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Capitolo Decimo

Appena si sparse in città la notizia che il “Carminate” era stato arrestato Giuditta, con molta discrezione, fece pervenire un biglietto al suo amico Don Agostino Barozzi, il quale non ci impiegò molto tempo a raggiungere la bella peccatrice nella sua alcova dorata.

Il presidente del locale tribunale dell’Inquisizione ferrarese fu più dispiaciuto che  sorpreso, nell’apprendere la notizia dell’arresto di Pietro Marino de Regis che Giuditta gli comunicò tra carezze e lusinghe sospiranti d’amore.

Promise nell’accommiatarsi che si sarebbe informato adeguatamente e che avrebbe fatto di tutto, dato che essa mostrava di tenere così tanto al “Carminate” (come una figlia può tenere al proprio padre, ci tenne a precisare Giuditta, per non creare inutili e dannose gelosie), per levarlo alle grinfie dell’ inquisizione spagnola.

E l’alto prelato fu di parola. Oltretutto, pensava il domenicano impenitente, si trattava anche di difendere le prerogative della Chiesa Romana contro l’invadenza  della Spagna.

Il giorno dopo si incontrò con il vice-legato Pasini Frassoni, il quale era stato informato dall’hidalgo a cose fatte (cioè dopo aver effettuato personalmente l’arresto del De Regis) ma sapeva già tutto dai suoi informatori ancora prima che il comandante delle guardie del Borgo del Barco (il cui nucleo militare, ormai ridotto a poche decine di uomini, era stato messo a disposizione dell’hidalgo sin dal suo arrivo a Ferrara) gli facesse pervenire, su preciso incarico di Don Pedro Mendoza, la notizia dell’arresto del Carminate.

Dopo una schermaglia iniziale fatta in punto di diritto (“poteva la Spagna avere giurisdizione nei territori soggetti alla sovranità di Sua Santità?” “l’immunità diplomatica di cui godeva l’Hidalgo era così estesa da coprire ogni tipo di azione, compresi eventuali abusi?” e così via discettando), il Presidente del Tribunale la gettò in politica, osservando come l’agire dello spagnolo (usò il termine in senso dispregiativo, anche perché lui era filo-francese) avrebbe potuto avere ripercussioni anche diplomatiche, dato che il non avere informato il suo, pur umile ufficio, avrebbe sicuramente urtato la sensibilità del Cardinale che presiedeva la Congregazione per la difesa della fede, con sede a Roma e non certo a Madrid.

Pasini Frassoni che era solito contare le stelle anche mentre guardava per terra, e che fiutava i guai quand’erano ancora così lontani da prendere persino forma, all’inizio finse di opporre una formale e cortese resistenza ma, avendo di già capito dove volesse andare a parare il passionale domenicano,  stava già preparandosi a prendere la palla al balzo, appena quello l’avesse lanciata.

E l’occasione arrivò quando il presidente dell’Inquisizione credette di calare  il suo asso decisivo e vincente. Egli aveva saputo da un sacerdote, di cui era amico e confessore, in via del tutto riservata, che la confessione di Raspo Baldini (su cui si reggeva l’arresto e, presumibilmente tutto l’impianto accusatorio degli spagnoli) era stata estorta con la violenza ed era comunque, a detta dello stesso Baldini, del tutto inventata e da lui scritta e firmata, sotto dettatura dell’hidalgo spagnolo.

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I Catalani ci stanno provando e continueranno a provarci ad ottenere l’indipendenza da Madrid. Non so se ci riusciranno.  Oggi, 10 ottobre, alle 18,00, forse, ne sapremo di più.

Una cosa la vicenda catalana ha mostrato: la globalizzazione ed i poteri finanziari (più o meno occulti) dettano legge anche in politica.

Più dei poliziotti madrileni, saranno i poteri finanziari che impediranno alla Catalogna di staccarsi dalla Spagna.

Per quanto riguarda la Sardegna io penso che i potentati finanziari neppure si accorgerebbero della nostra ipotetica istanza di indipendenza da Roma.

