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Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie oppure alle scuole superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è).

Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene; in seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.

Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas americane.

A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per loro ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.

Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.

Quest’anno sto per restituire il mio trentesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere).

Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.

Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.

1. continua…

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

 

Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

3. continua…

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La storia studiata a scuola, come tutti gli studenti hanno potuto personalmente constatare nel corso dei loro studi, è una materia alquanto ostica, per non dire addirittura antipatica.

Certo non è facile destreggiarsi tra dinastie dirette e rami cadetti, titoli onorifici e abdicazioni, guerre e trattati di pace, annessioni e concessioni, congiure e ribellioni; regni e giudicati, imperi e papati; senza contare le difficoltà connesse al linguaggio diplomatico, alle leggi e ai decreti, alle ordinanze, ai pregoni e a quant’altro servisse nei tempi andati per mandare avanti gli affari, dentro e fuori i confini  dello Stato.

I libri di storia sono in realtà un super concentrato di avvenimenti e di personaggi che gli storici cercano, giocoforza, di ridurre a sintesi. Cimento per niente facile, o forse impossibile, che mi fa pensare al tentativo di fare assumere ad un bambino, nell’arco temporale di un anno, tutte le proteine, le vitamine e i carboidrati, necessari alla crescita di tutta la sua vita.

Personalmente ho provato sempre un’attrazione speciale per la storia, anche se per capirla bene, ho provveduto sempre ad approfondire ed ampliare i singoli argomenti.

Ho scritto diverse commedie a fondo storico e volendo restare fedele agli avvenimenti storici entro  i quali situavo le vicissitudini dei miei personaggi, ho dovuto sviluppare una mia personale tecnica di indagine storica, onde venire a capo con una certa esattezza degli esatti contorni storici di riferimento.

Non si tratta di niente di eccezionale; e non si tratta neppure  di tecniche o formule più o meno magiche; in realtà si tratta di studiare; nel mio caso aggiungo che sono abituato a prendere degli appunti durante lo studio; e questi appunti poi mi guidano nella ricostruzione delle vicende storiche di riferimento.

E’ un lavoro che ho fatto anche recentemente in occasione della scrittura di uno degli ultimi drammi storici che ho composto e che sto proponendo agli studenti che mi sono stati assegnati per lo svolgimento di una materia alternativa allo studio della Religione Cattolica (in linguaggio burocratico: studenti non avvalentisi della R.C.).

L’opera che ho proposto a questi studenti è in lingua sarda (o se preferite in uno dei dialetti della lingua sarda) e s’intitola “Abettendi a Garibaldi” (Aspettando Garibaldi).

Fra realtà e finzione l’opera narra di un gruppo di studenti universitari cagliaritani che, durante i festeggiamenti del Carnevale  del 1849,  decidono di mettere in scena un copione (la prima rappresentazione è tradizionalmente prevista per il giorno dell’Assunta, cioè per il 15 Agosto) dal titolo “S’Annu doxi” ambientato durante i moti cagliaritani del 1812, che portarono alla congiura di Palabanda, una rivolta dei popolani Sardi, capeggiati da alcuni borghesi illuminati, repressa nel sangue dai Piemontesi.

La scelta del copione non è casuale, perchè gli studenti del 1849 stanno pensando ad una nuova ribellione contro la monarchia Sabauda.

Il dramma viaggia quindi su due binari storici : quello del 1812, dove primeggiano i moti di Palabanda (all’epoca era vicerè piemontese in Sardegna  Carlo Felice, futuro re di Sardegna dopo la morte del fratello)  e quella degli studenti rivoltosi del 1849, periodo in cui  è già re il famigerato Carlo Alberto.

Contemporaneamente, nello stesso anno 1849 abbiamo la morte di Anita Garibaldi e il primo sbarco dell’eroe in camicia rossa in Sardegna ( a Cagliari i Piemostesi non gli consentirono lo sbarco, ma Giuseppe Garibaldi approdò ugualmente in terra sarda, sbarcando a La Maddalena ed occupando  la prima metà di quell’isola di Caprera che più tardi sarà tutta sua).

In entrambi i contesti storici primeggiano però realmente le persone del popolo Sardo, quelle vere, quelle che patiscono la fame e gli stenti, quelle che sentono le emozioni e le istanze di libertà e di riscatto, quelle che nei libri di storia vengono sempre troppo frettolosamente liquidate in due righe, a favore dei grandi personaggi.

E per noi Sardi e per la Sardegna questo è ancor di più tristemente vero, dato che è noto a tutti come  noi Sardi, insieme alla terra e  alla lingua, siamo stati privati della cultura e della conoscenza diretta della storia  dell’isola dei nostri avi (  anche se la scuola di oggi sembra voler porre rimedio al silenzio millenario che sembra avvolgerci tutti quanti).

Io comunque proporrei un modo diverso di studiare la storia.

Partirei dallo studio delle vicende più vicne e più prossime alla realtà che circonda i bambini; solo dopo estenderei lo studio alle vicende degli altri luoghi e degli altri popoli.

Tanto per esemplificare, nel caso della storia della Sardegna, partire con lo studio dei nuraghi, delle tombe dei giganti, delle città puniche e dei monumenti che ci sono in Sardegna.

Solo dopo porrei ai ragazzi il tema: ma mentre i nostri avi costruivano i nuraghi che abbiamo visitato e che conosciamo, gli altri popoli cosa facevano?

La storia deve essere etnocentrica; per capire gli altri bisogna prima capire se stessi.

Ai miei tempi, nelle scuole sarde, non si studiava un solo rigo sui Sardi, sui nuraghi, sugli Shardana, sui Giudicati, su Eleonora d’Arborea, sulle città regie sarde e così via.

Non lo trovo giusto. Insieme alla lingua, hanno tentato di cancellare la nostra memoria.

Ma adesso è giunto il momento di svegliarci dal sonno millenario.

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Pare che il sogno di un’Europa Unita sia stata un’Utopia. Ecco perché mi piaceva così tanto. Io ci credevo. Adesso non saprei…

Ho visto le facce di Merkel e Hollande, oggi, a Bratislava; e Renzi che andava via sbattendo la porta.

Mi è tornata in mente un’altra scena, di qualche anno fa. La Merkel allora era con Sarkozy e ridevano parlando dell’allora premier italiano Berlusconi.

Ma noi Italiani chi siamo? Cosa siamo diventati?

Siamo dei sognatori? Continuiamo  a credere nel  sogno degli Stati Uniti d’Europa mentre gli altri ridono di noi oppure, nella migliore delle ipotesi, ci ignorano?

E questi Franco-Alemanni chi credono di essere?

Si sono già dimenticati del De Bello Gallico? Di  Giulio Cesare e delle sue conquiste di civiltà quantomeno sino al fiume Reno?

Non pensano che senza di noi forse sarebbero ancora con le corna in testa a danzare per i loro dei nelle notti di  luna?

Insomma, io chiedo almeno rispetto se non proprio gratitudine.

Oppure siamo decaduti nel più profondo degli abissi senza rendercene conto?

O meglio,  la cialtroneria dei nostri politici, fatta di stupidi scherzi nelle occasioni ufficiali, di mafia romana, di inaffidabilità, incapacità, di lingue straniere farfugliate in forma elementare e ridicola, ci ha ormai irrimediabilmente resi ridicoli agli occhi della vera politica?

Eppure non è tanto che Carlo Azeglio Ciampi dialogava  in lingua tedesca con Helmut Khol, Andreotti in francese con Jacques Chirac  e Prodi in inglese un po’ con tutti!!!

Adesso siamo in mano  ai Renzi, ai Salvini, ai Grillo, ai Giachetti, agli Alfano…

I padri europei, da Giuseppe Mazzini in poi, si staranno rivoltando nella tomba.

Ed io, come tramonta il sogno dell’Europa Unita, riscopro i giovanili sogni di una Sardegna indipendente.

Se l’ Utopia non c’è davvero, io mi aggrappo ai  sogni.

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La Costante Resistenziale Sarda“, illustrava il prof. Giovanni Lilliu in un’intervista alla Nuova Sardegna di qualche anno fa , “non è una filosofia di conservazione ma un modo attivo di tutelare un’identità in movimento, di partecipare alla dinamica storica sapendo chi siamo, sapendo che non veniamo dal nulla, che abbiamo titoli e argomenti per presentarci in modo originale e moderno sulla scena del mondo”.

Grande prof. Lilliu, un altro Sardo illustre di cui sento molto la mancanza, un vero Sardus Pater, l’uomo che ha ridato la luce a “Su Nuraxi” di Barumini.

E ancora,  nella stessa intervista rilasciata al giornalista  Giuseppe Marci della Nuova Sardegna, l’ormai distante 9 maggio 1987, il prof. Lilliu dichiarava: ” La filosofia che deve animare i Sardi e la Sardegna,  subalterna e negletta, per la quale occorre trovare una logica di sviluppo, va trovata nella coscienza del valore delle genti sarde, l’alto prezzo dei prodotti che qui sono stati realizzati. Pensiamo ai nuraghi: averli edificati ha un grande significato. Esprimono una base di tecnica e di lavoro che ci mette alla pari con altre regioni mediterranee ed europee. Non siamo inferiori, abbiamo avuto una nostra originalità, dobbiamo affermarla e difenderla!”  

Parole semplici e immense, dense  di significato. Senza retorica Giovanni Lilliu ci dice chi siamo. Lasciamo stare le beghe politiche, le discussioni infinite sulla lingua sarda e i suoi numerosi dialetti. Guardiamo i nuraghi: ecco chi siamo stati e chi siamo ancora!!!

