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Dal Capitolo 2 del Vangelo secondo Luca

VV 21-35

 Circoncisione e Presentazione del Tempio

 

Ogni primo maschio della nazione”

-         così è scritto – “sarà sacro a Jahwèh!”

Al tempo della purificazione,

 

dunque, giusta la legge di Mosè,

Giuseppe e Maria al Tempio Gesù

Condussero in offerta a Chi in Cielo   è!

 

E per donargli, in obbligo e virtù

Una coppia di tortore o colombi,

secondo quanto usavan le tribù!

A Gerusalemme, vecchio di lombi,

stava Simeone, giusto e timorato,

 

al quale di non vedere i piombi

della morte,  era stato  preannunziato,

prima che avesse visto il Messia

e che Israele fosse  confortato!

Mosso dal Santo Spirito, la via

 

del Tempio, mentre l’offerta adempievano

i due  dell’antica legge giudìa,

ei prese e giuntovi,  benedicevano

 

Iddio le sue parole,  abbracciando

Quella Luce nella Quale  vedevano

I suoi occhi le genti illuminando,

Per la gloria del popolo Giudeo,

la salvezza che andava preparando

 

ad ogni popolo.  “Or che mi beo

di cotanto, secondo la Parola,

lascia che vada in pace,  Santo Teò’,

 

il Tuo servo!” Ancor si sente e  vola,

nelle orecchie stupite di Maria,

la voce di Simeon, cui disse sola:

 

“ Di molti uomini  in questa terra mia,

per la rovina e la  risurrezione

Egli è, segno di forte discrasia,

 

perché esprimano rivelazione

i pensieri di molti animi e cuori!

Ed anche nel tuo cor dello schidione

 

Udrai della Sua carne  i molti  fori!”

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La calunnia, nel linguaggio comune, è assai spesso confusa con la diffamazione; qualche più rara volta con l’ingiuria; per chi studia il diritto penale in maniera professionale le tre fattispecie criminose non possono e non devono essere confuse.

Senza scendere in oscuri tecnicismi dirò che la calunnia è l’attribuzione di una condotta riprovevole ed offensiva, il più delle volte falsa, contenuta in un atto giudiziario a carico di un’altra persona alla quale si vuole arrecare danno; essa è solitamente assai più grave della diffamazione; quest’ultima è solitamente commessa al di fuori delle aule giudiziarie o senza l’impiego di strumenti di giustizia, in assenza della persona diffamata, e contiene anch’essa l’attribuzione di una condotta riprovevole, solitamente falsa, e comunque offensiva a carico di un terzo; la figura più nota è quella che si perpetra a mezzo stampa; l’ingiuria infine è un’offesa fatta a taluno in presenza sua ed in presenza di altri che odono le offese rivolte  all’ingiurato.

Non di meno si continua a parlare di calunnia al di fuori di questo schema (che ho sopra esposto in maniera davvero semplicistica).

Forse è giusto così.

D’altronde, sin dai tempi antichi, e sicuramente prima dell’entrata in vigore dei canoni criminali attualmente in vigore, la calunnia era ciò che l’immortale Rossini descrive con le sue note mirabili come un venticello.

Ecco di seguito, proposti dallo scrittore  Angelo Ruggeri, alcuni estratti del pensiero di un grande filosofo dell’antichità sulla calunnia. Il brano, oltre che profondamente filosofico,  è intriso di saggezza giuridica, a dimostrazione che non sono gli schemi e le categorie rigide a illuminare il pensiero degli uomini.

 

La calunnia è un’accusa contro una persona assente, ignota all’accusato, creduta sopra l’informazione di una sola parte senza contraddittorio. E questo è il soggetto del mio ragionamento.

Ma essendoci tre persone in scena, come nelle commedie, il calunniante, il calunniato, e colui presso il quale si fa la calunnia, consideriamo la parte di ciascuno.
E in primo luogo, se volete, facciamo comparire il protagonista del dramma, dico l’autore della calunnia. Che costui non sia un uomo dabbene, a tutti, credo, è chiaro. Perché nessun uomo dabbene causerebbe male al prossimo; ma gli uomini dabbene col beneficare gli amici, non coll’incolparli a torto, e farli odiare, vengono in reputazione e acquistano fama di bontà.

Ora colui che in segreto calunnia i lontani, come non è soverchiatore, se egli fa suo interamente chi lo ascolta, ne occupa le orecchie, le chiude e le  rende inaccessibili a ogni discorso della controparte, avendole già  riempite  con le sue calunnie?

Suprema giustizia è questa, come direbbero quegli ottimi legislatori Solone e Dracone, i quali obbligavano col giuramento i giudici ad ascoltare le due parti allo stesso modo e ad attendere con eguale benevolenza all’accusatore ed all’accusato, finché bilanciate le parole dell’uno e dell’altro , si potesse giudicare  dove fosse la  ragione e dove il torto. Prima di  aver contrapposto la difesa all’accusa, credevano che sarebbe stata del tutto empia e scellerata una sentenza.

Si può dire che anche gli Dei si sdegnerebbero, se lasciassimo dire sicuramente all’accusatore ciò che egli vuole, e  ci turassimo le orecchie alle difese dell’accusato o, imponendogli silenzio, lo condannassimo persuasi dal primo discorso.

