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Queste elucubrazioni si interruppero di colpo quando l’hidalgo si rese conto di essere giunto a destinazione. Fu il viso ossequioso del conducente del cocchio d’onore della legazione pontificia a riportarlo alla realtà.

Come l’hidalgo mise i piedi per terra si accorse subito con uno sguardo che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto.

Il pesante uscio  d’ingresso era semiaperto e una fioca vi fuoriusciva;  ma del fido Tenoch neanche l’ombra.

Con tutti i sensi allertati l’hidalgo si diresse a grandi falcate  verso l’edificio. Al suo occhio indagatore non sfuggì l’anomalia nel salone d’ingresso: le vivande sparse sul tavolo, il disordine generale e il corpo di Tenoch riverso per terra, sopra una stuoia.

Senza troppi complimenti, strattonandolo a più riprese, con voce alterata chiese al suo servitore cosa fosse successo e come mai non fosse a guardia del prigioniero.

Con uno scatto repentino, vincendo lo stordimento che ancora gli ottenebrava i sensi, il gigante, preda di un vago presentimento, si precipitò nei locali seminterrati, dove era stata allestita la sala delle torture. Il suo presentimento divenne certezza quando vide ai quattro angoli del tavolato a croce, pendere le funi con cui lui stesso aveva legato il prigioniero.

L’hidalgo che aveva atteso con un certo nervosismo premonitore che  Tenoch rientrasse con la risposta alla seconda delle sue domande, sperando in cuor suo che la sua premonizione non si avverasse, udì un grido lancinante e terribile. Un urlo che era di rabbia impotente e di dolore incommensurabile allo stesso tempo, come l’hidalgo verificò coi suoi stessi occhi dopo aver fatto di corsa le brevi scale che conducevano di sotto.

Trovò Tenoch ancora  riverso, ma questo volta orribilmente vigile, in una pozza di sangue, con in mano un coltellaccio che egli stesso affilava accuratamente per tagliare la pelle dei malcapitati prigionieri. Sulle prime l’hidalgo si soffermò perplesso ad osservare la scena. Ma quando sul  tavolo della tortura notò il moncone di quello che doveva essere stato il membro del suo servitore, interpretò con lucidità l’orribile scenario e l’antefatto che ne era stato la causa, come gli confermarono le parole che Tenoch gli sussurrò in un bisbiglio che era di autocommiserazione e ancor prima di scusa e di richiesta di perdono.

Il truce torturatore si era auto punito, evirandosi, per espiare quella che considerava una colpa imperdonabile, agli occhi del suo padrone (alla cui stima teneva più che alla sua stessa vita) e una vergogna per il suo orgoglio di guerriero azteco.

-“Non accadrà mai più, padrone. Perdonatemi. Quella strega puttana mi ha ingannato. Ma non accadrà mai più”.

Quegli occhi terribili che incutevano terrore al solo guardarli, ora sembravano quasi teneri, mentre il gigante implorava il perdono del suo padrone.

In un baleno, dopo il momentaneo e comprensibile stordimento, l’hidalgo riguadagnò l’uscita. Per fortuna il conducente si era fermato a parlare con Padre Alonso, forse incuriosito o spaventato dall’urlo sovrumano che Tenoch aveva lanciato nell’atto di auto evirarsi. Senza dare troppe spiegazioni, li invitò a venire di sotto per aiutarlo. Non senza difficoltà portarono di sopra il povero corpo martoriato, dopo che Padre Alonso, che nella sua vita pastorale era divenuto aduso ad ogni sorta di evenienza, gli aveva avvolto la ferita nel tentativo di arrestare la copiosa emorragia, raccattando di seguito anche l’orrido moncone.

Lo  caricarono sul cocchio. L’hidalgo ordinò allo spaventato cocchiere che lo conducesse dal vice legato e che da parte sua gli chiedesse di dare al suo servo ogni assistenza medica possibile, senza badare a spese e senza perdere tempo. Il pio Gesuita decise da sé che avrebbe accompagnato lo sventurato per dargli conforto.

L’hidalgo non era uomo di tentennamenti ed era stato educato ad agire in ogni situazione, mantenendo sempre il suo sangue freddo. Il suo cervello elaborò velocemente un piano d’azione.

