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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

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Capitolo Primo

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”,  era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori  e artigiani,  che avevano contribuito nel dicembre dell’anno del Signore 1623 a rifondare  la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara. Si trattava infatti di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino,  per avere osato tradurre la Bibbia in volgare. Egli  era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

Lo stesso  Pietro Marino, all’epoca già affermato fabbro-orologiaio, nonché promettente e giovane poeta,  era scampato però alla condanna personale,  in virtù di uno stratagemma di natura legale: gli avvocati degli imputati erano riusciti infatti a dimostrare che la Bibbia in volgare era stata composta dal 5 al 14 ottobre 1582, un periodo temporale che il papa  Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto. In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici (avvocati direttamente nominati dal duca d’Este, che con quella mossa aveva inteso difendere, ad un tempo,  un componente del suo casato, affiliato all’Accademia ed il suo stesso Ducato, da sempre nelle mire espansionistiche dello Stato Pontificio), in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”.

E non si sa se furono i brocardi di giustinianea memoria, profusamente decantati dai quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato (già allievo prediletto di Bertazzoli nei corsi dell’università ferrarese in utroque jure) ovvero l’influenza del loro potente patrono, ovvero ancora il timore  del cardinale Aldobrandini di guastare i già difficili  rapporti con la Francia (Alfonso II d’Este era nipote del re francese  Enrico per parte di madre ed era di casa presso la sua corte), fatto sta che il Tribunale della Congregazione dovette assolvere tutti gli autori imputati. Certo è che le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale  e per conoscenza,  nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici.

La Congregazione sfogò però tutta la sua rabbia potente contro l’Accademia, ordinandone lo scioglimento e contro  l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione vietata in mille esemplari andati a ruba, e che comunque aveva pensato bene di   rimanere contumace nel processo. E il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sullo scioglimento dell’Accademia chiuse  tutti e due gli occhi perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel tempo! Estintasi la  linea diretta della casata degli  Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni,  era morto senza eredi legittimi diretti)  lo Stato Pontificio era riuscito finalmente ad inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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11) L’Aspromonte,  la terza delusione di Roma  e il  ritorno a Caprera
(1862 – 1870)

In attesa di adeguate possibilità di attaccare Roma nel maggio 1862 Garibaldi, che non è in grado di rimanere inattivo, va a Trescore Balneario, vicino al confine austriaco.

Dopo l’Unità d’Italia,  ora ha due scopi: come abbiamo già detto, uno è quello di fare  Capitale  Roma, che è ancora nelle mani del Papa e l’ altro è Venezia e il Veneto  che appartengono agli austriaci.

L’ Azione del Partito dell’indipendenza per il Veneto causa la protesta dell’Austria . Il 14 maggio, centinaia di volontari, comandati da Francesco Nullo e sostenuti da Garibaldi cercano di entrare in Austria e vengono arrestati dall’esercito italiano. Una manifestazione a sostegno di Brescia provoca la morte di tre persone, Garibaldi è responsabile per il colpo di stato e condanna la repressione.

In Europa l’emozione è enorme e l’Italia è divisa. L’esercito sdi difende richiamando l’ applicazione della legge ed i militari sono offesi dalle parole di Garibaldi che accusa gli  italiani. Si è allontanato dalla Associazione per la liberazione del Veneto e decide di non rivelare le sue intenzioni.

Non più fortunato sarà Garibaldi pochi mesi dopo, quando cercherà di attaccare Roma di nuovo partendo dalla  Sicilia: questa volta il suo viaggio si ferma   in Calabria, ai piedi del monte di Aspromonte dove  Garibaldi fu ferito e sconfitto dalle truppe italiane.

