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Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto).

Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

 

5. continua…

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Capitolo Decimo

 

Appena si sparse in città la notizia che il “Carminate” era stato arrestato Giuditta, con molta discrezione, fece pervenire un biglietto al suo amico Don Agostino Barozzi, il quale non ci impiegò molto tempo a raggiungere la bella peccatrice nella sua alcova dorata.

Il presidente del locale tribunale dell’Inquisizione ferrarese fu più dispiaciuto che  sorpreso, nell’apprendere la notizia dell’arresto di Pietro Marino de Regis che Giuditta gli comunicò tra carezze e lusinghe sospiranti d’amore.

Promise nell’accommiatarsi che si sarebbe informato adeguatamente e che avrebbe fatto di tutto, dato che essa mostrava di tenere così tanto al “Carminate” (come una figlia può tenere al proprio padre, ci tenne a precisare Giuditta, per non creare inutili e dannose gelosie), per levarlo alle grinfie dell’ inquisizione spagnola.

E l’alto prelato fu di parola. Oltretutto, pensava il domenicano impenitente, si trattava anche di difendere le prerogative della Chiesa Romana contro l’invadenza  della Spagna.

Il giorno dopo si incontrò con il vice-legato Pasini Frassoni, il quale era stato informato dall’hidalgo a cose fatte (cioè dopo aver effettuato personalmente l’arresto del De Regis) ma sapeva già tutto dai suoi informatori ancora prima che il comandante delle guardie del Borgo del Barco (il cui nucleo militare, ormai ridotto a poche decine di uomini, era stato messo a disposizione dell’hidalgo sin dal suo arrivo a Ferrara) gli facesse pervenire, su preciso incarico di Don Pedro Mendoza, la notizia dell’arresto del Carminate.

Dopo una schermaglia iniziale fatta in punto di diritto (“poteva la Spagna avere giurisdizione nei territori soggetti alla sovranità di Sua Santità?” “l’immunità diplomatica di cui godeva l’Hidalgo era così estesa da coprire ogni tipo di azione, compresi eventuali abusi?” e così via discettando), il Presidente del Tribunale la gettò in politica, osservando come l’agire dello spagnolo (usò il termine in senso dispregiativo, anche perché lui era filo-francese) avrebbe potuto avere ripercussioni anche diplomatiche, dato che il non avere informato il suo, pur umile ufficio, avrebbe sicuramente urtato la sensibilità del Cardinale che presiedeva la Congregazione per la difesa della fede, con sede a Roma e non certo a Madrid.

Pasini Frassoni che era solito contare le stelle anche mentre guardava per terra, e che fiutava i guai quand’erano ancora così lontani da prendere persino forma, all’inizio finse di opporre una formale e cortese resistenza ma, avendo di già capito dove volesse andare a parare il passionale domenicano,  stava già preparandosi a prendere la palla al balzo, appena quello l’avesse lanciata.

E l’occasione arrivò quando il presidente dell’inquisizione credette di calare  il suo asso decisivo e vincente. Egli aveva saputo da un sacerdote, di cui era amico e confessore, in via del tutto riservata, che la confessione di Raspo Baldini (su cui si reggeva l’arresto e, presumibilmente tutto l’impianto accusatorio degli spagnoli) era stata estorta con la violenza ed era comunque, a detta dello stesso Baldini, del tutto inventata e da lui scritta e firmata, sotto dettatura dell’hidalgo spagnolo.

Ed ovviamente tutto questo, concludeva l’alto prelato, rendevo nullo ed inefficace l’intero procedimento.

Stando così le cose, chiosò il vice legato a conclusione dell’appassionata filippica del suo interlocutore, lui si sentiva in dovere di suggerire che lo stesso Don Agostino organizzasse la fuga del De Regis in territorio veneto. L’inquisitore gaudente disse che conosceva una donna, giovane e intraprendente, che per amore filiale avrebbe accompagnato lo sventurato e che lui le avrebbe affiancato un suo uomo di fiducia, non potendosi esporre in prima persona.

Detto fatto, Pasini Frassoni, seduta stante, firmò un lasciapassare a nome della donna  indicatagli dall’interlocutore, estendendo il salvacondotto “a due uomini che,  in sua compagnia e in veste di scorta non armata, dovevano transitare per una delicata missione diplomatica, in territorio veneto, fatte salve le prerogative della Repubblica di Venezia e la garanzia del rispetto delle sue leggi secondo lo jus gentium vigente ”. Seguivano la suddetta formula di salvaguardia,  la firma ed il sigillo della Legatura Pontificia,  che attribuivano così allo scritto una piena ed efficace immunità  diplomatica.

In tal modo Pasini Frassoni si garantì la fuga del Carminate, guadagnandosi una confisca sicura dei suoi beni (dato che sarebbe stato condannato in contumacia) ed evitandosi un mare di guai che gli sarebbero piovuti dalla gestione di un prigioniero così scomodo (che anche se eretico, poteva pur sempre trovare, tra i suoi influenti amici, qualche aggancio capace di piantar grane in alto loco) nel territorio soggetto, di fatto,  alla sua giurisdizione; e per di più col rischio che il De Regis, difendendosi in giudizio, riuscisse a dimostrare l’invalidità nel procedimento di raccolta delle prove a suo carico.

Don Agostino, non di meno, con quel salvacondotto, sarebbe riuscito nell’impresa di dare scacco all’inquisizione avversaria e si sarebbe guadagnato la riconoscenza immediata e futura di Giuditta.

10. continua…

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Capitolo Settimo

 

Il vice-legato Pasini Frassoni ricevette in gran segreto Don Pedro Mendoza Martinez e i suoi due accompagnatori, intrattenendoli, non di meno, in un conviviale ricco di arrosti, vini e specialità ferraresi che furono largamente apprezzati dai commensali.

A tavola propose agli ospiti di discutere la migliore strategia,  per la riuscita del piano,  in lingua spagnola, idioma all’epoca d’uso comune nelle corti italiane e comunque assai conosciuto sia da lui, sia da don Agostino Barozzi, quest’ultimo grazie ai suoi trascorsi al seguito del Nunzio Apostolico alla corte del re Filippo Terzo.

Da come precedette la sua osservazione in ordine al coppiere, al quale l’hidalgo aveva riservato uno sguardo sospettoso e indagatore, dicendogli che si trattava di un fido servitore sordomuto, l’hidalgo cominciò ad intuire la sottile intelligenza che animava il suo anfitrione italiano.

Intanto, mentre il dapìfero, che venne dispensato dalle sue funzioni di trinciante con un cenno eloquente di congedo,  posava le prime portate di pesci del Po e di arrosti misti,  ed i commensali finivano di mangiare il riso alla turchesca, il coppiere con gesti rituali aveva provveduto a versare nei calici di cristallo le sue bontà liquorose.