La donna che aveva ingannato Tenoch non poteva aver agito da sola. Doveva per forza aver avuto un complice e una carrozza per il trasporto del prigioniero che, oltre alle sue condizioni precarie, non poteva certo mostrarsi in pubblico. I ribaldi dovevano aver agito tempestivamente, quantomeno un’ora prima del suo rientro. In caso contrario lui li  avrebbe incrociati, dato che la via che attraversava Bellaria, era l’unica strada di  comunicazione tra la zona del Barco, dove si trovava l’edificio che lo ospitava e la città vecchia di Ferrara. A meno che… A meno che, rifletté in un lampo l’hidalgo, non fossero scappati attraverso la fortezza del Barco! Se lui avesse avuto un prigioniero così scottante, avrebbe percorso quella via! Sellò alla svelta un cavallo e si precipitò alla fortezza.

Percorse il breve tragitto in un galoppo pieno di rabbia e rimpianto, per essersi fatto sfuggire dalle mani la preda tanto perseguita. Di rimpianto per non avere pensato di distaccare alcuni soldati della fortezza in appoggio all’edificio che custodiva il prezioso prigioniero. Di rabbia impotente perché sentiva che non sarebbe stato agevole riacchiappare l’eretico De Regis e riassicurarlo alla giustizia.

I cinque  soldati di guardia alla fortezza (gli stessi prezzolati da Giuditta per chiudere gli occhi e abbassare il ponte levatoio che permetteva  il transito sul fossato, consentendo di proseguire lungo la via che portava in terra veneta, pensò con rammarico  l’hidalgo) lo rassicurarono con forti e convinte espressioni di obbedienza e fedeltà (anche troppo forti e troppo convinte, analizzò lo spagnolo) che da lì non era passato alcuno, né a piedi, né a cavallo, né, tantomeno, in carrozza. Gli altri cinque soldati dormivano,  per poter dare loro il cambio.

L’hidalgo ordinò al comandante di svegliarli immediatamente e di far sellare cinque cavalli,  perché gli occorrevano per un servizio immediato. Li avrebbe interrogati strada facendo, ma già sapeva che non gli avrebbero saputo dire alcunché.

“Maledetti italiani!” – masticò tra i denti l’hidalgo mentre aspettava il drappello che lo avrebbe accompagnato nella sua ronda improvvisata. – “Tutti corrotti, pavidi e incapaci! Se soltanto avessi avuto con me dei soldati spagnoli!” Ma ora  non c’era tempo per rimpianti e supposizioni. Adesso doveva credere per agire e agire per credere, come gli aveva insegnato il suo maestro Geronimo Huesca.

21.continua…

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Capitolo Secondo

Quando l’hidalgo Pedro Domingo Mendoza Martinez si accommiatò dal suo ospite, il vice-legato Pasini-Frassoni, si sentiva di buonumore.

Il buon cibo e i vini dispensati generosamente alla mensa del prelato erano stati il giusto complemento al suo stato d’animo, ma non ne costituivano le ragioni più profonde.

Se ne era reso conto durante i dialoghi conviviali intrattenuti con il vice-legato e gli altri ospiti convitati (la solita ristretta cerchia di sempre, comunque già troppo numerosa per il suo carattere schivo e riservato), ma più che sufficiente per stimolarlo a fare il punto della situazione delle sue indagini.

Senza sbilanciarsi più di tanto, come era suo solito, l’emissario dell’Inquisizione Spagnola, rassicurò i due interlocutori italiani che presto il De Regis avrebbe confessato le sue colpe e gli sarebbe stato consegnato per subire la giusta punizione.

E lui se ne sarebbe potuto finalmente andare via da Ferrara.

Adesso, mentre la  carrozza lo riconduceva a quella che un tempo era stata l’osteria del Buon Samaritano, dove egli aveva eletto la sua base operativa sin dal suo primo arrivo in città, la sua mente riandava agli ultimi avvenimenti.

E,  complici il grato silenzio del suo accompagnatore  (il buon Gesuita, con le mani giunte raccolte nel suo grembo,  recitava con un movimento impercettibile delle labbra le orazioni ignaziane della sera),  e il buio profondo di una notte senza luna, animata soltanto dal frinito delle cicale,  appena percettibile, in lontananza,  sul rumore della carrozza che filava nel sentiero lungo  la campagna di Bellaria, prese a vagare oltre, finalmente libera dagli assilli e dagli impegni quotidiani.

