Articolo taggato “riforma”

Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Il 4 dicembre gli Italiani saranno chiamati a votare sulla riforma costituzionale Boschi. Dovremo esprimere un assenso oppure un diniego alla riforma della Carta Costituzionale. Mi chiedo oggi per quale ragione i nostri politici abbiano inteso spaccare l’Italia in due. Ma non c’erano già abbastanza divisioni? Guardate cos’è successo in Gran Bretagna: il Paese è finito in un vero e proprio turbine di razzismo, di rivalità, di confusione, di odio.

I nostri politici hanno commesso l’ennesima leggerezza a nostro danno. Eppure sarebbe stato abbastanza facile mettere d’accordo tutti gli Italiani;  bastavano tre articoli:

1. Vuoi tu dimezzare il numero di tutti i parlamentari, in modo che alla Camera siano soltanto 315 ed al Senato soltanto 156?

2. Vuoi tu dimezzare i compensi dei parlamentari?

3. Vuoi tu che i parlamentari abbiano diritto ad un rimborso, non più a forfait, ma a piè di lista (cioè giustificando ogni singola spesa da rimborsare)?

State pur certi che avrebbero vinto i sì.

Invece i nostri strapagati politici hanno preferito metterci gli uni contro gli altri, con una riforma difficile nei contenuti, incerta nei risultati pratici, forse addirittura dannosa.

E noi, come diceva Totò, paghiamo!!! Oltretutto si noti che soltanto il primo quesito andrebbe obbligatoriamente modificato con legge costituzionale mentre gli altri due si potrebbero introdurre con legge ordinaria. Ma io per brevità ho ipotizzato una unica legge.

Io non so se andrò a votare: sono stanco di essere preso in giro da politici incapaci e confusionari.

Ma se andassi a votare state pur certo che voterei per il no!

Non voglio entrare nel merito dei contenuti.

Ma io appartengo alla vecchia scuola; quella abituata a diffidare dei governi in carica (di qualunque colore esso sia); quella scuola che non ama il potere; perchè sa bene che chi il potere non si preoccupa del benessere dei cittadini ma del proprio tornaconto personale.

Non voglio andare troppo indietro citando quel povero Gesù Cristo che duemila anni fa venne messo in Croce dai potenti di allora soltanto perché voleva riscattare i poveri e gli emerginati e sapeva svergognare gli uomini potenti menttendo in luce i loro difetti, le loro presunzioni, la loro arroganza e la loro malafede.

Mi basta qui citare il povero Aldo Moro: lui ha tentato di unire i rossi e i bianchi per il bene degli Italiani.

Tutti sappiamo che fina ha fatto.

Ed il suo sangue, come da lui predetto, sta ricadendo sull’Italia intera.

Tag:, , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

La riforma del Senato allo studio del Parlamento

 

A marzo 2015 è stata approvata in seconda lettura la riforma costituzionale con i soli voti della maggioranza.

Ricordiamo che si tratta di una legge  che riforma la Costituzione, quindi  i passaggi minimi sono quattro. Per considerare una legge approvata definitivamente, però, è decisivo che le camere la approvino senza apporvi modifiche, altrimenti continuerà il suo passaggio tra Camera e Senato. Se la legge non viene approvata con almeno due terzi dei voti favorevoli, può essere sottoposta a referendum confermativo (e di fatto la cosa avviene sempre, anche se in caso contrario la legge è da considerarsi approvata).

 

La riforma adesso deve comunque superare un ultimo passaggio a Senato. Illustri commentatori osservano che si sta formando un fronte trasversale per affossare la riforma.

Ma il Governo non sembra intenzionato a mollare.

Su questa riforma potrebbe crollare il Governo; e si tornerebbe a votare presto.

In tal caso alla Camera si profilerebbe, sempre secondo questi autorevoli opinionisti, un ballottaggio tra PD e Cinque Stelle; con probabile vittoria di Beppe Grillo.

Ma al Senato? Qui casca l’asino (lascio ai lettori dare un nome e un cognome all’epiteto, senza offesa, naturalmente, per l’ amico asino, nobile figura letteraria di antico lignaggio e utile ancora oggi nei lavori dei campi e nel trasporto in tante parti  del mondo): infatti al Senato si voterebbe, a questo punto, con il consultellum ma su base regionale; con gravi rischi di instabilità (stante, anzi, restante il bicameralismo perfetto) ma con grande pregio e rilancio della rappresentanza democratica.

Ma torniamo alla riforma del Senato.

Cosa cambia e cosa prevede questa riforma del Senato? Come funziona la riforma del Senato?

Ecco i punti principali:

  1. A Palazzo Madama siederanno in 100 in luogo dei 315 di oggi, così ripartiti: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica.
  2. Saranno i Consigli regionali a scegliere i senatori, con metodo proporzionale, fra i propri componenti. Inoltre le regioni eleggeranno ciascuna un altro senatore scegliendolo tra i sindaci dei rispettivi territori, per un totale, quindi, di 21 primi cittadini che arriveranno a Palazzo Madama.
  3. La ripartizione dei seggi tra le varie Regioni avverrà “in proporzione alla loro popolazione” ma nessuna Regione potrà avere meno di due senatori. La durata del mandato di questi ultimi sarà di sette anni e non sarà ripetibile. Andranno quindi a sostituire i senatori a vita e saranno scelti con gli stessi criteri: “cittadini che hanno illustrato la patria per i loro altissimi meriti”.
  4. I senatori non saranno quindi più eletti direttamente dai cittadini; si tratterà invece di una elezione di secondo grado che vedrà approdare in Senato sindaci e consiglieri regionali, il primo rinnovo del Senato li vedrà “eletti” tutti contemporaneamente, dopodiché la loro elezione sarà legata al rinnovo dei consigli regionali.
  5. Il sistema sarà proporzionale per evitare che chi ha la maggioranza nella regione si accaparri tutti i seggi a disposizione.
  6. I consiglieri regionali e i sindaci che verranno eletti al Senato non riceveranno nessuna indennità, il che dovrebbe portare allo Stato un risparmio di oltre 50 milioni di euro ogni anno. Con i risparmi che dovrebbero arrivare grazie all’unificazione degli uffici di Camera e Senato (e altro modifiche all’insegna dell’ottimizzazione, non meglio specificate) si dice che si potrebbe arrivare anche a mezzo miliardo di risparmi.
3. continua…
Tag:, , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Premessa