Don Pedro Mendoza, con espressioni molto formali,  ringraziò il vice legato, oltre che per la calorosa e discreta  accoglienza, anche per l’aiuto incondizionato che egli offriva a lui, umile servitore del re Filippo IV, ma tenne il punto sulla sua richiesta di autonomia. Tranquillizzò però i due religiosi italiani che, dopo la confessione (sulla quale pareva non aver alcun dubbio) l’infame eretico sarebbe stato consegnato alla loro giurisdizione, per la formale condanna e per la giusta punizione. Il che piacque assai all’ambizioso vicario che in realtà non ce l’aveva con il De Regis in funzione delle sue letture (lui stesso stava consultando  avidamente certi scritti di Copernico, rinvenuti negli archivi estensi che in parte erano rimasti a Ferrara dopo la Devoluzione), ma puntava alla confisca delle sue proprietà (indispensabile corollario della sentenza di condanna per eresia in forza delle norme inquisitorie in vigore).

Dopo cena il vice legato accompagnò i suoi ospiti in una saletta riservata ove, con grande stupore di tutti, dispiegò sopra un tavolo quadrato, una dettagliata  mappa che comprendeva sia la vecchia città medievale, sia l’addizione erculea, comprensiva del tragitto che di lì a poco il terzetto spagnolo avrebbe percorso in direzione dell’edificio che un tempo aveva ospitato l’ Osteria del Samaritano.

Pasini Frassoni li informò che li avrebbe fatti accompagnare da Cristoforo Messìppo, un abile cavallerizzo e suo conduttore personale,  che avrebbe mantenuto i contatti riservati tra le due sedi. Gli mise inoltre a disposizione, uno  scalco- credenziere e  due delle sue migliori inservienti, una cuoca e l’altra pulitrice e rassettatrice. Omise ovviamente di informare l’astuto hidalgo che in realtà si trattava di tre fidatissimi agenti della sua segreteria personale, incaricati di riferirgli nel dettaglio tutto quanto sarebbe avvenuto nella sede operativa prescelta per gli interrogatori.

Così si avviarono, Don Pedro Mendoza e Padre Alonso de Barranquilla nel cocchio personale del vice legato, condotto da Cristoforo Messìppo e, a seguire, il carro con le vivande e le masserizie, nonché con il bagaglio della commissione inquisitoria iberica (escluso il bauletto di Tenoch, che lo legò sul dorso di un  cavallo che aveva chiesto ed ottenuto tutto per sé, in sella al quale affiancò il cocchio che conduceva il  suo padrone)  guidato dallo scalco e credenziere.

Dopo un’ora circa, il primo gruppo aveva già raggiunto quella che un tempo era stata la sede di vizi e di lussurie, seguito a distanza di mezz’ora dall’altro gruppetto.

Una luna piena e velata li accompagnava.

Messìppo pensò che l’indomani tutta Ferrara sarebbe stata avvolta nella nebbia.

Ma non disse niente. Il suo padrone gli aveva raccomandato infatti di mostrarsi indifferente a tutto e di tutto osservare senza dare nell’occhio.

7. continua…

 

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

Originario di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze ma, al presente, scarsi mezzi economici, Francesco Pasini Frassoni aveva studiato grazie all’aiuto di uno zio, e dopo essersi laureato in diritto canonico, sempre aiutato dallo zio materno, era stato avviato alla carriera nella curia romana, raggiungendo il grado di consigliere della Segnatura Apostolica.  Uomo intelligente e ambizioso aveva però capito che altri, nella curia, vantavano appoggi più consistenti di quelli suoi e perciò svolse il suo sguardo in giro, riuscendo ad entrare in contatto con un potente cardinale che lo prese sotto la sua ala protettiva, promettendogli una facile carriera diplomatica. La vice legatura di Ferrara era per lui soltanto una tappa di questa carriera e sentiva che la sua spregiudicatezza lo avrebbe fatto arrivare ancora più in alto.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto). Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia). Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

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La Chiesa è come una mano: il pollice è il Papa, che dà stabilità, fermezza e sicurezza;

l’indice sono i missionari, che percorrono le vie indicate dal Signore: ” Andate e predicate in tutto il mondo!”;

il medio sono le suore e i frati, perchè se alzi le mani al Cielo, è quello che si avvicina di più a Dio con le preghiere;

l’anulare sono i sacerdoti, che portano la fede nelle case e ricevono le famiglie nella Parrocchia per trasmettere loro la fede;

il mignolo infine sono i vescovi e i cardinali che, se non cercano di prevalere con protervia e presunzione sulle altre dita della mano, la possono

abbellire e completare.

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Che il papa emerito Benedetto fosse un fine teologo è risaputo. Stanno lì a dimostrarlo i due volumi della sua fondamentale opera teologica e pastorale, Gesù di Nazaret - Dal Battesimo alla Trasfigurazione  e Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione. A confermarlo nel 2012 è uscito, sempre per i tipi di Rizzoli, “L’Infanzia di Gesù”. Non si tratta di un terzo volume, si legge nella presentazione, ma piuttosto di un Preambolo ai due tomi pubblicati in precedenza.

Nessuno si aspetti tuttavia di trovare nell’ultimo libro di Joseph Ratzinger dei riferimenti biografici  capaci di colmare quelle rilevanti lacune che i quattro Evangeli canonici presentano sulla vita del Cristo. E’ noto a tutti infatti come il Vangelo di Marco inizi la sua narrazione con il Battesimo di Gesù che Giovanni Battista operò quando suo cugino aveva già trent’anni; mentre Giovanni Evangelista pone all’inizio del suo racconto evangelico quel mirabile riferimento al Verbo divino incarnatosi in vesti umane.

Soltanto i Vangeli di Luca e Matteo contengono alcuni scarni riferimenti all’infanzia di Gesù. Il medico siriano, il più prolisso dei due, ci narra tre singoli episodi: la circoncisione, avvenuta quando il piccolo Gesù aveva otto giorni; la presentazione al Tempio di Gerusalemme, fatta quando il divino neonato aveva già quaranta giorni; e, infine, Gesù che insegna nel Tempio dopo essere “sfuggito” al controllo dei genitori, episodio accaduto all’età di dodici anni.  Matteo dal canto suo ci informa soltanto che appena Gesù fu nato, un angelo avvisò Giuseppe di prendere il Bambino e Sua Madre e portarli in salvo in Egitto; e lo fa in una maniera così sintetica da far pensare che tale racconto sia in antitesi con quello di Luca, omettendo ogni riferimento alle due fondamentali tappe di ogni nuovo nato dei maschi di Israele: la circoncisione e la presentazione al Tempio, per l’appunto.

