Articolo taggato “poesia”

Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

 

12. continua…

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APPELLO DELL’INFOIBATO

Se trovate uno scheletro

 legato con il fil di ferro

 ad un altro scheletro,

 legato ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello son’ io.

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

 in quei recessi contorti

che si  chiamano foibe.

Avvolgetemi, ve ne prego,

 in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

Non odio nessuno e  perdono tutti.

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

                                                   ignazio salvatore basile

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«Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»

Con questa motivazione l’Accademia svedese ha attribuito il premio Nobel per la letteratura 2016 al cantautore Bob Dylan.

Sono un estimatore del cantautore nordamericano da molto tempo.

Mi sono cimentato sin dai primi anni settanta nella traduzione dei suoi brani più orecchiabili. Ho considerato i suoi  testi  altamente poetici, onirici e visionari come si conviene ad un grande poeta.

Non parlo solo di Blowing in the wind, di The times are changing e di Mr Tambourine man. Parlo di gran parte della sua produzione.

Devo però confessare che da giovane non lo consideravo un grande  musicista ma un menestrello (nel migliore e più alto dei significati possibili).

Oggi forse il mio giudizio sulla sua cifra stilistica di musicista andrebbe rivisto.

Non di meno preferisco continuare a considerare come un grande poeta.

Sono decenni che desidero di vedere nelle nostre antologie scolastiche i brani di Bob Dylan, di Fabrizio De Andrè, di Francesco De Gregory, di Leo Ferrè e di tanti altri; lo dico senza togliere niente ai Leopardi, ai Carducci, ai Pascoli e ai D’Annunzio (Leopardi in particolare è il mio poeta preferito).

Dico solo che le antologie su cui studiano i nostri ragazzi andrebbero svecchiate consentendo l’ingresso di questi nuovi poeti.

Forse con il Nobel alla letteratura di Bob Dylan qualcosa sta cambiando.

Finalmente.

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No, tu non eri pronto per il viaggio verso l’universo

Nel Tutto infinito che ci circonda

E del quale non siamo che una piccola pausa spazio-temporale,

invisibile pulviscolo nelle complesse ruote del Cosmo.

No, tu non eri pronto!

Chi lo sa cosa farai ancora dentro quei tuoi panni di uomo?

Dentro il tuo tempo puoi essere che puoi, ciò che vuoi.

Un uomo assorbito nei suoi affetti, nei suoi amori,

con molte gioie, mille piaceri, tanto potere

ed un tramonto grigio e disperato;

Un uomo solo, che cerca tra la sua gente

Le verità nascoste dietro ai pregiudizi

E riposte negli anfratti della nostra mente,

nelle pieghe antiche del Libro del Mondo;

oppure  andrai lontano, spinto dalla paradisiaca,

ulissica volontà di sapere,

oltre i confini del consosciuto!

No, tu non eri pronto per il tuo viaggio nell’Universo.

Ti hanno fermato i visi amati, ahi, quanto amati;

i tuoi mali, il tuo misero potere;

o forse era solo la tua barca,

ancora troppo fragile per affrontare

il mare fluttuante di misteriose tempeste nello Spazio.

Dovrai godere e soffrire ancora,

racchiuso in quei confini di materia,

prima che tu possa meritare di ricongiungerti

alla Divina Unità che Tutto ha generato.

Ignazio S. Basile

Villasor 1983

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Vorrei poter sentire

quelle canzoni d’amore

che non si sentono mai

chiuse dentro ai cassetti

inespresse nei cuori incompresi

Vorrei palpitare

per quelle carezze

mai date e mai avute

per quei sospiri

che scuotono l’anima

come le onde

mai quiete del mare

Vorrei poter coprire la terra

come dal cielo quando pare avvolta

ed asciugare d’ogni angustia il pianto

ogni dolore e sofferenza.

Vorrei poter sentire

e sento

che Dio da qualche parte

ascolta e prende parte

a questo gran tormento

che ci ha regalato

con la vita.

i.s.b.

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Son tutti andati

quei duellanti

dinanzi ai quali

soccombevano

altri invincibili

E son finiti

quegli amori

che sfidavano

il tempo

Son crollate

anche le mura

e quelle torri

che gagliarde svettavano

in cielo.

Solo Tu, Signore,

durerai in eterno

Cagliari 2013

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Salmo 50

Preghiera di Davide penitente

Dio, fammi sentire gioia e letizia;

distogli lo sguardo dai miei peccati;

rinnova in me, oh Dio,  la Tuaamicizia;

rendimi la gioïa dei salvati.

Esalterò semprela Tuagiustizia!

Tu non disprezzi i cüori umiliati.

Contro di Te, contro Te  ho peccato.

Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto!

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Dal Capitolo 20 del Vangelo secondo Matteo

VV 1-16

Doppio Schema di Ballata Grande: AbBA CDE DCE EfFA

La Parabola degli Operai

 

Il Regno dei Cieli è come un padrone

Che all’alba uscì a chiamare

Gli operai a giornata per zappare

La sua vigna! Una retribuzione

Di un danaro promise a ciascheduno!