Come è noto in Italia stiamo vivendo una stagione di grandi riforme, anche e soprattutto a livello costituzionale.

E’ stato evidenziato da molti osservatori, anche europei ed extracomunitari, come il sistema italiano soffra di parecchie limitazioni e difficoltà di funzionamento, in particolare sul piano istituzionale.

In questi brevi appunti ci limiteremo a scrivere delle riforme che riguardano il Parlamento e i sistemi elettorali con i quali esso viene eletto.

Il responsabile principale dei problemi di inefficienza di cui soffre l’Italia, è stato identificato infatti nel bicameralismo perfetto del nostro Parlamento, con il suo eccessivo formalismo, l’alto numero dei parlamentari (630 deputati, 315 senatori elettivi più i senatori a vita fanno una cifra davvero notevole per un Paese, come l’Italia, di soli 60 milioni di abitanti, considerando che Paesi molto più popolosi hanno un numero di deputati e senatori inferiore al nostro) e soprattutto la competenza nella formazione delle leggi, uguale e ripetitiva nelle singole materie, che impone la restituzione degli atti alla precedente Camera anche nell’ipotesi in cui la seconda abbia apportato la sia pur minima modifica alla proposta di legge o al disegno di legge in discussione.

In realtà le difficoltà di funzionamento e l’inefficienza di cui ha sofferto l’Italia in questi ultimi venti anni,  sembra da attribuirsi piuttosto alla diversità dei sistemi elettorali della Camera e del Senato che, non consentendo il formarsi di maggioranze omogenee, ha creato di fatto i noti problemi di ingovernabilità.

Per capire meglio il problema occorre ricordare allo studente che mentre il Senato viene eletto su base regionale, la camera dei deputati viene eletta su base nazionale (artt. 56 e 57 della Costituzione).

Anche se a parere di chi scrive il fulcro del problema sta nella inadeguatezza della classe politica e dei partiti che hanno occupato la scena politica italiana dell’ultimo ventennio, sarà comunque utile e necessario, per orientarci nelle complesse tematiche delle riforme istituzionali, capire meglio il vecchio sistema che si vuole “rottamare” e quello nuovo con cui lo si intenderebbe sostituire.

Cominciamo con il ricordare che i sistemi elettorali si dividono in due grandi famiglie: i sistemi maggioritari e i sistemi proporzionali.

I primi assegnano la maggioranza assoluta (cioè più del 50% dei seggi in Parlamento) alla lista elettorale che sia arrivata per prima come numero di voti ricevuti dagli elettori; i secondi, invece, assegnano alle liste in competizione,  proporzionalmente,  tanti seggi quanti sono i voti ricevuti in proporzione (es. se la lista Bianca ha ottenuto il 10% dei voti, avrà il 10% dei seggi; se la lista Rossa ha preso il 25% dei voti, avrà il 25% dei seggi disponibili e così via per tutti le liste che abbiano preso parte alla competizione elettorale).

Sembra chiaro a chiunque che i sistemi elettorali maggioritari dovrebbero garantire una maggiore governabilità (seppure a discapito della rappresentanza); eppure in Italia neanche i sistemi maggioritari sono riusciti a garantire efficienza e governabilità.

Vediamo allora, brevemente, i diversi sistemi elettorali che si sono succeduti in Italia dall’Unità ai giorni nostri.

(1) continua…

Tag:, , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Il mio blog non è un giornale  che si occupa dei massimi sistemi ma è solo un diario personale che racconta esperienze di vita vissuta.

Insegno negli Istituti Tecnici della scuola pubblica da  ventotto anni, in qualità di docente di discipline giuridiche ed economiche.

Nel mio primo anno di docenza ho ritrovato la scuola esattamente come l’avevo lasciata da studente un decennio prima.

Poi l’ho vista cambiare, anno dopo anno.

In certe cose è migliorata.

La mia scuola, ad esempio, ha tre laboratori di informatica, con una settantina di computers, tutti collegati ad internet e dotati dei più aggiornati programmi di lavoro (Power point, Excel, XP Microsoft, Office  e tanti altri che ora mi sfuggono).

Dal punto di vista dello studente credo che la Scuola italiana sia decisamente migliorata.

Io, che ho fatto la Ragioneria, non avevo neppure le calcolatrici e, di quando in quando, fruivo di un laboratorio di dattilografia con le vecchie macchine da scrivere Olivetti 22 (ma le ossa e i primi atti giudiziari me li sono fatti sulla macchina da scrivere portatile che il mio vecchio  aveva comprato per incoraggiarmi a divenire un bravo ragioniere.

Per gli studenti oggi è decisamente meglio.

Io ricordo i miei professori distanti, su una cattedra sopra elevata, che svettava su di una pedana alta trenta centimetri, quasi come una roccaforte inespugnabile. Distanti e inavvicinabili. Anche se molti mi hanno voluto bene ed io serbo per loro un caro ricordo di gratitudine e simpatia per quello che hanno saputo fare per me e per la mia formazione sociale e culturale.