Orbene è proprio su questi episodi “canonici” che l’occhio profondo del teologo Ratzinger  intrattiene il lettore, applicando i due fondamentali principii di ogni buon esegeta: la ricerca del significato del testo evangelico nel momento storico della loro scrittura e una ricerca,  proiettata nel presente, tesa a verificare la veridicità e l’interesse di un testo che per i Cristiani, in prima istanza, riconduce e riconosce lo stesso Dio come Autore.

Ne segue una lettera agevole e affascinante allo stesso tempo, tesa a chiarire e ad approfondire degli episodi che, con la forza dell’abitudine, si tende col tempo quasi a banalizzare, dandone per scontato ogni significato più recondito e tralasciando di porsi degli interrogativi che invece ne arricchiscono la comprensione.

Insomma, un libro eccellente di una persona eccellente.

Certo resta inappagata la curiosità del lettore che vi cercava invece notizie sui primi trent’anni della vita di Gesù.

Ma questo non è un lavoro per teologi sopraffini e così altamente qualificati. Qui la parola deve passare ai poeti e ai narratori, che magari traendo ispirazione dagli Apocrifi, possono soddisfare finalmente la legittimità curiosità di quanti si chiedono ancora come abbia vissuto e come sia stata l’infanzia e la gioventù di questo nostro fratello così importante e così amato (che è anche nostro Dio)  chiamato Gesù Cristo Il Nazareno, che ha voluto regalarci la sua presenza di Uomo sulla terra, condividendo con noi le fatiche di nascere, vivere e morire, per poi risorgere.

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Ci prenderebbe troppo tempo, e neppure è questa la sede adatta per farlo, esaminare nel dettaglio come si arriva all’equilibrio (o forse sarebbe scrivere allo squilibrio) dei poteri al tempo in cui  Dante viene esiliato. Siamo alla fine di un’epoca (quella nuova, che spazzerà il vecchio mondo, sta per arrivare con il Rinascimento e, forse anche più, con l’Illuminismo) che, attraverso i secoli, dalla caduta dell’Impero Romano, ha visto i Barbari Germanici distruggere la vecchia civiltà dopo la caduta dell’Impero romano (dal 456 d.C. in poi)  ma restare allo stesso affascinati dalla sua raffinata cultura giuridica, artistica, letteraria e di civiltà, trasfusa oramai nel potere temporale della Chiesa, incarnato dallo strapotere del Papato romano. Potremmo dire con Orazio, sostituendo il soggetto, che “Roma capta ferum victorem cepit”. Ecco che alla fine di questo percorso, i due litiganti, Papato ed Impero, sono alla resa dei conti per la supremazia mondiale. E Firenze non è che uno dei campi di battaglia in cui la sfida si consuma. Ma Dante è di Firenze, ecco perché Firenze assurge a paradigma  di quello scontro, che in Italia si consumerà in cento campi di battaglia e nelle sue cento città, riassumendoli tutti in uno.

Ma lo sguardo di Dante vede più lontano dei suoi contemporanei. Egli propugna un mondo (la sua Firenze in primis) dove il papa si occupa delle cose spirituali e l’imperatore del potere temporale, ma all’insegna delle autonomie comunali di cui egli è fautore. E’ questo il messaggio che proviene dai Guelfi Bianchi. Sbaglia chi confonde i Guelfi che fanno capo a Dante con quelli neri che voglio il papa Bonifacio capo di Firenze e del mondo intero. I guelfi neri infatti esilieranno Dante per sempre.

ciò che Dante sognava, una Chiesa incentrata sul potere spirituale e un potere temporale universale, si realizzerà, seppure in parte, soltanto dopo l’Illuminismo, che spazzerà definitivamente tutti i residui del vecchio sistema feudale. Ma il potere universalistico agognato da Dante, quello deve ancora venire.

Ecco perché io non posso essere d’accordo con A.N. Wilson quando nel suo libro “Dante in love” accusa Dante di incoerenza e di tradimento dei suoi ideali, arrivando a dichiararlo addirittura pazzo.

E per lo stesso motivo sono curioso di leggere cosa scriverà Angelo Ruggeri nel suo prossimo libro, in cui lo scrittore italiano, esperto del mondo classico e provetto dantista, risponderà per filo e per segno alle accuse di Wilson contro il sommo poeta.

…continua…

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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Andai a trovare nonna Elisa, classe 1895, a casa di zio Efisio.

Il suo centesimo compleanno  cadeva ad ottobre, nel trimestre che avrebbe trascorso,  a Dio piacendo, in casa nostra. Andava avanti così, di trimestre in trimestre, da quando i suoi quattro figli,  mia   madre compresa, avevano deciso che, data l’età, la vecchina avrebbe speso il resto dei suoi giorni ruotando, con cadenza trimestrale, nelle loro   rispettive abitazioni. Volevo perciò discutere  con lei gli ultimi dettagli della sua prossima festa di anniversario e, soprattutto, chiederle cosa desiderasse per regalo in quell’occasione.

La trovai seduta  al caminetto, su un basso scranno di legno impagliato, con lo sguardo fisso sul selciato asciutto e lucido di cemento su cui, presto, avrebbe scoppiettato il primo fuoco di autunno. Dopo i convenevoli di rito le posi   la domanda che mi aveva spinto a trovarla. Al principio si schermì, come era nel suo  carattere timido e introverso. Poi, visto che io insistevo, riprese dicendo che un regalo le sarebbe piaciuto , ma non era in mio potere  di accordarglielo.

Insistetti perché me lo discese lo stesso.

“Vorrei arrivare”-  mi specificò di seguito-” anche per un solo giorno,  a vedere l’anno duemila.”

Feci a mente un calcolo veloce : arrivare all’anno 2000, per lei che era nata nel 1895, voleva dire arrivare  a compiere  105 anni.

- “Vuoi battere il record di tua nonna  Angela?”   le dissi ridendo.

Tra le mie antenate, per parte di madre, si contavano infatti   molte centenarie. Tra queste, la mia trisavola  Angela era arrivata a   104 anni di età, come ben   avevo sentito dire sin da quando   ero piccolo da mia madre e dalla stessa nonna Elisa.

- “Non è tanto il record dell’età che mi interessa, quando piuttosto quello degli Anni Santi giubilari . Io credo infatti che se  vedessi l’alba del 2000,  sarei la persona che ha assistito al più grande numero di Giubilei romani.

Poi si abbandonò ai ricordi, soffermandosi in particolare su quelli del suo primo Anno Santo, cui lei aveva preso parte, coi suoi genitori, quando aveva soltanto 5 anni, nel lontano 1900.

I pensieri scaturivano dalla sua bocca come un filo d’acqua che si vede sgorgare esile e lento a valle, ma che ha percorso un lungo e sicuro cammino attraverso i monti .

