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Con l’esame di quinta elementare si chiuse quel primo ciclo di studi iniziato con quei segni sui quaderni dalla copertina nera, vergati col pennino intriso nell’inchiostro nero, proseguito con le tabelline imparate a memoria sino a quella del nove (erano riportate sull’ultima pagina di ogni mio quaderno, insieme a formulette geometriche e, qualche volta, a facili esercizi di aritmetica); e poi ancora, lungo le pagine di vecchi sussidiari e di antologie d’altri tempi, con le prime poesie mandate giù a memoria, quasi sempre tristi (L’albero a cui tendevi la pargoletta, incipit carducciano strafamoso; oppure quel verso finale di Pascoli: “urla e biancheggia il mar” tratto dalla poesia San Martino, chi non li ricorda?) e Garibaldi con le sue camicie rosse, molto più affascinanti di Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele II messi assieme!

Dell’esame ricordo vagamente una lieve emozione, un problema di matematica fatto di spese al mercato, di chili di frutta o di verdura, di pesi netti e tare, un’interrogazione sulle regioni d’Italia (odierne mangiasoldi , allora presenti soltanto sulle carte geografiche colorate, con i capoluoghi di regione e di provincia da mandar giù, anche quelli, a memoria) e sulle tre guerre d’indipendenza, preludio all’Unità d’Italia!

Quanti ricordi ormai lontani!!!

L’agognata bici (trasformata dalla mia cara mamma, oggi novantenne), con mio sommo rammarico, in un elegante abitino da Cresima (oggi capisco quanto fosse giusta la scelta di mia madre, ma allora ne soffrii così tanto da costituire uno dei motivi per cui, nel prosieguo, mi distaccai dalla frequenza in chiesa); i litigi all’uscita di scuola, a colpi di borsa e, talvolta, a is trumpas (una specie di lotta greco-romana in salsa sarda); i primi calzoni lunghi, le fughe al fiume, le interminabili estati a bighellonare per le campagne assolate; le prime ingenue e inconsapevoli ricerche del piacere fisico solitario che allora dava soltanto un piacevole solletico!

E infine la scelta della scuola media!

Io che seguivo i miei compagni che numerosi scelsero il Collegio dei Salesiani di Arborea, spinto con entusiasmo da mia mamma che sognava di fare di me un prete!

Ma questo fa già parte di un’altra storia!

5. continua…

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Nell’anno 1962, al mio paese, c’era stata l’alluvione. Il fiume Mannu (o forse un suo affluente) aveva esondato. La mia casa, che allora era fatta di mattoni crudi (su ladiri, o ladri, nell’idioma locale, in pratica dei mattoni crudi impastati con paglia, la cui manifattura è stata soppiantata dai mattoni cotti e dai blocchetti) venne giù, insieme a tutte le case del mio vicinato, costruite nel quartiere c.d. della Stazione, costruita a valle del fiume.

Ricordo ancora la notte che le acque del fiume invasero la parte bassa del paese: una fila interminabile di ombre, più che di persone, di ogni età, una dietro l’altra, si recavano in processione verso la parte alta del paese; la notte avremmo trovato rifugio nell’asilo comunale di via Renzo Cocco (magistrato e  illustre compaesano); io ero con mia madre, che aveva in braccio mio fratello Alessio e che forse era già incinta di Gioachino (con Pina sarebbero stati gli ultimi tre figli di una catena di undici anelli, nati nell’arco temporale di 22 anni); gli sfollati invocavano San Biagio (il santo patrono del paese), ma anche Santa Barbara e  San Giacomo (protettori, in coppia, delle genti sotto la tempesta) qualcun altro  sant’Isidoro; mia madre era devota della Madonna ed alle sue cure si affidava con fiducia e devozione anche in quell’occasione, come tante altre nella vita (comprese le ultime tre maternità, severamente sconsigliate dai medici ma da lei volute con assoluta convinzione).

Per alleviare le famiglie colpite dal disastro ambientale i bambini di seconda elementare furono avviati in una sorta di colonia invernale organizzata a Giorgino dalle ACLI. Fu lì che conobbi il maestro Aventino Serra.

Il maestro Serra ci voleva bene. Era un vecchio maestro, di quelli di una volta.

Quando ci dava i temi da svolgere (roba semplice, da bambini di seconda elementare) soleva premiare il migliore con una caramella di menta o d’anice. Erano delle caramelle strette e lunghe, avvolte in una carta verde e plasticata. Le ho riviste da poco, ma ovviamente non hanno lo stesso sapore di un tempo.