Non cesserò mai di resistere e non mi farò mai omologare, tanto meno nella indistinta insipienza italiota o anglicizzante dei nostri sciagurati tempi.

Grazie prof. Lilliu per ciò che hai fatto e per ciò che sei stato.

Con la tua umiltà e con la tua geniale grandezza hai lasciato un’orma profonda e indelebile nei nostri animi feriti.

Io non ti dimenticherò e continuerò costantemente a resistere finché Dio mi darà la forza per farlo.

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SCENA QUINTA

LA SCENA si svolge nello studio di casa Straneo tra l’Avv. Straneo , la moglie Donna Margherita, e Luigia Straneo in occasione dell’arrivo della lettera diffamatoria nei confronti di Gaspare Nicolosi. L’arredamento consiste di un’ampia scrivania in stile posta in fondo al proscenio; più avanti ci saranno tre sedie e un basso tavolino sempre in stile ottocentesco, se non reperibili in stile Luigi XVI.

 

Luigia (in tono drammatico, restituendo la lettera al padre)

- No, padre, io non credo a una sola parola di quello che c’è scritto in questa lettera!!!

 

Avv. Straneo (in tono paterno)

-  Mi dispiace figlia mia! Cerca di aprire gli occhi davanti alla realtà!!!

 

Luigia

- E la verità sarebbero le falsità di quella lettera??? Mamma diteglielo anche voi che non si può credere ad occhi chiusi alla lettera di una persona sconosciuta!!!

 

Avv. Straneo

-         Veramente lo sconosciuto qui è proprio questo Gaspare non so che; quel garibaldino siciliano che vorrebbe sposarsi con mia figlia !!!

Luigia (gettandosi tra le braccia della madre singhiozzando)

-         Oh mamma, ma io lo amo e so che lui non mi inganna!!!!

(esce con un’ultima, fuggevole  carezza della mamma)

5. continua…

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Scena Terza

 

Nel salone delle feste del circolo ufficiali del 48° reggimento Piemonte  fanteria di Alessandria si balla un walzer.

I garibaldini indossano ormai l’elegante divisa degli ufficiali piemontesi e mischiati ai vecchi colleghi, ballano con le giovani dame della borghesia alessandrina convenute per dare il benvenuto ai nuovi ufficiali e festeggiare così l’unità d’Italia. Ad un certo punto le coppie, venuta a cessare la musica, si disporranno su due ali laterali: donne a destra e uomini a sinistra.

Luigia Straneo comincerà a cantare l’aria di benvenuto.

ARIA DI LUIGIA

(soprano)

Benvenuti o Garibaldini

benvenuti qui dove son nata!

Benvenuti o figli d’Italia

nella terra che adesso s’inasta

alle terre da sempre sorelle

verso il mare che confini non ha!!

Mentre si formano le nuove coppie e riprende il ballo, i quattro amici, ora in uniforme regia, si ritrovano al centro della scena.

Gaspare

- Che  bella voce! E che incantevole creatura! Sapete per caso come si chiami?

Leopoldo

- Io no, ma Lorenzo e Francesco forse ne possono sapere più di me!

Lorenzo

- Parlate di Luigia Straneo?

Francesco

- Hei,  Gaspare, punti in alto tu!

Gaspare

- In che senso?

Lorenzo

Quella è la figlia primogenita dell’avv. Sebastiano Straneo, ricco viticultore del Monferrato e cavaliere di casa Savoia!

Leopoldo

E bravo Gaspare! Lì troveresti sticchiu, sordi, e cosett’e sida!!!

Gaspare

- Amici, il vostro Gaspare, quando cerca la donna della vita ha ben altro per la testa!

Lorenzo

- E quindi?

Gaspare

-Quindi se potete, fatemi sapere se si tratta di donna dalla irreprensibile condotta oppure no!

Francesco

Ohè! Ma allora fai sul serio?

Leopoldo

- Colpo di fulmine fu!

Gaspare

- E già! Un siciliano quando s’innamora fa sempre sul serio!

ARIA DI GASPARE

(Tenore)

Quando lasciai Mazara

a seguito di Garibaldi

lo feci per amor dell’avventura:

la gloria fu il mio compenso!

Ma anche sotto l’uniforme regia

pulsa il mio cuore intrepido;

Ove non potè il Borbone infame

vinsero i suoi occhi, i suoi capelli biondi

e la sua voce infine lo espugnò!

fine scena terza

…continua…

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Quando mio zio Efisio mi disse al telefono che, se fossi andato a trovarlo,  mi avrebbe mostrato il luogo dove si trovava l’accampamento militare di mio padre, durante la guerra (lo stesso luogo dove poi avrebbe conosciuto mia madre), mi ero immaginato una piazza d’armi, da qualche parte nella periferia di Guspini, il paese del Medio Campidano  dove mia madre è nata, secondo le risultanze delle schede anagrafiche comunali, nel 1926.

Zio Efisio è uno dei suoi fratelli superstiti, classe 1932. Passiamo a prenderlo con mia moglie alle 10,30 del mattino di una giornata di metà agosto.

Ci guida verso le miniere di Montevecchio, sul costone nord del Monte Linas, nella parte sud occidentale della Sardegna. Una zona mineraria,  ricchissima fonte di approvvigionamento, sin dai tempi remoti, di piombo e zinco, che ha cessato l’attività estrattiva nel 1991.

-”Era divenuto più conveniente comprare il minerale all’estero”- ha commentato laconico zio Efisio che in quelle miniere ha lavorato per oltre trent’anni, sino al suo pensionamento, avvenuto, appunto, nel 1991.

Io sapevo che mia madre e i suoi tre fratelli minori erano nati in un villaggio di minatori (anche mio nonno, infatti, lavorava in quelle miniere), nella frazione guspinese di Montevecchio, sorta alle pendici del Monte Linas nella seconda metà del secolo XIX, grazie ad una concessione che il re aveva fatto a un certo commendator Sanna, per l’estrazione della galena.

E sapevo anche che mio padre e mia madre si erano conosciuti nel periodo in cui mio padre  era stato mandato,  dalla Sicilia, a prestare il servizio militare, a difesa di certe postazioni della zona di Guspini.

Ma chissà perché, nella confusa ricostruzione di quella  storia familiare, avevo finito col dissociare il luogo in cui era nata e cresciuta mia madre, dal luogo in cui mio padre prestava il suo servizio militare, immaginando addirittura che si fossero conosciuti in un terzo e diverso luogo.

Eppure sarebbe stato logico supporre che il gruppo di fuoco a cui apparteneva mio padre fosse stato mandato lì, a Monte Linas,  proprio per difendere le ricche miniere di piombo e zinco, dalle incursioni aeree degli Inglesi e dei Francesi, ai quali l’Italia aveva improvvidamente dichiarato guerra, come tutti sanno, il 10 giugno del 1940. Ma tant’è.

Ed è stato con sorpresa ed emozione che, al seguito di mio zio Efisio, ho scoperto che il cantiere di Telle e l’accampamento militare di mio padre erano entrambi lì, in quegli anfratti ricchi di lecci e odorosi di mirto, ginepro e cisto.

E non immaginavo neppure che gli oltre 4.000 minatori che negli anni quaranta estraevano piombo e zinco dalle viscere del Monte Linas, vivessero sparsi in centinaia di case, disseminate in un territorio di inimmaginabili proporzioni: agglomerati residenziali di due, tre massimo quattro case, distanti tra loro anche chilometri e collegati da sentieri percorribili con difficoltà persino dai cervi e dalle capre selvatiche che lo popolano.

E in mezzo a quei boschi, a mezza costa, zio Efisio, a dispetto dei suoi 83 anni suonati e del bastone con cui si accompagna nelle passeggiate in piano, mi ha condotto nella grotta dove mio padre dormiva, su brandine di legno, con due commilitoni che completavano la sua squadra di mitraglieri.

Ora le case che un tempo  ospitavano i minatori e le loro famiglie, sono fatiscenti, così come gli edifici che ospitavano gli uffici, la cantina o lo spaccio  (oggi diremmo il supermarket), i refettori, i dormitori, le laverie, la chiesa, l’ospedale, la farmacia, la caserma dei carabinieri, la scuola; solo ruderi e rovine di un microcosmo vitale, un circuito economico con oltre 4.000 buste paga e un indotto economico con ricadute in tutti i paesi limitrofi al Monte Linas: Guspini, Arbus, Fluminimaggiore, Gonnosfanadiga, Ingurtosu e che idealmente si estendeva alle storiche miniere di Buggerru, di Carbonia, di Iglesias e di Domusnovas. Tutto morto,  avvinghiato e vinto dalle radici e dagli arbusti dei lecci e della macchia mediterranea.

A Montevecchio sono rimaste ormai soltanto 200 persone, in poche palazzine attorno al museo minerario e al bar-ristorante che ospitava il cinema domenicale, in cui i divi di Hollywood riuscivano persino a far sognare i giovani di questo angolo di mondo isolato e lontano, sperduto tra i monti.

-”La sera”- racconta ancora zio Efisio, immerso nella sua vena di malinconia, si andava a letto presto. – “Qualcuno aveva la forza di leggere un libro o un articolo di giornale, prima di spegnere la lampada a carburo che illuminava quelle case immerse nel folto della vegetazione boschiva. D’altronde i turni di lavoro erano impegnativi: il mio iniziava alle 7 del mattino e si concludeva alle 15 del pomeriggio. Ma la domenica si organizzavano le feste da ballo, nelle case delle diverse famiglie. Così si sono conosciuti i tuoi genitori.”- conclude zio Efisio con una nota di dolce nostalgia nella voce.

