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Capitolo Secondo

Quando l’hidalgo Pedro Domingo Mendoza Martinez si accommiatò dal suo ospite, il vice-legato Pasini-Frassoni, si sentiva di buonumore.

Il buon cibo e i vini dispensati generosamente alla mensa del prelato erano stati il giusto complemento al suo stato d’animo, ma non ne costituivano le ragioni più profonde.

Se ne era reso conto durante i dialoghi conviviali intrattenuti con il vice-legato e gli altri ospiti convitati (la solita ristretta cerchia di sempre, comunque già troppo numerosa per il suo carattere schivo e riservato), ma più che sufficiente per stimolarlo a fare il punto della situazione delle sue indagini.

Senza sbilanciarsi più di tanto, come era suo solito, l’emissario dell’Inquisizione Spagnola, rassicurò i due interlocutori italiani che presto il De Regis avrebbe confessato le sue colpe e gli sarebbe stato consegnato per subire la giusta punizione.

E lui se ne sarebbe potuto finalmente andare via da Ferrara.

Adesso, mentre la  carrozza lo riconduceva a quella che un tempo era stata l’osteria del Buon Samaritano, dove egli aveva eletto la sua base operativa sin dal suo primo arrivo in città, la sua mente riandava agli ultimi avvenimenti.

E,  complici il grato silenzio del suo accompagnatore  (il buon Gesuita, con le mani giunte raccolte nel suo grembo,  recitava con un movimento impercettibile delle labbra le orazioni ignaziane della sera),  e il buio profondo di una notte senza luna, animata soltanto dal frinito delle cicale,  appena percettibile, in lontananza,  sul rumore della carrozza che filava nel sentiero lungo  la campagna di Bellaria, prese a vagare oltre, finalmente libera dagli assilli e dagli impegni quotidiani.

L’hidalgo si ripeté di essere davvero soddisfatto dei risultati della sua indagine. Dopo gli incombenti di rito e gli inevitabili commiati,  si sarebbe recato a Roma, per relazionare al suo ambasciatore e poi finalmente avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

Era stanco dell’Italia e degli  italiani: troppo divisi e così intrisi di pazzia che neppure i loro sprazzi di genialità riuscivano a farglieli  accettare.

Molto meglio la solida compattezza della sua patria! Stando lì, anche la geografia gli dava un senso di protezione, con solo l’oceano dietro le sue spalle e tutto il resto del mondo davanti. E come sarebbe stato più  bello e vivibile il mondo se la Spagna avesse potuto estendere il suo potere diretto su tutta la penisola, almeno sino a comprendere tutti quegli inutili e ridicoli ducati, dalla Sicilia spagnola sino alle Alpi e anche oltre! Compresa naturalmente la dannata, ribelle Repubblica di Venezia! Così sì che Sua maestà il Re avrebbe potuto ridimensionare la Francia di Luigi XIII e quell’intrigante del cardinale Richelieu!

Una volta sottomessa la Francia il mondo sarebbe stato interamente  spagnolo e tutto veramente cattolico! Non appartenevano gli altri territori europei ai cugini del re Felipe? E non erano forse anch’essi cattolici?

Sarebbe stato così molto più facile, estirpare la mala pianta dell’eresia. Allora sì che si sarebbe potuto gridare,  ad alta voce e senza tema di smentita, ”Dio è Spagnolo!”

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A proposito di Catalogna e di Spagna vorrei ricordare la differenza, nota a tutti coloro che abbiano studiato diritto pubblico, tra il concetto di Stato e e quello di Nazione.

Lo Stato, cerco di definire con parole mie, è un’entità giuridica che presenta i tre elementi essenziali (sovranità, territorio e popolo) laddove la Nazione è un’entità culturale connotata almeno  dai  caratteri della identità linguistica, storica ed etnografica contraddistinta (e non necessariamente contrapposta) a quelle delle altre nazioni che formano lo Stato di appartenenza.

In Europa vi sono molti Stati multinazionali: Il Belgio (Valloni e Fiamminghi), la Spagna, per l’appunto, la stessa nostra Italia (chi potrebbe mai negare ai Sardi il riconoscimento di Nazione?).

Non di meno, non è detto che ogni Nazione debba trasformarsi necessariamente in uno Stato.

All’interno dell’Unione Europea mi piacerebbe che si affermasse l’idea che ogni Nazione ha diritto di continuare ad esistere, attraverso il riconoscimento giuridico dell’identita culturale distinta.

