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Capitolo Quinto

La Nuova Accademia degli Increduli si riuniva ogni primo e ogni terzo lunedì del mese. Dopo la Devoluzione del 1598 e la conseguente perdita della sede di Villa Marfisa, il luogo della riunione era divenuto variabile. Era stata istituita una rotazione che prevedeva, tramite inviti con messaggi personali, di riunirsi in casa degli associati che avessero avuto la possibilità di ospitare un congruo numero di aderenti, considerando che le riunioni erano conviviali, prevedevano di norma la consumazione di un abbondante pasto ed un numero variabile di convenuti, che oscillava dai dodici ai ventiquattro invitati. Chi non poteva ospitare un numero così consistente di persone (per ragioni di spazio o per ragioni di altra natura) organizzava le sedute dell’Accademia alla Taverna del Saraceno, nei pressi di Porta San Pietro che disponeva di un ampio salone riservato al primo piano e si accontentava di far pagare una quota procapite a tutti i convenuti, levando dall’imbarazzo della spesa gli organizzatori.

Fra i più attivi ad organizzare in casa propria c’erano Annibale Manfredi (che disponeva di un vero e proprio palazzo nei pressi della Chiesa di Giuda e Simone); Odoardo Giraldi Cinzio  (figlio del famoso scrittore ferrarese Giovanni Battista) che aveva casa nel Borgo di Sotto; Federico Brugnoli, musicista e poeta, nipote in linea retta di uno dei maestri ferraresi del grande violoncellista Arcangelo Corelli, che aveva una cascina sulla via dei Sabbioni (la strada che metteva in comunicazione le case del Volano con quelle del  Primaro, i due bracci del Po su cui era sorto il nucleo primordiale della città); e naturalmente Pietro Marino de Regis che aveva ereditato dal Carminate, invero per il tramite di sua madre, la spaziosa casa già appartenuta al grande orafo ferrarese noto con il nome di Galletto, nel vicolo Vrespino (più tardi vicolo Gallo, in onore del grande artigiano ivi vissuto) dal quale il padre putativo di Pietro Marino  aveva comprato casa e laboratorio annesso. E dove un tempo bruciava il fuoco per la fusione e saldatura dei metalli,  ora la fiamma ravvivava le serate conviviali degli artisti Increduli, arrostendo nel contempo fagiani, aironi, anatre oppure maiali, vitelli e pecore mentre tra una disquisizione filosofica e una recitazione aulica i commensali consumavano i primi del giorno.

9. continua…

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

 

Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

3. continua…

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SCENA QUINTA

(Detti e un venditore ambulante napoletano di timbri quadrati)

Venditore ambulante:- (con spiccato accento napoletano; porta con sè un’elegante valigetta con un campionario di timbri quadrati; parlerà a mezza voce, avvicinandosi ai cinque presenti, dopo avere contattato i vecchietti seduti alle panchine) Timbri quadrati e rettangolari per tutti gli usi!!! Piccoli e grandi!!! Risolvono ogni problema burocratico!!! Facili da usare, come gli originali. Accatativille!!! (a una cittadina che lo guarda con interesse) Ne volete uno signo’…so buoni come il pane (apre e mostra il campionario)!!!

Cittadina:- (un po’ incerta)Ma come funzionano? Sono buoni anche per i libretti del lavoro?

Venditore ambulante:- E come no, signo’? (estrae due timbri dal campionario) Eccoli qua: Agenzia del Lavoro  e Disoccupazione!!! Voi che guaio avete?

Cittadina:- (prendendo coraggio) Io devo fare l’aggiornamento del mio stato di disoccupazione per avere l’assegno di indennità!!!

Venditore ambulante:- (con sicurezza, rimette a posto i due e ne estrae un terzo) E allora è più facile ancora: eccolo qua! Questo manco il Supervisore Generale  ce l’ha più vero!!!

Cittadina:- (prendendolo in mano) Ma è facile da usare? Siamo sicuri?

Venditore ambulante:- Venite con me signo’!!! Ve lo mostro io… però appartiamoci che qui diamo nell’occhio…

Cittadina:- Ma quanto costa?

Venditore ambulante:- Ci accordiamo signora… In base al valore dell’assegno da percepire.. non vi preoccupate…

(si avvia verso l’uscita seguito dalla cittadina)

Altro cittadino:- Ehi, aspettate! Vengo anch’io! Ne avete anche per gli infortunati del lavoro???

Venditore ambulante:- E come no? I miei timbri so’ buoni per tutto!!! Venite, venite cun me…vi mostro tutto il campionario completo!!!

Altro cittadino:- (ai restanti) Voi non venite? Magari ha pure il vostro… per la Banca…

Terzo cittadino:- No grazie… voi andate pure se volete… io ho altre soluzioni per la testa…

Ulteriore cittadina: Anche io sto con lui

Venditore ambulante:- Poi caso mai ripasso…

Cittadina:- Arrivederci allora…

Altro cittadino:- Addio… (esce il venditore seguito da quasi tutto il gruppo. Resteranno in scena soltanto un ragazzo e una ragazza)

11…continua…

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SCENA QUARTA

(Detti e un trio di malavitosi. I tre saranno vestiti con abiti eleganti , gessati e pacchiani; tutti indosseranno inoltre  un cappello sulle ventitre; con movimenti sicuri si avvicineranno al portone e con colpi cadenzati e convenzionali lo batteranno con uno dei due batacchi. Una voce urlerà in risposta da dietro il portone).

