e quindi, per evitare classi troppo numerose (più tardi si sarebbero definite “classi pollaio”) avremmo dovuto alternarci nella frequenza pomeridiana, dalle 14,30 alle 19,30. Tale turno avrebbe riguardato ciascuna classe, ma soltanto per uno, massimo due mesi, all’anno.

Più avanti negli anni successe invece che alcuni corsi venissero destinati a frequentare di pomeriggio tutto l’anno scolastico.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

9. continua…

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Alla fine dell’estate di quel 1967 mio padre, messi da parte i sogni di gloria siciliani, ci riportò in Sardegna, riunificando così la famiglia.

Io venni iscritto alla classe terza della scuola media “E. Puxeddu”.

Finalmente anche io potevo frequentare una scuola mista! Fino ad allora infatti avevo frequentato sempre scuole soltanto maschili, un po’ a causa della mia frequenza in seminario, un po’ a causa delle vecchie norme che prescrivevano, sulla base delle vecchie convenzioni di una didattica superata,  la separazione dei sessi,  onde non distrarre i maschi (future colonne portanti della nazione) con le vane chiacchiere e l’ozioso cicaleccio delle future regine degli italici focolari.

Si dà il caso però che a me,  lo spensierato ed affascinante riso femminile, piacesse molto di più delle prestazioni muscolose e spavalde dei miei coetanei maschi!

Fui contento inoltre di trovare in classe due ex allievi dei Salesiani di Arborea che, più o meno come, dopo il primo anno di quella vita fatta di studi e preghiere (e niente sottane, a parte quelle dei preti, naturalmente!), se l’erano squagliata alla grande, ritornandosene al paese.

Anche troppo contento. al punto che, pur di scansare quanto più possibile lo studio, chiedemmo tutti e tre l’esonero dallo studio della lingua latina, per potercene andare a bighellonare per il paese.

Che errore madornale! Più tardi, all’università, alle prese coi decreti  di Augusto, con le istituzioni di Gaio e con le formule arcane del processo romano, avrei sudato sui libri di latino riposti troppo presto negli scaffali più alti della libreria, dopo le ricche scorpacciate di declinazioni e sintassi latine fatte in seminario con gli eruditi docenti salesiani, per potere  gustare appieno quei brocardi pieni di saggezza antica ed immortale.

E che grande errore ha commesso il nostro legislatore ad espellere il latino dai curricula scolastici della scuola dell’obbligo!

Ma quella, in fondo, era soltanto una parte dell’antifona  di quella grande sinfonia rivoluzionaria sessantottina che sarebbe presto esplosa in tutta la sua maestosa potenza!

Il ’68 era alle porte! A fine anno scolastico già si vedevano in giro i primi capelloni e si incominciava a vagheggiare di viaggi psichedelici, attraverso i film e i documentari sui Figli dei Fiori che negli USA già spopolavano;  noi maschietti  fantasticavamo di  minigonne inguinali e camicette trasparenti nakelook che a Londra già mostravano tutto il desiderabile delle donne.

E pensare che poco tempo prima, i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire a Efisiu Cruxoi, affinché sollevasse le gonne di qualche pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno) metteva in mostra le pesanti palandrane in cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente custodita sotto i materassi dei letti singoli.

Quell’anno scolastico lo ricordo come uno dei più disastrosi della mia, tutto sommato, soddisfacente carriera scolastica.

Riuscii perfino a farmi rimandare in matematica e fisica.

Anche se mia mamma mi difese a spada tratta (poiché voleva che almeno io, a differenza dei fratelli più grandi, risucchiati troppo presto nel vortice produttivo dell’azienda familiare, continuassi gli studi sino alla laurea) sostenendo che il professore si era vendicato su di me per il fatto che lei gli aveva negato la vendita di una sveglia a rate di cui lui aveva fatto richiesta a mia madre, una sera, in negozio; e mia madre, senza peraltro conoscerlo, come ho appena detto, si era rifiutata, con grande e palese disappunto  del professore, di dargliela.