Da giovane i sogni di indipendentismo mi infiammavano l’animo. I vecchi, al mio paese, pur condividendo i miei ideali, mi invitavano a riflettere: ” Chi pagherà le nostre pensioni, all’indomani della proclamazione della Repubblica Indipendente di Sardegna?”, mi chiedevano nel nostro antico idioma, con in bocca un mezzo sigaro o un ramoscello di menta.

Oggi, con occhi di disincanto, vedo maschere di improvvisati attori affannarsi sul palcoscenico dell’indipendenza sarda.

Mi chiedo se la loro agitazione sia il frutto di un reale sentimento e se davvero abbiano coscienza di ciò di cui parlano (alcuni perfino straparlano).

Mi sembrano dei pessimi attori che recitano un copione cha la Storia ancora non ha scritto.

Forse ho perso fiducia nella politica; o forse la politica mi ha rubato i sogni di gioventù. Prima di parlare di indipendenza vorrei che i nostri politici sardi parlassero di cultura, di storia, di lingua e dialetti sardi.

Magari potremmo tutti renderci conto che la vera libertà è quella che si trova nella cultura e nella conoscenza; e che un’istanza politica, se non affonda le sue radici nelle profondità dell’identità culturale sarda, diventa una pantomima, una recitazione sterile e vuota di contenuti.

Allora, invece di stare a sentire i manifesti dei neosardisti (qualcuno li definirebbe neoitalioti), preferisco cullare quel che resta dei miei sogni nei paesaggi, nelle forme e nei suoni che costituiscono il patrimonio autentico ed inestinguibile della nostra civiltà.

Quello non ce lo potrà rubare mai nessuno. Nè i prefetti romani, nè quelli di Madrid e neanche quelli di Bruxelles. Sperando che non saremo noi Sardi a diluirlo e a disperderlo nella vacuità di questa pseudocultura globale, che a forza di scimmiottare superficialmente modelli culturali angloitalioti , ci fa dimenticare (come aveva paventato il piccolo grande Sardus Pater di Barumini) di quello che siamo stati e di quello che abbiamo fatto nel passato.

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Poteva trattarsi di una combinazione ma il suo fiuto di segugio gli fece prudere il naso. Questo significava due cose: primo, che il tipografo Baldini c’era dentro anche lui sino al collo; secondo  che anche se il Baldini non avesse avuto niente a che fare con gli eretici, lui avrebbe fatto in modo che il Baldini diventasse uno strumento per incastrare il De Regis.

Senza far capire che le sue indagini fossero collegate al Carminate, si informò dal Giudice dei Savi sulle attività del tipografo ferrarese, venendo a scoprire che il Baldini aveva diversi contenziosi relativi a certi dazi doganali che all’epoca occorreva assolvere sia per le risme di carta importate  dal Veneto (per lo più dalle cartiere di Salò), sia in uscita per i prodotti realizzati con la carta medesima dai tipografi, ciò che faceva infuriare il Baldini, inducendolo attraverso la distribuzione di mance adeguate ai vari doganieri, a evadere le dovute gabelle in ripetute occasioni.

Afferrato il Baldini, prima ancora che Tenoch gli mostrasse quanto efficaci e dolorose fossero le sue tecniche di tortura (all’uopo furono sufficienti tre dosi di acqua ingollate a forza con l’imbuto e qualche carezza di assaggio delle sue pinze strappa seni alle pudenda), il Baldini si convinse, obtorto collo, a firmare un atto d’accusa secondo il quale Pietro Marino De Regis gli aveva chiesto di stampare una sua opera, titolata “Il manuale del perfetto orologiaio” che inneggiava alle teorie copernicane e ad altre eresie allora in voga.

Ed avendo egli letto in quell’orribile libro, ove si osava affermare “come la terra non fosse punto piatta et immobile e come il sole fosse lo centro del mondo et eziandio in movimento continuo con la terra medesma”, ed altre cose dell’altro mondo, inenarrabili, insostenibili, inconfessabili, tanto più che esse, di conseguenza osavano smentire la veridicità delle Sacre Scritture; e  lui, che si fregiava dell’amicizia di uomini di Chiesa, “piissimo et devoto agli insegnamenti della nostra Mater Ecclesia”, si era rifiutato di stamparla.

