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Sei tornato al tuo mistero

attraversando un deserto

di solitudine;

per dividire con qualcuno il  dolore

di vivere ci vuole l’ egoismo

che tu non hai mai chiamato amore.

Ora  l’alba del silenzio

ci separa per sempre;

e  rimangono soltanto preghiere

per ringraziarti

di ciò che sei stato.

Villasor, 28 novembre 2013

In morte di mio fratello Pietro Marino

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Da tempo immemore l’uomo va cercando le ragioni della sua esistenza e delle sofferenze ad essa connesse.

Nel  quinto libro del suo capolavoro “De Rerum Natura” Lucrezio elogia Epicuro per il suo sforzo di eliminare la religione dalla vita di ogni uomo (e con essa forse anche le sofferenze).

Quando ero giovane ero convinto che la religione fosse uno strumento in mano dei preti per controllare e condizionare la vita e la mente del popolo;  esattamente ciò che Epicuro sosteneva sin dal III Millennio a.C. con le sue teorie, poi riprese da Lucrezio in “De Rerum Natura”.

Secondo queste teorie l’uomo deve perseguire la sua felicità prescindendo da qualsiasi religione, fede o dio;  e ciò egli deve fare innanzitutto vincendo la paura della morte; d’altronde, chiosava il pensatore greco, la morte non ci riguarda: quando siamo in vita, essa non c’è; quando essa c’è (e cioè noi saremo morti) non ci renderemo conto di esserlo.

Dalla paura della morte, secondo Epicuro, dipendono tutti i nostri condizionamenti.

Secondo Epicuro Dio non esiste affatto.

Poi, in età più avanzata, ho incontrato la fede nell’Unico Dio;  e l’ho trovata attraverso le parole, l’esempio, gli insegnamenti di suo figlio, Gesù Cristo, che discese in terra nei panni di un uomo il cui ricordo ancora commuove e fa riflettere le genti.

Lo so che la mia fede non è una risposta razionale ai pensatori come Epicuro e come Lucrezio; la fede è una ricerca di ragioni: le ragioni per cui vivere, i motivi delle nostre sofferenze, i perché di tante cose;

D’altro canto, se è vero come vero che  Epicuro e tanti altri filosofi greci possono essere considerati degli illuministi ante litteram, allora le risposte alle loro profonde riflessioni le hanno date tanti teologi prima e meglio di me (ma qui non è certo la sede adatta per affrontare simili, ardui ragionamenti).

E neppure voglio diminuire la grandezza del loro pensiero: ho profondo rispetto per i loro sforzi, le loro teorie, gli sforzi intellettuali da loro affrontati per dare delle risposte ai dubbi del pensiero umano; soltanto che non posso condividerli alla luce di Dio.

Non va neppure sottaciuto che probabilmente il pensiero occidentale non avrebbe raggiunto le vette alle quali è pervenuto, ivi compresa quella di accettare la presenza di Dio, senza doverGli attribuire necessariamente le nefandezze dell’umano umano (guerre, egoismo, sfruttamento, inquinamento e quant’altro), senza il grande pensiero dei pensatori  della cultura greco-romana.

Angelo Ruggeri, un brillante studioso dei testi classici, ed in particolare degli autori latini ed italiani, nella sua analisi del pensiero di Lucrezio,  sottolinea l’inutilità delle teorie di Epicuro con riguardo alle sofferenze che l’uomo, in quanto tale, è condannato a patire (sia che creda in Dio, sia che non ci creda).

Come scrive acutamente lo stesso  scrittore Angelo Ruggeri: “ In realtà quasi tutti vorrebbero vivere come Epicuro consiglia perché i suoi precetti sembrano condurre alla felicità, però non lo fanno in primo luogo perché la vita presenta mille difficoltà e mille  dolori che non è nei poteri dell’individuo evitare. Sulla paura delle morte che Epicuro pretende di allontanare col semplice ragionamento:  quando essa c’è non ci siamo noi, l’errore colossale sta nel fatto che gli uomini non temono tanto ciò che possono incontrare nell’aldilà,  quanto temono il nulla, l’annientamento.”

