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Se mi chiedessero oggi, in forza di  quale sfrontatezza o coraggio, in nome di quale diritto o in base a quale dovere,  in quell’ottobre del 1972, io mi misi a capo  degli studenti  della mia scuola e, insieme ad altri coraggiosi e sfrontati,  del movimento studentesco  delle scuole superiori, non saprei cosa rispondere.

O forse risponderei che io sentivo di vivere intensamente  uno di quei momenti, ciclicamente ricorrenti nella storia dell’umanità, in cui delle forze ancestrali e misteriose, sembrano muovere delle masse umane contro il potere costituito, illudendole di poter alfine spezzare quei vincoli invisibili che li costringono a seguire per una strada già segnata, senza alternativa e senz’altra scelta che quella, per essere finalmente protagonista della tua storia , della tua vita, del tuo destino. E allora, come un’aquila che spicchi per la prima il suo volo dalle sommità di una vetta, trattieni il respiro e poi ti lanci nell’aria, per vedere se le tue ali son capaci di volare, per vivere realmente o morire.

Oppure, più prosaicamente, risponderei che i vecchi leaders si erano diplomati e se non avessi preso io le redini in mano, tutto si sarebbe fermato. E io non volevo che quel sogno di riscatto e di libertà, in cui ormai credevo ciecamente,  finisse soltanto perché io non avevo trovato la forza o l’ardire di continuare quella lotta che sentivo giusta e sacrosanta.

Per capire meglio quegli anni e quei sentimenti occorre ricordare che mentre in Francia  il movimento del 68 si è accontentato della testa del generalissimo De Gaulle (ed è finito con la caduta della sua onorevole testa); e che  se in Inghilterra la rivoluzione è stata subito assorbita e metabolizzata nel tessuto di concessioni e miglioramenti economici e sociali che la classe politica astutamente e prontamente ha concesso ai giovani ed ai proletari in rivolta (qualcuno ha scritto che la nobiltà inglese soffre ancora la sindrome della ghigliottina del 1789, per cui, pur di tenere la testa ben salda sul collo, e le rendite parassitarie intatte , sarebbbe disposta a cedere ad ogni richiesta che la Casa dei Comuni, l’unica Assemblea elettiva e realmente  rappresentativa, avanzi in nome del popolo sovrano);  e che se infine le diverse dittature hanno soffocato nel sangue  i rigurgiti rivoluzionari degli spagnoli e  dei paesi dell’est europeo, in Italia la rivoluzione sessantottina è stata soltanto l’inizio di un lungo e sofferto cammino che i giovani della mia generazione  hanno percorso e vissuto attraverso diverse tappe; un decennio terribile, iniziato nella gioia e nei colori del ’68 (che, a sua volta, affondava le sue radici nella rivoluzione dei figli dei fiori di San Francisco e dintorni, della metà degli  anni sessanta, poi diramatosi in mille rivoli, a Berkeley, a Seattle, a Woodstock) e sviluppatasi negli anni successivi nelle lotte politiche e nei movimenti della sinistra extra-parlamentare, per sfociare infine nelle sanguinarie azioni dei gruppi armati, la cui deriva politica e storica, può farsi  risalire al rapimento e alla barbara uccisione dell’onorevole Aldo Moro (1978), la vittima innocente, l’agnello sacrificale, il capro espiatorio di una classe politica cinica e corrotta che ha segnato un’epoca.

Insomma l’Italia, forse anche a causa della sua instabilità politica, di quel suo essere una terra di confine ideologico, dove ancora si fronteggiavano due partiti di opposte ed inconciliabili vedute politiche (la DC ed il PCI) che facevano capo ai due blocchi allora predominanti nel mondo (la Nato ed il Patto di Varsavia), fu teatro di uno scontro interno in cui alle schegge impazzite di una sinistra ormai decisa a rompere  definitivamente  il cordone ombelicale che la legava a Mosca, per entrare a far parte delle forze di governo, risposero le manovre occulte di apparati dello stato, collusi e manovrati dai burattinai americani, per niente convinti della buona fede dei comunisti, anzi diffidenti che   la loro manovra fosse un cavallo di Troia i cui fili erano mossi dai sovietici per espugnare Roma. Solo così si spiega il triste epilogo del tentativo di Aldo Moro di traghettare i comunisti italiani nell’area di influenza ideologica occidentale. Ma i grandi uomini e i grandi progetti spesso vengono equivocati ed interpretati con diffidenza dagli animi affetti di piccineria e dagli uomini offuscati dalla sete di potere.

Ma su Aldo Moro e sul 1978 tornerò ancora, se il lettore vorrà seguirmi. Adesso siamo ancora nel 1972, anche se molti avvenimenti di quell’anno sono come un preludio degli avvenimenti futuri, come d’altronde è per ogni vicenda umana.

A scuola rientrammo  Lunedì 2 ottobre 1972.

Voglio ricordare però tre episodi importanti che avvennero prima del rientro a scuola:

Il primo avvenne a Venezia il Sabato 16 settembre 1972.