Il maestro Serra ci insegnava anche la bella grafia. Una volta mi portò in giro per le altre classi a mostrare come io vergassi la lettera “f”. Più che una “f”, la mia lettera minuscola della parola “fieno” pareva una vespa dal ventre gonfio; il maestro Aventino era così sorpreso dalla mostruosità di questa mia lettera che forse, portandomi in giro per le altre classi, voleva scoraggiare gli altri scolari dal commettere lo stesso abnorme errore. Forse. Non saprei dire neanche oggi. In qualche modo mi fece sentire  protagonista: nel bene o nel male non saprei davvero.

A Giorgino tornai ancora in vacanza due anni dopo.

Fu lì, a Giorgino, in quella seconda occasione estiva, che partecipai alla mia prima gara canora, cantando “Una rotonda sul mare” di Fred Buongusto.

Arrivai soltanto secondo. Mi scalzò dal podio più alto una tale che cantava “La pappa col pomodoro”, allora resa assai più celebre da uno sceneggiato televisivo in bianco e nero.

La passione per il canto mi è rimasta nel tempo.

Per la terza elementare noi sfollati ritornammo al paese.

Oltre al  fiocco giallo , in quell’anno ricordo un maestro siciliano assai severo.

Il maestro Camerini (che in realtà era un professore abilitato all’insegnamento nelle scuole medie) non amava che i ragazzi parlassero in dialetto sardo (oggi giustamente considerata alla stregua di una lingua). Con una bacchetta di legno, che fungeva anche da righello, picchiava sulle mani coloro che trasgredivano. Forse aveva paura che la parlata sarda fungesse da strumento di incomprensibili prese in giro a suo danno (dato che già molti lo canzonavano per la sua pronuncia, non propriamente toscana, per  cui  la risposta alla buffa domanda su  quanto ammontasse  l’addizione di “quaccio più quaccio”, seguiva un’altrettanto e buffa canzonatoria risposta di “occio!”

Era comunque un ottimo insegnante (pronuncia palermitana a parte). Infatti, tra le innumerevoli iniziative da ascriversi a suo merito, egli  contribuì ad avviare  la biblioteca comunale. Fu lì che presi i miei primi libri in prestito: Il piccolo Lord; Il principe e il povero; L’uomo invisibile; e tanti altri ancora che ora non ricordo.

3. continua…

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Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie oppure alle scuole superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è).

Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene; in seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.

Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas americane.

A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per loro ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.

Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.

Quest’anno sto per restituire il mio trentesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere).

Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.

Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.

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Quest’anno, i coetanei del mio paese, hanno organizzato la festa dei sessantenni. Io avevo disertato la prima della serie: quella dei 50 anni. In questa occasione ha prevalso la nostalgia. Avevo voglia di tuffarmi nel passato, nei ricordi d’infanzia, trascorsa in gran parte al mio paese. Avrà sicuramente influito nella mia scelta anche la morte recente del mio fratello maggiore, al quale ero molto legato e alla cui memoria ricollego significativi ricordi del passato.

La festa si è svolta in un rinomato ristorante, a pochi chilometri dal mio paese. Eravamo un centinaio, circa. Il menù era grandioso. Dopo pranzo un animatore ha ravvivato il pomeriggio con il karaoke e con i balli di gruppo.

E’ stato bello rivedere quei vecchi compagni di scuola. Molti non li vedevo da mezzo secolo. Fa un certo effetto. Ho considerato una cosa: rivedere i vecchi amici del tempo andato è un po’ come guardarsi allo specchio. Non vedi degli anziani, ma bensì degli ex ragazzini.

Mi ha colpito anche un’altra cosa: in alcuni di loro mi sembrava di vedere i loro padri. Erano come dei cloni, e la loro visione mi riportava indietro di cinquant’anni. Incredibile!

Che grande mistero è la nostra vita!!

A volto mi chiedo: ma dove sono i 100 miliardi di persone che ci hanno preceduto sulla terra? Possibile che sia tutto confinato nei miei ricordi? Possibile che di que 100 miliardi sopravvivano soltanto quelle poche migliaia di esseri viventi le cui esistenze si sono incrociate con la mia?

A un certo punto mi ha assalito una vena di malinconia: è stato quanto Tore S. ha chiesto un minuto di silenzio per i ragazzi del 54 assenti perché il loro viaggio sulla Terra (o questo giro sulla Terra se siete Buddhisti) ha chiuso il suo cerchio materiale.

Allora non ho potuto fare a meno di considerare che, statistiche alla mano, i 3/4 della nostra vita (e forse anche più) se n’erano già andati; e che adesso ci aspettava il quarto meno divertente. Sarà per questo che si fanno più numerose le feste di ricorrenza anagrafica?

Poi ho voluto risalire la china, spazzando quel velo pernicioso di tetra malinconia.

Mi sono consolato pensando a ciò che diceva  Trilussa della scienza statistica: se la vacanza annuale che la statistica assegna  ad ogni italiano non rientra nelle spese tue, vuole dire che c’è qualcuno che di vacanze all’anno se ne fa ben due!!!.