 Propongo per concludere (ameno per adesso) i versi 1-51 del Libro V. Chi ne volesse la traduzione, a cura di Angelo Ruggeri, può andare nel mio blog in lingua inglese attraverso il link in calce al presente post.

In lode di  Epicuro di Lucrezio Caro

Libro V, VV 1-51

 

Chi può con mente possente comporre un canto

degno della maestà delle cose e di queste scoperte?

O chi vale con la parola tanto da poter foggiare

lodi che siano all’altezza dei meriti di colui

che ci lasciò tali doni, creati dalla sua mente?

Nessuno, io credo, fra i nati da corpo mortale.

Infatti, se si deve parlare come richiede la nota

maestà delle cose, un dio fu, un dio, o nobile Memmio,

colui che primo scoperse quella regola di vita

che ora è chiamata sapienza, e con la scienza

portò la vita da flutti così grandi e dal buio immemore

in tanta tranquillità e in tanto chiara luce.

Confronta, infatti, le divine scoperte che altri fecero in passato.

E in effetti si narra che Cerere le messi e Bacco la bevanda

prodotta col succo della vite abbian fatto conoscere ai mortali;

eppure la vita avrebbe potuto essere senza queste cose,

come è noto che alcune genti vivano tuttora.

Ma vivere bene non si poteva senza mente pura;

quindi a maggior ragione ci appare un dio questi

per opera del quale anche ora, diffuse tra le grandi nazioni,

le dolci consolazioni della vita placano gli animi.

E se crederai che le gesta di Ercole siano superiori,

andrai assailontano dalla verità.

Quale danno, infatti, a noi ora potrebbero recare le grandi

fauci del leone nemeo e l’ispido cinghiale d’Arcadia?

E ancora, che potrebbero fare il toro di Creta e il flagello

di Lerna, l’idra cinta di un groviglio  di velenosi serpenti?

Che mai, coi suoi tre petti, la forza del triplice Gerione

tanto danno farebbero a noi gli uccelli  del lago›

di Stinfalo e i cavalli del tracio Diomede che dalle froge

spiravano fuoco, presso le contrade bistonie e l’Ismaro?

E il guardiano delle auree fulgide mele delle Esperidi,

il feroce serpente, che torvo guatava, con l’immane corpo

avvolto intorno al tronco dell’albero, che danno alfine farebbe,

lì, presso il lido di Atlante e le severe distese del mare,

dove nessuno di noi si spinge, né alcun barbaro s’avventura?

E tutti gli altri mostri di questo genere che furono sterminati,

se non fossero stati vinti, in che, di grazia, nocerebbero vivi?

In nulla, io credo: a tal punto la terra tuttora

pullula di fiere a sazietà, ed è piena di trepido terrore,

per boschi e monti grandi e selve profonde;

luoghi che per lo più è in nostro potere evitare.

Ma, se non è purificato l’animo, in quali battaglie

e pericoli dobbiamo allora a malincuore inoltrarci!

Che acuti assilli di desiderio allora dilaniano

l’uomo angosciato e, insieme, che timori!

E la superbia, la sordida avarizia e l’insolenza?

Quali rovine producono! E il lusso e la pigrizia?

L’uomo, dunque, che ha soggiogato tutti questi mali

e li ha scacciati dall’animo coi detti, non con le armi,

non converrà stimarlo degno d’essere annoverato fra gli dèi?

 

Per la versione in lingua inglese di Angelo Ruggeri clicca il link sottostante

http://poetryandmore-albixforpoetry.blogspot.it/2013/08/titus-lucretius-carus-ii.html

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Dante Alighieri (1265-1321) è considerato un gigante della letteratura mondiale di ogni tempo.