Penso che dovremmo valorizzare questo ricco patrimonio di archeologia mineraria e culturale in senso lato. Si parla tanto di richiamare i turisti in circuiti alternativi al mare e alle spiagge, necessariamente limitati ai pochi mesi estivi.

Ma cosa aspettano e cosa fanno i nostri politici? Perchè non si danno da fare per ricostruire i villaggi minerari di Monte Linas? Ho sofferto nel vedere quelle case diroccate dove i nostri nonni e i nostri padri hanno vissuto e sofferto, lavorato e gioito, cantato e ballato, sicuramente sognando un mondo lontano e più felice. Perchè lasciar morire la nostra civiltà, il nostro passato, così ancora vivo nei nostri cuori e nei nostri ricordi!? Aspettano forse che tutti i nostri giovani se ne vadano ad arricchire la Germania, la Francia e l’Inghilterra???

E dovremmo valorizzare anche questi nostri vecchi, così preziosi, coi loro ricordi, con il loro vissuto, con le loro storie.

Quando se ne andranno, con loro avremmo perso la nostra storia se non provvediamo a raccogliere le loro preziose testimonianze di vita.

Grazie zio Efisio di avermi fatto conoscere quel passato così intimo e familiare che mia madre non ha fatto in tempo a narrarmi. Un passato che ci appartiene e che unisce un’intera comunità; patrimonio di ricordi  familiari ma insieme patrimonio storico e culturale della regione del Monte Linas, del Sulcis Iglesiente, dell’intera Sardegna.

Grazie zio Efisio per questa piacevole gita di mezzo agosto a Montevecchio, nelle profondità del Monte Linas.

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Ricordo l’anno scolastico 1966-1967 come l’anno più confuso e travagliato della mia carriera scolastica.

Il primo trimestre, come ho già narrato nella precedente puntata, lo trascorsi ancora ad Arborea.

Il secondo trimestre, o forse, per meglio dire, da gennaio a marzo frequentai alla scuola media del mio paese.

L’anno scolastico lo conclusi, come già accennavo in precedenza, alla scuola media statale “Cima” di Spadafora, in provincia di Messina.

Il motivo della partenza per la Sicilia l’appresi solo da grande.

In pratica mio padre, siciliano d.o.c., si era ammalato del “mal di Sicilia” e gli era venuto in mente che sarebbe stato meraviglioso trasferire, insieme alla famiglia,  i suoi affari nel  paese natio. Essendo comunque un uomo prudente, di quel genere che, lasciando la via vecchia, sanno ciò che lasciano ma non quello che trovano, optò per un approccio morbido.

Tramite un suo caro amico d’infanzia, Pippo Rasà,  (che  ricordo ancora con tanta simpatia, unitamente alla sua bella famiglia) trovò in affitto un immobile ampio e capace,  ad uso misto, residenziale e commerciale, e mandò in avanscoperta una parte della famiglia.

La testa di ponte, per così dire, era composta da: mia madre, addetta al negozio e alla famiglia; io, il maggiore dei figli minori, in pratica  vice-capofamiglia (questo ruolo sarebbe ricorso nella mia adolescenza); e, a seguire quattro dei miei fratelli minori  (praticamente tutti i più piccoli, all’infuori di uno, che fu mandato a fare compagnia a mia nonna, nel paese d’origine di mia madre, nel Sulcis-Iglesiente).

Del viaggio ricordo soltanto la 1100 Fiat familiare con mio padre alla guida che veniva imbracato in una rete enorme ed issato a bordo con una gru (le navi Tirrenia, all’epoca, infatti, non avevano ancora la poppa ribaltabile per consentire un agevole imbarco agli autoveicoli e, così, si ricorreva  al metodo che ho descritto.

Poi mio padre ripartì. e per me fu una strana primavera quella del 1967.

I giovani compaesani di mio padre, nonostante la chiara origine del mio compagno, iniziarono a chiamarmi “U Sardignolu”. a me non piaceva nè il termine in sé, nè il modo con cui quei ragazzi lo pronunciavano. Grazie alla mossa segreta, già sperimentata al mio paese natio con il mio rivale capobanda Rodolfo, ne mandai a gambe all’aria più di uno. E presto, non so se per timore o per rispetto la smisero di usare quel termine offensivo; ed io mi integrai bene nei diversi gruppi. All’epoca raccoglievo le figurine dei calciatori. Non avendo il coraggio di chiedere i soldi a mia madre per comprare le figurine (nella mia ingenuità, capivo comunque che i soldi incassati nel negozio non erano sufficienti), mi ingegnai a vincerli al gioco. Si giocava nel cortile della chiesa, “a soffio”. Il gioco consisteva nell’appoggiare al muro un mazzo di figurine e nel soffiarlo con la bocca alla base. Si vincevano quelle figurine che si riusciva a capovolgere con la soffiata. Riuscii a completare ben due Albums di figurine: con il primo vinsi un libro di narrativa (ricordo ancora il titolo: “L’ultimo dei Mohicani”); con il secondo vinsi invece un’armonica a bocca.

A scuola mi misero all’ultimo banco con un ragazzone argentino di nome Armando, i cui genitori, forse tentavano come mio padre un impossibile e nostalgico rientro in Sicilia, partendo però dall’altra parte dell’oceano. Armando parlava più lo spagnolo che l’italiano; ed io, così piccolo di statura, da quell’ultimo banco, e con quella compagnia (il simpatico Armando non faceva altro che parlarmi delle mirabolanti cose argentine) non seguivo certo le spiegazioni degli ottimi docenti di quella scuola. In quella seconda media, inoltre, non vi erano corsi di francese (la lingua straniera che io avevo nel mio curriculum) ma di inglese; per cui il francese lo preparai in privato.

Per fortuna la professoressa di lettere (di cui purtroppo non ricordo il nome), in seguito ad una mia ennesima scena muta,   diede una così tremenda sferzata al mio orgoglio (mi disse letteralmente: “Basile, quando sei arrivato sembrava volessi spaccare il mondo!!! E adesso non fai altro che chiacchierare a vanvera!!!) che da allora, chiesto ed ottenuto di cambiare banco (con la scusa che non vedevo bene la lavagna) cominciai una lenta ma decisa risalita che mi condusse alla promozione a pieni di voti.

Ricordo ancora Armando, a giugno,  davanti ai quadri di fine anno che commentava: “Ma come? Basile promosso ed io bocciato?!?”

Povero Armando. Non si era neanche accorto del mio cambio di passo.

Ricordo l’Equipe 84 con la canzone  ”29 settembre”; Dalidà con “Bang, Bang!”; Adamo con “La notte”.

Quando mio padre si stancò di mandare soldi dalla Sardegna (dove i suoi affari andavano invece a gonfie vele) ce ne tornammo tutti a casa.

La macchina di mio padre fu imbracata nuovamente nella rete di corde robuste della Tirrenia e la famiglia fu ricomposta in quella che di lì a poco, grazie al boom della “Costa Smeralda” stava per trasformarsi da terra di confino e di esilio a paradiso di vacanze e di promozioni.

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Giungemmo dal mare
Sbattuti dalle onde
Seguendo gli aironi
Sospinti dal vento
Quello che eravamo
Non lo ricordammo
Quel che ci aspettava
Non lo sapevamo

Però’ ci piacque subito
La terra del silenzio
I suoi profumi intensi
I suoi colori forti
I suoi sapori aspri
Ora festosa e placida
Ora furiosa e livida
Come gli umori del mare

E ci piacquero subito
gli occhi delle donne
per loro restammo
con loro affrontammo
Quei che vennero poi:
Punici e romani,
bizantini,
iberici e italiani!

Tutti li hai inglobati
E giacciono a strati
fibre di cuori feriti
corteccia di memoria pulsante
suolo che vibra
sotto i nostri piedi stanchi
dove s’erge ancora
Karalis dai magici colli!

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Tra la fine degli  anni sessanta e l’inizio dei settanta andavo a ballare con mio fratello maggiore ed i suoi amici; loro erano già ultraventenni,  io ero solo un ragazzo poco più che sedicenne. Le discoteche come le conosciamo oggi, non esistevano ancora; noi andavamo in giro nei paesi della sterminata provincia cagliaritana dove,  in sale da ballo piene di fumo e dagli improbabili nomi stranieri (Chat Noir, Moulin Rouge), si esibivano dei gruppi dal vivo dai nomi più fantasiosi: The Diamonds, I Natistanchi, Le Furie.

Tutti i gruppi che si esibivano, alternavano dei brani svelti (o mossi) ai lenti (i famosi lentacci). Sia gli uni che gli altri andavano ballati in coppia; nel senso che l’uomo invitava la donna sia per i balli svelti che per quelli lenti. La serata valeva il viaggio quando  riuscivamo a ballare dei lentacci guancia a guancia; era un modo come un altro per fare amicizia; ci sono matrimoni nati così, che durano ancora; a distanza di più d’un mezzo secolo.

Poi  vennero le discoteche e la musica da vivo finì.

Io mi trasferii in città e mio fratello maggiore restò in paese.

La fortuna che gli arrise negli affari non fu altrettanto prodiga con lui nell’amore. Nonostante la sua intraprendenza, infatti, restò solo.

Forse la donna dei suoi sogni non era in quei paesi lontani dove trascorrevamo le domeniche.

Forse la solitudine è iscritta nel nostro DNA, come la statura, gli occhi chiari, la carnagione bianca e i capelli ondulati.

Mi piace pensare che ci incontreremo ancora, nella domenica senza tramonto e nella gioia senza fine.

 

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Mi hanno chiesto i miei studenti se le sentenze del Tribunale Amministrativo Regionale siano appellabili.

La risposta è positiva. Le sentenze del TAR sono appellabili con ricorso motivato al Consiglio di Stato.