Voce:- Completa la parola d’ordine: “Lunedì…?”!!!

Capo Trio:- (unendo le mani ad imbuto sulla bocca) “…non ti muovere de unni sì!!!”!!!

(Si udranno da dietro il portone suoni di chiavistelli e catene. Il portone si aprirà e uno dei due impiegati della prima di scena si affaccerà, e con ossequio consegnerà un plico voluminoso; ne riceverà in cambio una bustarella che provvederà ad intascare dopo essersi guardato attorno in maniera furtiva).

Primo Impiegato:- Grazie e alla prossima!

Capo trio:- (Assentirà con un cenno del capo e un tocco un po’ beffardo sulla tesa del cappello, imitato dagli altri due). Okappa…

Al trio si avvicineranno veloci i quattro.

Un cittadino:- Scusate, possiamo farvi una domanda?

Capotrio:- Non è che a noi le domande ci piacciano tanto… Siete giornalisti?

Altro cittadino:- No, non siamo giornalisti…

2° Malavitoso:- (con forte accento siciliano) E cosa siete, sbirri, per caso…?

(i tre malavitosi si guarderanno in faccia e rideranno sguaiatamente)

Terzo cittadino:- Non siamo poliziotti…

Capo Trio:- E allora cosa siete?

Una cittadina:- Siamo cittadini bisognosi di assistenza…

Capo Trio:- Il nostro presidente Calì ama assistere tutti… specialmente quelle giovani e carine come te… A lui piace assistere di più le donne… (ridono sguaiatamente con gesti che indicano procaci forme femminili).

Altra cittadina ancora:- E noi che non siamo giovani e carine possiamo sapere cosa c’è in quel plico?

Capo Trio:- ( in tono di sfottò, ma un po’ sorpreso dal temperamento della donna) Eh, ma che caratterino, signora mia… (poi, aprendo il lembo superiore del plico) Signora bella, mica ci posso far vedere i nomi sui fogli? Non lo sa che c’è la praivacy???

Ulteriore cittadina:- (per niente convinta) Quindi sono certificati e autorizzazioni?

Capo Trio:- Ma certo signora, che si crede?! Tutti timbrati e con marca da bollo!!! Noi siamo rispettosi della legge, non è vero picciotti???

(I due malavitosi confermeranno con battutacce le affermazioni del loro capo e tutti rideranno  sguaiatamente)

Secondo Malavitoso: -Eh, ci mancherebbe!!!

Terzo Malavitoso:- La legge è legge, cara nonnetta!!!

(ancora risate)

Altra cittadina:- Quindi se io adesso busso e dico la parola d’ordine, loro mi mettono un timbro sul certificato di disoccupazione???

Capo Trio:- Eh, la fa facile lei!!! A parte che la parola d’ordine si può usare una volta sola!!

Secondo Malavitoso:- E poi cambia di giorno in giorno, cara la mia signora!!!

Altra cittadina:- (c.s.)!  Insomma io come dobbiamo fare per avere un benedetto timbro sui nostri documenti?

Terzo Malavitoso:- Cara signora, bisogna affiliarsi…

Altra cittadina:- Affiliarsi? Che roba è?

Capo Trio:- Vedo di spiegare… Le due ragazze, qui, verrebbero affiliate subito… E otterrebbero il timbro quadrato direttamente dal presidente Calì!!! Non è vero picciotti??

(risate sguaiate e salaci come sopra)

Secondo Malavitoso:- E che vogliamo scherzare? Il nostro presidente c’ha un timbro spettacolare…!!!

Terzo Malavitoso:- Ma è chiaro come il sole!!!

Capo Trio:- (allungando dei bigliettini a tutti e cinque) Qui ci sono i recapiti del rag. Figaro Cannone, il factotum del presidente…Chiedete tutte cose a lui…

Secondo Malavitoso:- Affiliarsi è facile e conviene…

Terzo Malavitoso:- E diffidate delle imitazioni… Baciamo le mani…

(i tre malavitosi escono con passo solenne e deciso)

10…continua….

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SCENA QUARTA

(Detti e un trio di malavitosi. I tre saranno vestiti con abiti eleganti , gessati e pacchiani; tutti indosseranno inoltre  un cappello sulle ventitre; con movimenti sicuri si avvicineranno al portone e con colpi cadenzati e convenzionali lo batteranno con uno dei due batacchi. Una voce urlerà in risposta da dietro il portone).

Voce:- Completa la parola d’ordine: “Se voti Calì…?”!!!

Capo Trio:- (unendo le mani ad imbuto sulla bocca) “…farai festa sabato, domenica e lunedì!!!”!!!

(Si udranno da dietro il portone suoni di chiavistelli e catene. Il portone si aprirà e uno dei due impiegati della prima di scena si affaccerà, e con ossequio consegnerà un plico voluminoso; ne riceverà in cambio una bustarella che provvederà ad intascare dopo essersi guardato attorno in maniera furtiva).

Primo Impiegato:- Grazie e alla prossima!

Capo trio:- (Assentirà con un cenno del capo e un tocco un po’ beffardo sulla tesa del cappello, imitato dagli altri due). Okappa…

Al trio si avvicineranno veloci i quattro, seguiti dalla vecchina con passo lento.

Mattia:- Scusate, possiamo farvi una domanda?

Capotrio:- Non è che a noi le domande ci piacciano tanto… Siete giornalisti?