Ecco i fatti: 27 giugno 1862 si imbarca a Caprera, giunto Palermo, viene accolto da una folla festante. Rivede  i luoghi emblematici della sua spedizione a Marsala (20 luglio), dove ha iniziato la sua campagna per prendere Roma con 3000 uomini. Tuttavia, le condizioni non sono le stesse, gli uomini che ha non sono disposti a sacrificarsi per un grande ideale, i suoi funzionari coraggiosi sono ora parte dell’esercito italiano e l’operazione non è supportata dal parere pubblico. Nonostante gli appelli a  Vittorio Emanuele II, Garibaldi si ritrova senza il sostegno del sovrano sabaudo. Non di meno decide di andare avanti lo stesso.

Napoleone III, l’unico alleato del nuovo Regno d’Italia, tiene Roma sotto la sua protezione e questa operazione è una vergogna per il governo italiano che ha deciso di fermare Garibaldi in Calabria con l’invio dell’esercito regolare.
Garibaldi cerca di evitare il confronto attraverso un percorso nel cuore delle montagne dell’Aspromonte. Viene intercettato dalle truppe di  Emilio Pallavicini; i  Bersaglieri aprono il  mentre   Garibaldi ordina di non sparare. Hviene ferito alla coscia sinistra e al piede sinistro, la palla ancora alloggiata nel giunto. Finito lo scontro viene   fermato. Il 2 settembre è portato a La Spezia e rinchiuso nel carcere di Varignano. Il proiettile non è stato rimosso, l’infortunio al piede non guarisce. Molti medici accorrono al suo capezzale, tra i quali il francese Auguste Nélaton il  28 ottobre.

Questo ultimo medico è  convinto che la palla sia  sempre presente, e studia  un metodo per estrarlo. Il 20 novembre  Garibaldi viene condotto  a Pisa dove è  esaminato dal professor Paolo Tassinari e il 23 novembre il professor Ferdinando Zannetti estrae il proiettile col  metodo propugnato da Nélaton.

Garibaldi riottiene i suoi pieni poteri nel mese di agosto 1861. Nel mese di ottobre, in occasione del  matrimonio di una delle principesse italiane, il generale ei suoi uomini sono stati graziati da Vittorio Emanuele II su raccomandazione di Napoleone III, per non farne un martire. Nel frattempo, Garibaldi sostiene la rivolta polacca contro l’Impero russo.

Il nostro eroe trascorre la convalescenza a Caprera e lo troviamo nel  marzo 1864 nel Regno Unito con i due figli Menotti e Riciotti e il suo segretario privato Giuseppe Guerzoni contro il parere del governo britannico, che temeva il suo incontro con certi esuli, come Mazzini.

Arriva a Southampton, è si reca  a Portsmouth e Londra (11 aprile), dove ottiene  ogni volta  un successo trionfale (500 000 persone lo acclamano a Londra).

Viene ricevuto dalle più alte autorità civili, sindaci, aristocratici, signori. E’ospite del duca di Sutherland e il sindaco gli dà la cittadinanza onoraria. Solo il partito più conservatore non condivide questo entusiasmo, la regina Victoria dice di lui “onesto, altruista e coraggioso Garibaldi lo è certamente, ma è un leader rivoluzionario.”

Durante la sua visita, ha incontrato anche Mazzini.  Garibaldi, che spera raccogliere fondi per il Veneto, incontra anche Alexander Herzen e gli esuli francese Alexandre Ledru-Rollin e Louis Blanc.

Il 17 marzo, sotto la pressione di Torino, si allontana da Londra. ecide così  di tornare in Italia. Il 9 maggio, torna a Caprera. Nel 1865, la seconda metà dell ‘isola gli viene regalata da  donatori britannici.

Con un trattato dell’ 8 aprile 1866, la Prussia si allea con l’Italia, che spera ancora di ottenere il Veneto, e  a metà giugno ha inizio  la guerra.