Riuscì, poi, alle nove del mattino

E vide altri operai disoccupati!

- “ Volete lavorare per il vino

Mio futuro? Vi compenserò, uno

Per uno, con il giusto!” E gli sbandati

Andarono alla vigna! Trovati

Degli altri a mezzogiorno

Ed alle tre, ancora lì attorno,

li mandò all’istessa destinazione!

Verso le ore cinque uscì nuovamente,

ne vide altri e disse loro:

-“ Perché ve ne state qui con disdoro?”

- “ Non siamo oziosi volontariamente!”-

Gli risposero. Ed Egli li mandò

Nella sua vigna! Alla sera il padrone

Disse al fattore: – “ Chiama gli operai

E, invertendo l’ordine d’assunzione,

dà loro la paga!” Gli precisò

con queste parole: – “ A ciascuno dà

un danaro.” Ma quando toccò ai

primi giornalieri, questi lo presero malvolentieri!

-         “ Non hanno lavorato quasi niente!”-

Dissero al padrone malamente!

 -“Io non ti  sto rubando!” – Egli  rispose.

Gli ultimi son primi,  come Io ho in mente!”

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Io sono il pane vivo

chi ne mangia, in eterno

vivrà. Il Padre Superno

mi ha mandato. Non schivo

      chi m’accoglie e di carne

mia si ciba. Dal Cielo

son disceso e vi svelo

che a non necessitarne

   sarà chi crede in me.

E la Risurrezione

Per volontà di Dio Iavèh

Io porto per dazione!

   Colui che di me mangia

E beve, dentro me vivrà,

come io vivo per Abbà,

mio Padre, ed ei sì cangia,

     non come quel che gl’antichi

padri un dì nel deserto

ebbero per nutrimento,

finchè non si glorifìchi”.

All’udir queste parole

La gente si partì a metà:

chi lo vedea come il sole,

profeta di gran verità;

2. chi, cieco per ignoranza

o mala fede, la legge

di Mosè e le avite regge

abusava ad oltranza

 e non vedeanla Luce,

e Chi,  prima di Abramo,

già era. Anzi all’amo,

per recargli fine truce,

 i Giudei chieser aiuto;

perché le mani addosso

mettergli avrian voluto,

come un toro verso il rosso!

 E avean le pietre pronte,

ma dato che non ancora

era giuntala Suaora

ascose a lor la fronte!

 

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Dal Vangelo secondo Giovanni

Capitolo X

vv 1-10

” Io entro nell’ovile come amico

il ladro entra soltanto per rubare:

in verità, in verità vi dico

è  ladro e brigante chi suole entrare

per altra parte che non sia la porta!

Io sono il Buon Pastore e per portare

al mio gregge la vita ed ogni scorta

copiosa di pascolo son venuto!

Sappiate che son la porta

per mezzo della quale

al Padre mio si sale!

Come un pastore che esorta

chiamo gli ovi uno ad uno

e poi cammino avanti;

ma di ladri e briganti

non ne seguono alcuno.

Per essi do la mia vita

ma non coattivamente;

e quando sarà finita

la riprendo nuovamente.”

Pur su ciò sorse contesa:

chi un demonio ‘l vedeva

chi un profeta  ’l diceva;

e d’altro essa era accesa.

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Come è noto a tutti La Società Dante Alighieri è un Ente Morale riconosciuto dallo Stato in ragione delle sue molteplici attività finalizzate al soddisfacimento di interessi collettivi a carattere etico o morale.

La Dante organizza conferenze, mostre d’arte, concerti spettacoli, viaggi di studio e viaggi di istruzione. La Dante  ha anche centri di assistenza culturale e sociale ed opera ovunque di concerto con le istituzioni e le altre associazioni culturali più importanti.

La DanteAlighieri è la più diffusa organizzazione culturale del mondo. Essa ha sedi  (che nelle città più importanti prendono il nome di  Comitati Cittadini) in tutti e cinque i Continenti e in oltre 400 città.

A Cagliari il Comitato è stato rifondato dice anni fa, dopo un periodo di chiusura durato ben trenta anni.

Esso si propone di assolvere ogni compito istituzionale, compresi quelli più immediati al servizio dei cittadini.

Nelle recenti elezioni l’Assemblea del Comitato cittadino di Cagliari ha eletto il nuovo presidente nella persona di Giovanni Mario Maesano.

Nella prossima ruinione si provvederà ad eleggere i gruppi di lavoro che affiancheranno il presidente nell’opera di rilancio della Dante di Cagliari. Verranno eletti  anche i delegati che si recheranno a Roma per partecipare all’Assemblea Nazionale.

A tutti un augurio di buon lavoro. E lunga vita alla Dante.

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Oggi è la giornata internazionale della Poesia. L’Italia, Paese di santi, navigatori e poeti, è dunque in festa!

Ma cos’è esattamente la Poesia?

Oggi che ci sono più poeti e scrittori che lettori, ha ancora un senso parlare di Poesia?

