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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

11. continua…

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Capitolo Nono

 

Certo avrebbero riso assai meno, i goliardici Increduli dell’Accademia, se avessero saputo che l’Hidalgo inquisitore tramava vendetta per lo smacco e la beffa subiti.

La notte faticò a prender sonno, ma al suo risveglio, dopo la consueta, frugale colazione, si ritirò nel suo studio.

Si mise davanti le carte sequestrate il giorno prima e si rilesse gli appunti che meticolosamente era andato compilando giorno per giorno dal suo arrivo a Ferrara.

Studiandoli gli tornarono alla mente i capisaldi del metodo investigativo che gli era stato trasmesso alla scuola di Girolamo Huesca: in primis: osservazione, studio e rielaborazione dei fatti; in secundis:  logiche deduzioni, costruzione di un teorema, reperimento e creazione delle prove che confermassero il teorema. Il resto andava affidato al fiuto.  Questo ultimo  principio   l’Hidalgo lo aveva elaborato in maniera autonoma; aveva capito che si trattava  di un valore aggiunto che faceva parte dei talenti ricevuti e non poteva essere acquisito con alcun metodo investigativo,  ma soltanto affinato con la pratica.

L’astuto cacciatore spagnolo, dopo essersi studiato attentamente le carte,  arrivò così alla conclusione che qualcuno doveva aver parlato.

Ma chi poteva essere stata la spia?

Esclusi i soldati della scorta che, come da lui comandato, non erano stati messi a conoscenza della missione (lo aveva appurato chiedendo al comandante del drappello che guidasse lui la marcia della spedizione, ottenendone in cambio un mesto e deluso diniego di impossibilità ad eseguire), soltanto in cinque erano a conoscenza della data della programmata irruzione, e che la missione era da compiersi nella casa di De Regis, in vico Vrespino. Restavano pertanto soltanto  quattro persone , oltre  a lui: il fido Tenoch, imperscrutabile e taciturno come una tomba; Padre Alonso, il gesuita irreprensibile e idealista; il vice legato Pasini Frassoni, tanto mellifluo, quanto acuto e intelligente; la sua stretta di mano morbida e untuosa non era piaciuta né a lui, né a Tenoch; sulla carta era il sospettato numero uno ma il suo intuito gli diceva di cercare altrove; e altrove c’era soltanto Don Agostino Barozzi, quel domenicano chiacchierone e gaudente, che amava il vino e le donne; che amasse il vino lo aveva mostrato a tavola, sollecitando più volte il coppiere sordomuto a riempirgli il calice troppo di frequente; e che fosse un lussurioso lo aveva intuito da come si era succhiato le dita dopo aver mangiato le anguille e i gamberi del Po; e, soprattutto dalla quantità di caviale, indicato dai suoi manuali come afrodisiaco efficace e trasgressivo,  che si era ingollato durante la cena.

Doveva esser lui, il goloso inquisitore, la gola profonda.

Decise comunque che in futuro avrebbe escluso entrambi i sospettati dalle sue mosse e dai suoi progetti.

Un’altra cosa colpì l’hidalgo studiando le carte sequestrate in casa di De Regis: tutti i libri e gli spartiti provenivano dalla tipografia di Raspo Baldini.

Poteva trattarsi di una combinazione ma il suo fiuto di segugio gli fece prudere il naso. Questo significava due cose: primo, che il tipografo Baldini c’era dentro anche lui sino al collo; secondo  che anche se il Baldini non avesse avuto niente a che fare con gli eretici, lui avrebbe fatto in modo che il Baldini diventasse uno strumento per incastrare il De Regis.

Senza far capire che le sue indagini fossero collegate al Carminate, si informò dal Giudice dei Savi sulle attività del tipografo ferrarese, venendo a scoprire che il Baldini aveva diversi contenziosi relativi a certi dazi doganali che all’epoca occorreva assolvere sia per le risme di carta importate  dal Veneto (per lo più dalle cartiere di Salò), sia in uscita per i prodotti realizzati con la carta medesima dai tipografi, ciò che faceva infuriare il Baldini, inducendolo attraverso la distribuzione di mance adeguate ai vari doganieri, a evadere le dovute gabelle in ripetute occasioni.