Con quella carta accusatoria e confessoria,  allo stesso tempo il Baldini condannava il De Regis ed assolveva se stesso da ogni colpa. E’ superfluo  qui precisare che  in realtà il Baldini si sentì coartato nella sua volontà e violentato nelle sue convinzioni, al punto che una volta liberato, corse a confessarsi, in gran segreto, d’essere stato costretto dagli spagnoli ad accusare un innocente.

E mentre lui correva a liberarsi del suo fardello infame, il De Regis veniva afferrato e consegnato nelle mani dell’orrido torturatore Tenoch Tixtlancruz.

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Capitolo Nono

Certo avrebbero riso assai meno, i goliardici Increduli dell’Accademia, se avessero saputo che l’Hidalgo inquisitore tramava vendetta per lo smacco e la beffa subiti.

La notte faticò a prender sonno, ma al suo risveglio, dopo la consueta, frugale colazione, si ritirò nel suo studio.

Si mise davanti le carte sequestrate il giorno prima e si rilesse gli appunti che meticolosamente era andato compilando giorno per giorno dal suo arrivo a Ferrara.

Studiandoli gli tornarono alla mente i capisaldi del metodo investigativo che gli era stato trasmesso alla scuola di Girolamo Huesca: in primis: osservazione, studio e rielaborazione dei fatti; in secundis:  logiche deduzioni, costruzione di un teorema, reperimento e creazione delle prove che confermassero il teorema. Il resto andava affidato al fiuto.  Questo ultimo  principio   l’Hidalgo lo aveva elaborato in maniera autonoma; aveva capito che si trattava  di un valore aggiunto che faceva parte dei talenti ricevuti e non poteva essere acquisito con alcun metodo investigativo,  ma soltanto affinato con la pratica.

L’astuto cacciatore spagnolo, dopo essersi studiato attentamente le carte,  arrivò così alla conclusione che qualcuno doveva aver parlato.

Ma chi poteva essere stata la spia?

Esclusi i soldati della scorta che, come da lui comandato, non erano stati messi a conoscenza della missione (lo aveva appurato chiedendo al comandante del drappello che guidasse lui la marcia della spedizione, ottenendone in cambio un mesto e deluso diniego di impossibilità ad eseguire), soltanto in cinque erano a conoscenza della data della programmata irruzione, e che la missione era da compiersi nella casa di De Regis, in vico Vrespino. Restavano pertanto soltanto  quattro persone , oltre  a lui: il fido Tenoch, imperscrutabile e taciturno come una tomba; Padre Alonso, il gesuita irreprensibile e idealista; il vice legato Pasini Frassoni, tanto mellifluo, quanto acuto e intelligente; la sua stretta di mano morbida e untuosa non era piaciuta né a lui, né a Tenoch; sulla carta era il sospettato numero uno ma il suo intuito gli diceva di cercare altrove; e altrove c’era soltanto Don Agostino Barozzi, quel domenicano chiacchierone e gaudente, che amava il vino e le donne; che amasse il vino lo aveva mostrato a tavola, sollecitando più volte il coppiere sordomuto a riempirgli il calice troppo di frequente; e che fosse un lussurioso lo aveva intuito da come si era succhiato le dita dopo aver mangiato le anguille e i gamberi del Po; e, soprattutto dalla quantità di caviale, indicato dai suoi manuali come afrodisiaco efficace e trasgressivo,  che si era ingollato durante la cena.

Doveva esser lui, il goloso inquisitore, la gola profonda.

Decise comunque che in futuro avrebbe escluso entrambi i sospettati dalle sue mosse e dai suoi progetti.

Un’altra cosa colpì l’hidalgo studiando le carte sequestrate in casa di De Regis: tutti i libri e gli spartiti provenivano dalla tipografia di Raspo Baldini.