Mattia:- No, non siamo giornalisti…

2° Malavitoso:- (con forte accento siciliano) E cosa siete, sbirri, per caso…?

(i tre malavitosi si guarderanno in faccia e rideranno sguaiatamente)

Johnny:- Cosa vuol dire sbirri?

Mattia:- Non siamo poliziotti…

Terzo Malavitoso:- (indicando Johnny) Iddu è americanu…

Capo Trio:- (a Johnny) Sei americanu?

Johnny: Yes, sir!I come  from New York, U.S.A.!

Capo Trio:- (tendendo la mano) Very good, America!!!Il nostro capo, il presidente Calì, very good friend of president Bush, ‘you know? Casa Bianca?

Johnny:- Yes, I know. But now there is president Obama…

Capo Trio:- (ignorando l’osservazione e guardando le due ragazze) And you, girls, are you from America?

Aurora.- (tendendo la mano) Aurora, piacere. Lei è americana, io sono italiana!!!

Capo Trio:- (stringe la mano a entrambe) Il nostro presidente Calì non fa differenze tra americane  e italiane! A lui piacciono tutte (ridono sguaiatamente con gesti che indicano procaci forme femminili).

Vecchina:_ (che nel frattempo si è unita ai sette, in tono deciso e perentorio) Poche chiacchiere giovanotti!!! Potete dirmi cosa c’è in quel plico e perché a voi hanno aperto il portone e a me no?

Capo Trio:- (in tono di sfottò) Eh, quante domande nonnetta!!! Noi abbiamo la parola d’ordine…Voi, nonnetta, ce l’avete la parola d’ordine?

Vecchina:- (c.s.) Prima di tutto io non sono la tua nonnetta! In secondo luogo rispondi alla domanda che ti ho fatto prima: cosa c’è in quel plico?

Capo Trio:- (sempre in tono di sfottò, ma un po’ sorpreso dal temperamento della vecchina) Eh, ma che caratterino, nonne… signora bella… (poi, aprendo il lembo superiore del plico) Signora bella, mica ci posso far vedere i nomi sui fogli? Non lo sa che c’è la praivacy???

Vecchina:- (per niente convinta) Quindi sono certificati e autorizzazioni?

Capo Trio:- Ma certo nonnetta! Tutti timbrati e con marca da bollo!!! Noi siamo rispettosi della legge, non è vero picciotti???

(I due malavitosi confermeranno con battutacce le affermazioni del  capo e tutti rideranno  sguaiatamente)

Secondo Malavitoso: -Eh, ci mancherebbe!!!

Terzo Malavitoso:- La legge è legge, cara nonnetta!!!

(ancora risate)

Vecchina:- Quindi se io adesso busso e dico la parola d’ordine, di quel Calì o Calimero o come accidente si chiama il vostro presidente, loro mi mettono un timbro sul libretto della mia pensione???

Capo Trio:- Eh, la fa facile lei!!! A parte che la parola d’ordine si può usare una volta sola!!

Secondo Malavitoso:- E poi cambia di giorno in giorno, cara nonnetta!!!

Vecchina:- (c.s.) Vi ho già detto che non sono la vostra nonnetta!  Insomma io come devo fare per avere un benedetto timbro apposto sul mio libretto di pensione?

Terzo Malavitoso:- Cara signora, bisogna affiliarsi…

Vecchina:- Affiliarsi? Che roba è?

Capo Trio:- Vedo di spiegare… Le due ragazze, qui, verrebbero affiliate subito… E otterrebbero il timbro tondo direttamente dal presidente Calì!!! Non è vero picciotti??

(risate sguaiate e salaci come sopra)

Secondo Malavitoso:- E che vogliamo scherzare? Il nostro presidente c’ha un timbro tondo…!!!

Terzo Malavitoso:- Ma è chiaro come il sole!!!

Capo Trio:- (allungando dei bigliettini a tutti e cinque) Qui ci sono i recapiti del rag. Figaro Cannone, il factotum del presidente…Chiedete tutte cose a lui…

Secondo Malavitoso:- Affiliarsi è facile e conviene…

Terzo Malavitoso:- E diffidate delle imitazioni… Baciamo le mani…

(i tre malavitosi escono con passo solenne e deciso)

4. continua…

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Il timbro tondo

Commedia brillante

In 2 Atti e 12 scene

 In una città immaginaria, Timbrolandia, spadroneggia un potente e misterioso personaggio  che, grazie al possesso di un Timbro Tondo, ha imposto la sua dittatura su tutta la città.

Con il Timbro Tondo tutto si può a Timbrolandia.  Senza di esso, tutto è negato, anche i più elementari diritti.

Sulla scena si alterneranno una serie di personaggi che, per i più svariati motivi, mostreranno di avere bisogno del Timbro Tondo.

Alcuni cercheranno di conquistare il potere sostituendo il timbro tondo con uno quadrato; altri penseranno di spazzare via ogni potere comunque legato ai timbri.

Alla fine però tutto resterà immutato. E il timbro sembrerà un grottesco gattopardo che insegue se stesso.

 

Atto Primo

Scena prima

(La scena si apre su un ampio piazzale gremito. Sullo sfondo capeggia un grosso portone di legno sormontato da effigi e scritte di variegata burocrazia quali ad es. “Annona”; “Passaporti”; “Affari Interni” etc;sulla soglia del portone, regolarmente sbarrato e munito di due batacchi in ferro al centro delle due metà,  diversi impiegati tentano, con malcelata arroganza,  di rabbonire la piccola  folla in subbuglio. Se possibile, per tutto il tempo, su delle panchine sparse ai lati della piazza, siederanno dei vecchietti intenti a parlare tra loro, oppure a leggere, ma senza mai interagire cogli altri personaggi).