Anche prima della guerra, il corpo di volontari, composto da 10 reggimenti, quasi 40.000 uomini male armati e mal equipaggiati, si svolge prima di essere assegnato al comando di Garibaldi. Ancora una volta, la missione è la stessa di quella effettuata intorno laghi lombardi nel 1848 e nel 1859 operano in una zona di operazioni secondaria, le Alpi tra Brescia e Trento, a ovest del Lago di Garda, con il obiettivo strategico per tagliare la strada tra il Tirolo e la fortezza austriaca di Verona. La principale azione strategica è affidata a due grandi eserciti di pianura, guidati da Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini.

Garibaldi bypassando Brescia passa poi all’offensiva a Ponte Caffaro 24 Giugno 1866.

IL 3 luglio, a Monte Suello,  ha subito una battuta d’arresto ed è stato ferito alla coscia ma costringe gli austriaci alla ritirata. Con la vittoria della battaglia di Bezzecca e Cimego 21 luglio, si apre la strada per Riva del Garda e quindi l’imminente occupazione di Trento,  impedito soltanto dalla tregua, il 12 agosto 1866, a causa della vittoria prussiana a Sadowa . In questa occasione, ha ricevuto la notizia dell’armistizio e l’ordine di abbandonare il territorio occupato. Telegrafa “Obbedisco.” Il Veneto viene ceduto all’Italia, Garibaldi ritorna a Caprera.

Rapidamente Garibaldi  riprende la sua crociata per conquistare Roma. Crea associazioni per raccogliere fondi ed è particolarmente  anticlericale. Cospiratori romani lo cercano e il 22 marzo 1867, gli riferiscono che  il titolo di generale, gli  è stato conferito dalla Repubblica Romana. Inizialmente il pubblico lo sostiene, a differenza del governo.

Come in passato, cerca di fomentare la ribellione nello Stato Pontificio per giustificare l’intervento. Crispi lo  mette in guardia contro un nuovo Aspromonte. Dopo le risoluzioni dei lavoratori tedeschi e francesi contro la guerra, ha partecipato a settembre del  1867 al Congresso Internazionale per la Pace e la Libertà  di Ginevra, dove viene  ricevuto trionfalmente, offrendo un visionario programma in 12 punti. La  Società delle Nazioni rimane scioccata dal suo anticlericalismo e dal suo tono bellicoso. Tra i partecipanti, ci sono Arago e Bakunin. L’intervento di questi ultimi è particolarmente degno di nota, “Garibaldi, che ha presieduto, si alza e dopo  qualche passo e lo abbraccia. Questo solenne incontro di due vecchi veterani della rivoluzione produce un’impressione straordinaria. Tutti si alzano per un lungo applauso. “

Dopo il suo ritorno in Italia, 24 Settembre, 1867, Garibaldi viene arrestato dopo aver  lasciato Firenze, l’allora capitale, al confine con lo Stato Pontificio,  ciò che  innesca violente proteste.

Lui è agli arresti domiciliari nella sua isola di Caprera, da cui fugge nel mese di ottobre per riprendere la lotta. Organizza una nuova spedizione di Roma (laterza), comunemente chiamata “campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma,” questa volta partendo da Terni ha preso la roccaforte di Monterotondo, ma la rivoluzione tanto attesa a Roma non si verifica. Il 30 ottobre 1867, le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia e Garibaldi  combatte con decisione. 

Il 3 novembre 1867 nella battaglia di Mentana le truppe pontificie rinforzano quelle francesi, con nuovi fucili Chassepot, inviati da Napoleone III. Vittorio Emanuele II, nel frattempo, ha confermato gli accordi franco-italiani e sconfessa l’iniziativa Garibaldi. Un dispaccio del generale Failly datata 9 termina con queste parole: “Le nostre armi Chassepot hanno fatto prodigi” provocando forti critiche in Francia e in Italia.

Dopo la sconfitta dell’Impero francese e la resa di Napoleone III, il 20 settembre 1870 Roma fu conquistata dalle truppe italiane .