Mi tornano in mente i versi graffianti di Vecchioni (… ipoeti si fanno le pippe… e han visto la guerra con gli occhi degli altri…); oppure quelli altrettanto espliciti di De Gregori (Mussolini ha scritto anche poesie… ipoeti che brutte creature ogni volta che parlano è una truffa…); poi mi rifaccio la b occa pensando al poeta di Bruno Lauzi; oppure ai poeti francesi ripresi in Italia da De Andrè.

Insomma, c’è poesia e Poesia.

In realtà ci sono i bozzettisti, i piagnoni, i romantici, i satirici, i ritrattisti, gli incompresi, i solitari, i segaiuoli..- poi ci sono i Poeti.

Non voglio scomodare Melpomene, Erato e Calliope ma questo tsunami di versi che sembra avere travolto questo mondo globalizzato e alfabetizzato mi sembra abbia poco a che fare con le Muse e lel loro rigide regole poetiche.

Oggi, per recuperare un poco della dignità perduta, i poeti dovrebbero rileggersi (o leggersi?) le vecchie regole della tecnica poetica, almeno  in termini di metrica, ritmo e sillabismo, così da porre un argine a questo effluvio dilagante di versi che sta sommergendo il mondo e la rete; poi sarebbe bene rileggersi (o leggersi?) i grandi poeti della classicità: Omero su tutti; ma anche Dante, Leopardi, Manzoni, Foscolo, Carducci e Pascoli (cito a caso; ma ci sono altri grandi poeti da leggere prima di scrivere).

Ancora,  ogni poeta, per dirla con Orazio, dovrebbe aspettare almeno nove anni, dopo avere composto i suoi versi, prima di pubblicarli; e nel frattempo lavorar di lima (labor limae, la chiamava l’Autore dell’Ars Poetica).

Infine (ma siamo solo alla fine dell’introduzione di questo improvvisato mini-manuale “Essere poeti oggi”) ogni poeta dovrebbe ricordarsi, almeno quando compone i suoi versi, che il centro del mondo non risiede nel suo ombelico, ma che al contrario, noi uomini siamo atomi alla deriva, nella periferia del Cosmo il cui centro qualcuno chiama Dio ma che qualunque cosa sia è raggiungibile solo attraverso una continua ricerca fatta di studio, pensiero, riflessione, meditazione, umiltà, modestia e chissà cos’altro ancora.

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Michele R. è un ingegnere nato in un paese della campagna romana che egli lasciò ancor bambino per  trasferirsi a Roma dove , con personale fatica e soldi dei genitori, conseguì la laurea in ingegneria civile nell’Università la Sapienza.  Ma non trovò lavoro in Italia e dovette emigrare  in un paese africano.

Tornato nel paese natio dopo vari anni ed una vita travagliata, tentò lì di esercitare la professione nella quale si era laureato, ma non ebbe il successo sperato.

Decise perciò di diventare scrittore, come tanti altri che avevano avuto sorte simile alla sua e mi piace ricordare che molti scrittori e poeti famosi cominciarono l’attività letteraria dopo aver rinunciato alla professione prescelta, es. il Petrarca e il Boccaccio che avevano studiato per diventare avvocati e perfino il Goldoni seguì la stessa via, il padre l’aveva destinato alla professione forense ma lui preferì scrivere commedie.

Camilla Cardella è una giornalista che, avendo casualmente acquistato in una bancarella un suo libro,  lo volle conoscere personalmente ed intervistare.

La poesia che segue piacque a Camilla e face in lei nascere il desiderio dell’intervista per saperne qualcosa di più . Segue un sunto dell’intervista.

 

Io non ho fatto altro che rivendicare i diritti

che la Costituzione Repubblicana riconosce a ogni cittadino:

che mi fosse data la possibilità

di compiere i doveri che la mia laurea

in ingegneria civile, ottenuta con mia  personale fatica

e spesa notevole della mia famiglia e dello stato mi imponeva,

esercitare la mia  professione di ingegnere

nel paese dove sono nato e dove sono cittadino,

nel rispetto delle leggi emanate dallo stato

allo scopo di permettere una crescita urbana

obbediente ai criteri della ragione e dell’equità,

non rovinosa per l’ambiente naturale  e non insalubre per i cittadini.

In presenza di voci dubbiose e malumori

diffusi fra la gente sulla gestione degli affari comuni,

io ho chiesto che il Sindaco  spiegasse in un pubblico dibattito

le ragioni del proprio operato,

perché chi riceve dal popolo la propria autorità

è giusto che al popolo renda ragione

di quello che spende e di quello che fa.

Meraviglioso e degno di essere tramandato ai posteri

è stato il comportamento di amministratori e pubblici ufficiali.

Io avevo semplicemente chiesto il rispetto delle Leggi

che il Parlamento aveva emanato, il Comune recepito

e le guardie e i giudici vigilare a che fossero applicate.