 

Primo impiegato: – Vi ho già detto che il Direttore Supervisore Generale oggi non è in sede e pertanto è del tutto inutile che vi accalchiate qui come un gregge di pecore!!!

Secondo impiegato: – Avete sentito? Tornate domani! (con gesti appropriati della mano: sciò, sciò, circolare!!!)

Un contribuente.- Ma siamo sicuri che domani il Direttore Supervisore Generale sarà presente in ufficio? Anche ieri mi avete detto la stessa cosa?

Primo impiegato: – (in tono stizzito) Non incominciamo ad offendere eh? Io ieri non ero neppure in servizio!!! Ma tu guarda…gli utenti… Più ti spendi per loro e più ti offendono!!!

Altro contribuente: – Io ho fatto ben 100 chilometri per avere un timbro sul mio passaporto…

Terzo contribuente: – E io devo avere un timbro per la restituzione delle tasse pagate in più negli anni scorsi….

Quarto contribuente: – E per il rinnovo del mio soggiorno di lavoro? Devo forse perdere una giornata di paga anche domani???

Secondo impiegato:  (con un vago accento milanese) Ehi, marumba! Non ti ci mettere anche tu adesso a rompere i maroni… Se non ti va bene tornatene in Africa al tuo villaggio, te capì?

Un quinto contribuente:- Siete proprio degli arroganti…

Primo impiegato: – (sovrastando a voce alta il brusio di malcontento) Vi do cinque minuti di tempo per sciogliere l’assembramento. Dopo di che, senza neanche riscendere, chiamerò le forze dell’ordine!!!!

(Dopo avere aperto il portone si infileranno dentro alla svelta richiudendolo dall’interno. Il gruppo, dopo varie minacce e  variopinti impropèri  rivolti all’indirizzo del portone, se ne andranno sconsolati e alla spicciolata usciranno di scena quasi tutti).

…1… continua

 

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San Giorgio a Cremano è famosa anche per avere dato i natali al grande Troisi.

Da oggi in poi io spero che  diventi famosa anche per la Fiera del Libro, la cui Prima Edizione avrà luogo nei giorni di  sabato e  domenica prossimi, proprio nella attivissima città campana.

Nei giorni 20 e 21 settembre, infatti, si svolgerà a San Giorgio a  Cremano l’importantissima manifestazione culturale dedicata ad autori, editori e lettori”Ricomincio dai Libri”.

Auguro agli organizzatori che essa diventi per loro, per la Campania, per il Sud e per l’Italia intera una tradizione che si rinnovi, in una veste rinnovata e sempre più importante, negli anni a venire.

In bocca al lupo dunque agli organizzatori e atutti i partecipanti alla prima Fiera del Libro di San Giorgio a Cremano.

Per saperne di più:  http://www.lundici.it/2014/09/ricomincio-dai-libri-perche-invero-ricomincio-da-tre/

 

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Un altro importante argomento che sta a cuore ai poeti del Manifesto di Napoli è quello della letteratura italiana studiata a scuola. Come argutamente osserva Angelo Ruggeri, uno dei fondatori del Manifesto:  “la letteratura italiana è immensa e solo una
piccola parte è inserita nei programmi scolastici e quindi viene fatta conoscere  alla gente. Una grossa selezione fu fatta nel momento dell’unità italiana ad opera dei ministri della pubblica istruzione fra i quali il notissimo De Sanctis. Essendo l’Italia stata unificata dalla Monarchia dei Savoia costoro vollero che nelle scuole del Regno si insegnassero solo gli autori favorevoli al regno e se non lo erano li si fecero diventare falsando la storia personale degli artisti e l’interpretazione delle loro opere. Sugli scrittori viventi in quel tempo si procedette in modo anche più brutale, riuscendo a far diventare monarchico lo stesso Carducci e guerrafondaio il Pascoli. Furono ridotti alla miseria gli scrittori mazziniani ed erano la  maggioranza in Italia. ancora oggi autori grandi come Tomasseo,  De Roberto, Sacchetti, Rovani, Imbriani e tanti altri sono pressochè sconosciuti al pubblico. E Mazzini chi lo conosce? e Cattaneo?  Senza contare che molti e buoni poeti considerati “minori”, che sono la grande ricchezza della nostra letteratura,  sono del tutto ignorati e se anche nei loro paesi natali qualche strada e piazza è dedicata ad essi,  nondimeno, se si va a indagare, si scoprirà che essi  sono al tutto sconosciuti agl stessi loro concittadini.”

E chi di noi non ha sofferto, studiando sui programmi scolastici, a causa delle imposizioni relative a scelte non sempre felici ed
azzeccate? E quando, non di meno, i programmi si concentrano su autori indubbiamente validi (è il caso, ad esempio di Dante, Petrarca, Leopardi,  Pascoli e tanti altri), è l’apparato critico ad essere carente e fuorviante nello studio e nella comprensione delle opere degli autori.