Godevano ancora, i professori di allora (parlo del primo lustro  degli anni settanta del secolo scorso) di una certa considerazione sociale. Il rispetto degli studenti gli veniva garantito da un regolamento ferreo che risaliva agli del fascismo.

Fu contro quel terribile regolamento che  noi lanciammo i nostri strali rivoluzionari.

Io mi battei in prima persona per la democrazia in classe, per le assemblee di istituto, per il diritto alle lezioni alternative, alla palestra, alle gite scolastiche, ai laboratori di dattilografia e di calcolo. Non c’era niente, per gli studenti di allora. Solo il duro regolamento e la disciplina.

In nome di quel regolamento il preside propose al Consiglio di Classe la mia espulsione. Aveva fatto un gran casino,  pur senza mai ricorrere alla violenza. Ma la maggioranza dei professori mi apprezzava, quantomeno per ciò che avevo nei quattro anni precedenti e me la cavai con una sospensione di quindici giorni (anche grazie a mia madre che andò a supplicare i professori di salvarmi l’anno).

All’esame di maturità fui in mano all’unico commissario interno (allora funzionava così), che apparteneva alla minoranza che mi avrebbe volentieri cacciato via dalle scuole di tutta la repubblica.

Ricordo che scelsi un tema dedicato all’art. 11 della Costituzione (in forza del quale l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle contreversie internazionali ecc.).

Ero, e lo sono tuttora, un convinto pacifista.

I miei idoli, anche allora, erano Gandhi, Martin Luther King, John Kennedy e, su tutti Gesù, Il Cristo (che all’epoca ammiravo però solo come Uomo; mentre oggi sono convinto che Egli sia il Figlio dell’Unico e Vero Dio).

Il commissario che mi detestava (ma in ciò era contraccambiato, anche perchè lo avevo soprannominato Joe Vernaccia, e lui doveva averlo saputo dai soliti spioni), mi mise in cattiva luce con i commissari esterni, dipingendomi come un extra-parlamentare rosso, senza dio e senza stato, un rivoluzionario sfasciatutto e spavaldo, e chissà che altro. E aggiunse che io avevo parlato di Gesù Cristo per ingraziarmi i favori della Commissione.

Insomma questo pover’uomo non aveva capito un cavolo di me e della mia personalità. A quei tempi, insomma, era meglio chinare il capo e guardare in terra, anzichè sfidare l’autorità costituita.

Eppure io non ho mai rimpianto di avere parlato di Gesù. L’ho avuto sempre nel mio cuore sin d’allora e per lui avrei dato anche più di quel poco che mi è costato dedicare alla sua figura storica il mio tema di maturità.

In fondo volevo solo andare via da quella scuola (all’università avrei pensato solo a studiare. E così fu).  E anche quel voto con cui mi licenziarono per andava bene, dopo avere rischiato di dovermi fare un altro anno.

Per i docenti non credo che questa scuola sia meglio di quella di ieri.

I ragazzi sono indisciplinati e le famiglie spesso sono inconsistenti e/o  inesistenti, quando addirittura non ti si rivoltano contro.

Per di più,  i governi dell’ultimo ventennio,  non hanno fatto altro che tagliare i fondi alla scuola pubblica, immiserendo e mortificando la funzione docente e lasciandola decedere, sia nelle sue strutture murarie, sia nelle strutture relazionali.

I nani e le ballerine che ci hanno governato (mortadelle ed ex comunisti pentiti inclusi) ci hanno infine dipinto come incapaci e fannulloni.

Ma le eccellenze ed i cervelli italiani fuggiti all’estero chi li ha formati?

Eppure io ho lavorato (e lavoro tuttora) con enusiasmo e convinzione, nonostante tutto e nonstante i governi che si sono succeduti.

Quando entro in classe capisco che sto entrando in un microcosmo dove il mio ruolo è fondamentale, così come quello di ciascuno degli studenti a me affidati (peccato che il governo ladro ce ne affidi anche trtenta in una sola classe).

Ho cercato di realizzare la scuola che avrei voluto io: una scuola fatta di confronto, di reciproco  rispetto, di dialogo a 360 gradi e di tanta, tanta cultura (non solo giuridica ed economica).

E sono sceso dalla cattedra. Ho capito i ragazzi anche recitando con loro. Quanti pomeriggi ho trascorso a far le prove di teatro!!! E quanti viaggi, quanti premi!!!

Il lavoro di insegnante l’ho scelto io e non me ne pento.

Certo sei il governo ricordasse e capisse che siamo dei laureati e che il nostro contratto è fermo da più di optto anni, allora sì che sarebbe una buona scuola.

Tag:, , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Alla fine dell’estate di quel 1967 mio padre, messi da parte i sogni di gloria siciliani, ci riportò in Sardegna, riunificando così la famiglia.

Io venni iscritto alla classe terza della scuola media “E. Puxeddu”.

Finalmente anche io potevo frequentare una scuola mista! Fino ad allora infatti avevo frequentato sempre scuole soltanto maschili, un po’ a causa della mia frequenza in seminario, un po’ a causa delle vecchie norme che prescrivevano, sulla base delle vecchie convenzioni di una didattica superata,  la separazione dei sessi,  onde non distrarre i maschi (future colonne portanti della nazione) con le vane chiacchiere e l’ozioso cicaleccio delle future regine degli italici focolari.

Si dà il caso però che a me,  lo spensierato ed affascinante riso femminile, piacesse molto di più delle prestazioni muscolose e spavalde dei miei coetanei maschi!