Il 2 ottobre 1870, Roma è capitale d’Italia, dopo un plebiscito.

Il sogno di Garibaldi  si realizza, ma è l’esercito italiano a compiere l’azione militare da lui tanto agognata.

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Molti osservatori, tra i più acuti ed attenti, rilevano come ormai, anche le feste religiose più importanti, non siano altro che uno sfoggio di consumismo frettoloso e vorace, che seppellisce sotto un cumulo di acquisti, spesso inutili e sovrabbondanti, il senso più autentico dei vaori e dellla spiritualità che a quelle feste sono collegati.

Il senso più autentico e profondo della Pasqua, lo abbiamo perso da un lato nel consumismo becero e materialista dei nostri giorni, dall’altro nella disillusione e nella delusione ravvisabile nella condotta di un clero che la storia, sin dai banchi di scuola, ha protocollato come corrotto, materialista, farisaico, sfruttatore, opportunista, ingannatore, depositario di un retaggio di superstizioni inculcate e perpetuate nel volgo per fini di gestione del potere; riuscendo così ad appannare la spiritualità più genuina e verace, che nella Pasqua di Resurrezione trova il suo apice di Verità.

In questo percorso plurisecolare (quand’anche non addirittura plurimillinerio, se non ci limitassimo a datare l’annacquamento del Verbo originario da parte dei discendenti di Pietro, a far data  da Bonifacio VIII sino alla caduta del potere temporale di Roma) si é cercato, senza successo, di colmare il vuoto di spiritualità prima con la meteora del secolo dei Lumi (che più che una stella, oggi, sembra essere stato un enorme buco nero), poi con le dottrine orientali e le nuove filosofie; infine con le varie “new ages” e “new waves” di importazione anglo-americana,  che hanno condotto l’uomo sull’orlo del baratro esistenziale,  anche aa causa dell’abuso di sostanze stupefacenti e alcoliche (qualcuno ci aggiunge anche gli antidepressivi e le merci consumate per dimenticare, senza alcuna reale utilità economica, il c.d. consumismo elevato a sistema, pilastro della civiltà).

La barca del Cristianesimo,  sballottata ed ammaccata da simili marosi, é stata parzialmente rimessa nella giusta rotta, dagli ultimi Papi (direi, quantomeno  da Leone XIII, il grande fondatore della Dottrina Sociale Cattolica,  in poi).

Certo non basta. In un momento in cui crollano i valori temporali (lo Stato e tutto il suo apparato in mano ai partiti ladroni e predatori; la Finanza dominata da avvoltoi senza scrupoli, veri e propri accaparratori di ricchezza, creatori del nulla, ma predoni del lavoro altrui; la Telecrazia che trasmette messaggi senza costrutto, disvalori sotto mentite spoglie, insegnamenti senza base e senza storia), ci vorrebbe una Chiesa capace di smascherare i suoi stessi falsi profeti (quelli che si annidano numerosi in Vaticano, ancora travisati dietro formule stantie, che elevano tuttora fumi di incenso dietro ai quali celano le loro iniquità) e ridare voce e consistenza al messaggio di Gesù Cristo, ai valori autentici del Suo Vangelo: le ricchezze del mondo appartengono a tutti e vanno condivise tra i poveri; le comunità, dalle più piccole alle più grandi, riscoprano il senso del vero, in una dimensione meno materilista e più spirituale; si uniscano tutte le religioni nel nome dell’Unico, Vero, Dio Misericordioso, il Padre degli umili e degli ultimi, il Fratello dei poveri e dei diseredati).

E ciascuno di noi, nel suo piccolo, riscopra e riconosca l’importanza e la prevalenza dello spirito sulla materia.

Buona Pasqua nel Signore a tutti.

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 Con la suggestione delle sue parole, una centenaria  racconta i suoi ricordi, trasportando suo nipote negli anni immediatamente seguenti la rivoluzione francese del 1789.

(continua…)

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