 

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La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione,  frequentatore abituale  della casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

 

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

 

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Capitolo Settimo

Il vice-legato Pasini Frassoni ricevette in gran segreto Don Pedro Mendoza Martinez e i suoi due accompagnatori, intrattenendoli, non di meno, in un conviviale ricco di arrosti, vini e specialità ferraresi che furono largamente apprezzati dai commensali iberici. Il vice-legato, da parte sua,  aveva invitato il prelato domenicano Don Agostino Barozzi e giustificò la sua presenza (che non piacque affatto, sin dal primo istante, al diffidente Hidalgo) con la sua alta qualifica di presidente del Tribunale dell’Inquisizione, insediato a Ferrara dal papa in persona, già dai tempi di Gregorio XV.

A tavola propose agli ospiti, per ragioni di riservatezza,  di discutere la migliore strategia,  per la riuscita del piano,  in lingua spagnola, idioma all’epoca d’uso comune nelle corti italiane. E che  i due religiosi  italiani presenti conoscevano bene grazie ai loro trascorsi diplomatici nella corte madrilena.

Da come precedette la sua osservazione in ordine al coppiere, al quale l’hidalgo aveva riservato uno sguardo sospettoso e indagatore, informandolo che si trattava di un fido servitore sordomuto, l’hidalgo cominciò ad intuire la sottile intelligenza che animava il suo anfitrione italiano.

Intanto, mentre il dapìfero, che venne dispensato dalle sue funzioni di trinciante con un cenno eloquente di congedo,  posava le prime portate di pesci del Po e di arrosti misti,  ed i commensali finivano di mangiare il riso alla turchesca, il coppiere con gesti rituali aveva provveduto a versare nei calici di cristallo le sue bontà liquorose.

Don Pedro Mendoza, con espressioni molto formali,  ringraziò il vice legato, oltre che per la calorosa e discreta  accoglienza, anche per l’aiuto incondizionato che egli offriva a lui, umile servitore del re Filippo IV, ma tenne il punto sulla sua richiesta di autonomia. Tranquillizzò però i due religiosi italiani che, dopo la confessione (sulla quale pareva non aver alcun dubbio) l’infame eretico sarebbe stato consegnato alla loro giurisdizione, per la formale condanna e per la giusta punizione. Il che piacque assai all’ambizioso vicario che in realtà non ce l’aveva con il De Regis in funzione delle sue letture (lui stesso stava consultando  avidamente certi scritti di Copernico, rinvenuti negli archivi estensi che in parte erano rimasti a Ferrara dopo la Devoluzione), ma puntava alla confisca delle sue proprietà (indispensabile corollario della sentenza di condanna per eresia in forza delle norme inquisitorie in vigore).

Dopo cena il vice legato accompagnò i suoi ospiti in una saletta riservata ove, con grande stupore di tutti, dispiegò sopra un tavolo quadrato, una dettagliata  mappa che comprendeva sia la vecchia città medievale, sia l’addizione erculea, comprensiva del tragitto che di lì a poco il terzetto spagnolo avrebbe percorso in direzione dell’edificio che un tempo aveva ospitato l’ Osteria del Buon Samaritano.

Pasini Frassoni li informò che li avrebbe fatti accompagnare da Cristoforo Messìppo, un abile cavallerizzo e suo conduttore personale,  che avrebbe mantenuto i contatti riservati tra le due sedi. Gli mise inoltre a disposizione, uno  scalco- credenziere e  due delle sue migliori inservienti, una cuoca e l’altra pulitrice e rassettatrice. Omise ovviamente di informare l’astuto hidalgo che in realtà si trattava di tre fidatissimi agenti della sua segreteria personale, incaricati di riferirgli nel dettaglio tutto quanto sarebbe avvenuto nella sede operativa prescelta per gli interrogatori degli inquisitori spagnoli.

Così si avviarono, Don Pedro Mendoza e Padre Alonso de Barranquilla nel cocchio personale del vice legato, condotto da Cristoforo Messìppo e, a seguire, il carro con le vivande e le masserizie, nonché con il bagaglio della commissione inquisitoria iberica (escluso il bauletto di Tenoch, che lo legò sul dorso di un  cavallo che aveva chiesto ed ottenuto tutto per sé, in sella al quale affiancò il cocchio che conduceva il  suo padrone per tutto il viaggio)  guidato dallo scalco e credenziere.