E mio padre, che  stanco delle rate non onorate, aveva fato stampare ed affiggere nei suoi due negozi dei cartelli che recitavano “Si vende a rate solo ai centenari accompagnati da genitori“, fu costretto, nonostante tutto, ad accettare la mia iscrizione alle scuole superiori della vicina città di Cagliari. E sotto, sotto, sognava che sarei diventato il contabile dell’azienda di famiglia. Per questo acconsentì, a patto che io venissi iscritto alla scuola per ragionieri e contabili.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

Intanto Al Bano cantava “Nel sole”; Little Tony “Cuore matto” e Rocky Roberts “Stasera mi butto”.

E i solitari e i romantici, nei bar per soli uomini, la sera selezionavano a ripetizione nei Juke Box allora in voga, “San Francisco” di Scott Mackenzie; “L’ora dell’amore” dei Procol Harum ma eseguita in italiano dai Camaleonti  e “A chi” di Fausto Leali.

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68Da studente delle Scuole Superiori ho scioperato a lungo. Sull’onda movimentista del ’68, nei primi anni 70 abbiamo continuato a manifestare nei cortei e ad inneggiare con gli stessi slogan:” Scuola per tutti!” “Abbasso i Baroni!” “Fuori dal Vietnam!” “Libertà e Democrazia!” “La fantasia al potere!” “Abbasso i Fascisti!”"La scuola è un diritto!”
Certo il mondo era diverso in quegli anni e la scuola era ancora intrappolata in un modello vecchio che non dava risposte alle istanze innovatrici di allora.
I Presidi erano dei padri-padroni e la disciplina in classe era più frutto di autorità che di autorevolezza (anche se non mancavano gli insegnanti ingamba).
Oggi, che sto dall’altra parte, come insegnante e come genitore, mi chiedo: -”Se fossi uno studente , scioperei ancora?”
Premetto che come insegnante (e come genitore) preferirei che i ragazzi entrassero a scuola; magari per discutere, per dibattere, non necessariamente per interrogare.
Eppure come studente sento che sciopererei. E non per fare semplicemente una vacanza, ma per puntare il dito e per gridare contro le ingiustizie del mondo e della nostra società in particolare. Quali? Eccone alcune:
1. Il 20% della popolazione mondiale (cioè noi occcidentali) consuma l’80% del Reddito e delle risorse mondiali, inquinando selvaggiamente la terra e l’ambiente;
2. La classe politica italiana (in generale) ha raggiunto un livello di corruzione intollerabile;
3. Il Federalismo deve essere realizzato in maniera equa e senza intaccare l’unità nazionale;
4. La malavita organizzata si è impossessata delle istituzioni a diversi livelli (soprattutto al Sud);
5. L’Unione Europea è un soggetto politico troppo fragile e senza identità , che non riesce ad opporsi allo strapotere che esercitano gli USA e che domani eserciteranno la Cina e le altre potenze emergenti (alcune dotate di armi nucleari di distruzione di massa); pertanto chiediamo un’Unione Europea Cristiana, politicamente forte,  che sappia gestire con una politica comune i grandi flussi migratori ed affrontare adeguatamente le grandi sfide del Terzo Millennio;
6. In Italia i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più numerosi: occorre quindi redistribuire il reddito nazionale in maniera più equa;
7. Formare classi di 28 studenti significa negare il diritto allo studio agli studenti.
Avviso per i miei studenti, qualora leggessero questo post: anche se ho una classe di 28 alunni (esattemente la classe terza) io sarò regolarmente in cattedra, oggi e (a Dio piacendo) per i giorni a venire. Anche per discutere e confrontarci questi (e altri temi); in piena libertà e nel rispetto delle idee e delle opinioni politiche di tutti.

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landiniQuando ero giovane m’infiammavo facilmente. Mi bastavano poche idee, degli slogans, anche se magari rinviavano a delle utopie. Ma io m’infiammavo. Soprattutto se intravvedevo dietro quegli slogans delle ingiustizie perpetrate dai potenti a danno dei poveri: “il lavoro è dignità e non sfruttamento” era uno di quegli slogans che  allora (erano i mitici ’70, ancora pervasi dal fuoco libertario dell movimento sessantottino) mi fecero ardere di sdegno;  per la protervia dei padroni che, con il potere dei loro soldi, credevano di potersi permettere tutto: assumere e licenziare a piacimento; chiedere alle operaie, alle impiegate e alle donne in genere, prestazioni sessuali usa e getta, in cambio del lavoro; ; prendere i soldi pubblici e spenderli per i loro vizi.