Auguri a tutti di Buone Feste!!!!

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Siamo ormai  abituati a considerare la scuola come quell’istituzione gestita dallo Stato (in competizione con pochi privati autorizzati) che ci accompagna, attraverso l’esame di maturità, sino all’università (dispersione scolastica permettendo).

Eppure la scuola non è tutta lì.

Anzi, dobbiamo ricordare che in un passato non tanto remoto, la scuola statale era del tutto inesistente.

Senza scomodare  Socrate e Platone, che intrattenevano i loro discenti all’ombra dei colonnati dell’antica Atene, e i loro epigoni, trasferiti in massa a conquistare , come guide e precettori, i figli dei loro conquistatori Romani, ci è facile osservare, con un piccolo sforzo di memoria storica, come  l’istruzione fosse, sino a poco più di un secolo addietro,  soprattutto  in mano ai diversi ordini religiosi.

Eppure la scuola, ancora oggi, non è soltanto quella istituzionale dei banchi di scuola.

Per chi come me, purtroppo o per fortuna, è già nei terzi “anta”, tornano alla memoria le vecchie botteghe artigianali dove i giovani che, per le più svariate ragioni,  non fossero risultati idonei agli studi religiosi ovvero non fossero, a loro volta, figli di medici, avvocati o ingegneri, si formavano per la vita e per il lavoro.

Erano queste botteghe artigianali delle vere e proprie scuole di vita.

Nelle barberie, officine meccaniche, sellerie, calzolerie,  sartorie, nei pastifici, nei cantieri edili e in tutti gli spazi produttivi disseminati lungo lo stivale si apprendeva la dura arte dell’ubbidienza, della discrezione, dell’apprendere, prima  osservando, poi creando con le proprie mani il proprio futuro.

Della bottega di orologiaio di mio padre ho dei ricordi legati soprattutto all’estate.

Mio padre mi ci portava perché aveva paura che, finita la scuola istituzionale, io finissi con il frequentare i vagabondi del paese, i bastasoni,  i perditempo,  i perdigiorno o i calandroni, come li chiamava lui, a seconda del giorno e dell’umore.

E poi, mi ripeteva, “impara l’arte e mettila da parte!”.

Insomma, volente o nolente, le mie estati anziché odorare di fiume e di campo, odoravano di grasso di iena e di olio di lince (mio padre, soprattutto davanti ai clienti,  chiamava in questo modo misterioso, certi solventi che si usavano per la pulizia e per la lubrificazione degli orologi e dei suoi innumerevoli ingranaggi, principalmente perché era un uomo dalla spiccata fantasia (gli piaceva infatti inventare; a suo modo era infatti un artista, ma io questo l’ho capito dopo);  io credo però che il motivo fosse anche legato alla segretezza e alla gelosia che ogni capo bottega ha dell’ arte che vi si svolge  e degli ingredienti che vi si usano.

Quando i clienti, entrando nella bottega (il cui si accesso era consentito soltanto ai clienti più affezionati, che si si spingevano oltre il banco di vendita) lo salutavano con l’appellativo di “Maestro” io, nonostante mi rodesse il fatto di essere costretto a frequentare la bottega, mi sentivo orgoglioso del mio papà!

Mio padre a quel saluto sollevava lo sguardo dall’orologio al quale si stava dedicando, senza togliersi neppure la lente d’ingrandimento, che lui calzava nell’occhio destro, incastrandola con abilità nell’orbita oculare ossea.

Non amava affatto interrompere il suo lavoro (fatto di massima concentrazione e ferrea precisione) e sul suo volto si stampava sempre un’aria di severa interrogazione (io, se fossi stato bravo in disegno, avrei potuto, senza tema di sbagliare, disegnargli una nuvoletta, all’altezza della fronte, con su scritto “chi sarà mai questo rompicoglioni?”).

Ovviamente rispondeva con una domanda di stile, della serie “salute a lei, mi dica!”, o qualcosa del genere. Mi dava sempre l’impressione  che scendesse da un altro pianeta, a confrontarsi sulla terra con degli esseri inferiori che osavano interrompere il suo viaggio interstellare.

Devo dire per completezza che mio padre non amava neppure staccarsi dal banco da lavoro per recarsi al banco di vendita; e se non c’era un affare importante in vista (magari già avviato) preferiva delegare me o qualche altro fratello, così lui poteva dedicarsi ai suoi amati orologi e ai suoi misteriosi ingranaggi. Io ero ben contento, al contrario di lui, di servire la clientela che entrava nel negozio per acquistare, fosse anche per sostituire il cinturino dell’orologio o il moschettone di chiusura della catenina o del bracciale. Il mio massimo era servire qualche avvenente ragazza con cui mio padre si sarebbe scazzato da morire (dato che diceva che le donne erano sempre troppo indecise e gli facevano perdere del tempo per lui prezioso).