Naturalmente il discorso vale anche per la sentenza  N. 00695/2013 del TAR Sardegna, adottata il 30 ottobre 2013 e depositata  in data 8 Novembre 2013, con cui il TAR Sardegna ha annullato  la nomina della sovrintendente della Fondazione lirico-sinfonica di Cagliari.

Personalmente dubito però che il consiglio di Stato possa ribaltare la sentenza di annullamento sopra calendata.

Certo non posso escluderlo ma il mio buon senso mi fa presagire che invece il Consiglio di Stato confermerà la sentenza di annullamento della nomina della signora Marcella Crivelllenti a sovrintendente della massima istituzione musicale della Sardegna (e una delle 14 più importanti d’Italia).

Infatti il Consiglio di Stato, recentemente, ha ribaltato la sentenza del TAR Sardegna con cui il giudice amministrativo di primo grado respingeva il ricorso di un controinteressato alla nomina di Presidente dell’Autorità Portuale di Cagliari.

Nella sentenza d’Appello il giudice amministrativo di secondo grado, nel riformare l’impugnata sentenza di primo grado,  riaffermava quei principii di imparzialità, legalità e buon andamento della Pubblica amministrazione che il TAR Sardegna pone alla base della sua sentenza di annullamento della contestata nomina alla carica mageriale della Fondazione cagliaritana.

Gli stessi principii che mi ero  permesso di evidenziare nei miei  precedenti posts dell’ottobre e del dicembre 2012 (qui inserisco i links per comodità di rilettura:http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2012/10/22/il-lirico-di-cagliari/  http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2011/12/31/il-processo-amministrativo/ ). In questi due posts, dopo avere evidenziato la contraddittorietà e l’illegittimità dell’azione amministrativa portata avanti dal sindaco di Cagliari nella procedura di nomina della sovrintendente Crivellenti, gli suggerivo, in nome della legalità e del buon funzionamento, di recedere dalla sua incomprensibile ed ingiustificabile  condotta e di rientrare nei ranghi della logicità e del buon senso.

Naturalmente il sindaco non ha voluto ascoltare. E questo è il risultato della sua scellerata azione amministrativa.

Chi pagherà, adesso?

Saranno riparabili i danni subiti dalla Fondazione?

E chi ripagherà i lavoratori delle umiliazioni subite?

Intanto resta in piedi il contratto tra la Fondazione e la (quasi) ex sovrintendente: qualcuno dovrà pur rivolgersi al Tribunale di Cagliari per il suo annullamento, dato che adesso (salvo improbabili sospensive in appello da parte del Consiglio di Stato, qualora adito), con l’annullamento degli atti amministrativi, operato dall TAR con la sentenza già richiamata, tale contratto appare del tutto privo di sostegno giuridico.

E anche qui si porrà il problema: chi paga i danni?

Adesso è giunta davvero l’ora di dire basta all’arroganza di questi politici da strapazzo che occupano le massime poltrone delle istituzioni! E’ giunta l’ora di far pagare i responsabili delle malefatte politiche con soldoni sonanti. Chi ha speso soldi pubblici non suoi,   restituisca il maltolto; e chi ha amministrato in maniera stolta e scellerata, soprattutto se dovesse emergere in qualche parallelo procedimento penale, una premeditazione o una qualche forma di dolo, risarcisca tutti i danni subiti dalla pubblica amministrazione.

E qualcuno abbia il pudore di dimettersi e di sparire dalla scena pubblica così indecorosamente occupata.

http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2012/10/22/il-lirico-di-cagliari/

http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2011/12/31/il-processo-amministrativo/

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E’  ricco di citazioni, il bel film l’Arbitro di Paolo Zucca. A cominciare dai nomi e dai personaggi: Prospero e Miranda ci rimandano a Shakespeare, mentre lo stesso Prospero (un bravo Benito Urgu), mi ha fatto pensare al grande Borges, la cui Argentina (rappresentata direttamente da un convincente Jacopo Cullin) ci fa pensare, nella pellicola, ai grandi campioni argentini di origine italiana, che ritrovano però in Europa, grazie alle loro eccelse doti calcistiche, quella ricchezza ricercata forse inutilmente nella profonda America della Patagonia; e non mancano neppure le citazioni cinematografiche: magistrale e felliniana quella che ritrae il trionfale corteo dei tifosi dell’Atletico Pabarile che in un tripudio di suoni e di canti, innalzano il principe degli arbitri decaduto, il carismatico Stefano Accorsi, protagonista involontario del loro successo calcistico.

Ma partiamo dall’inizio. La storia, rigorosamente in un  bianco e nero ricco di fascinose luci ed ombre, è ambientata in una immaginaria località della Sardegna centrale (forse l’alto oristanese, a giudicare dalla parlata sarda degli abitanti; ma potrebbe essere anche la prima Barbagia, quella esteriore e meno profonda) narra le vicende di una rivalità cenciosa (in senso calcistico) tra due squadre di calcio (l’Atletico Pabarile e il Monte Crastu) che militano nella categoria più infima di quel grande carrozzone di soldi, corruzione e meteorici successi che è il calcio contemporaneo. Questa vicenda principale si intreccia, per riunirsi poi nel finale, con la carriera di un arbitro ambizioso ma alquanto sprovveduto, la cui parabola, nella sua fase discendente, si innesta, come già detto, nel filone principale della storia, quando, ormai principe decaduto del fischietto, viene punito dai suoi superiori e mandato ad arbitrare proprio la finale  tra le due squadrette rivali di sempre.

Al di là della narrazione, comunque simpatica e divertente (quasi mai noiosa) il film si presta a diverse chiavi di lettura.

Intanto l’eterna lotta per vivere e la perenne rivalità tra gli uomini qui impersonata tra due squadrette di calcio (ma anche da una faida tra due cugini, entrambi calciatori del Monte Crastu, che durante la surreale partita finali, regoleranno i loro conti in maniera cruenta); e non se volutamente o meno ma qui mi è parso di notare come i montecrastini impersonino in qualche misura la protervia e l’arroganza delle squadre di calcio ricche (di soldi e superbia) contro l’umiltà e la vogli di rivincita delle squadre povere (l’Atletico Pabarilese mi ha fatto ripensare agli incredibili sforzi del Cagliari Calcio che soltanto dopo anni di titanici sforzi riuscì a conquistare lo scudetto, grazie anche all’arbitro Lo Bello che più o meno apertamente, volle ribellarsi allo strapotere delle solite torinesi e milanesi che allora andavano per la maggiore).

Insomma il Calcio come metafora del mondo contemporaneo, dentro al film, per me ci sta tutta; con quel grido viscerale e profondo che consegue ad ogni gol, più comprensibile forse in chi, grazie a quel gol, vede salire la propria quotazione di mercato e il proprio conto in banca, eppure altrettanto, se non addirittura di più. gutturale e liberatorio nei campetti aridi e polverosi della periferia dell’impero calcistico, dove inutilmente si rincorrono la fama e gli onori che solo pochi privilegiati raggiungeranno.

E infine il marcio, la corruzione, il precario equilibrio in cui i vertici gestiscono i destini del Calcio attraverso le designazioni arbitrali.

Ma questo crudo e aperto riferimento alla realtà non toglie niente alla poesia di questa raffinata pellicola.

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Cagliari si è svegliata presto oggi, domenica 22 settembre 2013, per salutare il Papa Francesco. L’occasione meritava questa sveglia mattutina: non capita tutti i giorni che  il successore di Pietro, rappresentante di Gesù Cristo in terra, venga a visitare la nostra Isola di Sardegna, con la sua bella capitale affacciata sul mare. Tanto più che questo Papa, venuto dall’altra parte mondo, ha lanciato a noi Sardi un ponte di collegamento diretto con la sua città, Buenos Aires; e ciò grazie alla Madonna di Bonaria, Patrona della Sardegna, Madre di tutti, anche di quegli intrepidi marinai che, provenendo dalla Sardegna, sbarcarono all’altra parte del kondo per fondare la capitale dell’Argentina.

I cagliaritani sono accorsi a frotte, al richiamo del Papa.

Io sono andato ad attenderlo nel Largo Carlo Felice. Proprio lì dove circa trenta anni fa, un altro mare di folla, affluì per sentire il comizio di Enrico Berlinguer.

Sbaglieremmo  a pensare che quel popolo di trenta anni fa fosse diverso da quello che oggi ha accolto il Santo Padre nella stessa piazza di Cagliari.

Oggi come allora il popolo invoca lavoro e dignità; oggi come allora la gente sarda è disgustata dalla protervia dei potenti, stremata dalle difficoltà economiche, indignata per gli abusi di una classe politica incapace ormai perfino di parlare con la gente, figuriamoci poi di saper risolvere i suoi problemi di dignità e di lavoro.

Sì, perchè di lavoro si è parlato nel largo Carlo Felice di Cagliari.

Il Papa, dopo avere ascoltato un rappresentante degli operai, la presidente della cooperativa 83  e un rappresentate del mondo agro-pastorale, ha parlato al popolo.

Ha puntato il suo dito sicuro, Francesco, contro gli idoli della globalizzazione. Il dio danaro che tutto e tutti stritola,  nei suoi movimenti centripeti, che nella ricerca frenetica del profitto, esclude le frange  più deboli e più esterne dalla ricchezza, dal reddito nazionale mondiale.

Ha mollato il discorso che qualche Solone in gonnella gli aveva preparato nelle stanze dei bottoni vaticani ed ha parlato a braccio Papa Francesco.