Occorrerebbe in buona sostanza avviare un processo culturale e giuridico che, abolendo i confini interni degli Stati, lasci libere le Nazioni di formarsi e di esprimere le proprie istanze culturali, economiche e giuridiche, eventualmente associandosi ad altre Nazioni per formare delle entità giuridiche sub-statali, capaci di sostituire, almeno in parte, gli attuali Stati centralisti.

Qui non c’è il tempo e non siamo neppure neolla sede adatta per scendere nei dettagli di un progetto lungo e complesso.

Certo non aiutano gli atteggiamenti antistorici e superati di Madrid che rivendica una supremazia giuridica centralista, per principio, sulle realtà nazionalitarie.

Se si fosse avviato da tempo un progetto di rifondazione dell’Unione Europea su base nazionalitaria e identitaria, sarebbe superata anche la posizione di Puidgemont e dei Catalani indipendentisti.

Che senso avrebbe infatti, all’interno dei confini europei,  rivendicare la creazione di un nuovo Stato, se il concetto stesso di Stato venisse superato e soppiantato dal concetto di Nazione nel senso che ho appena cercato di descrivere nella mia premessa?

Personalmente, come Sardo, sono stato in passato indipendentista. Oggi considero superata e inutile la lotta per l’indipendenza.

So di esistere come appartenente alla nazione Sardo e questa identità continuo a difenderla con tutte le mie forze.

Ma chiedo ai politici Sardi, a quelli Italiani e a quelli Europei uno sforzo di aggiornamento, di  fantasia e meno attaccamento al potere.

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I Catalani ci stanno provando e continueranno a provarci ad ottenere l’indipendenza da Madrid. Non so se ci riusciranno.  Oggi, 10 ottobre, alle 18,00, forse, ne sapremo di più.

Una cosa la vicenda catalana ha mostrato: la globalizzazione ed i poteri finanziari (più o meno occulti) dettano legge anche in politica.

Più dei poliziotti madrileni, saranno i poteri finanziari che impediranno alla Catalogna di staccarsi dalla Spagna.

Per quanto riguarda la Sardegna io penso che i potentati finanziari neppure si accorgerebbero della nostra ipotetica istanza di indipendenza da Roma.

Da giovane i sogni di indipendentismo mi infiammavano l’animo. I vecchi, al mio paese, pur condividendo i miei ideali, mi invitavano a riflettere: ” Chi pagherà le nostre pensioni, all’indomani della proclamazione della Repubblica Indipendente di Sardegna?”, mi chiedevano nel nostro antico idioma, con in bocca un mezzo sigaro o un ramoscello di menta.

Oggi, con occhi di disincanto, vedo maschere di improvvisati attori affannarsi sul palcoscenico dell’indipendenza sarda.

Mi chiedo se la loro agitazione sia il frutto di un reale sentimento e se davvero abbiano coscienza di ciò di cui parlano (alcuni perfino straparlano).

Mi sembrano dei pessimi attori che recitano un copione cha la Storia ancora non ha scritto.

Forse ho perso fiducia nella politica; o forse la politica mi ha rubato i sogni di gioventù. Prima di parlare di indipendenza vorrei che i nostri politici sardi parlassero di cultura, di storia, di lingua e dialetti sardi.

Magari potremmo tutti renderci conto che la vera libertà è quella che si trova nella cultura e nella conoscenza; e che un’istanza politica, se non affonda le sue radici nelle profondità dell’identità culturale sarda, diventa una pantomima, una recitazione sterile e vuota di contenuti.

Allora, invece di stare a sentire i manifesti dei neosardisti (qualcuno li definirebbe neoitalioti), preferisco cullare quel che resta dei miei sogni nei paesaggi, nelle forme e nei suoni che costituiscono il patrimonio autentico ed inestinguibile della nostra civiltà.

Quello non ce lo potrà rubare mai nessuno. Nè i prefetti romani, nè quelli di Madrid e neanche quelli di Bruxelles. Sperando che non saremo noi Sardi a diluirlo e a disperderlo nella vacuità di questa pseudocultura globale, che a forza di scimmiottare superficialmente modelli culturali angloitalioti , ci fa dimenticare (come aveva paventato il piccolo grande Sardus Pater di Barumini) di quello che siamo stati e di quello che abbiamo fatto nel passato.

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Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

 

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

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Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto).

Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

 

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Capitolo Settimo

 

Il vice-legato Pasini Frassoni ricevette in gran segreto Don Pedro Mendoza Martinez e i suoi due accompagnatori, intrattenendoli, non di meno, in un conviviale ricco di arrosti, vini e specialità ferraresi che furono largamente apprezzati dai commensali.

A tavola propose agli ospiti di discutere la migliore strategia,  per la riuscita del piano,  in lingua spagnola, idioma all’epoca d’uso comune nelle corti italiane e comunque assai conosciuto sia da lui, sia da don Agostino Barozzi, quest’ultimo grazie ai suoi trascorsi al seguito del Nunzio Apostolico alla corte del re Filippo Terzo.

Da come precedette la sua osservazione in ordine al coppiere, al quale l’hidalgo aveva riservato uno sguardo sospettoso e indagatore, dicendogli che si trattava di un fido servitore sordomuto, l’hidalgo cominciò ad intuire la sottile intelligenza che animava il suo anfitrione italiano.

Intanto, mentre il dapìfero, che venne dispensato dalle sue funzioni di trinciante con un cenno eloquente di congedo,  posava le prime portate di pesci del Po e di arrosti misti,  ed i commensali finivano di mangiare il riso alla turchesca, il coppiere con gesti rituali aveva provveduto a versare nei calici di cristallo le sue bontà liquorose.

Don Pedro Mendoza, con espressioni molto formali,  ringraziò il vice legato, oltre che per la calorosa e discreta  accoglienza, anche per l’aiuto incondizionato che egli offriva a lui, umile servitore del re Filippo IV, ma tenne il punto sulla sua richiesta di autonomia. Tranquillizzò però i due religiosi italiani che, dopo la confessione (sulla quale pareva non aver alcun dubbio) l’infame eretico sarebbe stato consegnato alla loro giurisdizione, per la formale condanna e per la giusta punizione. Il che piacque assai all’ambizioso vicario che in realtà non ce l’aveva con il De Regis in funzione delle sue letture (lui stesso stava consultando  avidamente certi scritti di Copernico, rinvenuti negli archivi estensi che in parte erano rimasti a Ferrara dopo la Devoluzione), ma puntava alla confisca delle sue proprietà (indispensabile corollario della sentenza di condanna per eresia in forza delle norme inquisitorie in vigore).

Dopo cena il vice legato accompagnò i suoi ospiti in una saletta riservata ove, con grande stupore di tutti, dispiegò sopra un tavolo quadrato, una dettagliata  mappa che comprendeva sia la vecchia città medievale, sia l’addizione erculea, comprensiva del tragitto che di lì a poco il terzetto spagnolo avrebbe percorso in direzione dell’edificio che un tempo aveva ospitato l’ Osteria del Samaritano.

Pasini Frassoni li informò che li avrebbe fatti accompagnare da Cristoforo Messìppo, un abile cavallerizzo e suo conduttore personale,  che avrebbe mantenuto i contatti riservati tra le due sedi. Gli mise inoltre a disposizione, uno  scalco- credenziere e  due delle sue migliori inservienti, una cuoca e l’altra pulitrice e rassettatrice. Omise ovviamente di informare l’astuto hidalgo che in realtà si trattava di tre fidatissimi agenti della sua segreteria personale, incaricati di riferirgli nel dettaglio tutto quanto sarebbe avvenuto nella sede operativa prescelta per gli interrogatori.

Così si avviarono, Don Pedro Mendoza e Padre Alonso de Barranquilla nel cocchio personale del vice legato, condotto da Cristoforo Messìppo e, a seguire, il carro con le vivande e le masserizie, nonché con il bagaglio della commissione inquisitoria iberica (escluso il bauletto di Tenoch, che lo legò sul dorso di un  cavallo che aveva chiesto ed ottenuto tutto per sé, in sella al quale affiancò il cocchio che conduceva il  suo padrone)  guidato dallo scalco e credenziere.

Dopo un’ora circa, il primo gruppo aveva già raggiunto quella che un tempo era stata la sede di vizi e di lussurie, seguito a distanza di mezz’ora dall’altro gruppetto.

Una luna piena e velata li accompagnava.

Messìppo pensò che l’indomani tutta Ferrara sarebbe stata avvolta nella nebbia.

Ma non disse niente. Il suo padrone gli aveva raccomandato infatti di mostrarsi indifferente a tutto e di tutto osservare senza dare nell’occhio.