Mi disse che  aveva ancora impresso nella  memoria un discorso che tenne il vecchio Papa Leone XIII in una delle quattro basiliche della Penitenza Giubilare. Nonostante fossero già trascorsi quasi 95 anni, riviveva ancora con nitida emozione quel momento quando, sulle spalle del suo babbo, quel vecchio minuto, dalla voce un po’ stridula ma persuasiva, riferiva ai pellegrini presenti di come non potesse esimersi, in quel frangente, dal fare un raffronto tra quel   Giubileo di inizio secolo, il primo dopo lo sconvolgimento di Porta Pia, ma non di meno così ricco di aspettative per la comunità cristiana, ed il Giubileo al quale  egli aveva assistito per la prima volta, il primo dopo la baraonda della rivoluzione borghese del 1789.

-Correva l’anno del Signore 1825″- erano state le parole testuali di quel papa distante, che  nonna Elisa aveva registrato nella sua memoria come un  inchiostro indelebile su una pergamena-”ed io, giovane quindicenne,   alunno del Collegio Romano, udivo da Leone XII della Genga le storie terribili di quella accecante bufera che, partita dalla Francia, sembrava dovesse travolgere il mondo intero, Chiesa compresa. E quel mio grande predecessore, come tutti i nobili, in quegli anni di fine ‘700, si era sentito ballare la testa sul collo. E nei pellegrini di allora si scorgeva la trepidazione, la costernazione, la confusione come di un gregge  disperso dai lupi che poi si  ricomponga, cercando nel gruppo il sicuro e confortante contatto di quel compagno di viaggio che non c’è più, o il bastone nodoso del pastore che leggero, ma imperioso,  guidi e conduca nella giusta via. Ed oggi io capisco, figli miei-così continuavano i ricordi che Elisa bambina aveva impresso nella sua memoria, di quel discorso giubilare del 1900-  che quel papa del quale io sarei stato, senza che allora neanche lontanamente lo pensassi, un successore, mi stava idealmente passando  un testimone, affinché  io continuassi la sua faticosa opera di ricostruzione della famiglia di Cristo.

Provo ad immaginare“-  il discorso di Leone XIII che  nonna Elisa rammentava in modo così prodigioso si avviava alla conclusione-  come sarà la nostra comunità tra cento anni, quando essa siaffaccerà ad un nuovo secolo, ad un nuovo millennio. Ebbene, la maggior parte di noi non ci sarà, io di sicuro non ci sarò più su questa terra, ma  ho la netta sensazione che qualcun’ altro avrà raccolto il testimone che io lancio qui, proprio oggi. Perché io sono certo che la Chiesa, allora, avrà superato  un nuovo culmine di forza e di speranza  e sarà lanciata verso la nuova era alla testa del suo popolo, in cammino verso Dio.”

 

 

Distolse gli occhi dal focolare e guardò fissa nei miei. Voleva essere sicura che l’avessi seguita. Notai un luccichio acquoso ravvivare il suo sguardo velato dagli anni.

 Istintivamente le  presi le mani tra le mie. Provai la sensazione come se quel sangue che pulsava sotto l’epidermide scarna e ruvida, contenesse nelle molecole del suo plasma le tracce chimiche degli ultimi duecentocinquanta anni della nostra storia e forse anche più. .

- “E così”- concluse nonna Elisa, mentre riposava il suo sguardo mite sul caminetto vuoto- “mi piacerebbe tanto sentire quello che dirà nel  prossimo Giubileo, all’alba del 2000, questo nostro grande Papa. Ho l’impressione che il mio spirito spazierebbe più libero, verso nuovi orizzonti, se io facessi in tempo a sentire le parole sante che proietteranno il mondo nel terzo millennio dell’era di Cristo.”

Tornando a casa provavo una malinconia indefinibile al pensiero di come ogni vecchio fosse in realtà un pezzo di storia vivente, la parte terminale di una catena di avvenimenti che, ripercorsi a ritroso, potevano portarci indietro nel tempo. E di come ogni vecchio, andandosene via, si portava con sé ciò che era stato e ciò che sapeva, rendendo il mondo inevitabilmente più ignorante e più povero.

 

 

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9) La repubblica romana e la morte di sua moglie Anita, con il suo secondo esilio (1849-1858)


Quando Garibaldi, il quale si è sempre tenuto in contatto con i patrioti italiani, apprende i cambiamenti che avvengono in Italia ( le nomine liberali del papa Pio IX, l’ insurrezione nel Regno delle Due Sicilie ecc.), egli si mostra  desideroso di tornare in Italia,  tanto più che la pace sembra imminente a Montevideo. Egli lascia la Legione italiana nelle mani di Antonio Susin.

Nel gennaio del 1848, Anita torna a Nizza con i suoi bambini.  Garibaldi la raggiungerà  in aprile insieme con 63 compagni, mentre inizialmente erano 150 gli uomini che lo dovevano seguire.

Alla fine del XIX secolo, Montevideo avrà ben sei strade intitolate a Garibaldi e il Paese ha almeno cinque monument a lui dedicatii. Il 4 luglio 1907, il centenario della nascita di Garibaldi, il presidente José Batlle y Ordóñez ha decretato una vacanza e commemora una festa  nazionale di fronte a 40 000 persone. Il 2 giugno 1882, cinque giorni prima della morte dell’eroe, il  Círculo de los Legionarios Garibaldinos è creato; esso ancora esiste in forma di associazione.

L’Europa sta vivendo nel corso dell’anno 1848, una serie di rivendicazioni con cui le persone chiedono più libertà; questa epopea di libertà è chiamata la Primavera delle Nazioni.

E ‘iniziata in Francia e ha dato vita alla Seconda Repubblica, si estende alla Germania, Romania, Ungheria, Polonia e Austria. Gli stati della penisola italiana, lo Stato Pontificio, il Granducato di Toscana, il Regno di Piemonte e di Sardegna sono impegnati a concedere riforme costituzionali.

Milano durante le “cinque giornate di Milano”, vive pienamente  la sua rivolta contro l’Impero austriaco, che ancora detiene la sovranità sul  Regno Lombardo-Veneto,  riconosciutagli dal Congresso di Vienna del 1815. Re Carlo Alberto di Sardegna, inizialmente sostenuto da alcuni stati della penisola, sposa causa dei milanesi e dichiara guerra all’Austria.

Il nostro eroe va il 5 luglio a Roverbella in provincia di Mantova, a offrirsi come volontario con il re Carlo Alberto, che non mostra però alcun entusiasmo e si rifiuta di vederlo combattere a fianco dell’esercito regolare. Garibaldi si rivolge allora  al governo provvisorio di Milano, e viene nominato generale; lì  trova Mazzini. Anche se ci sono stati scambi di posta , l’atmosfera tra i due uomini è fredda; essi infatti si trovano su tracciati divergenti; Mazzini vuole la rivoluzione unitari e  repubblicana;  Garibaldi, pur di liberare Milano dal giogo austriaco,  è disposto a mettere da parte, temporaneamente, le idee repubblicane.

