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La brillante prova di settembre confermò nei miei genitori la volontà di farmi proseguire negli studi.

Certo il liceo classico me l’ero giocato con il comportamento da scansafatiche messo in atto nel precedente anno scolastico; ma non mi andava neppure di seguire il suggerimento del consiglio di classe che, sin da giugno, aveva raccomandato, in caso di promozione, l’iscrizione alla scuola professionale.

Mia madre non aveva rinunciato alla speranza di vedermi all’università, mentre mio padre sperava di fare di me almeno un contabile per la sua azienda che, con le sue fondate e legittime ambizioni, sognava ancora di ingrandire e potenziare.

Io, dal canto mio, speravo di dimostrare che in matematica non ero poi così scarso e che ero stato ingiustamente penalizzato dal mio carattere irrequieto (e, secondo mia madre, dalla piccineria e dalla mala fede di quel docente, aspirante acquirente di oggetti preziosi rateizzati).

Fu raggiunto così un compromesso che sembrava accontentare tutti: sarei stato iscritto alla Ragioneria.

A quel tempo, nel 1968, per chi dal mio paese volesse frequentare un Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri e per Periti Commerciali (come recitava la pomposa definizione amministrativa delle scuole per ragionieri), doveva recarsi obbligatoriamente a Cagliari. La scuola per ragionieri di Decimomannu, dove poi, ironia della sorte, avrei insegnato discipline giuridiche ed economiche per oltre trent’anni, sarebbe sorta soltanto nel 1983, mentre Sanluri e San Gavino sarebbero state delle sedi ben più distanti e scomode  rispetto al capoluogo.

Mia madre mi portò personalmente all’Istituto Pietro Martini, che a Cagliari godeva fama di essere il migliore per formare gli esperti della contabilità.

Ma al Martini non c’era posto e non accettarono la mia iscrizione, in quanto tardiva. Occorre infatti ricordare che a quel tempo l’obbligo scolastico finiva a i quattrodici anni e quindi, a gennaio dell’anno scolastico di provenienza, non era obbligatorio per i genitori effettuare un’iscrizione , né per gli istituti superiori accettare le iscrizioni dei ragazzi che frequentavano la terza media. Adesso le cose sono alquanto cambiate, essendo stata elelvata a sedici anni l’età dell’obbligo di frequenza scolastica.

Al Martini, con aria di sufficienza, ci dissero che forse al “Leonardo da Vinci” ci sarebbe stato un posto per me (ho scoperto che oggi,  il pomposo Martini,  ha dovuto sloggiare dalla sua sede storica di via Sant’Eusebio per trasferirsi in viale Ciusa 4, dove un tempo c’era proprio  il Leonardo da Vinci, oggi accorpato ad altri istituti tecnici per ragionieri).

Così venni iscritto in quella scuola.

Il Leonardo da Vinci era sorto successivamente al Martini,  in un’area di forte espansione urbanistica, ancora in agro di Cagliari, ma con vocazione a servire gli utenti del popoloso hinterland cagliaritano: la popolosa frazione di Pirri (che da sola contava, sin da allora, oltre  30.000 abitanti); Monserrato, che aveva riacquistato l’autonomia amministrativa dopo i rigori del fascismo, che l’aveva declassata a frazione di Cagliari; Quartu S.Elena, che si avviava a divenire la terza città più abitata della Sardegna (dopo Cagliari e Sassari e prima di Nuoro e Oristano).

In quegli anni,  sulle ali del boom economico, il nuovo tessuto commerciale che si era costituito nella nostra Isola (come, ovviamente e ancor di più, nel resto d’Italia) e la voglia di riscatto sociale delle generazioni sopravvissute al Fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale, avevano fatto crescere la domanda di una istruzione utile e concreta, con un titolo di studio capace di fornire uno sbocco professionale immediato senza l’obbligo di proseguire negli studi universitari (come erano al tempo i licei). E la figura professionale del ragioniere, così ricca di storia e di fascino, sembrava incarnare l’ideale della nuova classe sociale di commercianti e artigiani, che sognavano per i loro figli, una carriera in banca o in ufficio, con il colletto bianco,  le mani pulite e lo stipendio sicuro. Professione oggi purtroppo tramontata, come dimostrano impietose le statistiche del ministero della pubblica istruzione, favorevoli ai licei, da quelli classici, artistici  e scientifici, ai più moderni linguistici, pedagogici  e musicali. Qualcuno li chiama i corsi e i ricorsi della storia.