7. continua…

 

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La storia studiata a scuola, come tutti gli studenti hanno potuto personalmente constatare nel corso dei loro studi, è una materia alquanto ostica, per non dire addirittura antipatica.

Certo non è facile destreggiarsi tra dinastie dirette e rami cadetti, titoli onorifici e abdicazioni, guerre e trattati di pace, annessioni e concessioni, congiure e ribellioni; regni e giudicati, imperi e papati; senza contare le difficoltà connesse al linguaggio diplomatico, alle leggi e ai decreti, alle ordinanze, ai pregoni e a quant’altro servisse nei tempi andati per mandare avanti gli affari, dentro e fuori i confini  dello Stato.

I libri di storia sono in realtà un super concentrato di avvenimenti e di personaggi che gli storici cercano, giocoforza, di ridurre a sintesi. Cimento per niente facile, o forse impossibile, che mi fa pensare al tentativo di fare assumere ad un bambino, nell’arco temporale di un anno, tutte le proteine, le vitamine e i carboidrati, necessari alla crescita di tutta la sua vita.

Personalmente ho provato sempre un’attrazione speciale per la storia, anche se per capirla bene, ho provveduto sempre ad approfondire ed ampliare i singoli argomenti.

Ho scritto diverse commedie a fondo storico e volendo restare fedele agli avvenimenti storici entro  i quali situavo le vicissitudini dei miei personaggi, ho dovuto sviluppare una mia personale tecnica di indagine storica, onde venire a capo con una certa esattezza degli esatti contorni storici di riferimento.

Non si tratta di niente di eccezionale; e non si tratta neppure  di tecniche o formule più o meno magiche; in realtà si tratta di studiare; nel mio caso aggiungo che sono abituato a prendere degli appunti durante lo studio; e questi appunti poi mi guidano nella ricostruzione delle vicende storiche di riferimento.

E’ un lavoro che ho fatto anche recentemente in occasione della scrittura di uno degli ultimi drammi storici che ho composto e che sto proponendo agli studenti che mi sono stati assegnati per lo svolgimento di una materia alternativa allo studio della Religione Cattolica (in linguaggio burocratico: studenti non avvalentisi della R.C.).

L’opera che ho proposto a questi studenti è in lingua sarda (o se preferite in uno dei dialetti della lingua sarda) e s’intitola “Abettendi a Garibaldi” (Aspettando Garibaldi).

Fra realtà e finzione l’opera narra di un gruppo di studenti universitari cagliaritani che, durante i festeggiamenti del Carnevale  del 1849,  decidono di mettere in scena un copione (la prima rappresentazione è tradizionalmente prevista per il giorno dell’Assunta, cioè per il 15 Agosto) dal titolo “S’Annu doxi” ambientato durante i moti cagliaritani del 1812, che portarono alla congiura di Palabanda, una rivolta dei popolani Sardi, capeggiati da alcuni borghesi illuminati, repressa nel sangue dai Piemontesi.

La scelta del copione non è casuale, perchè gli studenti del 1849 stanno pensando ad una nuova ribellione contro la monarchia Sabauda.

Il dramma viaggia quindi su due binari storici : quello del 1812, dove primeggiano i moti di Palabanda (all’epoca era vicerè piemontese in Sardegna  Carlo Felice, futuro re di Sardegna dopo la morte del fratello)  e quella degli studenti rivoltosi del 1849, periodo in cui  è già re il famigerato Carlo Alberto.

Contemporaneamente, nello stesso anno 1849 abbiamo la morte di Anita Garibaldi e il primo sbarco dell’eroe in camicia rossa in Sardegna ( a Cagliari i Piemostesi non gli consentirono lo sbarco, ma Giuseppe Garibaldi approdò ugualmente in terra sarda, sbarcando a La Maddalena ed occupando  la prima metà di quell’isola di Caprera che più tardi sarà tutta sua).

In entrambi i contesti storici primeggiano però realmente le persone del popolo Sardo, quelle vere, quelle che patiscono la fame e gli stenti, quelle che sentono le emozioni e le istanze di libertà e di riscatto, quelle che nei libri di storia vengono sempre troppo frettolosamente liquidate in due righe, a favore dei grandi personaggi.

E per noi Sardi e per la Sardegna questo è ancor di più tristemente vero, dato che è noto a tutti come  noi Sardi, insieme alla terra e  alla lingua, siamo stati privati della cultura e della conoscenza diretta della storia  dell’isola dei nostri avi (  anche se la scuola di oggi sembra voler porre rimedio al silenzio millenario che sembra avvolgerci tutti quanti).