Osserva ancora Angelo Ruggeri: ” Se poi si vanno a esaminare le Storie della letteratura e i commenti critici sulle opere che si fanno studiare, si constaterà qualcosa di ancora più deprimente: in gran parte tali commenti derivano da quelli scritti all’alba
dell’unità d’Italia dai ministri dei Savoia, il De Sanctis ed altri che trasformarono in monarchici e reazionari quasi tutti i nostri poeti ed ignorarono totalmente i repubblicani e i mazziniani. Riuscirono a far diventare monarchico persino il Carducci e guerrafondaio il Pascoli! Disgraziatamente la scuola italiana ha conservato il suo carattere autoritario e conservatore fino ai nostri giorni. Si imputa oggi ai giovani l’indifferenza verso la politica  e la mancanza di ideali e di ambizioni che non siano quelle  orientate verso del successo economico da ricercarsi con ogni mezzo. Non potrebbe essere che sia la nostra scuola, specchio fedele della nostra società, a trasmettere ai giovani quel pessimismo, quella sfiducia verso il mondo e verso gli uomini  che si imputa ai poeti, i quali sono le prime vittime di questo “male sociale” semplicemente perché essendo dotati di una
sensibilità più viva e  una intelligenza più acuta per primi avvertono le incongruenze, le ingiustizie, le assurdità quotidiane fra le quali siamo costretti a vivere?”

E la critica del Ruggeri non si limita a questo, ma si estende persino alla scelta stessa delle opere da inserire nelle “famigerate” antologie scolastiche. Conclude infatti lo scrittore e critico letterario: “Più volte io mi sono chiesto se sia ragionevole e saggio imprimere nelle menti dei giovani dei licei e persino delle elementari le belle ma tristissime poesie del Passero solitario, Alla
Luna, Il Sabato del Villaggio, Canto di un Pastore Errante nell’Asia,  A Silvia, che sono poi le sole che essi studiano di questo grande poeta, e vengono loro presentate senza alcuna  altra spiegazione sull’origine di tanta infelicità, che non sia quella del suo povero corpo malato e l’incomprensione di un padre reazionario e spilorcio alla follia. Poi, pescando nei ricordi di scuola, mi sono accorto che è vizio congenito di quelli che fanno i programmi scolastici andare a scegliere per le antologie le poesie più tristi, le più sconsolate o le più tragiche che i nostri poeti abbiano mai scritto”.

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E’ davvero dura la vita dello scrittore. Io gli scrittori me li immagino sempre chini sulle “sudate carte” a rischio emicrania, esaurimento nervoso e scoliosi; grafomani pieni di complessi, tipo quello straziante di Giovanni Battista, che ne fa dei profeti tanto  inascoltati quanto acclamanti verità che nessuno vuole conoscere, in questo arido mondo dove l’immagine ha soppiantato la parola, l’azione il pensiero ed un fondoschiena o un paio di scarpette chiodate valgono più di un cervello sopraffino, riuscendo a smuovere persino i capitali degli editori, notoriamente imprenditori che fiutano gli scrittori di valore come un maialino salvadanaio i tartufi piemontesi (forse è per questo che preferiscono “rischiare” pubblicando le memorie di un’attricetta in cerca di fama o i ricordi di un idolo del pallone, rigorosamente riveduti, le une e gli altri, dai loro editors di fiducia).

Lo scrittore è l’unico lavoratore” – mi ha scritto Angelo Ruggeri, un raffinato poeta e scrittore, conoscitore come pochi del mondo letterario classico – “che deve pagare per lavorare, anziché essere pagato per lavorare”.

Lamenta a ragione il Ruggeri come in Italia gli scrittori (anche quelli di valore) siano costretti a pagare per essere pubblicati.

Questa anomalia tutta italiana ha svariate e molteplici cause. In primo luogo io ci metterei la scarsa attitudine al rischio degli editori primari, sempre pronti a mettere in moto le loro rotative per i politici sulla cresta dell’onda e per i loro protetti e famigli , sicuri alfieri, non tanto di vendite in libreria, quanto di copiose elargizioni finanziarie e sussidi pubblici (v. c.d. legge sull’editoria); per non parlare della già segnalata predilezione per i libri scritti dagli idoli del pallone e della TV ( l’elenco dei calciatori, delle attricette e dei personaggi della TV che hanno pubblicato dei libri  sarebbe troppo lungo ma sono certo che i loro scritti non passeranno certo alla storia della letteratura).

In secondo luogo segnalerei il fatto che gli italiani, popolo di navigatori, di santi e di poeti, è composto da innumerevoli   poeti scrittori e da pochissimi poeti lettori (pare che il rapporto sia di 50 a 1; in Italia ci sarebbero cioè 50 poeti scrittori per ogni lettore; ed è chiaro che il povero lettore, sommerso da cotanti versi, sia costretto anch’egli a trasformarsi in poeta scrittore ovvero a desistere tout court dalla lettura).

Non voglio toccare il tasto degli editori minori: in gran parte imprenditori improvvisati, privi di capacità gestionali (e a volte anche di scrupoli) che tirano a campare facendo pagare costi e rischi di impresa agli scrittori che, trovando chiusa la porta principale, sono costretti a ricorrere alla stampa a pagamento (inutile aggiungere che una volta incassati i soldi questi sedicenti editori quasi mai si occupano della distribuzione; ed i libri, a centinaia, e qualche volta a migliaia, marciscono nelle cantine dei poveri scrittori, cornuti e mazziati).

Cosa suggerire dunque agli appassionati scrittori che hanno molto da dire e non vogliono rinunciare al piacere di scrivere e di confrontarsi con i lettori?