L’apprendistato dell’orologiaio iniziava con  un anno intero passato a guardare il “maestro” lavorare. Mio padre era un uomo di poche spiegazioni: occorreva osservare ed intuire. Non amava neppure le domande, che spezzavano la sua concentrazione.

Quel  primo anno anno serviva anche per imparare il nome dei solventi (oltre al grasso di iena e all’olio di lince, c’erano diversi acidi, come quello che serviva a staccare la spirale del bilanciere) e il nome dei diversi attrezzi (la pinzetta finissima, i cacciaviti, numerati da 1 a 10, la tronchesina, gli alesatori, gli oliatori, l’estrattore, i punzoni, numerati da 1 a 50 e così via; c’erano anche pinze e tenaglie ma mio padre le usava raramente, perché diceva, ridendo, che quelli erano attrezzi più adatti agli scarpari che agli orologiai); inoltre occorreva essere capaci di trovare, velocemente, il pezzo che eventualmente fosse caduto al maestro durante la lavorazione (e lì capivi  l’importanza di fissare il lavoro con lo sguardo; una distrazione in quella circostanza, oltre che una sgridata o, peggio, un manrovescio, significava non sapere in quale direzione indirizzare la propria ricerca; e se si trattava, ad esempio, di una molletta di calendario o di una qualsiasi altra molletta, erano guai sul serio) .

Dopo il primo anno l’apprendista poteva cominciare a pulire qualche sveglia, privata dello scappamento dal maestro oppure da qualche apprendista più anziano e comunque sotto stretta sorveglianza di qualcuno più anziano in bottega.

Dopo due anni l’apprendista poteva cominciare a smontare e a rimontare un EB 700 oppure un AS 1130. Si trattava dei due macchinari più semplici (il primo senza rubini mentre il secondo ne montava ben 17!), allora commercializzati sotto diversi marchi (mio padre trattava gli svizzeri  Imperios, che montavano anche l’AS 1130,  indistruttibili e senza tempo); i macchinari su cui all’inizio si esercitavano i praticanti però,  non appartenevano ai clienti ma erano di orologi che appartenevano alla bottega (magari erano stati versati in occasione dell’acquisto di un orologio nuovo; oppure erano appartenuti a clienti che per non pagare il costo della riparazione avevano preferito rinunciare all’orologio; e ciò nonostante mio padre fosse molto meticoloso e preciso nei suoi preventivi, sconsigliando sempre la riparazione quando il costo fosse eccessivo rispetto al valore dell’orologio).

Se questi primi montaggi andavano in porto positivamente, allora il praticante era ammesso alla sostituzione dell’asse del bilanciere o dell’albero di carica (con o senza coroncina) e della molla di carica sugli orologi dei clienti; ma sempre supervisionato dal maestro o da altro praticante più anziano.

Insomma, se tutto andava per il verso giusto, al decimo anno, forse, eri in grado di riparare i “cinque linee” (cioè gli orologi da donna più minuscoli allora in commercio, gli orologi automatici, quelli a calendario e via, via, i cronografi, con e senza fasi lunari, e i pendoli, il cui apice era costituito, a quel tempo, da quelli che battevano il quarto d’ora e avevano delle icone mobili che comparivano nelle diverse fasi del giorno.

Io mi fermai al montaggio e rimontaggio degli AS 1130 (anche se più tardi, ormai laureando e collaboratore commerciante di mio padre, mi riscattai superando a pieni voti un corso per la manutenzione dei nuovi orologi analogici al quarzo, organizzato dalla prestigiosa casa svizzera LONGINES; serbo ancora con orgoglio il diploma che mi venne rilasciato a fine corso)

Per mia  fortuna dopo qualche anno dalla sfortunata campagna di Sicilia (su cui ho già intrattenuto il lettore in qualcuna delle puntate precedenti) mio padre ebbe un’altra delle sue coraggiose iniziative e pensò bene di comprare un locale commerciale di oltre centocinquanta nel centro di Cagliari per farvi una gioielleria con tutti i crismi. Anche in questa circostanza la testa di ponte fu costituita da mia madre (col suo ruolo di mamma), io (col ruolo di vice-capofamiglia) e tutti e cinque i miei fratelli più piccoli.

Anche questa nuova avventura non andò bene ma debbo dire, per onestà, che questa volta mio padre aveva visto giusto, ma noi figli non fummo all’altezza delle sue grandi visioni di allargamento e di ingrandimento dell’azienda paterna.  E perciò, rivenduto degnamente il locale commerciale, i miei fratelli preferirono espandersi nei paesi viciniori all’azienda fondata da mio padre.

Ma questo fa parte già di un’altra storia.

 

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In quell’anno scolastico 1963-1964, insieme al fiocco azzurro della classe quarta, noi della classe di ferro 1954, inaugurammo anche l’edificio delle nuove scuole elementari di via Vitale Matta.