Io comunque proporrei un modo diverso di studiare la storia.

Partirei dallo studio delle vicende più vicne e più prossime alla realtà che circonda i bambini; solo dopo estenderei lo studio alle vicende degli altri luoghi e degli altri popoli.

Tanto per esemplificare, nel caso della storia della Sardegna, partire con lo studio dei nuraghi, delle tombe dei giganti, delle città puniche e dei monumenti che ci sono in Sardegna.

Solo dopo porrei ai ragazzi il tema: ma mentre i nostri avi costruivano i nuraghi che abbiamo visitato e che conosciamo, gli altri popoli cosa facevano?

La storia deve essere etnocentrica; per capire gli altri bisogna prima capire se stessi.

Ai miei tempi, nelle scuole sarde, non si studiava un solo rigo sui Sardi, sui nuraghi, sugli Shardana, sui Giudicati, su Eleonora d’Arborea, sulle città regie sarde e così via.

Non lo trovo giusto. Insieme alla lingua, hanno tentato di cancellare la nostra memoria.

Ma adesso è giunto il momento di svegliarci dal sonno millenario.

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Pare che il sogno di un’Europa Unita sia stata un’Utopia. Ecco perché mi piaceva così tanto. Io ci credevo. Adesso non saprei…

Ho visto le facce di Merkel e Hollande, oggi, a Bratislava; e Renzi che andava via sbattendo la porta.

Mi è tornata in mente un’altra scena, di qualche anno fa. La Merkel allora era con Sarkozy e ridevano parlando dell’allora premier italiano Berlusconi.

Ma noi Italiani chi siamo? Cosa siamo diventati?

Siamo dei sognatori? Continuiamo  a credere nel  sogno degli Stati Uniti d’Europa mentre gli altri ridono di noi oppure, nella migliore delle ipotesi, ci ignorano?

E questi Franco-Alemanni chi credono di essere?

Si sono già dimenticati del De Bello Gallico? Di  Giulio Cesare e delle sue conquiste di civiltà quantomeno sino al fiume Reno?

Non pensano che senza di noi forse sarebbero ancora con le corna in testa a danzare per i loro dei nelle notti di  luna?

Insomma, io chiedo almeno rispetto se non proprio gratitudine.

Oppure siamo decaduti nel più profondo degli abissi senza rendercene conto?

O meglio,  la cialtroneria dei nostri politici, fatta di stupidi scherzi nelle occasioni ufficiali, di mafia romana, di inaffidabilità, incapacità, di lingue straniere farfugliate in forma elementare e ridicola, ci ha ormai irrimediabilmente resi ridicoli agli occhi della vera politica?

Eppure non è tanto che Carlo Azeglio Ciampi dialogava  in lingua tedesca con Helmut Khol, Andreotti in francese con Jacques Chirac  e Prodi in inglese un po’ con tutti!!!

Adesso siamo in mano  ai Renzi, ai Salvini, ai Grillo, ai Giachetti, agli Alfano…

I padri europei, da Giuseppe Mazzini in poi, si staranno rivoltando nella tomba.

Ed io, come tramonta il sogno dell’Europa Unita, riscopro i giovanili sogni di una Sardegna indipendente.

Se l’ Utopia non c’è davvero, io mi aggrappo ai  sogni.

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Adesso ricordo

dove ho visto il tuo viso

incorniciato dai riccioli neri

sulla tua fronte ampia.

Forse giocavi a palla in riva al fiume

mentre i panni lavati

asciugavano al sole.

Indossavi una veste bianca

stretta ai fianchi da una cintura

con fibula nera.

Ti ballavano i seni

mentre guarrula lanciavi la palla

alle altre fanciulle

e splendevano i tuoi denti

piccoli e bianchi

sulle labbra vermiglie.

Io vigilavo, discreto,

sulla vostra incolumità.

E mi accorgo

ora

che ti serbavo in cuore

da oltre duemila  anni.

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SCENA QUINTA

(detti e un venditore ambulante napoletano di timbri tondi)

Venditore ambulante:- (con spiccato accento napoletano; porta con sé un’elegante valigetta con un campionario di timbri tondi; parlerà a mezza voce, avvicinandosi ai cinque presenti, dopo avere contattato i vecchietti seduti alle panchine) Timbri tondi per tutti gli usi!!! Piccoli e grandi!!! Risolvono ogni problema burocratico!!! Facili da usare, come gli originali. Accatativille!!! (alla vecchina che lo guarda con interesse) Ne volete uno signo’…so buoni come il pane (apre e mostra il campionario)!!!