L’hidalgo si ripeté di essere davvero soddisfatto dei risultati della sua indagine. Dopo gli incombenti di rito e gli inevitabili commiati,  si sarebbe recato a Roma, per relazionare al suo ambasciatore e poi finalmente avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

Era stanco dell’Italia e degli  italiani: troppo divisi e così intrisi di pazzia che neppure i loro sprazzi di genialità riuscivano a farglieli  accettare.

Molto meglio la solida compattezza della sua patria! Stando lì, anche la geografia gli dava un senso di protezione, con solo l’oceano dietro le sue spalle e tutto il resto del mondo davanti. E come sarebbe stato più  bello e vivibile il mondo se la Spagna avesse potuto estendere il suo potere diretto su tutta la penisola, almeno sino a comprendere tutti quegli inutili e ridicoli ducati, dalla Sicilia spagnola sino alle Alpi e anche oltre! Compresa naturalmente la dannata, ribelle Repubblica di Venezia! Così sì che Sua maestà il Re avrebbe potuto ridimensionare la Francia di Luigi XIII e quell’intrigante del cardinale Richelieu!

Una volta sottomessa la Francia il mondo sarebbe stato interamente  spagnolo e tutto veramente cattolico! Non appartenevano gli altri territori europei ai cugini del re Felipe? E non erano forse anch’essi cattolici?

Sarebbe stato così molto più facile, estirpare la mala pianta dell’eresia. Allora sì che si sarebbe potuto gridare,  ad alta voce e senza tema di smentita, ”Dio è Spagnolo!”

20. continua…

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Parte Seconda

Fine Capitolo Primo

E la scelta si mostrò azzeccata. Per quanto infatti fosse stato tempestivo  il suo intervento, dopo l’arresto di De Regis,  il povero Carminate era  uscito alquanto malconcio, non solo nello spirito, ma anche fisicamente, dalle mani del carnefice Tenoch.

Per estorcergli  la confessione, l’orrido discendente degli Aztechi, dopo averlo legato al tavolo della tortura (proprio dove lo aveva trovato Giuditta il giorno della liberazione), aveva cominciato con il somministrargli forti dosi di acqua, da sei litri alla volta; poi aveva proseguito procurandogli delle bruciature su tutto il corpo con dei carboni ardenti; indi aveva iniziato a strappargli le unghie dei piedi e brandelli di carne.

Fortuna che dopo ogni seduta di tortura Don Agostino Barozzi aveva imposto come protocollo una seduta di riflessione spirituale, nella quale in realtà egli tentava di convincere il prigioniero della inutilità di resistere alle torture fisiche, quando un’ampia e conclusiva confessione avrebbe invece portato alla loro cessazione immediata ed al perdono confessionale (quello giuridico sarebbe arrivato soltanto in seguito).

Se così non fosse stato, il povero De Regis sarebbe stato fatto a pezzi dal sanguinario torturatore e forse avrebbe anche potuto morire. Nelle confessioni con il gesuita, invece, egli ebbe modo di acquisire una forza spirituale che gli rendeva, se non meno atroci, almeno più sopportabili le sofferenze fisiche.

E intanto vuotava il sacco dei suoi veri peccati.  Le sue sregolatezze  sessuali;  gli inevitabili inganni propri della sua professione di orafo; i suoi dubbi sull’esistenza di Dio e sulla buona fede di certi uomini di fede (ma questi dubbi, lo consolò il Gesuita, li condivideva con lui). E dopo ogni confessione si sentiva, ogni volta,  un poco più sereno.

Certo,  se non fosse intervenuta la liberazione,  il prossimo passo sarebbe stata la confessione sperata dall’hidalgo: la sua adesione a qualche dottrina eretica, protestante o calvinista in odio all’ortodossia cattolica e all’autorità indiscutibile del papa romano, incoraggiata  con la lettura di libri proibiti, messi all’indice dalle infallibili autorità ecclesiastiche, amplificata ed aggravata dalla pubblicazione di scritti oltraggiosi che mettevano in dubbio i dogmi irrinunciabili della fede cattolica.