La nostra nuova maestra si chiamava signora Soro (il nome di Battesimo non lo ricordo). Era una bella signora, non più giovanissima ma molto tenera e materna.

I ricordi di quell’anno scolastico sono legati soprattutto a due episodi.

Mi era stata regalata una confezione di  colori: 24 matite nuove di zecca, dal bianco al nero, passando per il quattro tonalità di verde e di azzurro, oltre, naturalmente, al rosso, all’arancio, al giallo e così via enumerando.

Li avevo messi sul banco con orgoglio.

C’era in classe, tra i tanti, un certo Carmelo, anche se tutti lo chiamavano “Cramelleddu”. Era un ragazzo, oggi lo intuisco, che di colori nuovi fiammanti come quelli, nella sua vita scolastica, forse  non ne aveva mai visti; o magari sì; non saprei. Quel che so per certo che a un certo momento, dopo essermi distratto a far non so che, mi accorgo che Cramelleddu si è impossessato di una manciata dei miei colori e, sbeffeggiandomi sardonico, si diletta a tentare di colorare un suo foglio bianco, spuntandomeli alla grande, uno per uno.

Scoppiai in lacrime, lamentandomi per il torto subìto. La maestra intervenne prontamente, facendo un sermoncino al mio compagno sul rispetto delle cose altrui e sulla necessità di chiedere il permesso al proprietario prima di utilizzarle.

Ho spesso ripensato a quell’episodio. Oggi mi vergogno di essere stato così egoista. Avrei dovuto gioire per il fatto che un mio compagno, sprovvisto del necessario, potesse divertirsi utilizzando i miei colori.

Caro, vecchio Cramelleddu, se per qualche miracolo della tecnologia informatica tu ti trovassi a leggere questo mio post, sappi che io, se potessi tornare, ti regalerei la metà dei miei colori; naturalmente a condizione che tu poi me li prestassi, al bisogno, e che non sghignazzassi con quel simpatico sorriso da canaglia che, a turno, avevamo stampato in viso in quei lontani giorni, prima che il boom economico ci facesse dimenticare il valore di una camera d’aria usata, di una tavola di legno, di cuscinetti dismessi e perfino di un cerchione da bicicletta  da spingere a rotta di collo con un corto bastone in mano.

Il secondo episodio è legato a una bicicletta: quella che non ho mai avuto (ne ho avuta una da grande, ma questa è un’altra storia); quella che i miei amici del paese avevano quasi tutti (magari dei genitori, di un fratello maggiore, di un nonno oppure, alla peggio, una da donna, della sorella o della mamma); quella per la quale sacrificavo tutte le mie paghette,  da cinquanta o  da cento lire, consegnandole a mia mamma che mi aveva promesso di comprarmela e che alla fine spese i miei soldi per l’acquisto dell’abito della prima Comunione (che allora, potenza dell’ignoranza giovanile, mi sembrava assai meno importante dell’agognata bicicletta).

Insomma si è capito che desideravo una bicicletta.

In attesa che le mie paghette pervenissero all’ammontare necessario per l’acquisto, la sera, una volta sbrigati i doveri scolastici, mi affacciavo sull’uscio che dava sulla strada.

Se davanti al negozio,  che allora era gestito da  mio fratello maggiore, notavo una bici appoggiata al marciapiedi, mi affacciavo con discrezione all’interno del negozio per capire che genere di contrattazione stesse svolgendo il cliente.

Se il proprietario (o la proprietaria)  della bici stava al banco di vendita (e non al banchetto da orologiaio che stava poco discosto dall’ingresso, sulla sinistra) allora potevo azzardarmi a montare sulla bici e farmi un giro veloce prima che la transazione fosse conclusa.

Mi andò sempre liscia,  fino a quando, una dannata sera, non incappai in una bici più alta e più difficile delle altre; altre volte ne avevo guidate di simili,  infilando una delle mie corte gambe da adolescente nel triangolo interno del telaio, ma questa volta, sarà stata l’agitazione, la vetustà della bici, o la durezza della catena, fatto sta che feci una rovinosa caduta, fratturandomi il braccio destro.

Forse la frattura mi risparmiò le punizioni corporali, che allora conseguivano a simili, adolescenziali sciocchezze ma un mese di gesso non me lo risparmiò nessuno.

La mia ingloriosa carriera di ciclista in erba naufragò così, dal marciapiede del mio paese, all’ospedale Marino di Cagliari.

A immemore ricordo conservo la foto della Prima Comunione nel mio elegante abito nuovo di zecca e con gesso al braccio. E forse la mia punizione fu doppia: una per avere preso la bici di straforo; l’altra per non avere prestato i colori a Cramelleddu (che comunque li usò al posto mio per tutto per tutto il tempo che portai il gesso al braccio).