E guardate voi cittadini per bene  cosa mi è stato risposto:

“ In questo paese non c’è mafia,e siamo tutti persone oneste,

la gente si vuol bene, nativi ed immigrati sono tutti amici,

l’amministrazione è in buona fede e non dice bugie.

L’architettura fiorisce, dalla piazza fuori porta

recentemente restaurata si gode una vista meravigliosa.

Che dire poi dei nuovi insediamenti industriali?

Dell’agricoltura? Dell’allevamento?

Sei tu l’unico scontento, l’unico infelice!”

“ Ma io avevo soltanto chiesto

perché certe costose opere pubbliche

sono state abbandonate non finite,

perché  lottizzatori privati

non hanno rispettato gli impegni presi!”

“ Hai visto luoghi dove si fa altrimenti?

Vai pur là e porta con te le tue domande!”

 

Michele racconta come  al ritorno in Italia  si fosse stabilito con la propria famiglia nel paese dove era nato, Boscobello in provincia di Roma, e lì avesse tentato di intraprendere la libera professione di ingegnere.. Il momento gli sembrava favorevole per tale attività, perché il paese che. fino a pochi decenni prima era un piccolo villaggio agricolo con poco più di  mille abitanti, si era grandemente esteso, sia per la vicinanza a Roma , sia in conseguenza della costruzione di una nuova strada a scorrimento rapido. Proprio a causa di questa urbanizzazione , avvenuta in maniera alquanto selvaggia, cioè senza regole e controllo alcuno da parte delle autorità,  il paese era stato al centro di un grosso scandalo edilizio che coinvolgeva addirittura un capo dello Stato : era semplicemente accaduto ciò che stava accadendo in tanti altri paesi italiani prossimi alle grandi città , diventati appetibili agli abitanti delle città vicine in virtù della motorizzazione diffusa e delle nuove strade. Le sue campagne erano state prese d’assalto da lottizzatori forestieri, i quali avevano costruito le case senza preoccuparsi delle opere pubbliche che  l’urbanizzazione comportava e neppure del decoro e della tutela del paesaggio.

 La gravità del problema era stata compresa , o almeno sembrava che fosse stata compresa  a livello nazionale dai governanti del tempo, che per porre un freno alla speculazione edilizia avevano emanato nuove leggi che  imponevano ai comuni, anche piccoli, di dotarsi di piani regolatori che definissero le aree destinate all’edificazione urbana e quelle lasciate all’agricoltura. Per ottenere il permesso di edificare non bastava più la semplice licenza, ma si voleva il rilascio di una Concessione per ottenere la quale bisognava pagare una tassa  i cui proventi sarebbero stati utilizzati per la costruzione delle opere di urbanizzazione, strade, fogne , scuole, giardini etc.. (Legge Bucalossi). Questa legge aveva proprio lo scopo di proteggere l’ambiente dai nefasti effetti dell’abusivismo,  evitando che si costruissero interi quartieri privi di opere pubbliche, le famose borgate,  per risanare le quali il Comune di Roma aveva speso cifre ingenti.

 Coloro che avevano fino ad allora costruito abusivamente potevano mettersi in regola,  pagando quanto dovuto secondo la legge Bucalossi, oppure impegnandosi a costruire  a loro spese la parte delle opere di urbanizzazione  che ad essi toccava in proporzione di quanto avevano costruito. Un’altra legge, la legge Merli, era stata emanata con lo scopo di proteggere le acque ed i terreni dall’inquinamento che l’urbanizzazione e l’industrializzazione comportavano. Fino ad allora le fogne, anche quelle nere, scaricavano solitamente nei corsi d’acqua o direttamente nel terreno appena fuori dei centri abitati senza subire alcun trattamento preliminare.

 Michele racconta come  l’amministrazione comunale di Boscobello, in ossequio alle nuove leggi, avesse stipulato  convenzioni con i lottizzatori presenti nel suo territorio, i quali si erano impegnati a costruire  a loro spese le opere di urbanizzazioni secondo ciò che prescriveva la legge in cambio della sanatoria degli abusi, ed avesse anche fatto costruire un depuratore delle acque di fogna, che però era  stato abbandonato prima ancora di essere completato e reso operativo.. Michele, in quanto ingegnere, il primo ingegnere laureato nativo di Boscobello, fu anche messo nella Commissione edilizia, ma vi rimase per breve tempo, fino alle elezioni successive. Accadde infatti che in queste elezioni il Sindaco che aveva stipulato le Convenzioni, lo stesso che aveva fatto costruire il depuratore, fosse sconfitto e tornasse in carica proprio colui che in una ventennale amministrazione, aveva permesso tutti gli abusi.

Costui non si curò per niente né del depuratore ,né di far rispettare gli impegni presi.

Michele, condotto a vedere il depuratore , essendo ingegnere idraulico, si rese conto che esso era stato abbandonato  perché  sbagliato nella progettazione , mancando di parti essenziali: ma questo era un problema comune a tantissimi depuratori costruiti in Italia in quel periodo, perchéla LeggeMerli, buona nelle intenzioni, non teneva conto che in Italia  c’era  poca esperienza nel campo della depurazione delle acque e poche delle tante imprese che in quel periodo avevano intrapreso quell’attività , avevano la competenza necessaria per farlo.