Afferrato il Baldini, prima ancora che Tenoch gli mostrasse quanto efficaci e dolorose fossero le sue tecniche di tortura (all’uopo furono sufficienti tre dosi di acqua ingollate a forza con l’imbuto e qualche carezza di assaggio delle sue pinze strappa seni alle pudenda), il Baldini si convinse, obtorto collo, a firmare un atto d’accusa secondo il quale Pietro Marino De Regis gli aveva chiesto di stampare una sua opera, titolata “Il manuale del perfetto orologiaio” che inneggiava alle teorie copernicane e ad altre eresie allora in voga.

Ed avendo egli letto in quell’orribile libro, ove si osava affermare “come la terra non fosse punto piatta et immobile e come il sole fosse lo centro del mondo et eziandio in movimento continuo con la terra medesma”, ed altre cose dell’altro mondo, inenarrabili, insostenibili, inconfessabili, tanto più che esse, di conseguenza osavano smentire la veridicità delle Sacre Scritture; e  lui, che si fregiava dell’amicizia di uomini di Chiesa, “piissimo et devoto agli insegnamenti della nostra Mater Ecclesia”, si era rifiutato di stamparla.

Con quella carta accusatoria e confessoria,  allo stesso tempo il Baldini condannava il De Regis ed assolveva se stesso da ogni colpa. E’ superfluo  qui precisare che  in realtà il Baldini si sentì coartato nella sua volontà e violentato nelle sue convinzioni, al punto che una volta liberato, corse a confessarsi, in gran segreto, d’essere stato costretto dagli spagnoli ad accusare un innocente.

E mentre lui correva a liberarsi del suo fardello infame, il De Regis veniva afferrato e consegnato nelle mani dell’orrido torturatore Tenoch Tixtlancruz.

 

9. continua…

 

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Capitolo Quarto

Quando Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, incaricò gli architetti di corte di ampliare la città medioevale di Ferrara, Biagio Rossetti aveva previsto, sollecitato dal lungimirante duca Estense,  che la direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente  Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli,   fosse chiusa da una possente cinta muraria. A difesa delle incursioni delle temute milizie venete, oltre alla predetta cinta muraria e ad un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca Ercole ordinò al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare presidiata da una stanza fissa di 500 soldati, dodici cannoni a bocca di fuoco 120 (a cui suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo,  il cannone denominato “La Giulia”,  che suo padre Alfonso  aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la  morte dell’odiato papa Della Rovere).

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che,  oltre agli alloggi e alle mense dei militari (rigorosamente interdetti, per ragioni di sicurezza, ad ogni estraneo)  comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a  mattone crudo (quando non addirittura fatte di assi di legno) a presidio di orti e frutteti che,  numerosi più delle case,  abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria,  che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli. Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche spiccava una costruzione in pietra che, a ridosso di un’enorme  porcilaia che comprendeva anche un macello, di cui si servivano  tutti gli allevamenti del borgo,  per anni aveva ospitato una taverna che dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del  Samaritano” ospitava una  casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo. La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500 (anche se certi documenti sembravano attestare invece la data  del 1577) quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitti ai gestori e proprietari del’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo de Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

4. continua…

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Siamo ormai  abituati a considerare la scuola come quell’istituzione gestita dallo Stato (in competizione con pochi privati autorizzati) che ci accompagna, attraverso l’esame di maturità, sino all’università (dispersione scolastica permettendo).

Eppure la scuola non è tutta lì.

Anzi, dobbiamo ricordare che in un passato non tanto remoto, la scuola statale era del tutto inesistente.

Senza scomodare  Socrate e Platone, che intrattenevano i loro discenti all’ombra dei colonnati dell’antica Atene, e i loro epigoni, trasferiti in massa a conquistare , come guide e precettori, i figli dei loro conquistatori Romani, ci è facile osservare, con un piccolo sforzo di memoria storica, come  l’istruzione fosse, sino a poco più di un secolo addietro,  soprattutto  in mano ai diversi ordini religiosi.

Eppure la scuola, ancora oggi, non è soltanto quella istituzionale dei banchi di scuola.