Garibaldi si trova a  Brescia con la legione che ha organizzato e che lui chiama “Battaglione Italiano della Morte”, quando la sconfitta piemontese di Custoza ha  luogo,  il 25 luglio 1848. Il 9 agosto 1848 un armistizio è stato concluso tra l’Austria e il Piemonte, ciò  che Garibaldi violentemente rimprovera a Carlo Alberto.

Garibaldi rifiuta di smettere di lottare, nonostante l’ordine del re e ha fatto appello ai giovani: “L’Italia ha bisogno di voi … Accorrete, concentratevi intorno a me.”

 Il 27 agosto Garibaldi è costretto però a scappare in Svizzera, poi in Francia a Nizza. D’Aspre, comandante del secondo corpo d’armata austriaca composta da 20.000 uomini, è impressionato abbastanza per lodarlo nel corso di un incontro con un magistrato italiano: “l’uomo che avrebbe potentemente servito la vostra causa, non è stato da voi  riconosciuto: il suo nome  è Garibaldi “.

Nel mese di settembre, Garibaldi fu eletto al Parlamento per il college Cicagna vicino a Chiavari; raggiunge Genova il 26 dopo aver attraversato varie località: dappertutto l’accoglienza è stata entusiastica.

Ne segue un periodo di incertezza: dove intervenire? Decide di andare in  Sicilia,  ma quando  è in cammino, apprende la partenza del Papa Pio IX . Infatti, dopo aver sostenuto la causa milanese, Pio IX ha fatto un voltafaccia e richiama le sue truppe, ciò che farà arrabbiare i patrioti italiani.

Pellegrino Rossi è nominato  capo del governo, ma viene assassinato il 15 novembre, ciò che apre la strada per la rivolta, la fuga del papa e la proclamazione della Repubblica Romana.

Il 12 dicembre 1848, Giuseppe Garibaldi entra in Roma. Il 21 Gennaio 1849 viene eletto alla Costituente della futura Repubblica romana,  organizzata intorno a un triumvirato con Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi.

L’8 FEBBRAIO 1849, la Repubblica Romana fu proclamata.

L’altro grande evento di marzo è la ripresa dei combattimenti contro gli austriaci da parte di Carlo Alberto e la vittoria austriaca a Novara (22-23 marzo 1849), che suggella la definitiva sconfitta dei Piemontesi, il ritorno dei confini a quelli di prima dell’inizio del conflitto e l’abbandono di Milano.

Papa Pio IX ha chiesto assistenza internazionale contro i repubblicani di Giuseppe Mazzini. Luigi Napoleone, ansioso di ottenere il sostegno dei cattolici francesi si riserva l’onore di restaurare il papa.  Il 25 aprile, 7000 uomini comandati dal generale Oudinot sbarcano a Civitavecchia.

Garibaldi, nominato generale di brigata della Repubblica Romana si dimostra il più brillante generale dell’esercito romano.

E ‘vincitore dei francesi, il 30 aprile, ma lui non può sfruttare  la sua vittoria, per ordine di Mazzini e per ragioni politiche. Garibaldi  rimprovera aspramente Mazzini per questo suo atteggiamento di rassegnazione contro i Francesi. Questo è il primo confronto tra i due uomini: da allora in poi Garibaldi preferirà mantenere le distanze nei confronti di quello che ormai  lui chiama il suo “padrone”.

Il 9 maggio, Garibaldi affronta con successo i napoletani prima di tornare a Roma a causa dei movimenti di Oudinot.

Le forze francesi sono portate a 30.000 uomini, ciò che renderà inutile  la resistenza dei repubblicani a causa della sproporzione di forze.

Di fronte a truppe francesi ben preparate ed attrezzate, resiste un mese, dal 3 giugno al 2 luglio in feroci battaglie, dove molti dei suoi amici tra cui Emilio Morosini, Luciano Manara, Andrea Aguyar perderanno la vita.

Egli diventa ferocemente anticlericale a causa della posizione del clero che si schiera compatto con i francesi e gli austriaci.

La stampa italiana e internazionale, seguono con simpatia le azioni di Garibaldi: viene descritta ogni fase dell’operazione,  e viene pubblicato un ritratto di Garibaldi, con il titolo “Garibaldi, il generale romano.”

Per quanto riguarda il quotidiano britannico The Times, ha mandato un inviato speciale che non nasconde la sua ammirazione per Garibaldi.

Con la fine della Repubblica Romana, Garibaldi rifiuta la proposta dell’Ambasciatore degli Stati Uniti di imbarcarsi su una nave americana e arringa la folla al grido  di “Chi ama l’Italia mi segua! “, con l’intento di portare la guerra in Umbria, Marche e Toscana.

Un certo numero di sostenitori va in esilio in Uruguay, grazie alla complicità del console uruguaiano a Genova.

Circondato dagli eserciti di diverse nazioni, Garibaldi attraversa l’Appennino . Inseguiti dalle truppe del Maresciallo Constantin Aspre, con soli 1.500 uomini, si rifugia nella Repubblica di San Marino il 31 luglio, dopo essersi dichiarato un rifugiato.

Egli riconosce che “la guerra romana per l’indipendenza italiana è finita.”

 Sua moglie, Anita, che è venuta a Roma il 26 giugno e ha scelto di seguirlo nella sua fuga, vestita da uomo, si ammala. Tuttavia, con 200 uomini, ha deciso di unirsi a Venezia p’er  resistere  contro l’esercito austriaco.

Il 2 agosto 1849 Garibaldi prende in Cesenatico, 13 barche da pesca per unirsi con i suoi uomini;  Venezia cade il 22 luglio. Il 3 agosto, durante l’attacco di un brigantino austriaco, otto barche cadono nelle mani degli austriaci, 162 legionari sono catturati.

La salute di Anita è peggiorata: muore nella pineta di Ravenna il 4 agosto ed è sepolta lì.

La stessa notte, ha preso la strada per raggiungere il Regno di Sardegna. Dopo un lungo viaggio, il 5 settembre, ha raggiunto Chiavari, Liguria.

La Marmora, commissario straordinario di Genova per il Regno di Sardegna, ansioso di rendere Garibaldi politicamente innocuo, lo fa arrestare.

Il 16 settembre, si imbarca per Tunisi, è rifiutato  a Cagliari, e sbarca finalmente nel l’arcipelago di La Maddalena.

Sua madre è morta 20 marzo 1852.


Dopo lunghi viaggi durati più di cinque anni, tra il continente americano e l’Inghilterra
torna  in Italia e  si trasferisce a Nizza prima di acquistare, nel dicembre 1855, la metà dell’isola di Caprera (l’isola sarda della Maddalena) per il prezzo di 35.000 lire dal eredità che ha ricevuto dopo la morte del fratello Felice. Ha iniziato la costruzione di una casa con gli amici, e poi ha ripreso la sua vita come un marinaio. 