Mi ritrovai così in un’allegra e rumorosa classe di quasi quaranta alunni, tutti simpatici e vivaci, provenienti da Pirri, Selargius, Quartucciu, Monserrato e Quartu Sant’Elena.

Le ragazze avevano ancora l’obbligo del grembiule nero, con il nome e la classe cuciti in alto destra, mentre noi ragazzi, al contrario di quelli del Martini (costretti a recarsi a scuola in giacca e cravatta), non avevamo alcun obbligo di forma nel vestire (l’obbligo sarebbe caduto anche per le ragazze, di lì a poco, quantomeno nel nostro istituto).

Avendo l’Istituto raggiunto in quell’anno un numero assai elevato di nuove iscrizioni ed essendo comunque ingestibile una classe di quaranta studenti, il Preside, un professore di Lingua e letteratura inglese assai colto e rinomato, decise di istituire i doppi turni. Una parte degli studenti avrebbe dovuto frequentare al pomeriggio: dalle 14,30 alle 19,30. Inizialmente si era parlato di alternanza tra i diversi corsi. Alla fine però, il mio corso, che inizialmente era contrasssegnato con la “F” (per il biennio) e con la “D” per il triennio superiore, finì coll’essere relegato per sempre al corso pomeridiano (o in controturno, se si preferisce).

A parte il sonno, che mi assaliva nei pomeriggi di caldo (da marzo a giugno,  grosso modo) non mi potevo e non mi volevo lamentare. D’altronde, potevo stare a letto un po’ di più al mattino, per evitare di addormentarmi sul banco di scuola (cosa che in verità non mi è mai accaduta).

Imparai con piacere tante cose: la stenografia, magica materia ormai scomparsa, la dattilografia, che ha dovuto lasciare il posto alla più complessa e misteriosa informatica; le scienze naturali, la geografia, la matematica, la fisica, la chimica, la computisteria e il francese. Ma le mie materie preferite erano la storia e l’italiano, dove in qualche modo, mi distinguevo. Anche merito della mia professoressa che nel biennio era la moglie di un alto magistrato cagliaritano, molto amorevole, paziente e capace.

La scuola mi piaceva. Ammiravo, in generale, tutti i professori e pendevo dalle loro labbra. Ero assetato di sapere e alle spiegazioni stavo sempre attento, perché volevo apprendere e non mi piaceva essere rimproverato.

Ma  all’orizzonte si addensavano delle nuvole cupi e dense: il sessantotto stava per arrivare.

13. continua…

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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Capitolo 3

IL MOVIMENTO STUDENTESCO NELLA FACOLTA’ DI INGEGNERIA

 

- “Fantasio, lasciamo stare, queste cose, visto che sono lontane nel tempo e forse è anche rischioso parlarne,  raccontami invece delle tue esperienze nella Facoltà di Ingegneria. Mi hai detto più volte che avete occupato la vostra Facoltà in varie occasioni e che il vostro movimento si differenziava da quello delle Facoltà umanistiche, in cosa voi studenti di Ingegneria eravate diversi?”

- “Ciò che faceva la differenza era il tipo di studi; io ho sempre pensato che la professione dell’Ingegnere fosse naturalmente legata alla politica nel senso che l’Ingegnere più di ogni altro laureato affronta e dovrebbe risolvere quei problemi dai quali dipende la  vita della città. Il significato della parola “ politica” per un certo aspetto è lo stesso di quello della parola “urbanistica” e l’Ingegnere più che il medico o il laureato in lettere o  il laureato in scienze politiche, svolge la sua attività a contatto diretto col mondo del lavoro e gli operai delle fabbriche, i muratori e gli altri artigiani dell’edilizia, e perfino i contadini per tutta una serie di questioni principalmente legati a quelle dell’acqua, irrigazione, protezione da dissesti geologici, uso razionale delle macchine, tutti, dovrebbero lavorare a stretto contatto con l’Ingegnere.”

- “Anche io, Fantasio, spesso mi meraviglio a sentir parlare sempre alla radio ed alla televisione medici, avvocati e uomini politici che non si sa quale professione svolgano nella vita, e mai ingegneri che ci spieghino il perché di tanti disastri, allagamenti ogni volta che piove, scuole con i tetti che crollano sopra gli studenti, le strade col traffico che non si cammina più, e i lavori pubblici lunghi, eterni che non finiscono mai…Ma non dovrebbero essere in primo luogo gli ingegneri a occuparsi di questi problemi?”