Io suggerirei, innanzitutto, di non accettare mai dei contratti che prevedano l’esborso di danaro a favore di editori inaffidabili e fasulli; a meno che uno non sia proprietario di una catena di librerie, i 2/3 mila € consegnati all’editore non frutteranno una sola copia venduta e/o distribuita.

Oggi c’è la possibilità di pubblicare on line con la formula del “print on demand”; grazie alla rete un giovane scrittore che voglia farsi conoscere e vedere le sue opere pubblicate, con 500 max 600 € di spesa, ottiene dalle 50 alle 100 copie tutte per sé (da dare in omaggio a parenti ed amici ma anche da consegnare alle librerie in conto vendita); è già un buon inizio e si ottiene comunque la messa in vendita del proprio libro nelle catene di vendita on line (IBS, Autorinediti, Amazon e quant’altro).

Per chi non ama troppo la carta, poi, c’è anche la possibilità di stampare e pubblicare direttamente un e-book (o libro elettronico) che avrà una diffusione ancor più capillare dei libri cartacei tradizionale.

Insomma, uno scrittore può continuare a scrivere senza doversi per forza svenare a favore di editori improvvisati ed incapaci, e in attesa di farsi conoscere per poter accedere finalmente alle pubblicazioni con case editrici che, rischiando in proprio i capitali, saranno costretti ad attivare i propri canali di diffusione e di vendita al fine di rientrare nell’investimento effettuato.

A tal fine può essere utile anche il consiglio di partecipare a concorsi nazionali per inediti di poesia e narrativa, anche qui con l’avvertenza di evitare quei concorsi che richiedano il versamento di quote di partecipazione e di iscrizione; le case editrici serie non ne richiedono ma, alla ricerca di nuovi talenti (è il loro lavoro, in fondo),  investono i propri capitali in concorsi seri, dove sarà loro precipuo interesse valutare gli scrittori che hanno stoffa per poterli lanciare nel mondo dell’editoria e della lettura.

Come ultimo suggerimento (ma non in ordine di importanza) c’è infine quello di aprirsi un blog (più o meno letterario); è un modo di farsi conoscere a costo zero, che offre inoltre l’opportunità di incontrare e conoscere altri poeti e scrittori.

L’associazione culturale “Il Manifesto di Napoli”, senza scopo di lucro ed a titolo totalmente gratuito, è disponibile per ulteriori, più dettagliati suggerimenti per quanti, aspiranti poeti e narratori, vogliano percorrere l’impervia strada dello scrittore.

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SAPORE D’INFANZIA
ovvero
IL CULTO DEL PANE


La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.


E le tappe della vita umana hanno un po’ tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.


Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all’infanzia.


Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.


Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.


La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.


Nell’aspetto era una matrona, una vera matrona. Fianchi poderosi ondeggianti tra le pieghe di una gonna di flanella blu, lunga fino alle caviglie, adorna all’orlo con due o più falpalà; su di essa un grembiule di seta con lunga frangia e piccole tasche colorate. Il petto robusto era costretto in un busto di panno rosso o verde, gallonato e chiuso dinanzi con lacci colorati di seta o cotone. D’ estate le maniche dello stesso corpetto venivano staccate e splendeva nel suo nitore una bianca camicia ricamata, appena rimboccata ai polsi. Indossava calze bianche e turchine e ai piedi pianelle con mascherina di pelle lucida o scarpine accollate e allacciate, con la punta allungata.


Ogni mattina rifaceva la sua chioma candida in piccolissime trecce annodate con un nastrino di velluto rosso e disposte in cerchio attorno alla nuca. Uno spillone grosso d’argento attraversava l’acconciatura . Un fazzolettone a fiorame, dai colori vivaci su fondo nero o bianco, fungeva da copricapo, scendendo fino alle spalle e formando angolo in mezzo alla schiena, mentre ugualmente all’insù erano ripiegate le nocche laterali. Agli orecchi pendevano orecchini di perline a mazzetti, al collo una collana di grossi grani di corallo con pendaglio centrale, alle dita un anello d’oro battuto, foggiato a crocifisso. Non mancava il fermaglio, una grossa spilla che d’inverno serviva anche a tenere uniti i lembi dell’ampio scialle di lana bouclè.


Le sue mani erano morbide e carezzevoli come piume, la sua parola sempre dolce e suadente, la sua anima colma sempre di conforto per la famiglia.
Con le mani appunto riusciva in brevissimo tempo a dare forma a una bianca palude di pasta lievitata che da tempo riposava nella madia , suddividendola in cestelli di vimini. Questi, riempiti a metà, pian piano si andavano colmando fino all’ orlo, continuando la pasta a lievitare sotto un telo di canapa, teso a ricoprire i panieri.


La nonna ne era gelosa in questi momenti e cercava in tutti i modi di liberarsi di noi ragazzini che quasi monelli dispettosi tentavamo tutte le strade per starle tra i piedi, fingendoci buoni e ubbidienti. Poi furtivamente affondavamo le dita in queste morbide forme, osservando stupiti come i buchi impressi dalle dita subito scomparissero al rigonfiarsi spontaneo della pasta. Una volta però uno di noi si accorse per caso che sulla morbida crosta delle forme di pane adagiate nei cesti dopo la cottura, la superficie era raggrinzita lungo i bracci di una croce tracciata nel centro. Al richiamo tutti noi rimanemmo stupiti e attenti osservammo se la stessa cosa si evidenziasse anche sulle altre forme.