E oggi ho capito perché mia madre non mi volle comprare più la bici; forse mi ha salvato da altre roivinose cadute, molto più pericolose di quella che ho raccontato.

Ah, se riuscissimo ad accettare di buon grado ciò che il Buon Dio ci manda, affidandoci a Lui, senza resisterGli (come io ho sempre fatto e tuttora faccio)! !! Molte cose che oggi ci sembrano brutte, forse ci apparirebbero da subito meno negative e drammatiche di come le viviamo invece, non accettandole come sconfitte e come parte dell’ineludibile porzione di sofferenze e contrarietà che la vita caina ci riserva un po’ a tutti.

E intanto i Mamas and Papas cantavano “California Dreaming”, Bob Dylan “Mr Tambourine Man” e, in Italia, Celentano “La Festa”, Gianni Morandi “Non son degno di te” mentre Nini Rosso eseguiva il suo magico “Silenzio” alla tromba. Nei cinema spopolava “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone”.

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Giungemmo dal mare
Sbattuti dalle onde
Seguendo gli aironi
Sospinti dal vento
Quello che eravamo
Non lo ricordammo
Quel che ci aspettava
Non lo sapevamo

Però’ ci piacque subito
La terra del silenzio
I suoi profumi intensi
I suoi colori forti
I suoi sapori aspri
Ora festosa e placida
Ora furiosa e livida
Come gli umori del mare

E ci piacquero subito
gli occhi delle donne
per loro restammo
con loro affrontammo
Quei che vennero poi:
Punici e romani,
bizantini,
iberici e italiani!

Tutti li hai inglobati
E giacciono a strati
fibre di cuori feriti
corteccia di memoria pulsante
suolo che vibra
sotto i nostri piedi stanchi
dove s’erge ancora
Karalis dai magici colli!

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Tra la fine degli  anni sessanta e l’inizio dei settanta andavo a ballare con mio fratello maggiore ed i suoi amici; loro erano già ultraventenni,  io ero solo un ragazzo poco più che sedicenne. Le discoteche come le conosciamo oggi, non esistevano ancora; noi andavamo in giro nei paesi della sterminata provincia cagliaritana dove,  in sale da ballo piene di fumo e dagli improbabili nomi stranieri (Chat Noir, Moulin Rouge), si esibivano dei gruppi dal vivo dai nomi più fantasiosi: The Diamonds, I Natistanchi, Le Furie.

Tutti i gruppi che si esibivano, alternavano dei brani svelti (o mossi) ai lenti (i famosi lentacci). Sia gli uni che gli altri andavano ballati in coppia; nel senso che l’uomo invitava la donna sia per i balli svelti che per quelli lenti. La serata valeva il viaggio quando  riuscivamo a ballare dei lentacci guancia a guancia; era un modo come un altro per fare amicizia; ci sono matrimoni nati così, che durano ancora; a distanza di più d’un mezzo secolo.

Poi  vennero le discoteche e la musica da vivo finì.

Io mi trasferii in città e mio fratello maggiore restò in paese.

La fortuna che gli arrise negli affari non fu altrettanto prodiga con lui nell’amore. Nonostante la sua intraprendenza, infatti, restò solo.

Forse la donna dei suoi sogni non era in quei paesi lontani dove trascorrevamo le domeniche.

Forse la solitudine è iscritta nel nostro DNA, come la statura, gli occhi chiari, la carnagione bianca e i capelli ondulati.

Mi piace pensare che ci incontreremo ancora, nella domenica senza tramonto e nella gioia senza fine.

 

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Sei tornato al tuo mistero

attraversando un deserto

di solitudine;

per dividire con qualcuno il  dolore

di vivere ci vuole l’ egoismo

che tu non hai mai chiamato amore.

Ora  l’alba del silenzio

ci separa per sempre;

e  rimangono soltanto preghiere

per ringraziarti

di ciò che sei stato.

Villasor, 28 novembre 2013

In morte di mio fratello Pietro Marino

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Non so  se provo per te amore

e cosa provi tu per me

non so.

So però che i tuoi occhi

alleggeriscono il peso dei miei anni

dandomi l’illusione che io possa

avere oggi

ciò che cercavo ieri.

Ma Dio nel mio cuore

non è un’illusione;

non è un inganno!

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biglie di vetroOggi, uscendo dal Santuario di Bonaria della mia città, ho notato per terra una biglia di vetro. Mi sono chinato a raccoglierla. Come l’ho stretta in pugno una marea di ricordi mi ha assalito.

Mi son rivisto coi calzoncini corti, con le tasche piene di biglie di vetro colorate.

La frase di rito, quando ci si incontrava era “Giogausu a birigliasa?” (giochiamo alle biglie?) O più semplicemente “Giogausu?”