Nel suo capolavoro “La Divina Commedia” egli trasfuse tutto lo scibile filosofico, astronomico, storico, politico e letterario allora conosciuto anche se, come sostiene lo scrittore Angelo Ruggeri (che sta predisponendo un volume su Dante e il suo tempo, che vuole essere anche una risposta alle imprecisioni contenute nel recente libro ‘Dante in love’ dello scrittore inglese  A.N. Wilson, che tante polemiche ha suscitato anche in Inghilterra ), è un errore attribuire a Dante personalmente tutto quanto messo in bocca ai suoi personaggi della Divina Commedia.

Lo scrittore mi ha fatto avere alcuni spunti che egli svilupperà nella sua prossima pubblicazione dedicata al sommo poeta.

Ecco di seguito, in sunto, quanto sostenuto da Angelo Ruggeri:

In una Italia preda di violenze e guerre, dove non c’era posto per chi rimaneva neutrale, egli fu costretto per sopravvivere ad appoggiarsi ai ghibellini, i partigiani degli imperatori d’occidente, ed  in questo suo comportamento  egli seguì le orme del suo Maestro Virgilio che, dopo essere stato espropriato della terra avita e costretto ad emigrare dalla sua città dalle truppe di Antonio e Ottaviano, dovette  rassegnarsi ad accettare la protezione di costui, divenuto Augusto.
Tutto ciò Dante implicitamente lo dice nel momento in cui si sceglie Virgilio come guida nell’attraversamento dell’inferno e del purgatorio e non potrebbe essere più chiaro .
Virgilio scrisse un poema per celebrare le origini di Roma e la discendenza di Augusto da Iulo figlio di Enea, come lo stesso imperatore proclamava, ma le prime origini e i torti subiti non si dimenticano mai : egli era stato privato da Antonio ed Augusto della terra avita, al di là dell’adulazione dovuta al nuovo Principe, vanamente si cercherà in Virgilio una legittimazione del nuovo potere imperiale. Egli resterà sempre il poeta dei popoli italici soggiogati da Roma, il poeta dei contadini privati della terra che vanamente sperano in un salvatore avvenire,  il poeta di Turno e Camilla, difensori dei popoli del Lazio contro i quali Roma condusse guerre molto dure. Proprio come nell’Iliade di Omero, dove l’eroe verso il quale vanno le simpatie del poeta e dei lettori, non si deve cercare fra i greci vincitori, ma in Ettore, il difensore della patria troiana.
Io penso  che  il sostegno di Dante alla causa degli imperatori sia stato dello stesso tipo di quello di Virgilio: un’adesione formale che nasconde una critica sostanziale e distruttiva dell’ideologia imperiale.