Vecchina:- (un po’ incerta)Ma come funzionano? Sono buoni anche per i libretti delle pensioni?

Venditore ambulante:- E come no, signo’? (estrae due timbri dal campionario) Eccoli qua: Inail e Previdenza Sociale!!! Voi che guaio avete? Pensione di invalidità, di vecchiaia o rendita da infortunio?

Vecchina:- (prendendo coraggio) Io devo fare l’aggiornamento ISTAT della mia pensione di vecchiaia!!!

Venditore ambulante:- (con sicurezza, rimette a posto i due e ne estrae un terzo) E allora è più facile ancora: eccolo qua! Questo manco il Supervisore Generale  ce l’ha più vero!!!

Vecchina:- (prendendolo in mano) Ma è facile da usare? Siamo sicuri?

Venditore ambulante:- Venite con me signo’!!! Ve lo mostro io… però appartiamoci che qui diamo nell’occhio…

Vecchina:- Ma quanto costa?

Venditore ambulante:- Ci accordiamo signora… In base al valore della pensione.. non vi preoccupate…

(si avvia verso l’uscita seguito dalla vecchina)

Johnny:- Ehi, aspettate! Vengo anch’io! Ne avete anche come souvenirs per turisti???

Venditore ambulante:- E come no? I miei timbri fanno da fermacarte… ne ho con la calamita… e pure da appendere allo specchietto dell’automobile (estrae dalle tasche della giacca alcuni timbri stile souvenirs)!!! Venite, venite cun me…vi mostro tutto il campionario completo!!!

Sheila:- (ad Aurora e Mattia) Voi non venite? Magari ha pure il vostro… per la Banca…

Mattia:- No grazie… voi andate pure se volete… io ho altre soluzioni per la testa…

Aurora: Anche io sto con Mattia…

Venditore ambulante:- Poi caso mai ripasso…

Johnny:- Arrivederci allora…

Mattia:- Addio… (escono il venditore, la vecchina, Johnny e Sheila)

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SCENA QUINTA

LA SCENA si svolge nello studio di casa Straneo tra l’Avv. Straneo , la moglie Donna Margherita, e Luigia Straneo in occasione dell’arrivo della lettera diffamatoria nei confronti di Gaspare Nicolosi. L’arredamento consiste di un’ampia scrivania in stile posta in fondo al proscenio; più avanti ci saranno tre sedie e un basso tavolino sempre in stile ottocentesco, se non reperibili in stile Luigi XVI.

 

Luigia (in tono drammatico, restituendo la lettera al padre)

- No, padre, io non credo a una sola parola di quello che c’è scritto in questa lettera!!!

 

Avv. Straneo (in tono paterno)

-  Mi dispiace figlia mia! Cerca di aprire gli occhi davanti alla realtà!!!

 

Luigia

- E la verità sarebbero le falsità di quella lettera??? Mamma diteglielo anche voi che non si può credere ad occhi chiusi alla lettera di una persona sconosciuta!!!

 

Avv. Straneo

-         Veramente lo sconosciuto qui è proprio questo Gaspare non so che; quel garibaldino siciliano che vorrebbe sposarsi con mia figlia !!!

Luigia (gettandosi tra le braccia della madre singhiozzando)

-         Oh mamma, ma io lo amo e so che lui non mi inganna!!!!

(esce con un’ultima, fuggevole  carezza della mamma)

5. continua…

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 Dal Capitolo 5  del Vangelo di Luca

VV 27-32

Vocazione di Matteo Levi

 

-         “ Perché mangia e beve con pubblicani

E peccatori?”  – chiese un Fariseo

Ai discepoli di Gesù, chè  strani

Commensali, pel costume giudeo,

s’erano adunati insieme a mangiare

un giorno a casa di Levi Matteo!

Al mattino Gesù, a passeggiare

Di buon’ora era uscito lungo il lago!

Era il Maestro intento ad insegnare

A una gran  folla di seguaci! – “ Pago

Sei già, Levi, di tributi e gabelle,

quindi seguimi, figlio di Alfeo!”- Sago

fu nella scelta e svelto! Così quelle

schiere di seguaci, come già detto,

si ritrovarono a casa sua! Nelle

more del pranzo, il finto prediletto,

pose ai discenti il predetto quesito.