Egli scrisse allora al Sindaco chiedendogli che facesse periziare il depuratore e , nel caso si riscontrasse la sua inadeguatezze, pretendesse dai costruttori, che avevano anche progettato l’impianto, che lo mettessero in grado di farlo funzionare o pagassero perché lo facessero altri. Non ottenne dal Sindaco nessuna risposta.

Gli scrisse poi a proposito delle opere di urbanizzazione che i lottizzatori si erano impegnati a costruire in cambio della sanatoria e che non avevano costruito. Non ottenne risposta.  Mandò allora i suoi esposti al Tar, Tribunale Amministrativo del Lazio, e dopo aver aspettato molto tempo che qualcuno rispondesse, spedì il fascicolo ai carabinieri. Nessuna risposta, ma poco tempo dopo egli ebbe un grave incidente e in seguito problemi medici a non finire. Da allora nessuna Amministrazione del paese si è più rivolta a lui per un incarico e nemmeno privati cittadini.

Michele pensa che la sua emarginazione progressiva dalla vita sociale del paese sia stata provocata dall’aver  urtato contro gli interessi economici di molte persone ed anche dalla  semplice incomprensione dei suoi concittadini sui suoi propositi. Nel suo paese per decenni l’attività economica più redditizia era stata quella delle costruzioni, l’edilizia e tutte le attività ad essa connesse. Molta gente si era arricchita ed altri avevano trovato il modo di vivere dignitosamente. L’edilizia aveva fatto crescere il valore dei terreni una volta agricoli. Attorno all’edilizia si era creato un cerchio di formidabili interessi contro i quali egli aveva urtato, ma , se ci fu incomprensione, questa non fu la sua,  perché egli non si era mai proposto di impedire lo sviluppo edilizio di Boscobello e la sua trasformazione da piccolo paese agricolo in elegante cittadina. Lui semplicemente avrebbe voluto che si costruisse secondo ragione in accordo con un piano regolatore ben progettato e nel rispetto delle leggi e delle norme stabilite dallo Stato onde evitare le ingenti spese che il disordine presente avrebbe comportato nel futuro , ma si scontrò con quelli che avevano già costruito o speravano di costruire ovunque ci fosse un pezzo di terra edificabile, senza curarsi di piano regolatore ed opere pubbliche.

Molta gente è ancora oggi convinta che chi possiede un pezzo di terra possiede il diritto di costruirci come e quanto vuole, e questo è un problema di cultura più che di leggi. Molto era stato costruito nel paese e molti possedevano terreni dove speravano di costruire, ma il costruito poi lo si deve vendere e per vendere non bisogna far conoscere tutte quelle pecche che potrebbero diminuire il valore dei fabbricati. Tutto deve essere in regola, tutto eseguito in accordo alle leggi, le quali si devono adeguare alla volontà dei cittadini.  Perciò, in casi del genere, la gente semplicemente nega un qualunque abuso contro l’ambiente e contro le leggi,, ma ciò accade ovunque in Italia e guai a chi mette in piazza i panni sporchi del paese. Così mentre egli con le sue denunce pensava di farsi un merito, incorse nella riprovazione generale e certamente nell’odio di alcuni.

A giustificazione del proprio operato , dopo molti anni dagli episodi narrati, Michele oggi afferma che le sue previsioni di allora si sono avverate: il paese ha decuplicato la sua popolazione espandendosi su un’area molto grande grazie all’afflusso di molta gente in gran parte proveniente da Roma ed altri luoghi lontani, ma lo stato dei servizi pubblici è deplorevole, la popolazione è quasi totalmente dipendente dalle automobili private per gli spostamenti anche quelli necessari alle più comuni esigenze della vita: andare a far compere, portare i figli a scuola, andare dal medico o in farmacia e quasi sempre la sede del lavoro è lontana. Ogni famiglia è costretta a possedere due automobili, con quello che costano! In molti luoghi mancano le fogne e la morfologia del territorio rende costoso il costruirle, le strade che ricalcano gli antichi viottoli di campagna sono strette e tortuose.

Ma la cosa forse più negativa è che non esiste più una comunità  che possa dirsi propria del paese: ormai essendo le case così lontane le une dalle altre  e mancando un centro di aggregazione collettiva ognuno vive per sé.