Si percepiva che parlava con  il cuore in mano; lui, che è figlio di emigrati piemontesi in Argentina, sa cosa vuol dire la povertà, la ricerca di un lavoro, l’esclusione, l’emarginazione, il desiderio di dignità che scaturisce dal portare il pane a casa,  grazie ai sacrifici di un lavoro onesto e decoroso.

E il suo dito puntato contro il sistema capitalistico, contro gli adoratori del dio quattrino, non sottendeva alcun riferimento ad un’alternativa collettivista, come sicuramente accadeva 30 anni fa con Enrico Berlinguer, quando ancora la speranza di un’alternativa socialista al capitalismo era vivo nei cuori dei Sardi e del mondo intero.

No. La speranza di cui parlava Francesco è quella eterna del Cristo.

Magari nella dimensione umana della Teologia della Liberazione, di stampo sudamericano; quella che vorrebbe la ricchezza divisa equamente tra il popolo; o forse nella versione più concreta della dottrina sociale cattolica, che alcuni suoi grandi predecessori hanno concepito come un correttivo alle distorsioni, agli inganni e alle ingiustizie del capitalismo; un sistema economico che ponga al centro di tutto l’uomo e la donna, come ha dichiarato, tra gli applausi, il vescovo di Roma.

Alle dieci  poi, tutti a Bonaria, per un incontro più spirituale, culminato nella Messa, nella consacrazione eucaristica, nella preghiera alla Madre deii Sardi, che però è anche Madre di tutti noi.

Una grande e bella giornata per noi Sardi, in compagnia del Santo Padre.

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11) L’Aspromonte,  la terza delusione di Roma  e il  ritorno a Caprera
(1862 – 1870)

In attesa di adeguate possibilità di attaccare Roma nel maggio 1862 Garibaldi, che non è in grado di rimanere inattivo, va a Trescore Balneario, vicino al confine austriaco.

Dopo l’Unità d’Italia,  ora ha due scopi: come abbiamo già detto, uno è quello di fare  Capitale  Roma, che è ancora nelle mani del Papa e l’ altro è Venezia e il Veneto  che appartengono agli austriaci.

L’ Azione del Partito dell’indipendenza per il Veneto causa la protesta dell’Austria . Il 14 maggio, centinaia di volontari, comandati da Francesco Nullo e sostenuti da Garibaldi cercano di entrare in Austria e vengono arrestati dall’esercito italiano. Una manifestazione a sostegno di Brescia provoca la morte di tre persone, Garibaldi è responsabile per il colpo di stato e condanna la repressione.

In Europa l’emozione è enorme e l’Italia è divisa. L’esercito sdi difende richiamando l’ applicazione della legge ed i militari sono offesi dalle parole di Garibaldi che accusa gli  italiani. Si è allontanato dalla Associazione per la liberazione del Veneto e decide di non rivelare le sue intenzioni.

Non più fortunato sarà Garibaldi pochi mesi dopo, quando cercherà di attaccare Roma di nuovo partendo dalla  Sicilia: questa volta il suo viaggio si ferma   in Calabria, ai piedi del monte di Aspromonte dove  Garibaldi fu ferito e sconfitto dalle truppe italiane.

Ecco i fatti: 27 giugno 1862 si imbarca a Caprera, giunto Palermo, viene accolto da una folla festante. Rivede  i luoghi emblematici della sua spedizione a Marsala (20 luglio), dove ha iniziato la sua campagna per prendere Roma con 3000 uomini. Tuttavia, le condizioni non sono le stesse, gli uomini che ha non sono disposti a sacrificarsi per un grande ideale, i suoi funzionari coraggiosi sono ora parte dell’esercito italiano e l’operazione non è supportata dal parere pubblico. Nonostante gli appelli a  Vittorio Emanuele II, Garibaldi si ritrova senza il sostegno del sovrano sabaudo. Non di meno decide di andare avanti lo stesso.

Napoleone III, l’unico alleato del nuovo Regno d’Italia, tiene Roma sotto la sua protezione e questa operazione è una vergogna per il governo italiano che ha deciso di fermare Garibaldi in Calabria con l’invio dell’esercito regolare.
Garibaldi cerca di evitare il confronto attraverso un percorso nel cuore delle montagne dell’Aspromonte. Viene intercettato dalle truppe di  Emilio Pallavicini; i  Bersaglieri aprono il  mentre   Garibaldi ordina di non sparare. Hviene ferito alla coscia sinistra e al piede sinistro, la palla ancora alloggiata nel giunto. Finito lo scontro viene   fermato. Il 2 settembre è portato a La Spezia e rinchiuso nel carcere di Varignano. Il proiettile non è stato rimosso, l’infortunio al piede non guarisce. Molti medici accorrono al suo capezzale, tra i quali il francese Auguste Nélaton il  28 ottobre.

Questo ultimo medico è  convinto che la palla sia  sempre presente, e studia  un metodo per estrarlo. Il 20 novembre  Garibaldi viene condotto  a Pisa dove è  esaminato dal professor Paolo Tassinari e il 23 novembre il professor Ferdinando Zannetti estrae il proiettile col  metodo propugnato da Nélaton.

Garibaldi riottiene i suoi pieni poteri nel mese di agosto 1861. Nel mese di ottobre, in occasione del  matrimonio di una delle principesse italiane, il generale ei suoi uomini sono stati graziati da Vittorio Emanuele II su raccomandazione di Napoleone III, per non farne un martire. Nel frattempo, Garibaldi sostiene la rivolta polacca contro l’Impero russo.

Il nostro eroe trascorre la convalescenza a Caprera e lo troviamo nel  marzo 1864 nel Regno Unito con i due figli Menotti e Riciotti e il suo segretario privato Giuseppe Guerzoni contro il parere del governo britannico, che temeva il suo incontro con certi esuli, come Mazzini.

Arriva a Southampton, è si reca  a Portsmouth e Londra (11 aprile), dove ottiene  ogni volta  un successo trionfale (500 000 persone lo acclamano a Londra).

Viene ricevuto dalle più alte autorità civili, sindaci, aristocratici, signori. E’ospite del duca di Sutherland e il sindaco gli dà la cittadinanza onoraria. Solo il partito più conservatore non condivide questo entusiasmo, la regina Victoria dice di lui “onesto, altruista e coraggioso Garibaldi lo è certamente, ma è un leader rivoluzionario.”

Durante la sua visita, ha incontrato anche Mazzini.  Garibaldi, che spera raccogliere fondi per il Veneto, incontra anche Alexander Herzen e gli esuli francese Alexandre Ledru-Rollin e Louis Blanc.

Il 17 marzo, sotto la pressione di Torino, si allontana da Londra. ecide così  di tornare in Italia. Il 9 maggio, torna a Caprera. Nel 1865, la seconda metà dell ‘isola gli viene regalata da  donatori britannici.

Con un trattato dell’ 8 aprile 1866, la Prussia si allea con l’Italia, che spera ancora di ottenere il Veneto, e  a metà giugno ha inizio  la guerra.

Anche prima della guerra, il corpo di volontari, composto da 10 reggimenti, quasi 40.000 uomini male armati e mal equipaggiati, si svolge prima di essere assegnato al comando di Garibaldi. Ancora una volta, la missione è la stessa di quella effettuata intorno laghi lombardi nel 1848 e nel 1859 operano in una zona di operazioni secondaria, le Alpi tra Brescia e Trento, a ovest del Lago di Garda, con il obiettivo strategico per tagliare la strada tra il Tirolo e la fortezza austriaca di Verona. La principale azione strategica è affidata a due grandi eserciti di pianura, guidati da Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini.

Garibaldi bypassando Brescia passa poi all’offensiva a Ponte Caffaro 24 Giugno 1866.

IL 3 luglio, a Monte Suello,  ha subito una battuta d’arresto ed è stato ferito alla coscia ma costringe gli austriaci alla ritirata. Con la vittoria della battaglia di Bezzecca e Cimego 21 luglio, si apre la strada per Riva del Garda e quindi l’imminente occupazione di Trento,  impedito soltanto dalla tregua, il 12 agosto 1866, a causa della vittoria prussiana a Sadowa . In questa occasione, ha ricevuto la notizia dell’armistizio e l’ordine di abbandonare il territorio occupato. Telegrafa “Obbedisco.” Il Veneto viene ceduto all’Italia, Garibaldi ritorna a Caprera.

Rapidamente Garibaldi  riprende la sua crociata per conquistare Roma. Crea associazioni per raccogliere fondi ed è particolarmente  anticlericale. Cospiratori romani lo cercano e il 22 marzo 1867, gli riferiscono che  il titolo di generale, gli  è stato conferito dalla Repubblica Romana. Inizialmente il pubblico lo sostiene, a differenza del governo.

Come in passato, cerca di fomentare la ribellione nello Stato Pontificio per giustificare l’intervento. Crispi lo  mette in guardia contro un nuovo Aspromonte. Dopo le risoluzioni dei lavoratori tedeschi e francesi contro la guerra, ha partecipato a settembre del  1867 al Congresso Internazionale per la Pace e la Libertà  di Ginevra, dove viene  ricevuto trionfalmente, offrendo un visionario programma in 12 punti. La  Società delle Nazioni rimane scioccata dal suo anticlericalismo e dal suo tono bellicoso. Tra i partecipanti, ci sono Arago e Bakunin. L’intervento di questi ultimi è particolarmente degno di nota, “Garibaldi, che ha presieduto, si alza e dopo  qualche passo e lo abbraccia. Questo solenne incontro di due vecchi veterani della rivoluzione produce un’impressione straordinaria. Tutti si alzano per un lungo applauso. “

Dopo il suo ritorno in Italia, 24 Settembre, 1867, Garibaldi viene arrestato dopo aver  lasciato Firenze, l’allora capitale, al confine con lo Stato Pontificio,  ciò che  innesca violente proteste.

