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Nel primo anno di giurisprudenza non vi è dubbio che la materia più importante sia diritto privato.

Essa è propedeutica per la comprensione e lo studio delle materie degli anni successivi. Contiene inoltre numerosi paradigmi e strutture che gli studiosi delle altre materie utilizzano di frequente alla base dei loro ragionamenti, facendovi riferimento assai spesso nel corso delle loro spiegazioni.

Non di meno io mi appassionai molto di più al diritto romano.

Non voglio dire che il prof. Palermo (allora titolare della cattedra di diritto privato in quell’anno accademico 1973-1974) non fosse un bravo oratore. Tutt’altro. Le sue spiegazioni erano chiare ed intelligibili, oltre che infarcite di riferimenti alle istituzioni di Gaio ed ai responsa di Ulpiano e Modestino.

Anzi, forse fu proprio per questo che mi innamorai delle istituzioni di diritto romano.

Basti pensare che quasi tutti gli istituti del diritto privato che spesso troviamo nel codice civile, quali il possesso, l’usufrutto, la stessa obbligazione e perfino l’illecito affondano le loro radici nel diritto romano.

Perciò, istintivamente, al di fuori di ogni senso pratico e per il solo amore della conoscenza, presi a seguire con maggior passione le lezioni del prof. Carlo Augusto Cannata.

Se il prof. Palermo poteva dirsi un fine dicitore e un valente oratore, il prof. Cannata era in aggiunta un attore.

Nell’esporre le antiche formule del diritto romano egli mimava i gesti e pronunciava le parole che i pretori del foro romano dovettero allora pronunciare in risposta alle istanze e alle difese dei valenti patrocinatori romani.

Ed io, mentre lo ascoltavo, lo immaginavo avvolto in un drappo di seta forense, che con una festuca in mano ordinava perentorio “Mittite ambo hominem!”, accincendosi a sciorinare quelle sacre formule ereditate dagli annali dei Pontefici e  dalle Dodici Tavole, su cui si resse prima la Res Publica e poi il grande Impero Romano, dal sommo  Cesare Augusto sino al trepido Augustolo.

E che altro sono la “Demonstratio”  e la “Intentio” di imperiale, giuridica  memoria, se non la parte motiva e le conclusioni su cui ancora plasmiamo i nostri atti giudiziari, noi avvocati del terzo millennio?

Dentro di me sentivo di dover andare alla radice dei problemi; studiare il passato per capire meglio il presente; o forse volevo soltanto perdermi nei risvolti della storia, rifugiarmi nell’antichità per sfuggire un futuro che mi spaventava ed un presente che non capivo.

29. continua…

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Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie oppure alle scuole superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è).

Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene; in seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.

Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas americane.

A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per loro ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.

Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.

Quest’anno sto per restituire il mio trentesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere).

Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.

Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.

1. continua…

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