Questa dunque la mia tesi:
il passaggio di Dante nel campo dei ghibellini, non proveniva da una conversione interiore, ma  fu imposto da “cause di forza maggiore”,  egli seguì l’esempio del suo amato maestro e di moltissimi altri prima e dopo di lui. Scacciato  come ladro dalla propria città e  minacciato  da una accusa di eresia, egli rischiava il rogo oltre che il taglio della mano e fu necessità  per lui accogliere l’aiuto che gli veniva offerto dalla parte avversa, anche perché come esule politico poteva aspettarsi migliore accoglienza che non come  “ladro fuggitivo”.
A me sembra che nelle scuole italiane questo fatto non sia messo nella giusta evidenza. Nell’esilio Dante scrisse il suo poema (ma si dice che i primi sette Canti fossero già stati scritti in Firenze) e lo chiamò “Commedia”, cui fu aggiunto l’aggettivo ”Divina”, sia per la sua bellezza che per gli argomenti di cui trattava e la commedia  è un genere letterario che- a differenza della tragedia e dell’epica- ammette una rappresentazione  realistica ed ironica dei fatti narrati.
Il poeta Orazio  ci insegna che i personaggi sia della tragedia che della commedia devono agire e parlare coerentemente  con ciò che fecero in vita o con i caratteri che la tradizione ci ha tramandato di loro, ma attenzione! Nella commedia, come anche nella tragedia, non ci si deve aspettare quel rigore sulla verità dei fatti narrati  che si deve o si dovrebbe pretendere dallo storico: senza scrivere il falso, il poeta può illuminare con luce più viva uno o un altro aspetto dei fatti narrati , scorgere in essi significati simbolici, trasformare  i personaggi da individui storicamente determinati in eroi quasi mitici che assumono valenza universale, come gli eroi di Omero o Virgilio. Sbagliano dunque coloro che rimproverano Dante per errori o inesattezze nella narrazione dei fatti: egli è un poeta non uno storico e   ed io penso che egli nello scrivere il poema abbia tenuto in mente  le parole di Aristotele sulla diversa funzione dello storico e del poeta…
Nel suo viaggio ultraterreno, che comincia nell’Inferno e, attraversato il Purgatorio, termina in Paradiso, Dante incontra molti personaggi celebri, alcuni storici ,altri mitici e fra questi alcuni presi dalla Bibbia ed altri dalla tradizione pagana.
Con essi Dante parla di svariati argomenti: molti letterati commettono errori grossolani quando attribuiscono a Dante idee e pensieri che non sono i suoi, ma appartengono ai personaggi che li affermano nei loro discorsi.
Quando, per esempio, Giustiniano fa il suo celebre excursus di storia romana, egli parla per sè, a difesa della legittimità dell’Impero d’Oriente, contro le pretese dei Ghibellini schierati con l’impero d’Occidente,  le cui ragioni sono difese da Marco Lombardo ,   Farinata parla per i ghibellini di Toscana  e ci fa sapere senza ombra di dubbio l’appartenenza della famiglia di Dante alla parte guelfa. Vedremo a suo tempo le ragioni degli uni e degli altri. Ugualmente sul fronte religioso ed anche in quello artistico letterario, i tanti Santi incontrati ci rivelano ciascuno le varie tendenze presenti nella Chiesa e così i poeti e gli artisti ci danno un quadro vivace dell’arte e della poesia di allora. Proprio ciò  rende grande il poema di Dante: tutto il mondo vi è rappresentato e grazie al suo genio poetico i suoi personaggi assumono rilievo epico ed universale.

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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Ave  o  Madre dél Dio Vivènte,
scrigno dél più prezióso déi tesòri,
generatrice dell’onnipotènte,

di Colui che esiste dagli albori
di Colui che pér sèmpre sarà!
Madre che lenisci i nòstri dolóri,

luce di confòrto e pietà!
Avvocato di cause nòstre infelici,
inimitabile virtute e beltà!

Aiuto a peccatóri e peccatrici,
rifugio che ci ami e sostieni!
Modello di bontà e sacrifici,

minièra dai filóni ripieni
di giòie d’inesauribile valóre!
Tu che sòla richièdi e ottieni

da Tuo figlio Gesù Il Redentóre!!!
Tu, che riscatto sèi stata di Éva,
umilmente servèndo Il Creatóre

nél progètto che pér nói prevedeva
il perdóno dall’antico peccato!
Perfezione e Mistèro che s’eléva,

arduo da capire e complicato!
Madonna Madre di Gesù Salvezza
che còl Suo sangue l’uòmo ha riscattato

Dalla sua originaria nefandézza!
Non basta il pensièro umano
per spiegare il mistèro di grandézza,

che pur venèndo da così lontano
s’è fatto carne in quésta tèrra;
e Tu, Tu l’hai cresciuto, piano, piano,

covando in cuor ciò che ógni mamma inserra,
pér il sangue dél suo sangue,
pur cònscia dél Suo destino; èrra

chi nón avvèrte il cuor che langue
di una mamma che generosaménte,
il frutto di Sua carne esangue

nón vuòle abbia soffèrto inutilménte!

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Da ragazzo avevo i “penfriends”: amici e amiche che non ho mai incontrato ma che hanno diviso con me un pezzo del mio cammino terreno; sulla carta, d’accordo, ma non per questo sono stati meno importanti e presenti nella mia esistenza.