Fui contento inoltre di trovare in classe due ex allievi dei Salesiani di Arborea che, più o meno come, dopo il primo anno di quella vita fatta di studi e preghiere (e niente sottane, a parte quelle dei preti, naturalmente!), se l’erano squagliata alla grande, ritornandosene al paese.

Anche troppo contento. al punto che, pur di scansare quanto più possibile lo studio, chiedemmo tutti e tre l’esonero dallo studio della lingua latina, per potercene andare a bighellonare per il paese.

Che errore madornale! Più tardi, all’università, alle prese coi decreti  di Augusto, con le istituzioni di Gaio e con le formule arcane del processo romano, avrei sudato sui libri di latino riposti troppo presto negli scaffali più alti della libreria, dopo le ricche scorpacciate di declinazioni e sintassi latine fatte in seminario con gli eruditi docenti salesiani, per potere  gustare appieno quei brocardi pieni di saggezza antica ed immortale.

E che grande errore ha commesso il nostro legislatore ad espellere il latino dai curricula scolastici della scuola dell’obbligo!

Ma quella, in fondo, era soltanto una parte dell’antifona  di quella grande sinfonia rivoluzionaria sessantottina che sarebbe presto esplosa in tutta la sua maestosa potenza!

Il ’68 era alle porte! A fine anno scolastico già si vedevano in giro i primi capelloni e si incominciava a vagheggiare di viaggi psichedelici, attraverso i film e i documentari sui Figli dei Fiori che negli USA già spopolavano;  noi maschietti  fantasticavamo di  minigonne inguinali e camicette trasparenti nakelook che a Londra già mostravano tutto il desiderabile delle donne.

E pensare che poco tempo prima, i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire a Efisiu Cruxoi, affinché sollevasse le gonne di qualche pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno) metteva in mostra le pesanti palandrane in cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente custodita sotto i materassi dei letti singoli.

Quell’anno scolastico lo ricordo come uno dei più disastrosi della mia, tutto sommato, soddisfacente carriera scolastica.

Riuscii perfino a farmi rimandare in matematica e fisica.

Anche se mia mamma mi difese a spada tratta (poiché voleva che almeno io, a differenza dei fratelli più grandi, risucchiati troppo presto nel vortice produttivo dell’azienda familiare, continuassi gli studi sino alla laurea) sostenendo che il professore si era vendicato su di me per il fatto che lei gli aveva negato la vendita di una sveglia a rate di cui lui aveva fatto richiesta a mia madre, una sera, in negozio; e mia madre, senza peraltro conoscerlo, come ho appena detto, si era rifiutata, con grande e palese disappunto  del professore, di dargliela.

E mio padre, che  stanco delle rate non onorate, aveva fato stampare ed affiggere nei suoi due negozi dei cartelli che recitavano “Si vende a rate solo ai centenari accompagnati da genitori“, fu costretto, nonostante tutto, ad accettare la mia iscrizione alle scuole superiori della vicina città di Cagliari. E sotto, sotto, sognava che sarei diventato il contabile dell’azienda di famiglia. Per questo acconsentì, a patto che io venissi iscritto alla scuola per ragionieri e contabili.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

Intanto Al Bano cantava “Nel sole”; Little Tony “Cuore matto” e Rocky Roberts “Stasera mi butto”.

E i solitari e i romantici, nei bar per soli uomini, la sera selezionavano a ripetizione nei Juke Box allora in voga, “San Francisco” di Scott Mackenzie; “L’ora dell’amore” dei Procol Harum ma eseguita in italiano dai Camaleonti  e “A chi” di Fausto Leali.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

RIEPILOGO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Quattro poeti, alla fine del XVII secolo, sfidando i divieti del Pontefice Clemente VIII, decidono di narrare la vita di Gesù in lingua volgare, ricavandola direttamente dalla versione ufficiale latina del Nuovo Testamento. Il loro scopo è diffondere la parola di Gesù tra il popolo e dimostrare che per capire ed amare il Cristo non c’è bisogno di intermediazioni culturali ma chiunque può pervenire alla Sua parola direttamente e per conto proprio. Per sfuggire alla repressione del Sant’Uffizio e del suo braccio armato, il temibile Tribunale dell’Inquisizione, che attraverso una fitta rete di spie controlla tutto il territorio dello Stato Pontifico e degli stati limitrofi, decidono di retrodatare la loro opera di circa cento anni e di celare la loro vera identità assumendo i nomi dei quattro evangelisti, segregandosi in una remota località al confine con la Toscana. Ma la notizia, pur gelosamente custodita, circola tra i poeti e gli amici dei quattro, i quali, attingendo alle fonti apocrife, li aiuteranno a colmare le lacune dei Vangeli canonici nella vita terrena di Gesù.

5 Ottobre 1582 – POMERIGGIO

Dopo gli interventi di Luca e Marco, tocca adesso a Matteo, Giacomo Minore e Giuda Taddeo parlare di Gesù.

Matteo:

I Re Magi Avvenne un dì che il re di Palestina,

Erode, saputo che dall’Oriente,

eran partiti all’alba una mattina

tre re, tra i più ricchi e pronti di mente,

che avean patito quei tanti disagi,

per vedere il sovrano più potente,

chiamò segretamente a sé quei Magi

e fece dire lor con esattezza, quando della lucente

stella i raggi in essi avesser mosso l’accortezza,

avendo il re avuto turbamento,

che secondo ‘l vedessero in grandezza!