Dopo un’ora circa, il primo gruppo aveva già raggiunto quella che un tempo era stata la sede di vizi e di lussurie, seguito a distanza di mezz’ora dall’altro gruppetto.

Una luna piena e velata li accompagnava.

Messìppo pensò che l’indomani tutta Ferrara sarebbe stata avvolta nella nebbia.

Ma non disse niente. Il suo padrone gli aveva raccomandato infatti di mostrarsi indifferente a tutto e di tutto osservare senza dare nell’occhio.

 

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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come gli occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuta a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due si riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

 

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Capitolo Quinto

La Nuova Accademia degli Increduli si riuniva ogni primo e ogni terzo lunedì del mese. Dopo la Devoluzione del 1598 e la conseguente perdita della sede di Villa Marfisa, il luogo della riunione era divenuto variabile. Era stata istituita una rotazione che prevedeva, tramite inviti con messaggi personali, di riunirsi in casa degli associati che avessero avuto la possibilità di ospitare un congruo numero di aderenti, considerando che le riunioni erano conviviali, prevedevano di norma la consumazione di un abbondante pasto ed un numero variabile di convenuti, che oscillava dai dodici ai ventiquattro invitati. Chi non poteva ospitare un numero così consistente di persone (per ragioni di spazio o per ragioni di altra natura) organizzava le sedute dell’Accademia alla Taverna del Saraceno, nei pressi di Porta San Pietro che disponeva di un ampio salone riservato al primo piano e si accontentava di far pagare una quota procapite a tutti i convenuti, levando dall’imbarazzo della spesa gli organizzatori.

Fra i più attivi ad organizzare in casa propria c’erano Annibale Manfredi (che disponeva di un vero e proprio palazzo nei pressi della Chiesa di Giuda e Simone); Odoardo Giraldi Cinzio  (figlio del famoso scrittore ferrarese Giovanni Battista) che aveva casa nel Borgo di Sotto; Federico Brugnoli, musicista e poeta, nipote in linea retta di uno dei maestri ferraresi del grande violoncellista Arcangelo Corelli, che aveva una cascina sulla via dei Sabbioni (la strada che metteva in comunicazione le case del Volano con quelle del  Primaro, i due bracci del Po su cui era sorto il nucleo primordiale della città); e naturalmente Pietro Marino de Regis che aveva ereditato dal Carminate, invero per il tramite di sua madre, la spaziosa casa già appartenuta al grande orafo ferrarese noto con il nome di Galletto, nel vicolo Vrespino (più tardi vicolo Gallo, in onore del grande artigiano ivi vissuto) dal quale il padre putativo di Pietro Marino  aveva comprato casa e laboratorio annesso. E dove un tempo bruciava il fuoco per la fusione e saldatura dei metalli,  ora la fiamma ravvivava le serate conviviali degli artisti Increduli, arrostendo nel contempo fagiani, aironi, anatre oppure maiali, vitelli e pecore mentre tra una disquisizione filosofica e una recitazione aulica i commensali consumavano i primi del giorno.

9. continua…

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Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

 

7. continua…

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

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Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto).

Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

 

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

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Capitolo Settimo

 

Il vice-legato Pasini Frassoni ricevette in gran segreto Don Pedro Mendoza Martinez e i suoi due accompagnatori, intrattenendoli, non di meno, in un conviviale ricco di arrosti, vini e specialità ferraresi che furono largamente apprezzati dai commensali.

A tavola propose agli ospiti di discutere la migliore strategia,  per la riuscita del piano,  in lingua spagnola, idioma all’epoca d’uso comune nelle corti italiane e comunque assai conosciuto sia da lui, sia da don Agostino Barozzi, quest’ultimo grazie ai suoi trascorsi al seguito del Nunzio Apostolico alla corte del re Filippo Terzo.