A cura di Angelo Ruggeri

Terzo premio  nel concorso AlberoAndronico di Roma 2013

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Il Battesimo di Gesù

“ In te Io mi sono assai compiaciuto!
Sei proprio tu  il mio figlio prediletto!”
E prima che il rito fosse compiuto

Lo Spirito discese sull’Eletto,
Colombiforme, dal ciëlo aperto!
Come Isaia aveva già predetto,

- “Voce di uno che grida nel deserto:
È il Messaggero che spiana la via
A Colui che primazia ha nel merto

su qualsivoglia umano e  chicchessia!-“
Così Giovan Battista nel Giordano,
tutti coloro che dalla Giudìa,

da Gerusalemme e da più lontano
Ivi accorrevano, li battezzava!
E, anche se può apparire strano

Poichè dinanzi a Lui per certo stava,
ei battezzò umile e senza vanto
Gesù, Il Quale non con ciò che lava

Battezzerà, ma con Spirito Santo!
Lo stesso che per ben  quaranta giorni
Lo spinse nel deserto al fin del Canto!

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Due cose mi chiede vostra signoria: la prima, a cosa sia utile la poesia nel mondo, e la seconda se piaccia di più il racconto di una storia felice, o uno che faccia piangere o spaventi. Risponderò brevemente come è mia abitudine..

Alla prima domanda, posta così in generale, non so cosa risponderle, lei dovrebbe specificare se intende l’utile di chi la esercita, o l’utile degli ascoltatori.

A chi la esercita essa è utilissima. Non rida: io so che lei dirà che tutti i poeti sembrano essere una categoria di gente in perenne disgrazia della fortuna.

Il modo in cui vestono, quello come si comportano quando sono in compagnia, dimostrano che non sono benestanti; e se lei volesse giudicarli dall’aspetto esteriore secondo i criteri coi quali la società giudica le persone di successo, essi sono le persone più infelici che vivano su questa terra: ma la vera quiete è quella interiore, non quella che ci proviene dalle cose esterne. Potrà mai, lei o un altro, affermare che non sia felicità il trovarsi in una mansardina con i vetri rotti, qualche crepa sui muri, e tante zanzare attorno, ed essere trasportato dalla fantasia in modo che sembri al poeta di essere in un solitario boschetto di alberi frondosi, sopra i quali dolcemente cantino gli usignoli e fra le cui fronde spirino con grato mormorio soavi venticelli? Chi potrà dire che un poeta sia povero se, quando vuole, ha il capo in campi ricchissimi, in verdi prati, attorniato dagli armenti, ai quali parla come a cose sue, e li tosa quando vuole e ne trae panni e fa panni? Gli altri uomini si devono contentare di quelle donne che trovano: siano pure non belle ed abbiano mille difetti, il poeta se le crea come vuole, bionde, brune, con gli occhi celesti come Minerva o neri come Giunone, capelli d’oro, denti di avorio, mani affusolate e, insomma, con tutte quelle perfezioni che può mettervi un pittore o uno scultore.

Ma queste sono pazzie! D’accordo, ma quali cose non sono pazzie nel mondo? Chi non si nutre di fantasie? Chi non fa castelli in aria? Chi non vive di ombre e di speranze? Questa è l’utilità particolare del poeta.

Quelli che lo ascoltano o leggono le sue poesie, veramente non saprei dire quale utile ne traggano, se non quello di passare il tempo; ma ciò è accaduto perché la poesia si è impiegata in un modo che non si doveva. Essa è nata per dar diletto, e certi Catoni hanno voluto che fosse nata per arrecare utile; così c’è chi l’ha fatta diventare maestra di filosofia, chi di teologia, chi di agricoltura; ed essa di volta in volta andò vestita col mantello, con la toga cattedratica, o con la gonna da contadina.

Al tempo delle sue origini essa era uno sfogo del cuore allegro, si cominciò a ballare e a cantare per ridere; e così avrebbe dovuto rimanere. Io non entrerò ora a dire di tutti i viaggi che fece, né quando cantò gli eroi, né quando imitò sulla scena i personaggi grandi o i minori, perchè la cosa sarebbe troppo lunga tanto per lei, quanto per me; ma dico solo che se qualche utile essa potesse mai fare agli ascoltatori, ciò sarebbe sulle piazze pubbliche, entrando nelle orecchie del popolo. Vostra signoria avrà notato più volte quante persone stiano a bocca aperta ad ascoltare un imbonitore che con alle spalle un qualche quadro o piuttosto imbratto con figurette dipinte, presa in mano la chitarra, al rauco suono di quella, con voce ancor più rauca, canta di qualche strano innamoramento e caso fantastico.

Supponga allora e conceda che un giovanotto con voce bella e intonata, accompagnato da buona musica, canti una storia bene ordita, con stile scelto e con una buona morale che l’accompagni e di quando in quando con gusto squisito rinnovasse le sue storie, non crede lei che questa sarebbe una buona scuola per gli animi delle persone incolte? E non pensa che essa sarebbe grandemente frequentata? In altro modo io non saprei quale altra utilità si potesse trarre dalla poesia a pro degli uomini. Tutto ciò sia detto per una via di dire e non altro.