Lui è agli arresti domiciliari nella sua isola di Caprera, da cui fugge nel mese di ottobre per riprendere la lotta. Organizza una nuova spedizione di Roma (laterza), comunemente chiamata “campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma,” questa volta partendo da Terni ha preso la roccaforte di Monterotondo, ma la rivoluzione tanto attesa a Roma non si verifica. Il 30 ottobre 1867, le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia e Garibaldi  combatte con decisione. 

Il 3 novembre 1867 nella battaglia di Mentana le truppe pontificie rinforzano quelle francesi, con nuovi fucili Chassepot, inviati da Napoleone III. Vittorio Emanuele II, nel frattempo, ha confermato gli accordi franco-italiani e sconfessa l’iniziativa Garibaldi. Un dispaccio del generale Failly datata 9 termina con queste parole: “Le nostre armi Chassepot hanno fatto prodigi” provocando forti critiche in Francia e in Italia.

Dopo la sconfitta dell’Impero francese e la resa di Napoleone III, il 20 settembre 1870 Roma fu conquistata dalle truppe italiane .

Il 2 ottobre 1870, Roma è capitale d’Italia, dopo un plebiscito.

Il sogno di Garibaldi  si realizza, ma è l’esercito italiano a compiere l’azione militare da lui tanto agognata.

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L’Epopea dei  Mille e le camicie rosse (1859-1861)

Se Garibaldi è il leone, coraggioso e combattivo, Cavour è la volpe, l’astuzia e l’attesa!

Cavour, presidente del governo del Regno di Sardegna, si   impegna nella guerra di Crimea per essere più vicino alla Francia di Napoleone III. A seguito di Plombières,  trattato di alleanza tra la Francia e la Sardegna, Cavour provoca  un attacco da parte dell’Austria,  per consentire l’attivazione dell’accordo di assistenza da parte della Francia.
Così Cavour sta sviluppando una serie di provocazioni, e l’Austria cadde nella trappola.

Il 26 Aprile 1859, l’Austria apre così le ostilità contro il Piemonte, ciò che innesca le condizioni di esecuzione dell’alleanza franco-sarda. Il 27 aprile 1859, gli austriaci hanno attraversato il confine del Ticino, e lo stesso giorno, i francesi hanno attraversato le Alpi.

Nel 1858-1859, Cavour e Garibaldi si vedono per la prima volta nel 1856. Lo statista sabaudo prevede di utilizzarlo attivamente nella guerra imminente, mettendolo a capo di volontari. I 3.200 uomini reclutati da Garibaldi diventano, il 17 marzo, il corpo dei Cacciatori delle Alpi sotto l’autorità del generale Cialdini. Garibaldi è  nominato maggiore generale. Per la prima volta incontra  Vittorio Emanuele II.

Il rapporto tra Garibaldi e Cavour soddisfa le esigenze della situazione fino alla fine della seconda guerra d’indipendenza (1859). Garibaldi supporta l’azione di governo e la preparazione del conflitto per  espellere l’Austria, mentre  Garibaldi propugna  il supporto per l’insurrezione lombarda per provocare la guerra.

I primi disaccordi appaiono poco dopo, soprattutto quando Cavour cede Nizza alla  Francia, nel 1860. E più tardi ancora, prima della morte di Cavour, Garibaldi, dopo avere  fortemente criticato il governo italiano perchè  vorrebbe sciogliere l’esercito del sud che ha partecipato alla spedizione dei Mill  (Garibaldi otterrà dal re l’immissione dei garibaldini nei ranghi dell’esercito regio ma, come diremo in seguito, Cavour boicotterà in parte questo accordo).

Ma torniamo al 1859 . Garibaldi, quindi, assume la difesa del  Lago Maggiore con il permesso di reclutare nuovi volontari. Il 23 maggio, ha iniziato una campagna di successo nel nord della Lombardia. Il 26 maggio, egli spinge il generale comandante austriaco  a Varese e dopo avere sconfitto l’esercito austriaco nella battaglia di San Fermo, prende la città di Como. Per le sue azioni, è stato insignito della medaglia d’oro al valor militare.  The Times riferisce le sue imprese e Marx ed Engels parlano regolarmente sul New York Daily Tribune delle imprese di Garibaldi.

L’8 Luglio 1859, Napoleone III firma l’armistizio  ponendo fine alla seconda guerra di indipendenza italiana. La Lombardia è unita al Regno di Sardegna, mentre Venezia rimane austriaca. Alcuni piccoli ducati (Firenze, Parma, Bologna, Modena) dichiarano la loro annessione al Regno di Sardegna e il 10 agosto, una lega militare è  affidata a Garibaldi, che ne accetta il comando, dopo le dimissioni dall’esercito sardo.

Questo ruolo di  organizzatore,  operativo in nulla, nonè  adatto a Garibaldi.  Torino manda così Manfredo Fanti a sostituire Garibaldi. Sotto l’autorità di Franti, è quindi in grado di svolgere l’azione per la quale egli chiede il supporto di Mazzini, tentando una invasione delle Marche e dell’Umbria pontificia. Una serie di decisioni contraddittorie lo porteranno a dimettersi il 15 novembre, su richiesta di Vittorio Emanuele II.

Nel mese di aprile 1860 Garibaldi fu chiesto di dirigere una spedizione per sostenere la rivolta iniziata a Palermo, Sicilia. Dopo qualche esitazione, ha deciso di partecipare alla invasione del Regno delle Due Sicilie, il numero di volontari ha raggiunto un migliaio di uomini, che ha dato il nome alla società leggendaria. Garibaldi è supportato con cautela da parte del governo del Regno di Sardegna.

L’imbarco delle truppe, avviene  la notte del 5 maggio a Quarto, vicino a Genova, e il viaggio comincia in disordine, senza munizioni e scarsità di carbone. L’11 maggio, le due navi, Piemonte e Lombardo,  arrivano in Sicilia e sbarcano a Marsala, godendo della protezione di due navi inglesi che entrano nel porto. Non di meno le navi borboniche, come dice Garibaldi nelle sue Memorie, sparano contro  i  Garibaldini, già sbarcati, ma senza successo.

Il combattimento svolge  a vantaggio di Garibaldi aiutato dai siciliani: vincono a Calatafimi il 15 maggio 1860, entrano vittoriosi a  Palermo il 27 maggio e risultano vincitori  nei pressi dello Stretto di Messina, a Milazzo, il 20 luglio.

Dal mese di maggio, Garibaldi si proclamò dittatore (nel senso romano del termine), in nome di Vittorio Emanuele II, e nel mese di giugno, ha formato un governo. Pertanto, Garibaldi continua la sua conquista del continente e marcia su Napoli, che  prende il 7 SET 1860.

Cavour ha organizzato una spedizione per impedire il consolidamento del potere Garibaldi, temendo che egli  formi una repubblica. Le truppe piemontesi combattono le truppe pontificie a Castelfidardo. Garibaldi affronta e sconfigge i 20.000 soldati dell’esercito dei Borboni a Volturno.

I plebisciti in Sicilia e di Napoli ratificano l’annessione del Regno delle Due Sicilie in favore del  Piemonte. Il 26 ottobre nei pressi di Teano Garibaldi incontra Vittorio Emanuele II e lo saluta  come il Re d’Italia.

Il 9 nov 1860, Garibaldi si ritira a Caprera dopo aver rifiutato tutte le ricompense, ciò che affascina i suoi contemporanei quasi quanto la sua attività.

Garibaldi è il vero artefice della unificazione del Regno d’Italia, il quale è solennemente   proclamato 17 marzo, 1861.

Quando egli entra  all’interno del parlamento italiano, dopo essere stato eletto deputato nel  primo parlamento italiano, i deputati accolgono il suo ingresso con una ovazione.

Questa è l’occasione per lui di prendere una posizione, ha espresso il suo disaccordo con il rifiuto delle autorità e in particolare di Fanti, ministro della guerra, di integrare i volontari dell’esercito meridionale nell’esercito regolare.

Cavour reagisce violentemente chiedendo invano, al presidente della Camera di Rattazzi di richiamare all’ ordine Garibaldi. La riunione è sospesa. Nino Bixio tenta nei giorni successivi una riconciliazione . Garibaldi, che è tornato a Caprera, ottiene un successo parziale. Dopo pochi giorni, molti dei suoi ufficiali e parte dell’esercito meridionale sono integrati.

A tal proposito mi sia consentita una digressione e una autocitazione: ho scritto un romanzo sulla storia vera di un Garibaldino siciliano, chiamato Gaspare Nicolosi, che è stato integrato nell’esercito regolare e che ha fatto carriera  fino al gradi di colonnello!
La  nipote del Garibaldi, che mi ha contato la storia, si chiamava Silvia Nicolosi, e viveva a Cagliari dove è morta a  100 anni nel 2012! Il romanzo è stato pubblicato con il titolo  “Un amore Garibaldino” che ha dato il  titolo anche a un  musical  che spero venga  rappresentato al più presto!

Cavour morì il 6 giugno, senza che i rapporti con il nostro eroe siano migliorate.
Il suo triste destino: ha visto l’Italia unita e subito dopo è avvenuta la sua morte. Questa è la vita, cari amici!

… continua…

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Quando ero giovane andavo spesso, su incarico di mio padre, nei vari uffici pubblici: Poste, Camera di Commercio, Ufficio del Registro, ecc.; mi succedeva anche di andare dal medico a prendere il posto (allora usava così), per mia nonna o per mia mamma.