Per lo più si giocava  per strada, in diversi modi; ma la regola d’oro era colpire la biglia dell’avversario, per poterla catturare e farla propria; si caricava il pollice con il dito medio, ritraendolo all’indietro, e si colpiva la nostra  biglia con il piatto dell’unghia perpendicolare, cercando di centrare la biglia dell’avversario.

Erano di tanti colori. Splendenti e variopinte, inizialmente erano “birigliasa” (cioè “biglie” e niente più!

Poi vennero le “ciurrullinasa”, microbiglie altrettanto, se non più affascinanti delle biglie di formato standard, e “is coccusu” (i biglioni in formato gigante); c’erano “is coccusu de dexi” che costavano, per l’appunto, dieci lire; e “is coccusu de binti”, dal costo di venti lire.

Se mi offrissero una stanza da riempire con i colori che preferisco, non sceglierei diamanti, smeraldi e rubini, che attirerebbero ladri ed invidie; chiederei che la stanza fosse riempita di biglie di vetro colorate; le terrei lì, al sicuro, per rinfrescare, con la loro vista, i ricordi lontani e felici di un’infanzia povera di cose materiali ma ricca di fantasia e di libertà.

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Il Compleanno Di Nonna Elisa

Era una luminosa giornata di fine settembre 1995 quando andai a trovare nonna Elisa a casa di zio Efisio. Il suo centesimo compleanno cadeva ad ottobre, nel trimestre che avrebbe trascorso, a Dio piacendo, in casa nostra. Andava avanti così, di trimestre in trimestre, da quando i suoi quattro figli, mia  madre compresa, avevano deciso che data l’età, la vecchina avrebbe speso il resto dei suoi giorni ruotando con cadenza trimestrale, nelle loro rispettive abitazioni. Volevo perciò discutere con lei gli ultimi dettagli della sua prossima festa di anniversario e, soprattutto, chiederle cosa desiderasse per regalo in quella occasione. La trovai seduta  al caminetto, su un basso scranno di legno impagliato, con lo sguardo fisso sul selciato asciutto e lucido di cemento su cui, presto, il primo fuoco di autunno avrebbe scoppiettato. Dopo i convenevoli di rito le posi la domanda che mi aveva spinto a trovarla. Al principio si schermì, come era nel suo  carattere ritroso e poco prono alle dimostrazioni esterne di affetto. Poi, considerando che io insistevo, riprese dicendo che un regalo le sarebbe piaciuto,  ma non era in mio potere  di accordarglielo. Insistetti perché me lo dicesse lo stesso.

Io chiederò alla Madonnina”– mi specificò di seguito–“che mi permetta di vedere, anche per un giorno solo,  il terzo millennio.”

Feci a mente un calcolo veloce: arrivare al terzo millennio, nella migliore delle ipotesi, voleva dire per lei avere compiuto la bagattella di 105 anni.

- “Vuoi battere il record di tua nonna Angela?” le dissi ridendo.

Tra le mie antenate, per parte di madre, si contavano infatti molte centenarie o giù di lì. Tra queste, la mia trisavola Angela era arrivata a 104 anni di età, come ben avevo sentito dire sin da quando ero piccolo da mia madre e dalla stessa nonna Elisa.

- “Non è tanto il record dell’età che mi interessa, quanto piuttosto quello degli anni santi giubilari.  Io credo infatti che se  vedessi l’alba del 2000,  sarei la persona che ha assistito al più grande numero di Giubilei romani.”

Poi si abbandonò ai ricordi, soffermandosi in particolare su quelli del suo primo Anno Santo. I pensieri scaturivano dalla sua bocca come un filo d’acqua che si vede sgorgare esile e lento a valle, ma che ha percorso un lungo e sicuro cammino attraverso i monti sovrastanti.

Mi disse che  aveva ancora impresso nella  memoria un discorso che tenne il vecchio Papa Leone XIII in una delle quattro basiliche della Penitenza Giubilare. Nonostante fossero già trascorsi quasi 95 anni, riviveva ancora con nitida emozione quel momento quando, sulle spalle del suo babbo, quel vecchio minuto, dalla voce un po’ stridula ma persuasiva, riferiva ai pellegrini presenti di come non potesse esimersi, in quel frangente, dal fare un raffronto tra quel   Giubileo di inizio secolo, il primo dopo lo sconvolgimento di Porta Pia, ma non di meno così ricco di aspettative per la comunità cristiana, ed il Giubileo al quale  egli aveva assistito per la prima volta, il primo dopo la baraonda della rivoluzione borghese del 1789.