Fu proprio così.


Attingemmo allora, senza che nessuno ci facesse lunghi discorsi, il valore per così dire sacro di quel rito che aveva avuto il suo inizio fin dalle tre del mattino.
Infatti non eravamo mai riusciti a capire bene perché fosse necessario ritrovarsi in due o tre, anche quattro di loro a compiere a quella ora ancora buia dell’incipiente mattino un lavoro che secondo noi poteva essere eseguito anche di giorno. Come sempre avviene, non convincendoci le spiegazioni logiche, fantasticavamo sul mistero di questi convegni spiegandoceli come una sorta di riti magici atti a propiziarsi, complice la notte, la buona riuscita dell’operazione. Credevamo che la magia avesse il compito di favorire e soddisfare le esigenze più semplici della vita umana, mentre in caso di estremo bisogno o di grandi favori bisognava piamente rivolgersi ai Santi.
Se pensavamo ciò era perché ad ogni nostra richiesta di assistere alla fase preliminare di quel lavoro, opponevano un secco rifiuto, apostrofandoci: “Dormite, voi !”.
Sicché l’unica cosa che ci era permessa era quella di trasportare i panieri in fila, l’un dopo l’altro, lentamente fino al forno al momento della cottura.


Il forno a cupola occupava un angolo dell’ampia cucina, alla destra del focolare. Basso di cielo, era sufficientemente ampio per poter contenere fino a quindici o venti pagnotte in una volta. Uno sportello di ferro chiudeva l’apertura centrale, e uno più piccolo nascondeva la porticina laterale attraverso cui si spiava l’andamento della cottura.


Il forno veniva dapprima surriscaldato con legna ben secca che ardendo scoppiettava nel suo ventre lanciando lunghe lingue di fuoco all’esterno, su per la muratura annerita. Poi ne veniva ben bene spazzato il pavimento con fronde di rami che fossero fresche, altrimenti la brace ardente, residuo del fuoco di prima, le avrebbe bruciate.
Compiuti i preparativi, la nonna dalle guance ormai completamente rosse e cocenti, ci chiamava invitandoci a procedere piano. Come sacerdotesse allora sfilavamo compunte fino a deporre le nostre primizie come offerte votive sull’altare del forno. E ancora con senso religioso si attendeva la magica trasformazione delle potenziali pagnotte in pane odoroso e croccante.
Saltavamo, cantavamo, danzavamo giocando come in misterici riti, e pregustavamo il piacere di assaporare delle ciambelle della stessa pasta del pane che ci venivano offerte poco prima che le forme venissero tirate fuori dal forno.
Si intendeva in tal modo ringraziare il buon Dio della felice riuscita di tutta l’opera e noi eravamo il tramite che concretamente si avvantaggiava dell’offerta votiva.


Finalmente apparivano una alla volta, regalmente, le forme d’oro brunito, croccanti, odorose. Ancora cocenti erano deposte in larghe ceste di vimini e ricoperte con panni di tela grezza tessuta in variopinte trame ; così venivano trasportate nella stanza che fungeva da dispensa, le cui pareti erano totalmente impregnate del profumo di cibi vari.
Questo avveniva perché esse, le pagnotte, non fossero toccate o maneggiate. Soprattutto dovevano essere desiderate in attesa che il pranzo collettivo ne richiamasse la legittima presenza sulla tavola profumata di lino fresco di bucato, sotto lo sguardo severo del nonno e la magnitudine della nonna. Un fiasco di vetro verde scuro adagiato in un cestello di vimini effondeva nell’aria un corposo profumo che a noi piccoli sembrava di cioccolato, e non capivamo perché dato che erroneamente facevamo risalire all’aglio il nome del vitigno che sentivamo definire “aglianico”. Qualche volta ne assaggiavamo un sorso tra sorrisi maliziosi del nonno e nostri ed occhiatacce della nonna.
Nel frattempo non ci restava che sbocconcellare pezzi di candida ricotta morbidamente adagiata tra le sponde di soffice focaccia, unico possibile trofeo di un rito religioso.


Adriana Pedicini -
Il racconto è tratto dal libro edito I luoghi della memoria, di Adriana Pedicini, arduino sacco edotore 2011

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Un altro importante socio del Manifesto Culturale di Napoli è Antonio Capolongo. E’ nato a San Paolo Bel Sito, in provincia di Napoli, nel 1968.

 Dopo la laurea in Economia e Commercio ed il lavoro in ambito aziendale scopre, nell’anno 2007, la passione per la scrittura.

Nel 2011 pubblica il suo primo romanzo, Un incontro d’AmorE. È anche autore di poesie, presenti in diverse antologie poetiche.

Nelle sue opere indaga l’animo umano.

Le tematiche sociali trovano degna collocazione nel suo ultimo libro, Cassa integrazione guadagni… la mia è straordinaria.

 Attualmente scrive per la rivista L’Undici.