Per chi come me, purtroppo o per fortuna, è già nei terzi “anta”, tornano alla memoria le vecchie botteghe artigianali dove i giovani che, per le più svariate ragioni,  non fossero risultati idonei agli studi religiosi ovvero non fossero, a loro volta, figli di medici, avvocati o ingegneri, si formavano per la vita e per il lavoro.

Erano queste botteghe artigianali delle vere e proprie scuole di vita.

Nelle barberie, officine meccaniche, sellerie, calzolerie,  sartorie, nei pastifici, nei cantieri edili e in tutti gli spazi produttivi disseminati lungo lo stivale si apprendeva la dura arte dell’ubbidienza, della discrezione, dell’apprendere, prima  osservando, poi creando con le proprie mani il proprio futuro.

Della bottega di orologiaio di mio padre ho dei ricordi legati soprattutto all’estate.

Mio padre mi ci portava perché aveva paura che, finita la scuola istituzionale, io finissi con il frequentare i vagabondi del paese, i bastasoni,  i perditempo,  i perdigiorno o i calandroni, come li chiamava lui, a seconda del giorno e dell’umore.

E poi, mi ripeteva, “impara l’arte e mettila da parte!”.

Insomma, volente o nolente, le mie estati anziché odorare di fiume e di campo, odoravano di grasso di iena e di olio di lince (mio padre, soprattutto davanti ai clienti,  chiamava in questo modo misterioso, certi solventi che si usavano per la pulizia e per la lubrificazione degli orologi e dei suoi innumerevoli ingranaggi, principalmente perché era un uomo dalla spiccata fantasia (gli piaceva infatti inventare; a suo modo era infatti un artista, ma io questo l’ho capito dopo);  io credo però che il motivo fosse anche legato alla segretezza e alla gelosia che ogni capo bottega ha dell’ arte che vi si svolge  e degli ingredienti che vi si usano.

Quando i clienti, entrando nella bottega (il cui si accesso era consentito soltanto ai clienti più affezionati, che si si spingevano oltre il banco di vendita) lo salutavano con l’appellativo di “Maestro” io, nonostante mi rodesse il fatto di essere costretto a frequentare la bottega, mi sentivo orgoglioso del mio papà!

Mio padre a quel saluto sollevava lo sguardo dall’orologio al quale si stava dedicando, senza togliersi neppure la lente d’ingrandimento, che lui calzava nell’occhio destro, incastrandola con abilità nell’orbita oculare ossea.

Non amava affatto interrompere il suo lavoro (fatto di massima concentrazione e ferrea precisione) e sul suo volto si stampava sempre un’aria di severa interrogazione (io, se fossi stato bravo in disegno, avrei potuto, senza tema di sbagliare, disegnargli una nuvoletta, all’altezza della fronte, con su scritto “chi sarà mai questo rompicoglioni?”).

Ovviamente rispondeva con una domanda di stile, della serie “salute a lei, mi dica!”, o qualcosa del genere. Mi dava sempre l’impressione  che scendesse da un altro pianeta, a confrontarsi sulla terra con degli esseri inferiori che osavano interrompere il suo viaggio interstellare.

Devo dire per completezza che mio padre non amava neppure staccarsi dal banco da lavoro per recarsi al banco di vendita; e se non c’era un affare importante in vista (magari già avviato) preferiva delegare me o qualche altro fratello, così lui poteva dedicarsi ai suoi amati orologi e ai suoi misteriosi ingranaggi. Io ero ben contento, al contrario di lui, di servire la clientela che entrava nel negozio per acquistare, fosse anche per sostituire il cinturino dell’orologio o il moschettone di chiusura della catenina o del bracciale. Il mio massimo era servire qualche avvenente ragazza con cui mio padre si sarebbe scazzato da morire (dato che diceva che le donne erano sempre troppo indecise e gli facevano perdere del tempo per lui prezioso).

L’apprendistato dell’orologiaio iniziava con  un anno intero passato a guardare il “maestro” lavorare. Mio padre era un uomo di poche spiegazioni: occorreva osservare ed intuire. Non amava neppure le domande, che spezzavano la sua concentrazione.