Nel 1857, si trasferisce a Caprera, dove si scopre un contadino piantando,  alberi di ulivo e un vigneto.

Nel 1865, ammiratori gli  compreranno il resto dell’isola.

 

…continua…

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Secondo Giorno- 6.10.1582

MATTINO

(Giovanni ricorda il suo primo incontro con Gesù, rimandando al pomeriggio il Suo primo miracolo e la guarigione del figlio del funzionario regio; Luca parla del precursore Giovanni Battista; del Battesimo; Marco racconta come Gesù scelse i primi Apostoli e dopo aver concluso il primo capitolo, sviluppa interamente il suo secondo capitolo; Matteo infine narra le tentazioni di Gesù)

Luca: Bene, adesso che ne sappiamo un po’ di più sulla giovinezza del Maestro possiamo andare avanti! Come prosegue la nostra storia?

Giovanni: Adesso si entra nel vivo del Suo ministero!!!

Marco: E quindi?

Matteo: Quindi occorre presentare il Precursore, cioè Giovanni Il Battista, grande profeta d’Israele e parente anche lui di Gesù per il tramite di sua madre Elisabetta, cugina di Maria Santissima!

Giovanni: Quanti cari ricordi, amici! Come sicuramente sapete già fu proprio mentre seguivo Il Battista che conobbi Gesù! Mi piacque all’istante…. Ma questo fa già parte della mia storia di oggi!

Luca: Ed io parlerò del Battista!

Matteo: Scusate, ma sbaglio, o doveva venire qualcuno, qui da noi?

Marco: Beh, effettivamente, secondo quanto mi dissero ieri i cugini di Gesù sarebbe dovuto giungere qui di primo mattino…sarà stato trattenuto a Firenze, lì, allo Studio Fiorentino….

Luca: Allo Studio Fiorentino del Palazzo Ducale? Marco: Certamente! A Firenze lo Studio Fiorentino è sol quello!

Giovanni: Punta in alto, il nostro Simone!

Marco: Sicuro! E lo può fare! D’altronde è lì che insegna adesso il nostro Termisto Marateo!

Luca: Il buon Lodovico prese il posto di Francesco Redi!

Matteo: Sentite! Spiegatemi bene cosa sta accadendo! Non è che la presenza di Simone al Palazzo Granducale ha a che fare con la sua collaborazione alla nostra impresa!

Giovanni: “Giovanni Evangelista

Son chiamato, ma per Gesù

Luce della Sua vista

Ero. E Lui, per me, lo fu.

Era dolce nei tratti

E mansueto nei gesti!

Dai movimenti lesti

E gli occhi mai distratti!

Piuttosto in certe fasi

Gli coglievi nello sguardo

Un’assenza o un dardo

A seconda dei casi.

Ma era un lampo fugace

Che tosto ritornava

Serena quella pace

Che lo caratterizzava.

Avere Gesù accanto

Per me significava gioia!

E se lontano da Lui noia,

Quando non anche pianto.

Mi piacque sull’istante

Quel dì che il Testimone,

Con profonda decisione,

Ce lo indicò distante.

Avvenne nel Giordano,

Alle quattro d’una sera,

ed io come chi spera

lo seguii mano a mano.

E quando Egli ci chiese:

“Cosa e chi cercate?”

Il cuore Lui mi prese

Rabbì, Signore e Vate.

Luca: L’anno settecentottanta da quando

A Roma, Romolo avea tracciato

Il primo solco, mentre governando

Stava nella giudea Ponzio Pilato

In vece di Tiberio Imperatore

E il regno già Asmoneo era smembrato

Dopo la tirannia dell’oppressore

Erode Il Grande, da Cesare ai tre

figli superstiti del genitore,

con Caifa e Anna sacerdoti che

comandavano il Sinedrio, discese

con la Sua Santa parola Jahwèh

sopra Il Battista che, senza pretese,

viveva nel deserto e se ne andava

per tutta la regione del paese

attorno al Giordano, e predicava

un battesimo di conversione

per il perdono dei peccati; stava

già scritta infatti questa previsione

negli oracoli del saggio Isaia:

‘ voce di uno che grida in zone

Desertiche; preparate la via Del Signore drizzando i suoi sentieri. Ogni burrone sia riempito e sia abbassato ogni monte e ciò che ieri Era tortuoso sia oggi drizzato E in ogni luogo impervio e nei poderi Ed ogni colle sia pure spianato! Ogni uomo sarà salvo per Dio!’ II Da tutta la Giudea e dall’Eufrate persino, accorrevano e confessando i peccati e le colpe lor passate da lui eran battezzati. Notando però il Battista molti Farisei e Sadducei, che andava battezzando li apostrofò dicendo: “Quali dei sperate di ingannare? Non il Dio di Abramo, alla cui ira, neanche nei vostri nidi di vipera, rinvio troverete! Fate or dunque frutti degni di conversione e cuore pio! E non sognate di dire ‘siam tutti Figli di Abramo’, perché il Signore, dai sassi di questi torrenti asciutti, può far nascere germogli e vigore quanto ne hanno in corpo i figli di Abramo! Pronta è la scure del disboscatore Alla radice degli alberi: gramo Destino attende, al fuoco ardente avvezzo A distruggere ogni albero e ramo Che non porti frutto! Io vi battezzo Con acqua per la conversione, ma Chi viene dopo di me, per mezzo Del Santo Spirito battezzerà: Egli è più potente di me, ed io Di Lui mi sento indegno! Pulirà E ammasserà il grano nel granaio, ma brucerà la pula al fuoco eterno!” Battesimo di Gesù -“ In te Io mi sono assai compiaciuto! Sei proprio tu il mio figlio prediletto!” E prima che il rito fosse compiuto Lo Spirito discese sull’Eletto, Colombiforme, dal ciëlo aperto! Come Isaia aveva già predetto, – “Voce di uno che grida nel deserto: È il Messaggero che spiana la via A Colui che primazia ha nel merto su qualsivoglia umano e chicchessia!-“ Così Giovan Battista nel Giordano, tutti coloro che dalla Giudìa, da Gerusalemme e da più lontano Ivi accorrevano, li battezzava! E, anche se può apparire strano Poichè dinanzi a Lui per certo stava, ei battezzò umile e senza vanto Gesù, Il Quale non con ciò che lava Battezzerà, ma con Spirito Santo! Lo Istesso che per ben quaranta giorni Lo spinse nel deserto al fin del Canto!