I libri che accolgono le sue poesie:

1. La fanciullezza vedo sorridere e danzare (Myricae. Collana di poesia contemporanea ispirata ai temi della poetica pascoliana), Editrice Zona – Arezzo;

2. Castelli, magico mondo…, edito dal sito Budur info – Ariccia;

3. Antologia Premio Laurentum 2010 – Roma;

4. Il Mare, casa editrice Il Ginepro – Cagliari;

5. Antologia Mario Dell’Arco 2011, Accademia G.G. Belli – Roma;

6. Le Poesie di IoRacconto 2010, AssoPiù EditoreFirenze;

7. Come un granello di sabbia, PensieriParole – Padova;

8. I quasi adatti – Istituzione Biblioteche del Comune di Parma, edito da ilmiolibro it Gruppo Editoriale L’Espresso Spa – Roma;

9. Oltre la parola – edito dal sito gliautori it – Torino;

10. La giusta collera, Edizioni CFR – Piateda (SO);

11. Poi, il silenzio (collana Poetry), Edizioni Montag – Tolentino (MC);

12. Metropoli, Associazione “Infiniti sogni” – Grugliasco (TO);

13. Pensier che innanzi a me sì spesso torni…, Il Basilisco – Genova;

14. Ai propilei del cuore, Edizioni CFR – Piateda (SO);

15. Antologia Premio Laurentum 2011 – Roma;

16. Per amore, Il Basilisco – Genova;

17. Dieci anni di PensieriParole, PensieriParole – Padova;

18. Le poesie che nascono dal cuore… Primo concorso internazionale di poesia “Quelli che a Monteverde” – Roma;

19. Il giorno della memoria 2012. Scritti sulla Shoa, Edizioni Phasar

Firenze;

20. Antologia G.G. Belli 2012, Accademia G.G. Belli – Roma;

21. Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile, Agemina Edizioni–Firenze.

 

 

Il suo ultimo romanzo, come già detto, ha per titolo “Cassa Integrazione Guadagni… La mia è straordinaria” Editore: Arduino Sacco Editore
Data di pubblicazione: 2012
Pagine: 204
ISBN: 978-88-6354-600-2
Prezzo:€ 17,90

Acquisto:
Il libro è reperibile sul sito della casa editrice http://www.arduinosacco.it/product.php?id_product=784 sui siti web quali Deastore, Libreriauniversitaria e altri e richiedibile presso le librerie.

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L’Uomo della Notte, al secolo Gilbert Paraschiva, é il Presidente Onorario del Manifesto di Napoli. E’ impossibile riportare in un solo post il suo curriculum. Il nostro presidente onorario é musicista, poeta, giornalista e presentatore. Recentemente ha festeggiato i suoi primi ottant’anni con la pubblicazione di un CD con le più belle canzoni del mondo tutte tradotte in francese dal nostro Gilbert e da Marleine Pigeon e arrangiate dal Maestro Franco Cirino. Accanto a canzoni come “Blue Moon”, “Maruzzella”, My Way, Tu si’ ‘ na cosa grande, Solamente una vez ecc., troviamo alcuni tra i brani più famosi scritti dallo stesso Gilbert: Aspetterò, Fiducia, La mia stella, Folle amore e tanti altri.
La  sua storia artistica inizia a 15 anni quando, batterista di un gruppo musicale in Eritrea, se ne vede affidare da Renato Carosone, leader del gruppo, costretto a rientrare in Italia, la direzioone artistica. Negli anni ’70 spopolò alla radio con la conduzione di un programma di canzoni dal titolo “L’Uomo della Notte”. Lui non lo dice per modestia ma il suo legame con l’Eritrea é tenuto vivo dall’attività che egli  svolge con le adozioni a distanza a favore dei bambini dell’Eritrea. Inoltre Gilbert é fondatore dell’Associazione Culturale “Il Pianeta dell’Amore” che raccoglie centinaia di adesioni in tutta Italia da parte di poeti e artisti vari.Al di là delle sue indubbie qualità artistiche, quello che mi ha colpito di più di Gilbert é proprio questa sua sensibilità verso gli ultimi,  unita alla capacità di valorizzare e riconoscere gli artisti. Insomma chi più dii lui poteva meritare lla nomina di presidente onorario del Manifesto di Napoli? Visitare per credere il suo sito cliccando sul link: Gilbert Paraschiva

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I poeti e gli scrittori on line, riuniti a Napoli il 4 marzo 2012, prendono atto della situazione di crisi in cui si dibatte la poesia italiana oggi.

Una situazione che vede la poesia schiacciata tra l’indifferenza della gente e il disinteresse della grande editoria.

D’altro canto la Televisione (quella del duopolio rai-mediaset) mostra di privilegiare forme d’arte avulse da contenuti poetici, spettaccolarizzando notizie, informazioni e cultura, deformandole sotto la lente di una visione parziale e limitata, dove l’apparire (spesso incarnato da corpi femminili messi in mostra in maniera provocatoriamente volgare) prevale sulla consistenza e sui significati.

In questa situazione i poeti e gli scrittori on line ritengono che solo la Rete possa costituire una valida alternativa per rilanciare la poesia ed il messaggio poetico che in essa é insito.

I poeti e gli scrittori on line ritengono che la poesia debba riconquistare, anche attraverso il recupero delle forme e dei canoni classici, il posto elitario ed intellettualmente rilevante che le competono.

La poesia é certamente sogno e fantasia, arte e creazione; ma non solo; la poesia non può essere disgiunta dalla ricerca individuale dell’artista e dal posto che egli occupa e deve occupare nella società; ecco perché una poesia completamente avulsa dalla società in cui il poeta vive, lavora e pensa, non può e non deve esistere.

Questo é il primo nucleo del Manifesto dei poeti e degli scrrittori on line che  si apre ai contributi di tutti gli scrittori e  poeti che vorranno arricchirlo con la loro adesione.

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