Così, Gesù, avendolo percetto,

rispose: – “ Non colui che è già guarito

abbisogna di medico e di cure!”-

Disse ancora, rivolto al redarguito

Gesù: – “ Non pei giusti son le premure

Mie, ma sono qui per i peccatori!”-

Ma orienti il  lettore le sue letture

ai testi originali assai migliori.

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Dal Vangelo secondo Matteo

Capitolo 9 – Vv 35-fine

Gesù andava per ogni città

E per ogni villaggio predicando

E curando ogni malattia e infermità!

Insegnava il Vangelo ed osservando

Le folle, ne provò gran compassione,

perché erano sfinite come quando

un gregge sia senza guida e bastone!

Allora disse ai discenti: – “ Pregate

Perché alle folti messi del padrone

Molte più maestranze siano mandate!”

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Dal Cap. 22 del Vangelo secondo Matteo

Le nozze regali

Vv1-14

Doppio Sonetto classico: ABABCDE di versi endecasillabi

Gesù riprese a parlare ai discenti

In parabole disse loro: – “ Il Regno

Dei Cieli è simile a un Re che assenti

scopra,  ad un banchetto nuziale degno

D’un principe, invitati disattenti

dell’invito suo! Così egli, pregno

D’amarezza dirà: – “ Ecco, ferventi

Son le giare e i tini,  e i buoi grassi, segno

Di giubilo e rispetto, ho macellato!

Venite orsù alle nozze di mio figlio!

Ma quelli non se ne daranno intesi:

chi in tutt’altre faccende affaccendato,

chi presi i servi, inviati per consiglio,

li bastona lasciandoli distesi!

II

Allora il re si indignò e mandate

Le sue truppe, uccise quei delinquenti

Mentre le loro case furon date

Alle fiamme; poi disse ai dipendenti:

-         “ Mense nuziali sono apparecchiate

-         Per invitati indegni e impenitenti;

-         Per i crocicchi e per le strade andate

-         E dite a tutti dei festeggiamenti!”

I servi andarono a invitarne tanti,

quanti ne incontraron, buoni e cattivi;

e la sala fu piena di invitati!

Escluse però il re da quegli astanti

Alcuni, dei nuziali crismi privi;

chè pochi son gli eletti tra i chiamati!

 

VV 15-22

Il tributo a Cesare

Ma Gli inviarono dei Farisei

Con degli Erodiani, per tenderGli una

Trappola! – “ Rabbì, sappiamo che sei

 

Sincero” – esordirono – “ e che  nessuna

Autorità Ti fa paura, dato

Che la via di Dio, non la opportuna,

 

ma bensì quella vera, hai rammostrato

e mostri! Si deve dare il tributo

a Cesare o no?” Ei, rammaricato,

disse loro: – “ Visto che sul dovuto

mi provate, portate una moneta,

che io la veda!” – Quelli, in men d’un minuto

Gli portarono un danaro! Liëta

Ma severa, un’effige di Aügusto

Imperatore vi era su una mèta;

sull’altra un’iscriziöne dal gusto

solenne, su vicende del Romano

Impero. -“ Di chi son la scritta e il busto?”-

 chiese Gesù, dandogli il soldo in mano!

Dissero: -“ Di Cesare Imperatore!”-

-         “ Sia restituito allora ciò che è umano

 

all’uomo; e  reso ciò che è superiore

  a Dio!” rispose Gesù agli ipocriti!

E Lo guardarono con gran stupore!

Questo messaggio è pei superbi e i miti.

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Esattamente quarant’anni fa a Brescia,  una bomba, straziava le carni di centodieci sfortunate persone, uccidendone otto. L’evento, noto  con il nome di strage di Piazzale della Loggia, è uno dei tanti crimini rimasti a tutt’oggi impuniti nell’ambito della strategia della tensione. Gli storici situano questa strategia nel periodo che va dalla strage dell’Agenzia milanese della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana,  avvenuta il 12 dicembre 1969 sino alla strage  della stagione di Bologna, avvenuta il 2 Agosto del 1980.

Ma non tutti sono concordi e, d’altronde, come ogni rigida categoria storica, anche questa classificazione risulta indicativa e non vincolante.