Quindi si può conchiudere che le calunnie si fanno contro il giusto, contro la legge, contro il giuramento giudiziale. E se a qualcuno non basta l’autorità dei legislatori, i quali vogliono che così si facciano i giudizi giusti ed imparziali, io tirerò in ballo quella di un grande poeta, il quale dichiara la stessa cosa, anzi la pone come legge; e dice:

Non sentenziar sentenza, se non odi
prima parlare tutte e due le parti

Sapeva anch’egli, credo, che tra le tante ingiustizie che sono nel mondo, non se ne potrebbe trovare una più brutta e più ingiusta, di condannare uno senza conoscere le sue ragioni, e senza farlo parlare: e questo appunto si sforza di fare il calunniatore, il quale espone il calunniato allo sdegno di chi ascolta, senza farlo giudicare, e col segreto dell’accusa gli toglie la difesa.

Tutti gli uomini di questa risma ingenerosi e codardi, non vengono mai allo scoperto ma, come imboscati, saettano da luogo coperto, per modo che non puoi schierarti e combattere, ma ci sei ammazzato sprovveduto e nuovo di questa guerra.

E questo è un grandissimo indizio che i calunniatori non dicono mai la verità: perché se un uomo è veramente persuaso della verità della sua accusa, credo che egli accuserebbe apertamente, accettando esami , discussioni e contradditori: nessuno mai che può vincere scopertamente, fa uso di agguati e d’inganni contro i nemici.
Uomini del genere si vedono specialmente nei palazzi dei re, nelle corti dei principi e dei signori, dove c’è molta invidia, infiniti sospetti, e molte occasioni offerte agli adulatori ed ai calunniatori. Perchè dove maggiori sono le speranze, lì  sono più acerbe le invidie, gli odi più pericolosi, le gelosie più acute.
E qui sta bene quel verso d’Omero:

Comune è il rischio della zuffa e spesso
chi uccidere volea rimane ucciso

La calunnia,  originando da invidia, da odio, o da speranza, conduce a un miserevole  e tragico fine, ed è piena di sventure.
Né una calunnia è cosa leggera e semplice da farsi, come qualcuno potrebbe credere, ma ha bisogno di molta arte, non poca avvedutezza, e di un certo fine discernimento. Non farebbe certo tanto male la calunnia, se non fosse credibile in qualche modo, né avrebbe forza contro la verità, che è più forte d’ogni cosa, se  non fosse provvista di molte attrattive, e di probabilità, e di mille altre astuzie per insinuarsi nell’animo di chi l’ascolta.

E’ calunniato dunque specialmente chi è più onorato e perciò invidiato da quelli che gli rimangono indietro; i quali tutti lanciano dardi contro di lui, che considerano come un ostacolo ed un impedimento; e ciascuno crede che, scavalcato costui, sarà egli il primo favorito.
E per far credere la calunnia, non la forgiano così a caso, ma vi mettono tutta l’astuzia, e si guardano dall’aggiungervi qualcosa che discordi o  sembri strana. Spesso col malignare sulle qualità di qualcuno, rendono verosimile l’accusa; così dicono che il medico è avvelenatore, che il ricco vuol farsi tiranno,  che il ministro medita un tradimento. Talvolta ancora chi ascolta porge lui le occasioni alla calunnia, ed i maligni accomodandosi al suo umore tirano al segno. Se vedono che il messere è geloso, dicono: il tale occhieggiava alla tua donna durante il pranzo, e guardandola fisso sospirava, e guardato da lei se ne compiaceva, e gli faceva gli occhi dolci; ed anche qualche calunnia d’adulterio.

Se si atteggia a poeta, e se ne tiene: Oh, dicono, giuro a Giove che Filosseno rideva dei tuoi versi, e ne ha sparlato, e ha detto che sono prosa, e mal cuciti.

Insomma inventano e dicono quelle cose, che conoscono più potenti per  eccitare lo sdegno in chi li ascolta; e conoscendo dove uno può esser ferito, lì mirano e lì colpiscono; in modo che quello, turbato da improvviso sdegno, non ha più tempo di ricercare la verità; e se uno volesse giustificarsi, egli non l’ammette, preoccupato delle  cose inaspettate che ha udito, e che prende per vere…..”

Luciano di Samosata

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felicitàL’indomani  un giovane si avvicinò al Maestro e gli chiese:

-”Cos’è la felicità?”

Il Maestro lo guardò e rispose:

-” La felicità è vivere come i fiori del campo e gli uccelli del cielo. Liberati dei tuoi beni e sarai felice!”

Il giovane si rattristò non poco di quella risposta. Infatti aveva accumulato, non senza scaltrezza e malizia, molti beni.

Allora decise di interpellare un altro uomo. Uno come lui, che aveva moglie e figli e conosceva la vita. Ma per non esporsi una seconda volta, decise di ribaltare la domanda chiedendo all’uomo, dopo averlo lusingato con molti complimenti:

-” Ma tu sei felice?”

L’uomo rispose:

-” Se non mi accontentassi di quello che ho, pregando per il mio pane quotidiano;e se desiderassi la donna d’altri, disprezzando quella che mi è stata affidata; e se mentissi, e spergiurassi, e non avessi in grande considerazione la vita umana, e non riconoscessi Dio al di sopra di tutto e se, quando sbaglio, non avessi coscienza e vergogna dei miei errori, allora non sarei felice. Ma quando mi sono riconciliato e sono in pace con Dio, allora mi sento davvero felice!

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