Adesso ho degli amici “virtuali”, “webfriends”, coi quali scambiamo reciproci messaggi nei rispettivi blog; e sono amici importanti; magari non li incontrerò mai fisicamente, ma gli incontri tra le anime e tra i cuori non sono certo meno importanti ed emozionanti  di molti incontri fisici che  viviamo quotidianamente.

Uno di questi “webfriends” era Carlo.

Nel mio blog attendevo settimanalmente le graditissime visite di Rosella e Carlo.

Non sapevo che Carlo stesse male ed ho saputo della sua dipartita da una comune amica, anch’essa blogger di Tiscali.

Che dire? E’ sempre difficile trovare le giuste parole di fronte a questo grande mistero che è la morte. Siamo impotenti di fronte ad un simile evento, anche se da credenti  sentiamo e sappiamo che in realtà è la vita a costituire un intermezzo tra una dimensione che esiste prima e che viene dopo.

A coloro ai quali Carlo era legato, ed in particolare a Rosella, posso solo assicurare le mie preghiere ed il ricordo di un amico gentile e intelligente.

A Carlo voglio dedicare una poesia che un caro amico, anche lui appartenente alla grande famiglia dei miei “webfriends”, mi ha mandato via mail proprio in questi giorni:

La morte

di Gilbert Paraschiva

 

La morte non esiste:

credo sia soltanto un dolce sogno

o, un riposante eterno oblio!…

Perciò, se hai una gran fede

e credi nella bontà di Dio,

non guardarla con paura:

cerca soltanto d’essere

con la coscienza sempre a posto

e con l’anima costantemente pura!

Ciao Carlo.

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Carissimi bloggers, non so se il Matriarcato sia un mito o una realtà del passato(propenderei per la seconda), però a proposito di miti riscontrabili tra le pagine delle Sacre Scritture mi è venuto in mente che anche la vicenda di Adamo ed Eva contiene delle tracce inconfondibili di un passato remoto in cui le società umane erano incentrate sulla figura femminile e sulla maternità come centri reali di potere [nel senso che vi predominavano valori tipicamente femminili quali la generosità disinteressata(chi è più generosa di una madre che dona la vita al figlio senza pretendere nulla in cambio?), la trasmissione matronimica, l'appartenenza alla comunità di uomini e beni e così via]. Analizziamo il testo biblico(che di seguito trascrivo nella mia umile versione poetica): Dio, ad un certo punto, comanda alla donna di restare sottomessa all’uomo. Ma chiediamoci il perchè? Perchè c’è bisogno di dare un simile ordine a Eva? La risposta è alquanto evidente: perchè in precedenza era l’uomo ad essere sottomesso alla donna! Insomma la supremazia maschile si instaura soltanto dopo la Cacciata dal Paradiso Terrestre! D’altronde non dimentichiamo che è stata Eva, nel racconto biblico, a prendere l’iniziativa di mangiare il frutto proibito e senza consultare Adamo, il quale si è limitato ad ubbidire e basta. E questo atteggiamento simboleggia chiaramente la sua sottomissione dell’uomo alla donna nel Paradiso Terrestre!

Disse alla donna: ?Moltiplicherò
i tuoi dolori e ne partorirai;
e verso tuo marito orienterò
l? istinto, ma non lo dominerai!?

Disse invece all?uomo: ? Maledirò
il suol per causa tua! Cibo trarrai
d?esso in eterno duolo; mangerai,
e con sudore, il pane della terra
[donde vieni e dove tornerai.]

E sin da allora è sbarrata la via
che conduce all?albero della vita,
come Dio disse dell?uomo: ?Non sia
che egli mangi quel frutto ed infinita
divenga la sua vita.
A custodìa
vi pose i cherubini dall?ardita
fiamma folgorante, ad est del Giardino
da dove scacciò l?uomo malandrino.

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