Marco: Seguitemi, vi farò diventare Pescatori di uömini” Gesù Disse ad Andrea e Simone, che in mare Le reti gettavano e ancor più giù, sempre lungo il gran mar di Galilea, vide anche Giacomo e Giovanni. –“Su”- disse – “venite, stirpe Zebedea!” E tutti lo seguirono lasciando reti alla barca e barca alla marea! Intanto Gesù iva predicando Il Vangelo di Dio e sì diceva: “Il Regno di Dio ora sta arrivando, convertitevi!” E questo accadeva dopo che Giovanni, il decapitando cugino di Gesù, fosse arrestato.

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LA VERA BIOGRAFIA DI GESU’
NARRATA DA  4 LETTERATI DI FINE SEICENTO
IN LINGUA VOLGARE
(attingendo alle fonti canoniche, ma non solo)

- Prologo-

Questa è la ricostruzione della biografia di un Uomo chiamato Gesù, mandato sulla terra da Dio per la salvezza dell’Umanità, composta in dieci giorni da quattro poeti di fine seicento, forse dal 5 ottobre al 14 ottobre 1690 e si basa sulle fonti canoniche del Nuovo Testamento (e non solo) per narrare le vicende terrene del Figlio di Dio, dalle Sue Origini sino alla Sua Resurrezione. Volendo scrivere  e diffondere la loro opera in lingua italiana, gli originari autori, seppure le loro intenzioni fossero oneste e devote, a causa del divieto assoluto di volgarizzazione della Bibbia che la Chiesa Cattolica Romana aveva introdotto con Papa Clemente VIII nel 1596 (che aveva incaricato il  Sant’Uffizio di reprimere con severità ed intransigenza  le relative violazioni), decisero non solo di restare anonimi, ma anche di  cambiare le date delle loro riunioni sostituendole con quelle che vanno dal 5 ottobre al 14 ottobre 1582. Avevano infatti studiato la questione da un punto di vista giuridico ed erano arrivati alla conclusione che, qualora fossero stati scoperti, l’imputazione contro di loro sarebbe dovuta cadere dinanzi al famigerato Tribunale dell’Inquisizione (il braccio armato del Sant’Uffizio) per il fatto che in seguito al Decreto con cui   Papa Gregorio XIII aveva riformato il calendario Giuliano, dal 4 ottobre 1582 doveva passarsi direttamente al 15 ottobre 1582. Così che nessun Ufficio Pubblico dello Stato Pontificio, e tanto meno un suo Tribunale, avrebbe potuto condannare qualcuno per un reato commesso in un periodo mai esistito. Gli autori pensarono così di celarsi dietro il nome dei quattro evangelisti canonici, attribuendo ai loro occasionali ospiti e collaboratori l’identità fittizia dei discepoli più stretti di Gesù. Si riservarono tuttavia di rilevare la loro vera identità soltanto dopo la stampa del libro. L’opera di ricostruzione è stata condotta su  alcuni frammenti degli scritti originari che hanno consentito, seppure con evidenti difficoltà, la presente pubblicazione.  L’idea originaria era dunque quella di narrare la storia di Gesù Cristo, Figlio di Dio, fattosi Uomo sulla Terra, in lingua volgare, facendo convergere  in un unico contesto letterario, tutte le vicende narrate dai testimoni diretti. Per loro maggiore tutela, ad ogni buon conto, come già detto, gli autori celarono la loro identità dietro gli pseudonimi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, attribuendo ai loro amici e sodali, volenterosi di dare un contributo personale alla storia di Gesù,  l’identità di Pietro, Andrea, Giacomo il Maggiore, Giacomo il Minore, Giuda Taddeo, Bartolomeo Natanaele, Simone il Cananeo, Filippo, Tommaso e Giuda Iscariota. Anche il luogo ove i quattro si riunirono ed ospitarono i loro collaboratori occasionali è rimasta segreta, pur se si crede che essi furono ospitati in una casa isolata di Làmole, oggi sotto l’amministrazione toscana ma all’epoca  territorio soggetto alla sovranità del Papa. Nella stesura della loro opera letteraria gli autori  sembrano aver privilegiato la forma metrica della terzina di endecasillabi, anche se non mancano adattamenti della Canzone petrarchesca, della Ballata Grande, del Sonetto e numerose quartine di settenari, frammisti ad ottonari.

Prima Giornata – 5 ottobre 1582
Mattino (Parte Prima)

[Luca, Matteo e Giovanni, in attesa di Marco, che li raggiungerà nel pomeriggio con due tanto inattesi quanto graditi ospiti, gettano le basi della loro storia, presentando il loro personaggio sia nella sua origine divina (In principio era il Verbo), sia in quella terrena (Antenati di Gesù), proseguendo poi con l’Annunciazione, il Concepimento e la Nascita di Gesù.]

Luca: - Dunque, amici, siamo d’accordo?
Giovanni: – Sì, io sì! Mi sembra la cosa più saggia. Tu, Matteo, che ne pensi?
Matteo: – Ma sì! Anche se la nostra fama non se ne gioverà molto…. Pensate se questo libro, che in pratica sarà  il primo Vangelo in volgare, dovesse diffondersi! In fondo, oggi, con la stampa, potrebbe anche accadere…
Luca: - Beh, intanto la nostra è una storia, un romanzo, come si usa dire oggi e  non una Bibbia di carattere teologico…
Matteo: - Però ci siamo ripromessi di essere fedeli nel riportare le parole autentiche e le vicende vere della vita di Gesù! E poi, proprio i caratteri di originalità costituiscono motivo giusto per l’attribuzione di paternità che io reclamo, anche se, per altro verso, avrei paura delle conseguenze. La gloria e la fama attirerebbero l’attenzione del Sant’Uffizio…
Luca: - Se la mettiamo su questo piano ti do ragione; ma  mi viene   un’idea capace di salvare il vino e la botte…
Matteo: - Un’idea? Che idea?
Luca: - Sentite: potremmo compilare una carta testamentaria, rivendicando con essa la paternità letteraria dell’opera ma incaricando il Notaro ricevente di non rendere pubblica la nostra Carta prima che l’ultimo di noi abbia lasciato questa valle di lacrime…
Matteo: - Mi pare proprio una bella idea, nevvero Giovanni?
Giovanni: - Sì, certo! Ma Marco sarà d’accordo?
Luca: - Basterà chiederglielo al pomeriggio, quando arriva! Ma vedrete che sarà d’accordo!
Giovanni: - D’altronde sarebbe comunque prudente compilare la Carta a fine storia…
Matteo: – Già! Non si sa mai che qualche spia dell’inquisizione… Se quelli vengono a sapere che stiamo traducendo ampi stralci del nuovo Testamento in volgare, poveri noi…
Luca: - La prudenza non è mai troppa, anche se qui a Làmole i giudici dello stato pontificio non sono certo vicini!
Matteo: - Bene, animo dunque: come inizia la nostra storia!?
Luca: - Dal principio, naturalmente!
Giovanni: - In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio…
Matteo: - Bello! Come suona bene! Quindi questa sarà la  pagina uno del nostro libro?
Luca: – Penso di sì! Ma questo lo vedrà il tipografo! Non dimenticare che si usa anteporre il titolo e poi la prefazione… Noi cerchiamo di numerare le nostre pergamene secondo l’ordine prestabilito.
Matteo: - E’ vero! Hai ragione! Ti chiedo scusa, ma io fremo d’emozione: questo dovrebbe essere il mio primo libro a venire stampato!
Luca: - Anche per me. Ma non comparirà col nostro nome! Buffo vero?
Matteo: Già! Il nostro nome apparirà dopo morti!
Luca: Non ci pensiamo. Dai Giovanni, leggici il tuo primo brano per intero!