A da’ venì baffone!” gridavano quelli che si erano messi a capo degli umili e degli sfruttati, per guidare il loro riscatto sociale e civile.

E venne baffone! In Ungheria c’era già stato; ed anche a Praga; e per fortuna che il fronte di Vienna resistette anche a quel terribile urto, a quella marea disumana che si chiama comunismo. Ma questo si seppe solo dopo, quando cadde la cortina di ferro, e con esse la retorica e l’ipocrisia di un regime che avrebbe dovuto riscattare  il proletariato e invece aveva ucciso e travolto proprio gli umili, calpestando la loro dignità ed esaltando i protervi travestiti da capipopolo, con la tessera comunista ed egualitaria  in tasca,  ma bramosi di potere quanto i capitalisti, ma molto, molto più assetati di sangue, spietati, senza scrupoli e senza Dio (parlo di Stalin, di Mao Tse-Tung, di Fidel Castro, di Ceacescu, di Honecker, ecc. ecc.; l’elenco è solo indicativo e rappresentativo).

E quando sento alla TV Landini, snocciolare a favore degli operai e contro i capitalisti, quegli stessi slogans di 40 anni fa, le fiamme del passato sembra stiano per avvolgermi ancora e per un momento l’antico sdegno sembra fremere in me, a favore degli ultimi, degli umili, dei poveri e contro i prepotenti ed i protervi di ogni tempo.

Ma è solo un attimo. Poi rifletto. E mi chiedo: ma cosa c’è, di concreto, dietro quegli slogans? Qual’è il modello che il segretario della FIOM propone in alternativa al capitalismo rampante e neo-liberista di Marchionne che, comunque sia, promette almeno posti di lavoro e benessere materiale?

Se il suo modello è il comunismo, allora io rispondo: “No, grazie! ”

Tanto più che i comunisti (ad esempio i cinesi) sono proprio gli stessi che hanno imposto a Marchionne di tentare il tutto per tutto, chiedendo l’abolizione della lotta di classe e della contrapposizione operai-capitalisti, per cercare di arrestare,  insieme, la spietata avanzata dei capital-comunisti dagli occhi a mandorla.

Se invece Landini proponesse una terza via, che superi la contrapposizione delle classi sociali, non più in nome di ideali che si sono mostrati un rimedio  peggiore del male che volevano combattere (parlo del comunismo “falce e martello” e del capitalismo che idolatra il “dio quattrino”),  mettendo al centro del sistema economico l’uomo, con i suoi bisogni, con le sue irrinunciabili istanze di libertà (anche e soprattutto economiche) e se, riconoscendo la proprietà privata, inneggiasse alla dignità dei lavoratori in nome di Dio e del Vangelo, allora, forse mi infiammerei ancora; e con me molti altri si infiammerebbero ancora.

Ma pur avendo seguito l’intervista di Landini per tutta la mezz’ora di durata del programma di Lucia Annunziata, credo di aver capito che dietro quegli giusti slogans ci sia il vuoto ideologico; o peggio ancora, un’ideologia che la storia ha condannato definitivamente e che sarebbe meglio abbandonare a favore di altre vie.

Sempre che si voglia  veramente il riscatto degli umili e non, dico per dire, occupare poltrone e posti di comando. E sempre che quegli umili,(cioè  il popolo), vogliano  davvero seguire i tuoi passi e non, dico per dire, tenersi un posto di lavoro sicuro e veramente dignitoso.

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Oggi sento di fare una riflessione personale sugli scioperi e la scuola. Quando ero un giovane studente delle superiori impazzava il mitico ’68. Anagraficamente non sono un vero sessantottino, però ho vissuto l’onda lunga del ’68: in particolare il 70, il 71 e il 72.

(continua…)

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