- “Brava Lucrezia, tu hai compreso il problema, ma gli ingegneri di questi argomenti non vogliono parlare, si sentono colpevolizzati se tu lo fai. “E’ tutta colpa dei politici” essi dicono, ed anche io sono d’accordo, perché tutti questi sono problemi   che concernono direttamente la politica intesa nel senso primitivo della parola: “Scienza  del governo della città”. E tuttavia ai miei tempi ed ancora oggi, parafrasando il Campanella, potremmo dire che: “ gli ingegneri non lo sanno”.  Parlare di politica agli Ingegneri, oggi come allora,  è difficilissimo. Me ne accorgo leggendo i giornali periodici editi dagli ordini professionali che regolarmente ricevo, essendo ancora iscritto all’ordine e tutti possono constatare come più volte ogni giorno si odono alla radio medici, sociologi, politologi, psicologi ed esperti in ogni campo che espongono ad un vasto pubblico i problemi della loro professione e rarissimamente si ascoltano ingegneri.”

- “Fantasio io non voglio pensare che gli ingegneri non vogliono parlare di questi problemi perché hanno paura di affrontare il giudizio del pubblico sentendosi in colpa, o perché indifferenti a ciò che pensa la gente…”

- “Hai toccato un problema grosso Lucrezia, ma è meglio procedere con ordine. Ora stiamo parlando di quello che accadde quando ero all’Università.

Anche allora gli studenti di ingegneria, non dico tutti ma la maggioranza, non volevano sentir parlare di politica e quando nelle facoltà umanistiche si discuteva sui problemi del lavoro e dei rapporti  fra intellettuali e lavoratori, ad Ingegneria prevalevano altri problemi, in primo luogo  quello della difficoltà e pesantezza degli studi  che gli studenti dovevano affrontare, e su questo tema c’era l’accordo assoluto. Infatti il corso di ingegneria teoricamente dura cinque anni ma una minima percentuale di studenti riesce a completarlo in tale periodo e quando si è costretti per otto ore al giorno sui banchi di scuola  e poi ad altre ore di studio notturno in casa, poco tempo rimane per frequentare gruppi politici.

Ai miei tempi il 60 – 70% di quanti iniziavano gli studi di ingegneria, rinunciavano nei primi due anni. Il corso dei cinque anni era suddiviso in un biennio ed un triennio, per accedere al triennio bisognava aver superato tutti gli esami del biennio e ciò era impresa difficilissima e bastava che non si superasse un esame per perdere un intero anno accademico. Questa è la prima critica che si poteva fare, ed io feci nelle assemblee, a quel tipo di studi:

“Ci disumanizza, ci trasforma in computer, non ci lascia il tempo per dedicarci ad altri problemi umani.” La critica colpiva il segno, ma non procurava ferite. Era più importante darsi da fare per ottenere concessioni che rendessero più facili gli esami, e per il resto rinviare il discorso a dopo la laurea.

La nostra prima occupazione ci fu durante il mio primo anno di università,  precedette quella delle altre Facoltà e ebbe come scopo lo “sblocco del biennio”.

Ottenemmo che agli studenti fosse concesso di portare nel triennio un esame del biennio.

L’anno successivo la città universitaria fu occupata in seguito alla morte dello studente Paolo Rossi; le aule del biennio  di ingegneria che stavano nella città universitaria furono occupate per solidarietà con gli altri studenti, ma il triennio che stava a San Pietro in Vincoli non partecipò.

La terza occupazione, quella diventata più celebre, avvenne in concomitanza con l’occupazione della città universitaria: era questo il periodo delle grandi manifestazioni,  battaglia di Valle Giulia, Piazza Cavour , incursione della banda di Caradonna.

La Facoltà di ingegneria in S. Pietro in Vincoli fu occupata, ma più per motivi interni che per vera e propria solidarietà col movimento.

Non voglio dire che questa occupazione fu incoraggiata da alcuni professori ed assistenti: furono convocate dai rappresentanti degli studenti nel consiglio di Facoltà  alcune assemblee ed a queste parteciparono professori ed assistenti. Ci fu un dibattito abbastanza vasto ed alcuni professori fecero discorsi molto critici sull’ordinamento degli studi di ingegneria ed anche parlarono del ruolo degli Ingegneri nella società italiana, a loro dire non adeguato al valore della laurea e all’impegno richiesto per ottenerla.

Fra coloro che parlarono, sostenendo questa tesi e riscuotendo notevoli applausi ci furono il Professor Castagna di Meccanica e i Professori Gandino e Misiti assistenti del Prof. Arredi, titolare della cattedra di Idraulica che anche lui parlò sostenendo la parte conservatrice.

Anche alcuni Ingegneri esterni alla Facoltà parlarono, confermando che il mondo del lavoro non concedeva agli Ingegneri quel ruolo che essi avrebbero meritato.