Da come precedette la sua osservazione in ordine al coppiere, al quale l’hidalgo aveva riservato uno sguardo sospettoso e indagatore, dicendogli che si trattava di un fido servitore sordomuto, l’hidalgo cominciò ad intuire la sottile intelligenza che animava il suo anfitrione italiano.

Intanto, mentre il dapìfero, che venne dispensato dalle sue funzioni di trinciante con un cenno eloquente di congedo,  posava le prime portate di pesci del Po e di arrosti misti,  ed i commensali finivano di mangiare il riso alla turchesca, il coppiere con gesti rituali aveva provveduto a versare nei calici di cristallo le sue bontà liquorose.

Don Pedro Mendoza, con espressioni molto formali,  ringraziò il vice legato, oltre che per la calorosa e discreta  accoglienza, anche per l’aiuto incondizionato che egli offriva a lui, umile servitore del re Filippo IV, ma tenne il punto sulla sua richiesta di autonomia. Tranquillizzò però i due religiosi italiani che, dopo la confessione (sulla quale pareva non aver alcun dubbio) l’infame eretico sarebbe stato consegnato alla loro giurisdizione, per la formale condanna e per la giusta punizione. Il che piacque assai all’ambizioso vicario che in realtà non ce l’aveva con il De Regis in funzione delle sue letture (lui stesso stava consultando  avidamente certi scritti di Copernico, rinvenuti negli archivi estensi che in parte erano rimasti a Ferrara dopo la Devoluzione), ma puntava alla confisca delle sue proprietà (indispensabile corollario della sentenza di condanna per eresia in forza delle norme inquisitorie in vigore).

Dopo cena il vice legato accompagnò i suoi ospiti in una saletta riservata ove, con grande stupore di tutti, dispiegò sopra un tavolo quadrato, una dettagliata  mappa che comprendeva sia la vecchia città medievale, sia l’addizione erculea, comprensiva del tragitto che di lì a poco il terzetto spagnolo avrebbe percorso in direzione dell’edificio che un tempo aveva ospitato l’ Osteria del Samaritano.

Pasini Frassoni li informò che li avrebbe fatti accompagnare da Cristoforo Messìppo, un abile cavallerizzo e suo conduttore personale,  che avrebbe mantenuto i contatti riservati tra le due sedi. Gli mise inoltre a disposizione, uno  scalco- credenziere e  due delle sue migliori inservienti, una cuoca e l’altra pulitrice e rassettatrice. Omise ovviamente di informare l’astuto hidalgo che in realtà si trattava di tre fidatissimi agenti della sua segreteria personale, incaricati di riferirgli nel dettaglio tutto quanto sarebbe avvenuto nella sede operativa prescelta per gli interrogatori.

Così si avviarono, Don Pedro Mendoza e Padre Alonso de Barranquilla nel cocchio personale del vice legato, condotto da Cristoforo Messìppo e, a seguire, il carro con le vivande e le masserizie, nonché con il bagaglio della commissione inquisitoria iberica (escluso il bauletto di Tenoch, che lo legò sul dorso di un  cavallo che aveva chiesto ed ottenuto tutto per sé, in sella al quale affiancò il cocchio che conduceva il  suo padrone)  guidato dallo scalco e credenziere.

Dopo un’ora circa, il primo gruppo aveva già raggiunto quella che un tempo era stata la sede di vizi e di lussurie, seguito a distanza di mezz’ora dall’altro gruppetto.

Una luna piena e velata li accompagnava.

Messìppo pensò che l’indomani tutta Ferrara sarebbe stata avvolta nella nebbia.

Ma non disse niente. Il suo padrone gli aveva raccomandato infatti di mostrarsi indifferente a tutto e di tutto osservare senza dare nell’occhio.

7. continua…

 

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La storia studiata a scuola, come tutti gli studenti hanno potuto personalmente constatare nel corso dei loro studi, è una materia alquanto ostica, per non dire addirittura antipatica.