Giovanni:

-“In principio era il Verbo
E il Verbo era presso Dio
Il Qual teneva in serbo
Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione
Mandandoci Suo figlio
Che nato da puro Giglio
È Sua rivelazione

In uno con lo Spirito
Ma puoi elencarne tre!
Come la Legge per Mosè
Fu data, la Grazia Cristo

Ci ha portato e Verità.
Pur se d’ogni cosa è Autore
L’uomo, mal riconoscitore
Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto
Lui li ha resi fratelli
Dandogli i doni più belli
Senza riceverne molto.

Il Verbo fu carne e storia
Venendo a vivere di qua!
Noi vedemmo la Sua gloria
D’unigenità Verità!

Venne un uomo inviato
Da Dio, a nome Giovanni;
venne negli stessi anni,
la Luce ha testimoniato!

Egli non era la Luce,
ma d’Essa era testimone,
nel mondo il Vero Timone,
poscia venne, Vero Duce!

Tutto è stato fatto da Lui,
ma senza, niente è creato!
Lui non è stato accettato,
Astro splendente in cieli bui!

Dio, nessuno l’ha mai visto;
l’Unigenito Suo Figlio,
che nel Padre è consiglio,
viene rivelato in Cristo!

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attentato1

Quegli spari, in Piazza San Pietro,

il 13 maggio 81

mi videro freddo osservatore

di un materialismo storico

ch’era illusione, ch’era inganno;

più avanti piansi

di fronte al fragile tremore

e capii, col cuore,

che Tu eri mio padre!

Anche se non Ti vedo

prega per noi tra gli Angeli:

la Tua vita

è stata comunque un segno

dell’esitenza di Dio.

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AUSTRALIA MARY MACKILLOP CELEBRATIONS SYDNEYEbbe il coraggio, nel lontano 1870, di denunciare un prete pedofilo; oggi il Papa ha riconosciuto l’eroicità del suo comportamento  innalzandola agli onori dell’altare.

Si tratta di una suora australiana(1842-1909), fondatrice della prima comunità religiosa femminile dell’Australia, scomunicata dal Vescovo di Adelaide per insubordinazione a seguito della sua coraggiosa denuncia contro un prete irlandese, reo di abusi sessuali su minori.

Oggi, quella sua forza spirituale spirituale, dimostrata in un periodo in cui nella Chiesa prevalevano i maschi a discapito delle donne, le ha valso la proclamazione di Beata.

E’ la prima donna australiana ad essere canonizzata.

Quindicimila fedeli australiani hanno atteso la proclamazione, pregando sulla sua tomba in Australia.

Prendiamo tutti esempio dalla Beata Mary MacKillop e denunciamo le ingiustizie e le storture di cui siamo vittime o testimoni.

Per costruire una società più vivibile e più giusta.

Approfondisci su:

http://www.corriere.it/cronache/10_ottobre_17/santa-australiana-mary-mackillop-suora-denuncia-prete-pedofilo_8ae382b2-d9ce-11df-8dad-00144f02aabc.shtml

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Hanama and friends

- Ho detto “sorridi”, piccolo Skukuza! Quel cameraman è un mio caro amico!

- Sì, papà Hanama, ma mi fa innervosire quella lucetta rossa!

http://www.dailymail.co.uk/news/worldnews/article-1308487/emailArticle.html

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vinoUn vinaio decise, per interessi della sua bottega, di smerciare un vino adulterato sfruttando però il nome di un vino già apprezzato da tutti.

Lo mise in commercio in grande quantità, scrivendo nell’etichetta che il vero e autentico vino di marca era il suo, non quello conosciuto sino ad allora.

Ad alcuni bevitori che avanzavano delle educate riserve sulla bontà del nuovo vino, il vinaio  rimproverò  risentito che essi non potevano giudicare un vino che non avevano neppure assaggiato. E li invitò quindi ad acquistarne.

Secondo voi, i buongustai, continueranno a bere il vino buono o acquisteranno il vino adulterato?

L’episodio, mutatis mutandis, è accaduto a me di recente, nella nostra piattaforma.

Un blogger  ha infatti recensito un libro  dedicato al papa Giovanni Paolo II, notoriamente considerato un uomo di virtù e qualità innegabili (al di là degli steccati ideologici), reclamizzandolo come un libro verità contenente oltre 400 pagine di peccati addebitabili al papa polacco.

Alle mie educate riserve sul contenuto del libro ha opposto la circostanza (peraltro da me evidenziata in premessa) che  avrei dovuto leggere il libro, prima di esprimermi.

Io non so che razza di elenco di peccati contenga quel libro. Se fossero dei peccati dell’uomo Lolech essi sono materia che riguarda la sua anima e se la vedrà con il Padre Misericordioso nel Giorno del Giudizio Universale, dato che davanti a Lui siamo tutti peccatori.

Ma se si tratta di presunti peccati legati al suo ministero pastorale, quali ad esempio l’aver contribuito in modo determinante a distruggere la mala pianta del comunismo sovietico e dello stalinismo, o magari l’essere riuscito ad attirare tanti giovani alla sua Chiesa (allontanandoli dalle droghe e dai vizi)beh, allora lo ringrazio e pregherò ancora di più Iddio Onnipotente di tenere da conto il grande papa.

E comunque di quel vino non ho alcuna voglia di berne.

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Avrei voluto seguire l’accorato appello del Papa, che ha lamentato una eco ossessiva di cattive notizie, di atti malvagi, di azioni efferate che ci sembrano il mondo più cattivo di quanto forse esso non sia. Ma di fronte a questa notizia non ce l’ho proprio fatta. Forse é la vergogna di appartenere al sesso maschile della razza umana; magari éancora una volta l’orrore, l’indignazione, l’incredulità, il desiderio di condividere con gli altri  un fatto così drammatico, ma ho sentito forte l’impulso a pubblicare questa ennesima manifestazione di abiezione umana. Chiedo perdono a Dio di questa azione malvagia e chiedo scusa ai miei amici e lettori, promettendo che cercherò di pubblicare anche notizie alllegre o leggere.

(continua…)

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