Trovavo in questi luoghi una variopinta rappresentanza del genere umano, per lo più dolente,  che allora abitava la nostra bella Isola. Alle Poste in particolare si trovavano i più incazzati: sembravano pronti a far crollare il governo in carica a colpi di cannone (o magari di roncola); io dentro di me, ingenuamente,  pensavo: ” alle prossime elezioni politiche i democristiani (allora i nemici dei giovani idealisti e dei sognatori del cambiamento erano soprattutto i “matusa” della Democrazia Cristiana) prenderanno un tale calcio nel sedere che  ci saremo finalmente liberati di loro, della loro protervia, della loro incapacità e del malaffare che si portano dietro”.

Così pensando attendevo trepidante il risultato delle elezioni; regolarmente le vincevano i democristiani; così il cambiamento agognato restava fuori dalla porta.

Non riuscivo però a farmene una ragione: “Ma come?”, mi chiedevo tra l’indignazione e l’incredulità; li ho sentiti io con le mie orecchie e li ho visti io trattati a pesci in faccia dall’impiegato della Camera di Commercio o dal nevrotico impiegato delle Poste (ce n’è sempre uno, anche oggi, pronto a scaricare le sue frustrazioni sulla ignara e indifesa utenza); ho sopportato insieme a loro delle file estenuanti, inspiegabili, inammissibili, inconcepibili in un Paese che voglia dirsi civile e solidale.

Ma allora perchè continuano a votare i responsabili delle disfunzioni nel funzionamento dei pubblici uffici e del malaffare dilagante?

Così diventai sardista. In nome della nostra specialità e della costante resistenziale sarda vidi nel sardismo una via d’uscita ai mali della Sardegna. La mia fede cominciò però a traballare quando acchiapparono con le mani nel sacco i primi sardisti artefici in negativo della stagione di tangentopoli in salsa quattro mori; ma forse avrei dovuto aprire gli occhi molto tempo prima; quando ad esempio, in previsione di un’assemblea condominiale discorrevo con gli amici che avrebbero dovuto e potuto sostituire i loro genitori, proprio come me, nell’assemblea nella quale si doveva discutere e approvare il bilancio consuntivo; prima della riunione questi amici berciavano contro l’amministratore condominiale di turno (all’epoca erano tutti dei dilettanti, condomini anche essi, divisi tra il desiderio di rendersi utili e l’improvvisazione tipica dei dilettanti), accusandolo delle peggiori nefandezze, di ammanchi di cassa, di ruberie, malversazioni e appropriazioni indebite; ma quando scattava l’ora X della riunione scoprivano di avere degli impegni improrogabili ed io mi ritrovavo solo in Assemblea a combattere contro i mulini a vento; e ancora prima, quando studente delle scuole superiori, mi attivavo per organizzare le assemblee studentesche di migliaia di iscritti; ma a dibattere i problemi della scuola ci ritrovavamo in un centinaio scarso; e se c’era da distribuire volantini in ciclostile o da sfilare in corteo con il megafono, di quei mille e di quei cento ne scorgevo, voltandomi a guardare, appena quindici (per abbondare).

Adesso quando sento  parlare o leggo di Sardegna libera dal giogo degli Italiani, penso che i primi, veri  Italiani siamo noi Sardi: coraggiosi, fieri, orgogliosi ma inguaribilmente italiani nella nostra indolenza, nella nostra rassegnazione, nella nostra incapacità di muoverci insieme; individualisti fino al midollo; bravi a lamentarci e piangerci addosso ma pronti a rientrare nell’ombra nel momento dell’assunzione di responsabilità.

Colpa dei Savoia o dei Borbone? Colpa dei romani e delle loro legioni? Colpa dei bizantini, dei pisani, dei catalani o dei castigliani?

Non  saprei rispondere. Forse anche per noi vale vale l’antico adagio meridionale “Francia o Spagna, purchè si magna!”

Mi resta il vanto di essere discendente di quei grandi uomini che innalzarono al cielo quei mastodontici edifici che dopo migliaia di anni resistono ancora alle ingiurie del tempo, ma non posso fare a meno di constatare che il patrimonio genetico di quei grandi si è disperso, mischiandosi a quello dei diversi dominatori che nei millenni si sono succeduti nel dominio dell’Isola.

Ma non provo antipatia per chi ancora crede che valga la pena di parlare e di lottare per una Sardegna libera.

Anche io, un tempo lontano, ci ho creduto.

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 La dimensione europea che Garibaldi aveva raggiunto nella sua vita si esprime anche in un impegno massonico totale e sincero. Giuseppe Garibaldi, Gran Maestro di quasi tutte le convinzioni italiane, iniziò a frequentare la Massoneria e divenne la figura di laico e anticlericale più illustre d’Italia. In questo egli era veramente il massone numero uno in Italia e non solo: un forte sostenitore di ideali massonici europei e universali.

Questo è il motivo possiamo dire che Garibaldi è un figlio del suo tempo: gli ideali dei Lumi, il respiro rivoluzionario, i segreti napoleonici di massoneria, i desideri di  libertà e indenpendenza dei popoli nel mondo, l’anticlericalismo, le istanze liberali costituiscono la sua  lotta serrata a favore di coloro che cercano la libertà!

Garibaldi si insediò a Rio de Janeiro, ospite della piccola comunità di esuli italiani emigrati. Con uno di questi amici, il signor Rossetti, ha avviato un’attività  commerciale, ma i due non sono fatti per il commercio e per il mondo degli affari.
Durante questo periodo, decide di diffondere i sentimenti rivoluzionari tra i suoi connazionali e resta in contatto con gli attivisti in Europa di Mazzini e con i suoi corrispondenti  Antonio Ghiglione e Luigi Canessa.

Garibaldi divenne presidente della cellula locale della  Giovine Italia nel continente sudamericano. Aderisce anche alla loggia massonica di Vertud.

Certamente il nostro eroe è un uomo intelligente, ma non ama molto gli intrighi  della politica e i rituali delle logge massoniche: un uomo di azione come Lui non può amare  i dibattiti eil  tempo  dell’evanescenza! Egli è nato per l’azione che segue il pensiero, non per  il pensiero seguito da un altro pensiero e da un altro pensiero ancora all’infinito!

In ogni caso, la sua intenzione è quella di continuare a vivere grandi  avventure anche  in America.

Dopo il settembre 1835, proclamata la Repubblica Riograndense (1836) da Bento Gonçalves da Silva , Garibaldi si dichiara pronto a lottare per gli ideali  umanitari.

Nel maggio 1837, riceve una lettera di patente marittima  da parte del governo di Rio Grande do Sul, che si sta ribellando contro l’autorità dell’Impero del Brasile.

Sfida un impero con la sua barca di nome Mazzini.

L’11 aprile 1838,  respinge un battaglione  brasiliano imperiale (Battaglia di Galpon Xarqueada) e impedisce al  generale Davi Canabarro di prendere il porto di Laguna, capitale della provincia di Santa Caterina (25 luglio 1839); ciò  che facilita la creazione della Repubblica Catarinense Juliana, ma i repubblicani riappaiono sulle alture dove le battaglie si svolgono con alterne fortune di entrambe le parti.

 Garibaldi è  coinvolto per la prima volta in un combattimento esclusivamente terrestre, vicino Forquillas: attacca con i suoi marinai, che fanno arretrare i  nemici.

Durante questo periodo, egli  si invaghisce, contraccambiato, di Manuela Ferreira de Paula, nipote di Bento Gonçalves da Silva, alla quale  rinuncia a causa della differenza di status sociale.

Nel 1839, quando si trova a Laguna, incontra Ana Maria de Jesus Ribeiro, di appena 18 anni. Una storia d’amore nasce tra i due giovani, anche se Anita è già sposata con Manuel de Aguiar Durante. Lo lascia per  seguire Giuseppe: i due si  sposeranno nel 1842 dopo la morte del marito di Anita.

Nel 1841, non vedendo una rapida conclusione della guerra, e su richiesta di Francesco Anzani, un esule lombardo con il quale diventa amico e che vuole la sua presenza in Uruguay, Garibaldi si congeda con il permesso di Gonçalves, per trasferirsi a Montevideo dove sono attivi  molti stranieri, soprattutto francesi e italiani.

Lì, la guerra tra il presidente uruguayano Manuel Oribe, che è stato rovesciato, ma è sostenuto dal governo di Buenos Aires di Juan Manuel de Rosas, e il nuovo governo guidato dal generale Fructuoso Rivera che ha   il sostegno di Brasile, delle flotte francesi e inglesi, e dell’Argentina “unitaria” (Partido Unitario di liberale).

Dichiarata nel dicembre del 1838, la guerra è  chiamata Grande Guerra 1839-1851.

A Montevideo, Garibaldi insegna matematica.

La flotta della Confederazione argentina opera sotto il comando dell’ammiraglio William Brown di origine inglese, mentre Montevideo è sotto il comando del commodoro John Coe di origine americana.

Il governo di Montevideo chiama Garibaldi.

Presso il  Río de la Plata, la Marina argentina cerca di bloccare il porto di Montevideo. Il 16 Agosto 1842 una battaglia navale  svolge sul fiume Paraná, vicino alla città della Costa Brava. Le navi comandate da Garibaldi combattono contro le forze e i  mezzi di Brown,  il quale ha  navi e uomini nettamente  superiori. Dopo aver subito pesanti perdite, Garibaldi dà fuoco alle sue navi per impedire che cadano nelle mani di Brown; riesce così  a farla franca, salvandosi  con i sopravvissuti.

Come già detto, lo stesso anno 1842, Garibaldi sposa Ana Maria de Jesus Ribeiro, dalla quale avrà quattro figli: Domenico, Ricciotti e  Menotti; mentre Rosita  muore in tenera età.