Certo non è facile destreggiarsi tra dinastie dirette e rami cadetti, titoli onorifici e abdicazioni, guerre e trattati di pace, annessioni e concessioni, congiure e ribellioni; regni e giudicati, imperi e papati; senza contare le difficoltà connesse al linguaggio diplomatico, alle leggi e ai decreti, alle ordinanze, ai pregoni e a quant’altro servisse nei tempi andati per mandare avanti gli affari, dentro e fuori i confini  dello Stato.

I libri di storia sono in realtà un super concentrato di avvenimenti e di personaggi che gli storici cercano, giocoforza, di ridurre a sintesi. Cimento per niente facile, o forse impossibile, che mi fa pensare al tentativo di fare assumere ad un bambino, nell’arco temporale di un anno, tutte le proteine, le vitamine e i carboidrati, necessari alla crescita di tutta la sua vita.

Personalmente ho provato sempre un’attrazione speciale per la storia, anche se per capirla bene, ho provveduto sempre ad approfondire ed ampliare i singoli argomenti.

Ho scritto diverse commedie a fondo storico e volendo restare fedele agli avvenimenti storici entro  i quali situavo le vicissitudini dei miei personaggi, ho dovuto sviluppare una mia personale tecnica di indagine storica, onde venire a capo con una certa esattezza degli esatti contorni storici di riferimento.

Non si tratta di niente di eccezionale; e non si tratta neppure  di tecniche o formule più o meno magiche; in realtà si tratta di studiare; nel mio caso aggiungo che sono abituato a prendere degli appunti durante lo studio; e questi appunti poi mi guidano nella ricostruzione delle vicende storiche di riferimento.

E’ un lavoro che ho fatto anche recentemente in occasione della scrittura di uno degli ultimi drammi storici che ho composto e che sto proponendo agli studenti che mi sono stati assegnati per lo svolgimento di una materia alternativa allo studio della Religione Cattolica (in linguaggio burocratico: studenti non avvalentisi della R.C.).

L’opera che ho proposto a questi studenti è in lingua sarda (o se preferite in uno dei dialetti della lingua sarda) e s’intitola “Abettendi a Garibaldi” (Aspettando Garibaldi).

Fra realtà e finzione l’opera narra di un gruppo di studenti universitari cagliaritani che, durante i festeggiamenti del Carnevale  del 1849,  decidono di mettere in scena un copione (la prima rappresentazione è tradizionalmente prevista per il giorno dell’Assunta, cioè per il 15 Agosto) dal titolo “S’Annu doxi” ambientato durante i moti cagliaritani del 1812, che portarono alla congiura di Palabanda, una rivolta dei popolani Sardi, capeggiati da alcuni borghesi illuminati, repressa nel sangue dai Piemontesi.

La scelta del copione non è casuale, perchè gli studenti del 1849 stanno pensando ad una nuova ribellione contro la monarchia Sabauda.

Il dramma viaggia quindi su due binari storici : quello del 1812, dove primeggiano i moti di Palabanda (all’epoca era vicerè piemontese in Sardegna  Carlo Felice, futuro re di Sardegna dopo la morte del fratello)  e quella degli studenti rivoltosi del 1849, periodo in cui  è già re il famigerato Carlo Alberto.

Contemporaneamente, nello stesso anno 1849 abbiamo la morte di Anita Garibaldi e il primo sbarco dell’eroe in camicia rossa in Sardegna ( a Cagliari i Piemostesi non gli consentirono lo sbarco, ma Giuseppe Garibaldi approdò ugualmente in terra sarda, sbarcando a La Maddalena ed occupando  la prima metà di quell’isola di Caprera che più tardi sarà tutta sua).

In entrambi i contesti storici primeggiano però realmente le persone del popolo Sardo, quelle vere, quelle che patiscono la fame e gli stenti, quelle che sentono le emozioni e le istanze di libertà e di riscatto, quelle che nei libri di storia vengono sempre troppo frettolosamente liquidate in due righe, a favore dei grandi personaggi.

E per noi Sardi e per la Sardegna questo è ancor di più tristemente vero, dato che è noto a tutti come  noi Sardi, insieme alla terra e  alla lingua, siamo stati privati della cultura e della conoscenza diretta della storia  dell’isola dei nostri avi (  anche se la scuola di oggi sembra voler porre rimedio al silenzio millenario che sembra avvolgerci tutti quanti).