- “Correva l’anno del Signore 1825”– erano state le parole testuali di quel papa distante, che  nonna Elisa aveva registrato nella sua  memoria come un  inchiostro indelebile su una pergamena–“ed io, giovane quindicenne,   alunno del Collegio Romano, udivo da Leone XII della Genga le storie terribili di quella accecante bufera che, partita dalla Francia, sembrava dovesse travolgere il mondo intero, Chiesa compresa. E quel mio grande predecessore, come tutti i nobili, in quegli anni di fine ‘700, si era sentito ballare la testa sul collo. E nei pellegrini di allora, forse con la vista distorta dalla paura e dalla malinconia di quel testimone ammalato ma implacabile, si scorgeva la trepidazione, la costernazione, la confusione come di un gregge che sia stato disperso dai lupi e poi si  ricomponga, cercando nel gruppo il sicuro e confortante contatto di quel compagno di viaggio che non c’è più, o il bastone nodoso del pastore che leggero, ma imperioso,  guidi e conduca nella giusta via. Ed oggi io capisco, figli miei”–così si concludevano i ricordi che Elisa bambina aveva di quel discorso papale di inizio ‘900-  che quel papa del quale io sarei stato, senza che allora neanche lontanamente lo pensassi, un successore, mi stava idealmente passando  un testimone, affinché  io continuassi la sua faticosa opera di ricostruzione della famiglia di Cristo. Ed oggi, questo è un pensiero che dico ad voce alta, provo ad immaginare come sarà la nostra comunità tra cento anni, quando essa si affaccerà ad un nuovo secolo, ad un nuovo millennio. Ebbene, la maggior parte di noi non ci sarà, io di sicuro non ci sarò, ma  ho la netta sensazione che qualcun’ altro avrà raccolto il testimone che io lancio qui, proprio oggi. Perché io sono certo che la Chiesa, allora, avrà superato  un nuovo culmine di forza e di speranza  e sarà lanciata verso la nuova era alla testa del suo popolo, in cammino verso Dio.”

Distolse gli occhi dal focolare e guardò fissa nei miei. Voleva essere sicura che l’avessi seguita. Notai un luccichio acquoso ravvivare il suo sguardo velato dagli anni. Istintivamente le  presi le mani tra le mie. Provai la sensazione come se quel sangue che pulsava sotto l’epidermide scarna e ruvida, contenesse nelle molecole del suo plasma le tracce chimiche degli ultimi duecentocinquanta anni della nostra storia e forse anche più. .

- “E così”– concluse nonna Elisa, mentre riposava il suo sguardo mite sul caminetto vuoto- “mi piacerebbe tanto sentire quello che dirà nel  prossimo Giubileo, all’alba del 2000, questo nostro grande Papa. Ho l’impressione che il mio spirito spazierebbe più libero, verso nuovi orizzonti, se io facessi in tempo a sentire le parole sante che proietteranno il mondo nel terzo millennio dell’era di Cristo.”

Tornando a casa provavo una malinconia indefinibile al pensiero di come ogni vecchio fosse in realtà un pezzo di storia vivente, la parte terminale di una catena di avvenimenti che, ripercorsi a ritroso, potevano portarci indietro nel tempo. E di come ogni vecchio, andandosene via, si portava con sè ciò che era stato e ciò che sapeva, rendendo il mondo inevitabilmente più ignorante e più povero.

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Ci sono tanti modi per ricordare le persone care che non ci sono più. Certi ricordi vengono su da soli, prodotti della malinconia più che della gioia (e questo è forse il più antico e il più naturale dei mezzi con cui sollecitiamo i ricordi, attraverso il ricordo interiore oppure visitando i luoghi di un passato che cerchiamo di ricordare).

Poi sono  nati la scrittura,   le immagini, (dapprima fisse, più tardi anche in movimento), i suoni registrati.

Si può ricordare anche attraverso la testimonianza  di persone che hanno conosciuto i nostri cari.

A Don Vincenzo lo trovo che innaffia il suo orticello. Segue un metodo antico: attraverso una pompa convoglia l’acqua lungo dei solchi scavati a fianco delle piantine di melanzane, peperoni, cetrioli, fagiolini.

Più tardi, davanti a un limoncello fresco, fatto con i limoni del suo giardino, mi    racconta di mio padre, che lo ha avuto come vicino di casa, nel suo paese in provincia di Messina, gli ultimi anni della sua vita terrena, trascorsi più sul versante messinese del Tirreno che su quello sardo.

Poi visito la sua casa.

Bighellonando per le strade che, anche se per un breve tratto di vita, mi hanno visto ragazzo, mi chiedo (come mi accade sempre più di frequente) dove  andiamo a collocarci, quando stanchi del nostro corpo, ci riappropriamo della nostra dimensione?

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Oggi sento di fare una riflessione personale sugli scioperi e la scuola. Quando ero un giovane studente delle superiori impazzava il mitico ’68. Anagraficamente non sono un vero sessantottino, però ho vissuto l’onda lunga del ’68: in particolare il 70, il 71 e il 72.

(continua…)

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