Presagendo che l’hidalgo avrebbe immaginato la loro destinazione (che era Venezia) e per dare modo al De Regis di riprendere un aspetto decente e presentabile, Giuditta scelse di non percorrere la via Romea (quella più celere per giungere alla capitale della Repubblica Serenissima) e per depistare i probabili inseguitori fece finta di dirigersi verso Padova, fermandosi però in una isolata locanda nei pressi di Pontelungo. Da lì, poi, una volta rimessosi il prigioniero liberato, si sarebbero recati a Venezia dove Giuditta, oltre all’ambiente ostile agli Spagnoli, poteva contare sull’eventuale aiuto di certi cugini, di cui lo sfortunato padre gli aveva spesso parlato e di cui essa serbava nomi e indirizzi in certe carte di famiglia, frutto di una serie di contatti che negli anni erano intercorsi tra le diverse famiglie.

 

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Parte Seconda

Capitolo Primo

Nonostante gli eventi successivi alla cattura di Marino De Regis, si fossero susseguiti in modo repentino e rocambolesco, come certo ricorderà l’attento lettore, Giuditta Maier aveva elaborato un piano particolareggiato per sfuggire indenne alla probabile reazione furiosa dell’hidalgo persecutore.

Il salvacondotto del legato pontificio, che gli era stato procurato da uno dei più assidui frequentatori  dell’alcova dorata della Sconcia,  la metteva al sicuro, insieme ai suoi due accompagnatori, dai controlli formali in cui fossero incorsi da parte delle milizie venete; ma chi l’avrebbe protetta dalla caccia che le avrebbe scatenato contro l’inquisitore  spagnolo?

Certo, in terra veneta, come le aveva a lungo spiegato lo stesso Don Agostino,  la potenza spagnola faceva meno paura; e neanche lo Stato Pontificio poteva vantarsi di avere un valido ascendente sulla Serenissima. Non di meno, aveva riflettuto l’astuta donna, anche il Veneto e Venezia pullulavano di spie spagnole e pontificie; e non mancavano neppure dei Veneti prezzolati e simpatizzanti del papa, soprattutto tra i religiosi del clero secolare.

Come suo solito Giuditta aveva pianificato il suo progetto procedendo per gradi e calibrando nel giusto tempo le singole mosse.

Per prima cosa, dopo aver liberato il prigioniero,  doveva giocarsi al meglio la carta del terzo accompagnatore da includere nel salvacondotto.

Chi sarebbe stato meglio scegliere? Un fidato parente? Meglio di no; già aveva incomodato uno dei suoi fratelli, ottenendo il prezioso passaggio nel suo barcone mercantile; forse un valoroso uomo d’arme che la proteggesse durante il periglioso viaggio? Troppo pericoloso; costui avrebbe potuto facilmente prendere il sopravvento e derubarli per poi scappare in cerca di un altro padrone; o magari uno dei suoi amanti della Sconcia? Neppure questa scelta le parve appropriata; a parte che i suoi amanti si limitavano, per lo più,  a pochi anziani e debosciati; ma poi aveva in animo di cambiare vita da molto tempo; e adesso le si presentava l’occasione giusta; tanto più per  il sentimento nuovo che provava per Marino  De Regis, da cui non disperava di essere ricambiata, nonostante  i suoi trascorsi di scarsa moralità.

Il busillis glielo sciolse, forse senza saperlo, lo stesso Don Agostino Barozzi, parlandogli di un ebreo cristianizzato, un tale di nome Iseppo  Moriesca, esercente la professione di medico, che era stato denunciato al suo tribunale da alcuni conoscenti, per aver mangiato carne in periodo di quaresima e, ancor peggio, per aver asserito che dall’inferno sarebbe stato possibile, con le giuste preghiere, tirar fuori i propri cari defunti, cosa che contrastava assai con la dottrina  della madre Chiesa e i suoi insegnamenti . Ma lui, Don Agostino, era convinto trattarsi di accuse false. E comunque considerava che ci fossero cose assai più gravi che dovevano interessare il suo ufficio.

Fu un insperato colpo di fortuna. Un giovane, mezzo ebreo come lei, seppure, a quanto pare, non praticante in alcun modo, in grado di provvedere a dare la prima assistenza al povero Marino De Regis, che sicuramente, dopo il trattamento subito, avrebbe avuto bisogno di cure importanti ed appropriate e per di più giovani abbastanza da costituire una protezione anche agli occhi dei semplici malintenzionati. Così  Giuditta, tramite l’alto prelato, ottenne che il giovane medico l’accompagnasse nella fuga, ottenendo il duplice risultato di sottrarlo agli strali dell’inquisizione e di legarlo a lei come fido collaboratore.

 

18 – continua…

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

 E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

11. continua…

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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