Io comunque proporrei un modo diverso di studiare la storia.

Partirei dallo studio delle vicende più vicne e più prossime alla realtà che circonda i bambini; solo dopo estenderei lo studio alle vicende degli altri luoghi e degli altri popoli.

Tanto per esemplificare, nel caso della storia della Sardegna, partire con lo studio dei nuraghi, delle tombe dei giganti, delle città puniche e dei monumenti che ci sono in Sardegna.

Solo dopo porrei ai ragazzi il tema: ma mentre i nostri avi costruivano i nuraghi che abbiamo visitato e che conosciamo, gli altri popoli cosa facevano?

La storia deve essere etnocentrica; per capire gli altri bisogna prima capire se stessi.

Ai miei tempi, nelle scuole sarde, non si studiava un solo rigo sui Sardi, sui nuraghi, sugli Shardana, sui Giudicati, su Eleonora d’Arborea, sulle città regie sarde e così via.

Non lo trovo giusto. Insieme alla lingua, hanno tentato di cancellare la nostra memoria.

Ma adesso è giunto il momento di svegliarci dal sonno millenario.

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Pare che il sogno di un’Europa Unita sia stata un’Utopia. Ecco perché mi piaceva così tanto. Io ci credevo. Adesso non saprei…

Ho visto le facce di Merkel e Hollande, oggi, a Bratislava; e Renzi che andava via sbattendo la porta.

Mi è tornata in mente un’altra scena, di qualche anno fa. La Merkel allora era con Sarkozy e ridevano parlando dell’allora premier italiano Berlusconi.

Ma noi Italiani chi siamo? Cosa siamo diventati?

Siamo dei sognatori? Continuiamo  a credere nel  sogno degli Stati Uniti d’Europa mentre gli altri ridono di noi oppure, nella migliore delle ipotesi, ci ignorano?

E questi Franco-Alemanni chi credono di essere?

Si sono già dimenticati del De Bello Gallico? Di  Giulio Cesare e delle sue conquiste di civiltà quantomeno sino al fiume Reno?

Non pensano che senza di noi forse sarebbero ancora con le corna in testa a danzare per i loro dei nelle notti di  luna?

Insomma, io chiedo almeno rispetto se non proprio gratitudine.

Oppure siamo decaduti nel più profondo degli abissi senza rendercene conto?

O meglio,  la cialtroneria dei nostri politici, fatta di stupidi scherzi nelle occasioni ufficiali, di mafia romana, di inaffidabilità, incapacità, di lingue straniere farfugliate in forma elementare e ridicola, ci ha ormai irrimediabilmente resi ridicoli agli occhi della vera politica?

Eppure non è tanto che Carlo Azeglio Ciampi dialogava  in lingua tedesca con Helmut Khol, Andreotti in francese con Jacques Chirac  e Prodi in inglese un po’ con tutti!!!

Adesso siamo in mano  ai Renzi, ai Salvini, ai Grillo, ai Giachetti, agli Alfano…

I padri europei, da Giuseppe Mazzini in poi, si staranno rivoltando nella tomba.

Ed io, come tramonta il sogno dell’Europa Unita, riscopro i giovanili sogni di una Sardegna indipendente.

Se l’ Utopia non c’è davvero, io mi aggrappo ai  sogni.

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Adesso ricordo

dove ho visto il tuo viso

incorniciato dai riccioli neri

sulla tua fronte ampia.

Forse giocavi a palla in riva al fiume

mentre i panni lavati

asciugavano al sole.

Indossavi una veste bianca

stretta ai fianchi da una cintura

con fibula nera.

Ti ballavano i seni

mentre guarrula lanciavi la palla

alle altre fanciulle

e splendevano i tuoi denti

piccoli e bianchi

sulle labbra vermiglie.

Io vigilavo, discreto,

sulla vostra incolumità.

E mi accorgo

ora

che ti serbavo in cuore

da oltre duemila  anni.

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