“L’Ingegnere nelle fabbriche fa il guardiano degli operai, le decisioni importanti vengono prese da chi possiede il capitale e non da chi ha la competenza, nel mondo degli appalti e dei lavori pubblici c’è il caos. La ricerca scientifica non si fa; problema ancora più grosso: gli ingegneri ricevono una preparazione quasi solamente teorica. Dopo la laurea, perché siano veramente in grado di esercitare la professione di ingegnere, dovrebbero fare un lungo tirocinio in cantiere oppure in uno studio di progettazione, ma il mondo dell’ingegneria è un mondo chiuso. Non tutti hanno la possibilità di compiere questo tirocinio.

Sarebbe poi opportuno visto che la professione dell’Ingegnere si divide in due principali campi di attività, la direzione dei lavori in cantiere e la progettazione, organizzare gli studi in maniera da tener conto di queste differenze. Cioè avere un corso di laurea di durata più breve che abbia lo scopo di formare principalmente gli ingegneri desiderosi di lavorare in cantiere, ed un altro destinato a coloro che vogliono dedicarsi più specificamente alla progettazione ed alla ricerca scientifica”.

Questo discorso a me sembrava saggio, ed anche io nelle assemblee parlai di questi problemi. L’occupazione durò qualche mese e si concluse perché ad un certo punto, avvicinandosi gli esami, la maggioranza degli studenti pensò bene di non perdere altro tempo rischiando la perdita di un anno accademico. In realtà accadde che, individuati i problemi, nessuno seppe indicare una soluzione, i professori e gli assistenti che in un primo tempo sembrava volessero appoggiarci, non si fecero più vedere nelle assemblee. Ricordo che una volta vennero in facoltà alcuni alti esponenti del Partito Comunista, fra i quali l’Onorevole Ingrao e la Signora Cinciari – Rodano, moglie dell’Onorevole Rodano, a quel tempo ascoltato consigliere di Berlinguer e anzi si diceva che egli fosse il tramite fra il Vaticano e il Partito Comunista.

Essi parlarono della politica italiana, fascismo, anti-fascismo e resistenza. A me personalmente, anche se non lo dissi, la cosa piacque poco, poiché ad ingegneria la maggioranza degli studenti erano di destra e nel gruppo degli studenti più attivi nell’occupazione molti erano quelli che appartenevano alle associazioni degli studenti di destra.

L’occupazione di ingegneria si concluse quando la maggioranza degli studenti votò la fine dell’occupazione. Poco era stato ottenuto dal Consiglio di Facoltà dei Professori: la concessione agli studenti di scegliersi un paio di esami nel gruppo dei trenta/trentuno necessari per ottenere la laurea, la concessione di non aver scritto “respinto” sul libretto universitario quando un esame andava male.

La soluzione di tutti gli altri problemi fu demandata ad un consiglio di studenti i quali avrebbero dovuto discuterli coi professori.

Ogni corso di laurea avrebbe dovuto eleggere uno o più  rappresentanti, a seconda del numero degli studenti. Nel corso di idraulica io ero stato il più attivo nelle assemblee, ed ero il solo che seguisse quanto accadeva nella Città universitaria, l’unico che avesse partecipato alle grandi manifestazioni del Movimento, però non fui eletto.

Non so assolutamente cosa gli studenti eletti abbiano poi fatto, se fecero qualcosa. Tuttavia l’occupazione della Facoltà di Ingegneria non fu indifferente ed estranea a quanto accadde nel resto dell’Università. Perché accadde  una cosa veramente curiosa: fu convocata in questo periodo l’assemblea generale del movimento studentesco di Roma, nella quale si sarebbero dovute confrontare le varie tesi emerse nel movimento e si sarebbero dovuti eleggere i dirigenti degli studenti, cioè si voleva finalmente dare una direzione unitaria al movimento studentesco romano.

In questa assemblea comparvero quattro studenti di Ingegneria, i quali parlando a nome del “movimento studentesco di ingegneria”, presentarono una  mozione, cioè un documento che riassumeva i motivi e gli scopi che si volevano indicare all’intero movimento. La cosa curiosa è che questa mozione vinse sulle altre due più forti, una degli studenti di lettere che fino ad allora costituivano l’anima del movimento, l’altra proveniente dal partito comunista ed era illustrata dalla figlia adottiva di Togliatti e da Petruccioli, che poi è diventato Direttore dell’Unità.