E appreso che il Sant’Avvenimento

luogo doveva avere in Betlemme,

ve li inviò non senza avvertimento

che vistolo, tosto in Gerusalemme

solo a lui riportassero la nuova,

affinché egli, lesto, non già lemme,

andasse adorardolo nell’alcova!

Udito ciò andarono i Persiani,

ed ecco comparire in ciel la prova

del luogo ove il Padre dei Cristiani,

in fasce con la Madre si trovavano!

E i Magi quegli scrigni nelle mani,

in cui oro, incenso e mirra istavano,

donarono a quel Re in adorazione,

mentre che dentro all’anima provavano

una gran gioia a quell’apparizione

di ridondante e fulgido splendore!

Infine per diversa direzione,

come gli suggerì ‘l sogno latore,

fecero ritorno al loro paese,

e senza ripassar dal mentitore

che passati due anni in vani attese

immaginando vana la sua frode,

fu risentito per le sue pretese,

che di lui s’avesse maggior lode

e gloria, senza capire che il Regno

del Messïa non era in terra!

Erode infine, ordinò con un decreto indegno,

che i bimbi di Betlemme di Giudea,

fino a due anni avesser morte in pegno!

Per la qual cosa, ancor serba nomea!

Intanto il Signore in difesa

Del santo Suo figliuolo, in sogno avea

Mandato a Giuseppe un Angiol, che presa

La Madre e preso il Figlio se ne andò

In Egitto e soltanto dopo attesa

la morte del tiranno ritornò!

Matteo: – Questo è quanto, per ora!! Tieni, Marco, prendi le pergamene da unire al testo. Aggiungici che dopo, Gesù, Giuseppe e Maria tornarono a Nazareth, dove Gesù cresceva e si fortificava pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di Lui, come dimostrerà Luca con l’episodio di Gesù tra i dottori del Tempio!

Giacomo Minore: Parole Sante, Matteo! Altrochè se cresceva e si fortificava! Eppoi, sin da quando acquistò il dono della parola si capì che mio cugino aveva qualcosa di veramente speciale in termini di Sapienza e Grazia divina!

Giuda Taddeo: Per non parlare di zia Maria! Che grazia speciale e che sapienza grande e semplice allo stesso tempo! E ti ricordi, Giacomo, la meraviglia dei nostri parenti?

Giacomo Minore: Oh, certo! Anche se poi, da grande, quella ammirazione si trasformò in ostilità!

Marco: Davvero? E chi osò tanto?

Giuda Taddeo: Non certo Sua mamma Maria!

Giacomo Minore: Anzi, proprio zia Maria e zio Giuseppe, finchè fu in vita, furono gli unici ad accettare Gesù fino in fondo!

Giuda Taddeo: E già! Certi ricordi preferirei non averli!

Giacomo Minore: Sentite: io e mio fratello abbiamo preparato due differenti scritti, sintetici ma chiari. Il mio arriva sino ai dodici anni di Gesù! Per non appesantire la narrazione tralascio la storia dei Suoi nonni materni, Anna e Gioacchino e dell’infanzia nel Tempio di Sua mamma Maria.

Giuda Taddeo: Beh, anche il mio scritto è solo uno schizzo veramente breve sulla nostra adolescenza e sulla prima maturità! L’ho voluto apposta così bre

Giovanni: Siete due grandi poeti, ma anche due amici generosi ed altruisti! Dai Giacomo, inizia subito tu, perché non vedo l’ora di sentire!

Giacomo Minore

Prologo

- “Se chiudo gli occhi e penso

A quando ero bambino

Ti vedo chiaro e terso

Mio Gesù, caro cugino.

Palpitava il mio cuore

Emozioni ed afflati

Nei meriggi soleggiati

A giocar nel chiarore!

Chi avrebbe immaginato

Che a quel compagno di giochi

Così dolce come pochi

Lo avrebbero inchiodato?

Che fosse eccezionale,

ogni cosa che faceva,

non lo si può negare:

chè chiunque lo vedeva.

Ma solamente più in là

Chiaramente si seppe

Che il figlio di zio Giuseppe

Veniva dall’Eternità.

Non solo perché aveva

Occhi e capelli splendenti

Non perché sorprendenti

Motti e parol diceva

Qualcosa intuita l’aveo

D’una divina essenza

Da Maria e da Alfeo

Per quella coincidenza

Che un tal promesso seme

Secondo gli antichi detti

Dei più grandi profeti

Nascer dovèa in Betlemme!

Gli indugi furon rotti

Quando Giovan Battista

Con chiari segni e motti

Di Lui ci fece vista.

Era Gesù, il Messia

Da noi tanto bramato!

Per Lui avean professato

Ezechiele ed Isaia!

Ecco perché apprendeva

Le lezioni di zia Maria

Con agile maestria

Poi ce le ripeteva!

A me, Giacomo Minore

Come fu da bambino

Con fede e con amore

M’accolse nel cammino.

La vita in quei tre anni

È raccontata in altra sede.

Qui si legge e qui si vede

Delle gioie e degli affanni

Di due sposi sin genìa C

he di anni già avanzati

Vengono poi premiati

Dall’arrivo di Maria,

Madre del Bambino Gesù

Che per dono di natura,

Come se vuoi leggerai tu,

resterà vergine e pura,

pur dando la luce invero,

al Padre Suo e al Figlio eterno,

pio consiglio, salvezza al mondo intero.

Mistero impenetrabile

Che è opera di Dio Frutto di fè e desìo

All’uom insuperabile.

Marco: Che bella storia! Grazie per averci illuminato sull’infanzia di Gesù!

Giovanni: Se non sbaglio, però, anche Luca ha detto di aver scritto qualcosa su Gesù ragazzo!