In effetti più di un commentatore ha osservato come facciano parte della stessa strategia, tendente come noto a destabilizzare l’Italia democratica, al fine di giustificare una involuzione autoritaria (affermatasi con le leggi repressive ispirate da Francesco Cossiga nel 1980 e confermate a furor di popolo in un referendum del 1981), anche le stragi  di Capaci e di via d’Amelio ( in cui morirono Falcone, Morvillo,  la loro scorta e Borsellino) e le bombe agli Uffizi di Firenze e a Maurizio Costanzo del terribile biennio 1992-1993 (famigerato per il crollo della Prima Repubblica, avvenuto sotto i colpi del pool Mani Pulite della Procura di Milano).

Ma i misteri della Repubblica Italiana partono da più lontano.

La prima data da ricordare è la strage di Portella della Ginestra (che avvenne il 1 maggio 1947 ad opera di Salvatore Giuliano) e l’intrigo si snoda attraverso dei percorsi contorti e tuttora tutti da districare, ma i cui snodi indiscutibili sembrano essere la morte di Enrico Mattei, quella del giornalista  de Mauro e l’assassinio di Pier Paolo Pasolini.

Quest’ultimo, prima di morire, dichiarò di conoscere i nomi dei mandanti delle stragi di Piazza Fontana e di Piazzale della Loggia.

E la morte di P.P. Pasolini mi fa venire in mente un’altra morte misteriosa, un altro omicidio barbaro e impunito di un uomo mite che sapeva tanto: parlo di don Emilio Gandolfi.

Don Emilio Gandolfi,   all’epoca del suo feroce assassinio (siamo già nel 1999), svolgeva funzioni di parroco a Vernazza, nelle Cinque Terre; i suoi carnefici, tuttora sconosciuti, lo massacrarono di botte, sino alla morte,  nella sua canonica.

Chissà come e chissà perché, le brutali modalità del suo omicidio (l’aggressione, la rottura delle costole, la mancanza di testimoni, il pestaggio, il ritrovamento in una posizione di inerme difesa, l’accanimento immotivato contro una persona mite di carattere) mi hanno subito fatto pensare all’assassinio del  grande poeta e regista friulano.

Certo le due personalità erano, per molti versi, assai differenti; ma due cose avevano certamente  in comune le due vittime della ferocia umana: entrambi erano due  impegnati e profondi intellettuali;  entrambi erano depositari di segreti attinenti agli eventi nefasti della strategia della tensione ed ai burattinai che, celati dietro cortine protettive di varia natura, ne tiravano le fila.

La storia personale e l’impegno pastorale di don Emilio Gandolfi,  in effetti, lascia supporre più d’un  collegamento con il’ 68 e, soprattutto, con le pagine oscure del terrorismo (di destra e di sinistra), che fu il folle prosieguo nonché il tragico epilogo di quella stagione della nostra recente storia, peraltro piena di speranze,  di candide illusioni e di trucide contraddizioni.

Egli aveva insegnato nel liceo Virgilio, frequentato a Roma da tanti giovani  che proprio in quegli anni si preparavano a vivere quella irripetibile stagione di rivoluzioni e controrivoluzioni che in Italia, terra di confine ideologico tra i due blocchi contrapposti della guerra fredda, divenne diabolico laboratorio di trame segrete e teatro di lotte aperte tra chi la rivendicava al Patto Atlantico e chi, invece, la voleva con il Patto di Varsavia e con la limitrofa Juogoslavia del Maresciallo Tito.

In tale contesto politico e culturale don Emilio fu un sacerdote progressista e anomalo; di quelli che non sono mai andati a genio ai vertici della CEI e del Vaticano; quei sacerdoti che non puntano a far carriera ma vivono il Vangelo tra gli ultimi, tra gli atei e i pubblicani e non disdegnano di tentare di redimere tossici, prostitute e terroristi allo sbando.

Ma cosa sapeva don Emilio Gandolfi di tanto scottante da indurre i suoi assassini e i suoi mandanti ad ucciderlo? Di quali segreti sconvenienti e pericolosi era depositario? Perché anche questo delitto è rimasto impunito e i suoi esecutori non identificati?

Qui non si tratta di complottismo o di cercare un grande vecchio! A parte che i grandi vecchi (ammesso che siano mai esistiti) sono quasi tutti morti. Qui si tratta di far luce sull’ennesimo delitto rimasto impunito.

E’ troppo chiedere alle istituzioni che si indaghi su un assassinio inspiegato e apparentemente  inspiegabile?

Con questo articolo intendo chiedere verità e giustizia sulla morte di don Emilio Gandolfi.

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