E dunque il movimento studentesco di Roma si trovò per un momento ad avere come guida un inesistente movimento studentesco di Ingegneria, perché quei quattro studenti non avevano mai discusso quella mozione nelle assemblee di Ingegneria, dove i temi in discussione erano di tutt’altro genere.

Io sono convinto che pochissimi studenti di Ingegneria abbiano mai saputo di questa loro vittoria nel movimento studentesco romano, e tuttavia questa vittoria ebbe conseguenze importanti. In seguito all’occupazione il preside, prof. Parolini, si dimise; al suo posto fu eletto il prof. Vaccaro che , grazie anche all’ingresso della nostra facoltà nel movimento progressista ( se non rivoluzionario), ottenuto in virtù della nostra occupazione, potè dopo breve tempo essere eletto Rettore dell’Università di Roma.  A lui successe un altro ingegnere, il prof. Ruberti, ed i due riportarono l’Ordine,  ovviamente col concorso delle altre autorità accademiche.

Disgraziatamente per me, questo “ordine” richiedeva che fossero allontanati gli elementi giudicati “perturbatori”, cioè gli studenti che erano stati più attivi durante l’occupazione. A poco a poco io mi trovai solo, senza più amici né compagni, gli esami cominciarono ad andarmi male, subii anche varie delusioni amorose.

Decisi di cambiare aria per un po’ e partii militare, come soldato semplice ovviamente, la mia domanda per il corso ufficiali essendo andata perduta. Utilizzai questo periodo per completare gli esami e riuscii a laurearmi con  un piccolo ritardo  sul corso regolare degli studi. Poi, non trovando lavoro in Italia, partii come emigrante per il S.Africa.”

- “Fammi capire, Fantasio, anche tu dunque sei stato usato, hai fatto il “pollo”, come suol dirsi. Non avevano ragione allora quelli che dicevano – l’ho inteso dire anch’io -che voi studenti  contestatori eravate manovrati dai politici di professione e chissà da chi altri, e non hanno fatto bene quelli  che sono rimasti a casa a farsi gli affari loro in attesa che le acque tornassero calme?”

- “ Non so, Lucrezia, se ho fatto bene. Certamente non ho fatto il male, perché i motivi della protesta erano giusti e che lo fossero lo prova quanto in seguito è accaduto in Italia e nel mondo. Il disastro delle nostre città sta sotto gli occhi di tutti. Come per ironia della sorte, quasi tutti gli uomini politici che governavano l’Italia in quel tempo sono stati condannati dalla magistratura  per gravi delitti, mafia, corruzione etc.., dal caos è emersa una nuova classe dirigente che ha rinnegato tutto quanto avevano fatto i predecessori. Purtroppo la vicenda del Vietnam non ha insegnato niente e l’Italia si trova coinvolta con proprie truppe in una guerra non sua…”

“Cara Lucrezia, ho voluto raccontarti distesamente quanto accadde nella  nostra Facoltà  anche per farti comprendere le ragioni del fallimento complessivo del movimento studentesco: gli studenti neppure in quel periodo seppero liberarsi di quelli che sono i difetti politici di tutti gli italiani. Cioè sempre voler intrigare, mai battersi a viso aperto dichiarando esplicitamente i propri scopi, sempre litigiosi fra di loro e pronti a mettersi alla mercè di qualche protettore esterno. Io più volte fui rimproverato dai miei compagni per i miei discorsi nelle assemblee: “Non dovevi dire queste cose, sono giuste, va bene, ma tu conosci qual è l’ambiente di Ingegneria, qui sono quasi tutti “destrorsi”, tu li fai “incazzare”, e ci fai perdere l’appoggio dei moderati.” E poi hanno chiamato a parlare Ingrao e la Conciari-Rodano ( zia di un mio compagno di banco al liceo).

Questa propensione per l’intrigo ha fatto poi  che il movimento si mettesse nelle mani di gente estranea, uomini politici di professione, ed anche “Baroni universitari” e chissà chi altri.

Costoro hanno sostenuto anche finanziariamente il movimento fino a che giovava ai loro interessi, poi l’hanno abbandonato. Anche io, come tanti altri, mi sono trovato coinvolto in una storia troppo grande per me, ma non provo rimorsi.”

- “I rimorsi dovrebbero provarli quelli che per ambizione di potere e altri interessi vi hanno spinti alla lotta e poi abbandonati e quegli altri che hanno voluto fare di voi i capri espiatori per i mali della nostra società”

-“Grazie Lucrezia, fa piacere trovare qualcuno che ci comprende, anche se dopo tanti anni.” 

Dal romanzo inedito di Angelo Ruggeri

…continua…

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