Luca: Non ti sbagli! E’ su Gesù dodicenne! Ve lo racconto subito! Accadde, come vi dicevo, quando Gesù aveva dodici anni. Quell’anno, come ogni anno, Gesù, con tutto il tutto il parentado si era recato a Gerusalemme per la festa più importante, quella che ai Giudei ricorda il viaggio di liberazione dalla schiavitù d’Egitto e a noi cristiani ricorda invece la morte e Resurrezione di Gesù. Beh, insomma state a sentire cosa accadde:

“ Avete per caso visto Gesù?

Alfeo! Marta! Non riusciamo a trovare

Gesù!!! Non L’hai visto neppure tu,

Taddeo? Giuseppe, dobbiamo tornare

Indietro a Gerusalemme, perché

deve essere rimasto lì, a fare

Dio sa cosa, quel ragazzo!!!Non c’è

Tempo da perdere, siamo in viaggio

Già da un giorno! Signore mio, Jahvèh,

proteggilo Tu!” – “ Su, fatti coraggio,

mia amata, mia sposa! Ora torniamo

indietro e Lo cerchiamo, il nostro raggio,

la nostra luce, il nostro amore! Bramo

quanto te, trovarLo e stringerLo forte

forte a me!” Con quest’ansia e questo spasmo

Giuseppe e Maria, per le più corte

Vie, tornarono a Jerusalem dove,

permettendo salute e buona sorte,

in ricordo di quel dì che ancor commuove,

le tribù della giudea nazione,

andavano ogni anno più che altrove,

a festeggiare la liberazione

dalla pesante schiavitù d’Egitto

che, con uguale denominazione,

a noi ricorda quando fu trafitto

il nostro Salvatore sulla Croce!

Dopo tre giorni di cercare fitto,

gridando il Nome Santo a squarciavoce,

dove lo ritrovano i disperati genitori?

Nel Tempio, ove Egli doce

e ammaestra quei sommi letterati

della Bibbia, che pieni di stupore

coi presenti, Li udivano ammirati!

Maria, stupita come il genitore

Putativo, Gli disse: – “Perché, figlio,

ci hai fatto così? Noi con gran tremore

Ti cercavamo! Ed Egli con piglio

Rispose: – “E perché mi cercavate?

Del vostro stupore, Io mi meraviglio!!

Che devo occuparmi, non sapevate,

dunque, delle cose del Padre mio?!?

Essi, come risposte strampalate

Le accolsero, senza capirne il brio!

Gesù, che avea soltanto dodici anni,

all’epoca del narrato disvio,

torna a casa nei Suoi consueti panni,

restando ai genitori sottomesso!

Maria serbava nel suo cuor gli affanni

E le gioie che il figlio suo professo

Le donava! E suo figlio, in sapienza,

grazia ed età cresceva, nel consesso

degli uomini e davanti a Dio Onniscienza!!!”

Giuda Taddeo:

“Condivido in pieno

Ciò che ha detto mio fratello

Prima, sul Nazareno.

Su quanto Egli era bello

Di come emozionante fosse

vivere, scherzare, patire,

gioire, amare insieme a Lui.

Ogni istante, qualsiasi istante,

era magico per noi cugini.

Mamma ci volle vicini

E fu fratellanza vera!

Ad insegnarci fu Maria

il primo apprendimento

Del Divino Testamento.

Era dolce anche mia zia!

Dopo i dodici anni,

Anche se già era emersa

La Sua Sapienza tersa,

A piallar solidi scranni

Ante, finestre e porte

Con Suo padre Giuseppe

Mite e umile si stette.

Ma non era la Sua sorte!

Così cresceva in età

In Grazia e Sapienza

Stupiva in eloquenza

Luce, amore e beltà!

Che anni furon quelli!

Le ragazze con occhiate

Languide e innamorate

Modello tra i modelli

Dolci lo accarezzavano.

E non vi sono gelosie

In queste confessioni

Perché tutti l’amavano

Di quello amor celeste

Che mira verso il Cielo

Che non il corpo veste

Ma dell’anima è lo stelo.

E quando il mio genitore

E il senso generale

Di ciò che è bene e male

Mi dissero in errore

I retaggi, io, Giuda Taddeo,

seppure triste e affranto

depositai in un canto

di chiunque e di papà Alfeo.

Non vi era più ragione

Di seguire i vecchi riti

Della vecchia religione

Dai sensi inariditi.

Ora che all’orizzonte

Gesù già ci indicava

Il mondo che cambiava

La via che appiana il monte

Là ci portava il cuore

E là noi ci portammo

Ove lieti ascoltavamo

La Parola del Signore.”

…continua…

Tag:, , , , , , , , , ,

Comments 2 Commenti »

uci due“La Scuola e l’Uomo” è’ una rivista di formazione, comunicazione e approfondimento delle nuove progettalità di una scuola in cammino, alla quale mi sono recentemente abbonato per tenermi aggiornato in ambito scolastico, non soltanto con riferimento alla normativa, ma anche e soprattutto per degli approfondimenti di carattere associativo e culturale.

Il numero 3-4 della Rivista è quasi interamente dedicato a Cesarina Checcacci, presidente emerito dell’UCIIM (Unione Cattolica  Italiana Insegnanti  Medi) che guidò l’Associazione (di cui la Rivista è organo ufficiale) dal 1974 al 1997.

Nel 1974 ero già uno studente universitario ma avevo lasciato da poco le Scuole Medie Superiori.