Quel  primo anno anno serviva anche per imparare il nome dei solventi (oltre al grasso di iena e all’olio di lince, c’erano diversi acidi, come quello che serviva a staccare la spirale del bilanciere) e il nome dei diversi attrezzi (la pinzetta finissima, i cacciaviti, numerati da 1 a 10, la tronchesina, gli alesatori, gli oliatori, l’estrattore, i punzoni, numerati da 1 a 50 e così via; c’erano anche pinze e tenaglie ma mio padre le usava raramente, perché diceva, ridendo, che quelli erano attrezzi più adatti agli scarpari che agli orologiai); inoltre occorreva essere capaci di trovare, velocemente, il pezzo che eventualmente fosse caduto al maestro durante la lavorazione (e lì capivi  l’importanza di fissare il lavoro con lo sguardo; una distrazione in quella circostanza, oltre che una sgridata o, peggio, un manrovescio, significava non sapere in quale direzione indirizzare la propria ricerca; e se si trattava, ad esempio, di una molletta di calendario o di una qualsiasi altra molletta, erano guai sul serio) .

Dopo il primo anno l’apprendista poteva cominciare a pulire qualche sveglia, privata dello scappamento dal maestro oppure da qualche apprendista più anziano e comunque sotto stretta sorveglianza di qualcuno più anziano in bottega.

Dopo due anni l’apprendista poteva cominciare a smontare e a rimontare un EB 700 oppure un AS 1130. Si trattava dei due macchinari più semplici (il primo senza rubini mentre il secondo ne montava ben 17!), allora commercializzati sotto diversi marchi (mio padre trattava gli svizzeri  Imperios, che montavano anche l’AS 1130,  indistruttibili e senza tempo); i macchinari su cui all’inizio si esercitavano i praticanti però,  non appartenevano ai clienti ma erano di orologi che appartenevano alla bottega (magari erano stati versati in occasione dell’acquisto di un orologio nuovo; oppure erano appartenuti a clienti che per non pagare il costo della riparazione avevano preferito rinunciare all’orologio; e ciò nonostante mio padre fosse molto meticoloso e preciso nei suoi preventivi, sconsigliando sempre la riparazione quando il costo fosse eccessivo rispetto al valore dell’orologio).

Se questi primi montaggi andavano in porto positivamente, allora il praticante era ammesso alla sostituzione dell’asse del bilanciere o dell’albero di carica (con o senza coroncina) e della molla di carica sugli orologi dei clienti; ma sempre supervisionato dal maestro o da altro praticante più anziano.

Insomma, se tutto andava per il verso giusto, al decimo anno, forse, eri in grado di riparare i “cinque linee” (cioè gli orologi da donna più minuscoli allora in commercio, gli orologi automatici, quelli a calendario e via, via, i cronografi, con e senza fasi lunari, e i pendoli, il cui apice era costituito, a quel tempo, da quelli che battevano il quarto d’ora e avevano delle icone mobili che comparivano nelle diverse fasi del giorno.

Io mi fermai al montaggio e rimontaggio degli AS 1130 (anche se più tardi, ormai laureando e collaboratore commerciante di mio padre, mi riscattai superando a pieni voti un corso per la manutenzione dei nuovi orologi analogici al quarzo, organizzato dalla prestigiosa casa svizzera LONGINES; serbo ancora con orgoglio il diploma che mi venne rilasciato a fine corso)

Per mia  fortuna dopo qualche anno dalla sfortunata campagna di Sicilia (su cui ho già intrattenuto il lettore in qualcuna delle puntate precedenti) mio padre ebbe un’altra delle sue coraggiose iniziative e pensò bene di comprare un locale commerciale di oltre centocinquanta nel centro di Cagliari per farvi una gioielleria con tutti i crismi. Anche in questa circostanza la testa di ponte fu costituita da mia madre (col suo ruolo di mamma), io (col ruolo di vice-capofamiglia) e tutti e cinque i miei fratelli più piccoli.

Anche questa nuova avventura non andò bene ma debbo dire, per onestà, che questa volta mio padre aveva visto giusto, ma noi figli non fummo all’altezza delle sue grandi visioni di allargamento e di ingrandimento dell’azienda paterna.  E perciò, rivenduto degnamente il locale commerciale, i miei fratelli preferirono espandersi nei paesi viciniori all’azienda fondata da mio padre.

Ma questo fa parte già di un’altra storia.

 

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