Garibaldi è diviso tra le operazioni di terra e di mare, si ricostruisce una flottiglia a capo della quale è riuscito nel mese di aprile 1842, ad evitare che le navi Brown riescano nell’obiettivo di  occupare la Isla de Ratas, nella baia di Montevideo.

Nel mese di aprile 1843, poi torna a Montevideo dove  Garibaldi riesce ad organizzare e dirigere un gruppo di volontari chiamato Legion Italiana (legione italiana), che è al servizio del governo di Montevideo, il Gobierno de la Defensa (Governo della Difesa). Questi uomini inesperti, combattono la loro  prima battaglia in occasione del ” Combate de Tres Cruces” il 17 novembre 1843, nei pressi di Montevideo.

Gran parte dei combattenti è di origine straniera, soprattutto francesi (2500 uomini)  e italiani (da 500 a 700 uomini):  su 6.500 soltanto 800 sono uruguaiani.

La Legione italiana formata da  Garibaldi adotta  la camicia rossa,originariamente in uso dei lavoratori tessili destinati ai mattatoi argentini.

Questa maglia rossa è un elemento essenziale del mito di Garibaldi, ma dobbiamo ricordare anche il cappello e il poncho gaucho della pampa.

I suoi legami con le logge massoniche gli valgono, nel 1844, l’ammissione agli “Amici della Patria”, che dipendono dal Grande Oriente di Francia.

Per difendere gli interessi dei loro cittadini, i francesi e gli inglesi chiedono agli argentini di ritirare e , di fronte al loro rifiuto,  bloccano  la flotta argentina. Brown, sconfitto,  torna alla vita civile. I rapporti tra le nazioni si inaspriscono, consentendo a  Montevideo, con il sostegno dei suoi alleati, di allentare la morsa del blocco.

Nel mese di aprile 1845,  Garibaldi si imbarca in una nuova flotta di 20 navi e circa 900 uomini, gli Alleati sbarcano e riescono ad occupare e saccheggiare Colonia del Sacramento con la partecipazione di squadre francesi e inglesi.

L’8 febbraio 1846, nell territorio di Salto, nei pressi del fiume San Antonio, un affluente del fiume Uruguay, Garibaldi e la sua legione italiana vincono la Battaglia di San Antonio contro le forze superiori della Confederazione, alla quale  infliggono pesanti perdite, sbaragliandola  dopo aver perso circa un terzo della propria forza d’urto.

Le implicazioni di questa vittoria sono immense, he varrà ai vincitori  lo status di eroi;  la  fama di Giuseppe Garibaldi diviene internazionale e la stampa italiana racconta le sue imprese agli entusiasti lettori.

Egli rinuncia a fama e denaro, alle terre che  Gonçalvo Bento gli ha promesso, desideroso  di vedere cosa lo attende al di là dell’oceano.

Lascia così il  certo per l’incerto, la sicurezza per l’avventura, gli agi per  i disagi!

Lasciando l’America sulla barca Esperance,  Garibaldi è preso da una febbre spirituale, ansioso per l’Italia,  ancora dominata da stranieri e divisa, come abbiamo già descritto. I suoi pensieri, le sue emozioni durante quel viaggio, mi fanno  ripensare alle immortali  parole che Dante ha messo in bocca a Ulisse nel Canto 23 dell’ Inferno:

” Compagni, che siete arrivati nei mari d’Occidente, dopo avere sfidato molti pericoli, e che avete, come me, poco tempo da vivere ancora, non rifiutate di  camminare incontro al sole, per avere  la soddisfazione di vedere i nobili abitanti dell’altro emisfero! Considerate la vostra umana essenza : fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza “

Il 23 giugno 1848, dopo 14 anni di assenza, Garibaldi sbarca a Nizza con i suoi compagni, la guerra è già cominciata;   ha lasciato Nizza per  Genova con 150 volontari. Garibaldi, la cui fama ha preceduto il suo arrivo, offre la sua spada al re di Sardegna, pur  ripetendo che è un repubblicano, ansioso soltanto, in quella contingenza,  di cacciare l’austriaco; anche se Carlo Alberto è contestato dai democratici, che lo sospettano di voler annettere Milano e i milanesi, e di non essersi impegnato abbastanza per cacciare gli austriaci.

…continua…

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Mr Moonlight è Tito Stagno.

Ho letto recentemente la sua biografia, scritta a quattro mani con  Sergio Benoni (Edizioni Minimum Fax). Un testo che presenta diversi piani di lettura. Uno è quello che riguarda il suo rapporto con la comunicazione ed in particolare con la televisione. Tito Stagno e la Televisione Italiana costituiscono ormai un binomio inscindibile.

Tito Stagno è stato il primo a rendere popolare  il TG Nazionale; è stato l’uomo che ha fatto la telecronaca dello sbarco  sulla Luna, nel luglio del 1969; è stato il primo a condurre la Domenica Sportiva ad un livello altamente professionale; ed è stato il maestro di tanti giovani in TV sino al suo pensionamento, avvenuto nel 1994.

Curioso ed avvincente,  questo piano di lettura conduce il lettore, sul filo della memoria, dalla neonata TV di Stato, negli anni cinquanta, sino alla lottizzazione partitica degli anni 70, al Decreto Craxi pro-Mediaset dei primi anni ottanta e all’affermazione della c.d. TV Commerciale.Non mancano  dei flashes illuminanti sui personaggi che hanno calcato la scena televisiva, politica e sociale di quegli anni, nel bene e nel male: Giovanni XXIII, Giuseppe Saragat, Aldo Moro, le Brigate Rosse, Enzo Biagi, Licio Gelli, Michele Sindona.

Un libro scritto e curato con la perizia di un maestro della comunicazione quale Tito Stagno è diventato, sul campo, teoria ricavata ed elaborata sapientemente dalla pratica; qualcosa che solo i grandi ingegni riescono a fare.

Ma quello comunicativo non è il solo piano di lettura cui si presta il libro di Stagno e Benoni.

C’è un piano di lettura, per così dire,  universale, che guida il lettore nel cammino di un uomo che può fungere da paradigma di un modo di essere, di una maniera di vivere, dove il lavoro è terra di impegno, di sudore, di affermazione e  strumento per la realizzazione dell’uomo  e non, come purtroppo accade oggi troppo spesso, e non solo in TV, terra di conquista per potenti e i loro famigli e clientes.

C’è poi un piano di lettura più personale. Tito Stagno è un profugo dell’Istria, remota provincia della Nazione Italiana, abbandonata a sè stessa dopo le disgraziate vicende della Seconda Guerra Mondiale. Una pagina di Storia Italiana ingiustamente dimenticata e negletta, oscura e sconosciuta, messa da parte per volontà di politici che molto hanno avuto da nascondere e tanto da farsi perdonare; e che nessuno sdoganamento politico è riuscito ancora a recuperare alla memoria nazionale della Patria.

Insomma, una vita avventurosa quella di Mister Moonlight.

Un Sardo cittadino del Mondo, capace e meritevole che si è ritagliato un posto incancellabile nella storia della comunicazione.

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Quarta Puntata – L’11 febbraio 1834, devono partecipare alla rivolta mazziniana per rovesciare la monarchia. Garibaldi scende a terra per mettersi in contatto con mazziniani, ma il fallimento della rivolta in Savoia e qualcuno che avverte l’esercito e la polizia causano il fallimento dell’operazione. Garibaldi, non può tornare a bordo della Geneys ed è considerato un disertore. Riconosciuto come uno dei capi della cospirazione, viene condannato “alla pena di morte ignominiosa” in absentia, come un nemico della nazione e dello Stato.

Garibaldi diventa così un “bandito”. Si rifugia prima a Nizza,  poi,  attraversato il confine si reca a Marsiglia, ospite del suo amico Giuseppe Pares2. Per evitare il sospetto, ha preso il nome di Giuseppe Pane e nel mese di luglio si imbarca sul Mar Nero, e il marzo 1835 lo troviamo a Tunisi. Garibaldi rimane in contatto con l’ associazione mazziniana tramite Luigi Cannessa e nel giugno 1835 è  introdotto nella giovine  Europa, prendendo come nome di battaglia Borel,  in memoria del martire per la causa rivolutionaria.

L’Italia ora è diventata inaccessibile a causa della pena di morte che incombe su di lui,; la sua vita sta prendendo in considerazione orizzonti temporali più lunghi. L’occasione gli  si presenta quando un brigantino italiano deve andare a Rio de Janeiro, in Brasile, l’8 settembre 1835. Garibaldi parte da Marsiglia, sotto il nome di Giuseppe Pane, con l’intento di diffondere gli ideali mazziniani. Inoltre, Rio ha una vasta comunità di marina ligure, che permetterà un arrivo inosservato.

Dopo la conquista napoleonica della Spagna, le colonie del Sud America sono impegnate in un processo di indipendenza  conclusosi con la sconfitta della Spagna. Il vice-regno viene suddiviso in un certo numero di repubbliche indipendenti tra cui la Provincia  Cisplatina, la Confederazione Argentina, Paraguay. Per quanto riguarda il Brasile, dopo l’invasione del Portogallo da parte di Napoleone, la famiglia reale andò in esilio a Rio de Janeiro e la colonia fu elevata a un regno. Giovanni VI tornò a Lisbona, a causa della rivoluzione liberale del 1820, mentre suo figlio Pietro divenne reggente del Brasile. Nel 1822, divenne imperatore del Brasile sotto il nome di Pietro I.  La sua politica centralizzata  porta presto alla rivolta e nel 1832 è costretto ad abdicare in favore del figlio Pedro II.

…continua…

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