E’ un anno importante per la Scuola Italiana perchè è l’anno dei Decreti Delegati che, dietro delega parlamentare di qualche anno prima, varata sulle ali di quella tremenda marea rivoluzionaria (oggi si direbbe tsunami) post-sessantottina che parve scuotere dalle fondamenta la società italiana e la stessa scuola (ancorata tuttavia alle radici gentiliane del ventennio fascista), ammisero finalmente la  partecipazione della società civile nella scuola, introducendo gli organi collegiali aperti alle varie componenti sociali (genitori e studenti in particolare).

Cesarina Checcacci, che ha compiuto ad aprile di quest’anno novantanni, nel suo primo editoriale scritto per la Rivista “La Scuola e l’Uomo” da presidente, ebbe la capacità di interpretare “a caldo” l’importanza epocale e rivoluzionaria di quegli organi collegiali (Collegio Docenti, Consiglio di Classe aperto ai genitori e agli studenti, Consiglio d’Istituto, ecc.), ma ebbe anche l’acume profetico di capirne i limiti, chiedendo sin d’allora dei precisi  interventi legislativi tesi a superare la struttura “a canna d’organo” della scuola secondaria, così da comprendere al suo interno un nucleo di contenuti programmatici comuni, articolandola al suo interno con   indirizzi finalizzati all’orientamento e all’acquisizione di effettive competenze.

Insomma, non è un caso che nello stesso numero della Rivista Beniamino Brocca e Giovanni Berliguer (già autorevoli esponenti di governo ai massimi livelli, non precisamente di area cattolica come la Checcacci) tessano le lodi di questa insegnante così coerente ed intelligente, appassionata ed autorevole, cattolica ma non per questo chiusa in un pensiero confessionale, ma al contrario, aperta al confronto ed innamorata con convinzione del ruolo fondamentale di una scuola pubblica pluralista e pluriconfessionale.

Ci sono certe persone capaci di leggere ed interpretare il futuro. Sono i profeti dell’era moderna. Cesarina Checcacci è una di queste.

http://www.uciim.it/nuovo/index.php?option=com_content&view=article&id=4&Itemid=6&limitstart=2

Tag:, , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

COPERTINA SCUOLAGIOVEDÌ 03 MARZO 2011 08:53 AGE: sOSTENERE NON CONTRAPPORRE

ANCORA SCONTRO SULLA SCUOLA? Ragionare, non contrapporre. Sostenere, non delegittimare. NOTA A CURA DELL’UFFICIO SCUOLA/UNIVERSITÀ DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA GENITORI A.GE. ONLUS

Siamo ancora di fronte ad un’altra inutile, se non dannosa, polemica sulla scuola. In questo momento, tipicamente italiano, di coltelli affilati e di animi surriscaldati tutto può servire per essere lanciato contro gli altri, anche la scuola e la sua importanza: opponendo i genitori ai docenti, la scuola statale alla non statale (senza comprendere la grande differenza istituzionale tra privata e paritaria, in tutte le sue diverse sfumature), la scuola ideologica a quella che educa e così via. Intanto, parafrasando Cronin, gli studenti (e le famiglie) stanno a guardare… Sul fatto che la scuola sia uno dei beni più preziosi di una nazione, visto che solo attraverso la formazione dei nostri figli costruiamo il futuro di civiltà, dovremmo essere tutti, davvero tutti, d’accordo.

Che la famiglia debba essere il principale luogo di formazione educativa delle giovani generazioni, dovrebbe essere altrettanto condiviso. Che l’impegno socio politico a favore di scuola e famiglia debba essere attento e accurato anche perché possano efficacemente riconoscersi e collaborare, dovrebbe essere pacifico, al di là di ogni posizione. Adesso è ora di fare sul serio! Che ognuno si assuma le proprie responsabilità e cerchi di fare bene ciò che gli compete. Altrimenti saremo tutti vittime di gossip, commenti e polemiche, mentre la nostra bella Italia va a catafascio. Che i genitori si impegnino ad esserlo sul serio, così per i docenti, ma ciò ovviamente vale anche per i ministri, i politici, i giornalisti etc… Quando da opposti schieramenti e parti sociali si parla solo in modo prevenuto, allora si radicalizzano i discorsi, si perde il senso della ragione, perché non vi sono ragionamenti sereni, argomentati e comprovati finalizzati alla soluzione dei problemi individuati, ma solo attacchi per fare a gara su chi ha ragione. E la ragione non si coglie solo nella forza retorica delle parole che, quasi sempre, vanno a ricalcare luoghi comuni. Sulla scuola, i “luoghi comuni” e banali, che come A.Ge. vogliamo fortemente avversare, sono numerosi: “gli insegnanti lavorano poco e male”, “i genitori non partecipano”, “la famiglia non educa più”, “una volta la scuola funzionava”… La scuola ha seguito, anche con notevole sofferenza e capacità di adeguamento, i 150 anni della nostra unità. È arrivata sino a noi oggi, senza dubbio con alcune difficoltà, anche per il rapido mutare degli scenari intorno ad essa e del mandato sociale che le si conferisce: ha bisogno di sostegno e aiuto, non di sterili contrapposizioni. Perciò sosteniamo e legittimiamo tutti i buoni insegnanti ed educatori, ovunque essi svolgano la loro professione.