Alla seconda domanda rispondo che piace di più una storia che faccia spavento, di una che rallegri a vederla. Noi abbiamo in noi stessi un amore fitto e abbarbicato della nostra persona, che ci fa sempre pensare ai casi nostri in ogni occasione. Immagini dunque vostra signoria una pittura, in cui sia rappresentato un uomo che con un volto benefico distribuisca molto oro ad alcuni che gli stanno vicini; ovvero una bellissima pastorella che stenda affettuosamente la mano ad un pastore giovanetto: dall’altro lato immagini una statua di Laocoonte avviluppato dai due serpenti usciti del mare. Nel primo caso il piacere che sente chi osserva le figure rappresentate, verrà intorbidato da un pensiero segreto e quasi non inteso di non essere lui il beneficato dall’uomo liberale o dalla graziosa pastorella: e nel secondo caso l’orrore di vedere quell’atto tragico, verrà compensato da un inconscio piacere di essere libero da quella disgrazia, e questo è più durevole.”

Gaspare Gozzi

Per saperne di più

http://arspoeticamagazine.altervista.org/manifesto-to-be-published

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Cap. 11 di San Matteo

Gli inviati di Giovanni (VV1-6)

Madrigale ABC-ABC-DD

 

Quando ebbe terminato di impartire

Queste istruzioni ai dodici discenti,

Gesù partì di là per insegnare

 

Nelle loro città, mentre le spire

Del carcere a Giovanni le innocenti

Membra avvolgevano. Ei, delle rare

 

Opere di Gesù aveva udito

E pertanto Gli inviò questo quesito:

 

-     “ Sei Tu, Il Messia che deve venire

-     O dopo di Te ne arriverà un altro?”

Gesù rispose a quelli di Giovanni:

 

-     Ciò che vedete andate a riferire:

-     Allo storpio diventa il piede scaltro;

-         Son poveri e lebbrosi senza affanni

 

- e i sordi;  il cieco e fino il morto vede

la luce ancor; beato è chi in me crede!”

 

 

Elogio del Battista (7-19)

 

Ballata Minore AA-BC-BC-CD

AB-AB-BC

AB-AB-BC

 

Mentre questi prendevano il cammino

Gesù prese a parlare del cugino

Alle folle: – “ Che cosa siete andati

A veder nel deserto? Una canna

Sbattuta nel vento? O siete stati

A vedere uno seduto in ciscranna?

Quelli che mangiano la salamanna

Stanno nei palazzi dei re! E allora?

 

II

Che siete andati a vedere davvero?

Un profeta? Anche di più d’un Messia

O d’un profeta;  egli è quel messaggero,

che come predetto da Malachìa

è mandato a preparare la via

davanti all’Inviato del Signore!

 

III

Vi dico in tutta verità: tra i nati

Di donna non è sorto uno più grande

Del Battista! Eppur fra i destinati

Al Regno dei Cieli, che ognor si espande,

non ve n’è alcuno che non renda blande,

al confronto, le sue pur  alte lodi!

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L’Ars Poetica di Orazio è incredibilmente pungente ed attuale anche  se son passati più di 2000 anni da quando il grande poeta latino ha  scritto questa sua opera, nota anche come Epistola a Pisone. L’opera  attirò l’attenzione anche di Giacomo Leopardi che ne fece, nel 1811,   una raffinata trasposizione in ottava rima.

Eccone alcune perle in tutto fedeli all’originale che le ha ispirate.

“Se meritar volete altari o templi/nulla mettete al mondo, o fratel caro,/se nol rimaste pria come un ferraro!”

“Frattanto ognun ricordi d’esser breve/e dilettar oppur giovar si deve!”

“Ma se mai per averne onore e lode/talor voleste voi scarabocchiare/quattro versi, o Pisoni, al genitore/mostrateli o ad un savio e buon  censore;/per molto tempo poi stieno rinchiusi/

ché se un uomo una volta  scappò fuora/non torna indietro neanche dai delusi!”

“Si tollera  il mediocre in qualche cosa;/non nella poesia: così nel miele/non piace  ad una bocca schizzignosa/una mandorla amara come il fiele./

Quanto meglio sarìa scrivere in prosa/per chi nei versi è proprio un uom  crudele/come il pallon lasciar suole e le palle/e il disco abbandonar  chi non ha spalle!”

Meditiamo insieme questi versi,  noi tutti che vogliamo esser poeti!

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Ora tutto scivola

come acqua di fiume

sui sassi;

anche la tua bellezza,

la tua gioventù;

ma io posso amarti

solo col pensiero

rivolto a Dio.

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E’ davvero dura la vita dello scrittore. Io gli scrittori me li immagino sempre chini sulle “sudate carte” a rischio emicrania, esaurimento nervoso e scoliosi; grafomani pieni di complessi, tipo quello straziante di Giovanni Battista, che ne fa dei profeti tanto  inascoltati quanto acclamanti verità che nessuno vuole conoscere, in questo arido mondo dove l’immagine ha soppiantato la parola, l’azione il pensiero ed un fondoschiena o un paio di scarpette chiodate valgono più di un cervello sopraffino, riuscendo a smuovere persino i capitali degli editori, notoriamente imprenditori che fiutano gli scrittori di valore come un maialino salvadanaio i tartufi piemontesi (forse è per questo che preferiscono “rischiare” pubblicando le memorie di un’attricetta in cerca di fama o i ricordi di un idolo del pallone, rigorosamente riveduti, le une e gli altri, dai loro editors di fiducia).