È giunto IL MOMENTO di collaborare, perché stiamo perdendo punti nella competizione mondiale che vede crescere fortemente popoli che, fino a poco tempo fa, consideravamo meno sviluppati di noi. Vincerà questa, e tutte le altre possibili dispute, chi saprà coagulare le migliori forze della nazione intorno ad un progetto comune, per la soluzione dei reali problemi che affliggono questo settore. Da più di quarant’anni la nostra associazione, che unisce genitori di tutta la nazione, afferma questi principi e questi valori del bene comune, attraversando fasi politiche, ministri e governi che passano: l’A.Ge. resta. Richiamiamo tutti a guardare le cose da vicino, nell’interesse sovrano che sempre ci supera, senza rinunciare alle proprie convinzioni, ma lottando contro le difficoltà oggettive e non scontrandoci alla ricerca di una supremazia oggi impossibile e nociva. Il confronto con le scelte scolastiche europee e internazionali, l’introduzione di un serio sistema divalutazione della qualità scuola, la piena realizzazione dell’autonomia delle scuole, la revisione e il rilancio della partecipazione dei genitori, il dialogo serio sulla sfida educativa sono gli snodi ineludibili intorno ai quali davvero si può oggi parlare di scuola. 28 febbraio 2011 scuola@age.it

http://www.leccoprovincia.it


E-mailStampaPDF
Tag:, , , , , ,

Comments Nessun commento »

giustizia2Il dibattito sulla giustizia, soprattutto negli ultimi lustri, ha perso di vista il suo vero obiettivo: il miglior servizio da rendere al cittadino, sovrano nell’accezione più ampia di cui all’art. 1 della Costituzione.

Nei primi anni di applicazione della Carta Costituzionale ci si è persi, animati dalle migliori intenzioni, in fumose e teoriche disquisizioni sui massimi sistemi; in altri periodi hanno prevalso le lobbies degli avvocati o quelle dei magistrati; ultimamente, poi, il discorso ha viaggiato sui falsi binari di una riforma pro o contro i magistrati;la classe politica, nell’arco di più d’un cinquantennio non è stata capace di avviare una seria riforma.

Ma è davvero così difficile far funzionare la macchina giudiziaria?

Ebbene, non è certo facile; ma si può e si deve cercare di farlo.

Innanzitutto occorre fare una distinzione fra il processo penale ed il processo civile(per semplicità tralascio il processo amministrativo e quello tributario che, ovviamente, sono particolari, seppure importantissimi e, per certi versi, anche più degli altri due,  per la ricaduta che essi hanno nella sfera economica e sociale dei privati, pesantemente invasa da organi amministrativi e finanziari,  nei confronti dei quali il cittadino,  ha più che mai bisogno di una tutela efficace, celere e trasparente.

Con riguardo al processo penale occorre sottolineare che rispetto al vecchio codice Zanardelli (tutto incentrato sulla figura del magistrato inquirente, vero e assoluto padrone del processo), l’attuale codice di procedura penale ha innovato in maniera radicale, tentando un salto culturale che non ha tenuto conto da un lato della cultura giuridica degli operatori nostrani del diritto (in primis gli avvocati); dall’altro della fragilità ed inadeguatezza delle strutture (soprattutto cancellerie e servizi di notificazione); così è naufragata una riforma il cui processo oggi premia i furbacchioni, i maestri forensi del cavillo facile e i farabutti (complice anche un legislatore schizofrenico e insicuro, strattonato di qua e di là, confuso tra il senso dello Stato e la pressione di poteri occulti, ben presenti nei suoi gangli vitali).

La soluzione potrebbe essere quella di assegnare a ciascuna Regione, mezzi e risorse per creare un modello processuale più consono alle esigenze locali (come avviene negli Stati Unitid’America); ma occorre agire con cautela e nel lungo periodo; nell’immediato, una legge tampone potrebbe affidare l’ingente arretrato a dei magistrati onorari presi dai ruoli degli avvocati cassazionisti, depenalizzando nel contempo reati di scarso allarme sociale (anche se ottimi strumenti di propaganda) quali ad esempio l’immigrazione clandestina e il consumo di sostanze stupefacenti leggere.

Il processo civile, invece, segna il passo, come un elefante senza memoria, che vaga in una intricata foresta di sentieri che si incrociano e non si incontrano mai.

Nella mia ormai venticinquennale esperienza nella professione forense penso, a ragion veduta, di poter puntare il dito sul principale tra i mali che affliggono la giustizia: quel male si chiama formalismo.

Faccio subito un esempio, sperando di spiegarmi bene anche per in non addetti.

Supponiamo che io faccia una causa di separazione in cui i coniugi separandi abbiano dei beni da dividere: la casa, delle somme di danaro, dei mobili, un’impresa commerciale ecc. ecc..

Ebbene, il bizantinismo imperante nel processo civile arriva ad imporre agli avvocati (e quindi agli utenti e destinatari finali del servizio), dopo avere avviato la causa di separazione, di avviare tante cause quanti sono i beni da dividere (una causa per l’impresa; una causa per l’abitazione; un’altra causa per i soldi; teoricamente queste cause si potrebbero anche unificare ma a rischio e pericolo dello stesso coniuge nel cui interesse le cause venissero avviate, che rischia di trovarsi di fronte un magistrato ostile o nella migliore delle ipotesi impreparato a conoscere questioni di diritto civile e commerciale, beni mobili ed immobili, diritti reali e relativi trattati in unico contesto giudiziario).

Ma non basta: queste cause andranno avviate dopo che la sentenza sarà passata in giudicato (col giudizio di Cassazione o con giudizio di merito non impugnato nei termini di legge).

Potrei fare cento altri esempi, ma penso di essere stato chiaro: il nostro sistema giudiziario è parcellizzato in una miriade di compartimenti a stagnazione separata, che non sono in comunicazione tra loro.

Sembra di essere ancora ai tempi del diritto romano classico, quando bastava sbagliare una formula, per perdere la causa.

Quali barbari dovremmo aspettare, per modificare il nostro sistema processuale?

Tag:, , , , , , , , , , , , ,

Comments 3 Commenti »