Lo scrittore è l’unico lavoratore” – mi ha scritto Angelo Ruggeri, un raffinato poeta e scrittore, conoscitore come pochi del mondo letterario classico – “che deve pagare per lavorare, anziché essere pagato per lavorare”.

Lamenta a ragione il Ruggeri come in Italia gli scrittori (anche quelli di valore) siano costretti a pagare per essere pubblicati.

Questa anomalia tutta italiana ha svariate e molteplici cause. In primo luogo io ci metterei la scarsa attitudine al rischio degli editori primari, sempre pronti a mettere in moto le loro rotative per i politici sulla cresta dell’onda e per i loro protetti e famigli , sicuri alfieri, non tanto di vendite in libreria, quanto di copiose elargizioni finanziarie e sussidi pubblici (v. c.d. legge sull’editoria); per non parlare della già segnalata predilezione per i libri scritti dagli idoli del pallone e della TV ( l’elenco dei calciatori, delle attricette e dei personaggi della TV che hanno pubblicato dei libri  sarebbe troppo lungo ma sono certo che i loro scritti non passeranno certo alla storia della letteratura).

In secondo luogo segnalerei il fatto che gli italiani, popolo di navigatori, di santi e di poeti, è composto da innumerevoli   poeti scrittori e da pochissimi poeti lettori (pare che il rapporto sia di 50 a 1; in Italia ci sarebbero cioè 50 poeti scrittori per ogni lettore; ed è chiaro che il povero lettore, sommerso da cotanti versi, sia costretto anch’egli a trasformarsi in poeta scrittore ovvero a desistere tout court dalla lettura).

Non voglio toccare il tasto degli editori minori: in gran parte imprenditori improvvisati, privi di capacità gestionali (e a volte anche di scrupoli) che tirano a campare facendo pagare costi e rischi di impresa agli scrittori che, trovando chiusa la porta principale, sono costretti a ricorrere alla stampa a pagamento (inutile aggiungere che una volta incassati i soldi questi sedicenti editori quasi mai si occupano della distribuzione; ed i libri, a centinaia, e qualche volta a migliaia, marciscono nelle cantine dei poveri scrittori, cornuti e mazziati).

Cosa suggerire dunque agli appassionati scrittori che hanno molto da dire e non vogliono rinunciare al piacere di scrivere e di confrontarsi con i lettori?

Io suggerirei, innanzitutto, di non accettare mai dei contratti che prevedano l’esborso di danaro a favore di editori inaffidabili e fasulli; a meno che uno non sia proprietario di una catena di librerie, i 2/3 mila € consegnati all’editore non frutteranno una sola copia venduta e/o distribuita.

Oggi c’è la possibilità di pubblicare on line con la formula del “print on demand”; grazie alla rete un giovane scrittore che voglia farsi conoscere e vedere le sue opere pubblicate, con 500 max 600 € di spesa, ottiene dalle 50 alle 100 copie tutte per sé (da dare in omaggio a parenti ed amici ma anche da consegnare alle librerie in conto vendita); è già un buon inizio e si ottiene comunque la messa in vendita del proprio libro nelle catene di vendita on line (IBS, Autorinediti, Amazon e quant’altro).

Per chi non ama troppo la carta, poi, c’è anche la possibilità di stampare e pubblicare direttamente un e-book (o libro elettronico) che avrà una diffusione ancor più capillare dei libri cartacei tradizionale.

Insomma, uno scrittore può continuare a scrivere senza doversi per forza svenare a favore di editori improvvisati ed incapaci, e in attesa di farsi conoscere per poter accedere finalmente alle pubblicazioni con case editrici che, rischiando in proprio i capitali, saranno costretti ad attivare i propri canali di diffusione e di vendita al fine di rientrare nell’investimento effettuato.

A tal fine può essere utile anche il consiglio di partecipare a concorsi nazionali per inediti di poesia e narrativa, anche qui con l’avvertenza di evitare quei concorsi che richiedano il versamento di quote di partecipazione e di iscrizione; le case editrici serie non ne richiedono ma, alla ricerca di nuovi talenti (è il loro lavoro, in fondo),  investono i propri capitali in concorsi seri, dove sarà loro precipuo interesse valutare gli scrittori che hanno stoffa per poterli lanciare nel mondo dell’editoria e della lettura.

Come ultimo suggerimento (ma non in ordine di importanza) c’è infine quello di aprirsi un blog (più o meno letterario); è un modo di farsi conoscere a costo zero, che offre inoltre l’opportunità di incontrare e conoscere altri poeti e scrittori.

L’associazione culturale “Il Manifesto di Napoli”, senza scopo di lucro ed a titolo totalmente gratuito, è disponibile per ulteriori, più dettagliati suggerimenti per quanti, aspiranti poeti e narratori, vogliano percorrere l’impervia strada dello scrittore.

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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