Il papa Paolo VI a Venezia nella sua breve visita pastorale nella città lagunare, al termine della Messa celebrata  in piazza San Marco,  si toglie la stola papale, la mostra alla folla e la mette sulle spalle del patriarca, Albino Luciani, visibilmente imbarazzato. Il gesto del Pontefice non viene ripreso dalle telecamere che hanno già chiuso il collegamento ma è documentato da numerose fotografie. Albino Luciano sarà il papa di un mese nel 1978. La sua morte repentina è ancora oggetto di tante chiacchiere e dicerie sulla congiura che sarebbe maturata nei palazzi a suo danno.

La seconda è datata Giovedì 21 settembre 1972. L’isola di Santo Stefano, in Sardegna,  viene concessa agli USA come appoggio militare per i sommergibili nucleari. Di tale concessione non venne mai esibito da Andreotti (e dagli altri politici responsabili) alcun Trattato, per cui si dovette presumere trattarsi di un accordo segreto. Tutto il movimento studentesco si sollevò contro tale concessione e non soltanto in Sardegna.

La terza ed ultima notizia e di Lunedì 25 settembre 1972 e riguarda le dimissioni di Storti, segretario CISL, per contrasti con la destra interna contraria all’unificazione sindacale. Si tratta della famosa unificazione sindacale nella triplice, CGL, CISL e UIL che fu per decenni una vera e propria potenza politicl-sindacale.

Venerdì 13 ottobre 1972 la Corte di cassazione trasferisce a Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana, anche su richiesta della stessa procura di Milano, convinta che «il procedimento non possa essere celebrato in Milano in un clima di sufficiente serenità».

Venerdì 20 ottobre 1972 vengono iIndiziati  di reato, Catenacci, Provenza e Allegra   per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana. Elvio Catenacci era dirigente degli Affari riservati del ministero degli Interni. Gli altri due erano i capi degli uffici politici delle questure di Roma e Milano e si chiamavano Bonaventura Provenza e Antonino Allegra. Il provvedimento è legato in particolare alle indagini sulle borse usate per gli attentati di Milano. Valpreda continua però ad essere detenuto (verrà scarcerato soltanto a dicembre).

Sabato 21 ottobre 1972 ci sono degli attentati ai treni che portano a Catanzaro i sindacalisti per una conferenza sul Mezzogiorno: 6 feriti.

Mercoledì 8 novembre 1972 Richard  Nixon trionfa nelle presidenziali Usa. Farà un’uscita di scena ingloriosa a seguito dello scandalo denominato Watergate prima della fine del suo mandato. Vicepresidente è confermato Spiro T. Agnew.

A novembre la 126 scalza la 500 Fiat nelle preferenze degli automobilisti italiani.

Venerdì 10 novembre 1972 si festeggia In tv “Nascita di una dittatura” . A cinquant’anni dalla “marcia su Roma” (28 ottobre 1922), Sergio Zavoli conduce la prima delle sei puntate di Nascita di una dittatura, trasmissione storiografica che ricostruisce la situazione politica, economica e sociale che portò all’avvento del fascismo.

Lunedì 13 novembre 1972 nel corse del XXXIX congresso del PSI a Genova viene eletto segretario  Francesco De Martino.

Domenica 26 novembre 1972 viene dato fuoco alle auto di nove impiegati Fiat.

L’atto criminoso verrà rivendicato dalle   Brigate rosse . Questa organizzazione terroristica di sinistra farà a lungo parlare di sé per tutti gli anni settanta. Il suo potere e il suo terrore culmineranno nel 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e con lo sterminio sanguinoso della sua scorta. Si erano illusi di poter conquistare l’Italia non con le armi della democrazia ma attraverso un’insurrezione popolare. Si accorsero ben presto che gli italiani non erano disposti a seguirli e che erano soltanto un gruppo di fanatici sanguinari che sognavano una rivoluzione impossibile. E meno male che gli italiani non li hanno seguiti: che cosa sarebbe uscito fuori di buono da una ennesima rivoluzione comunista fondata sul sangue innocente?

Sono stato sempre contrario alla violenza, oggi come allora. Con la maturità di oggi posso dire che preferisco dare retta a San Paolo e invitare i giovani a seguire le leggi. Chi rispetta e segue le leggi non sbaglia mai.

Ma soprattutto raccomando di non affidarsi mai alla violenza. Essa è foriera di altra violenza e non porta mai a nulla di buono.

Venerdì 1 dicembre 1972 muore a Roma, in una stanza all’undicesimo piano del policlinico Agostino Gemelli, l’ex presidente della Repubblica Antonio Segni. Accanto a lui la moglie Laura, i quattro figli Celestino, Giuseppe, Paolo e Mario con le nuore, il medico curante professor Breda e il medico personale professor Giunchi. La notizia della morte è comunicata al Senato dal vicepresidente Spataro.

Sempre il 1º dicembre, a Torino,  il pugile Bruno Arcari conserva il titolo mondiale dei Welters junior vincendo ai punti contro lo sfidante Costa Azevedo.

Il 3 dicembre a Roma: viene arrestato il boss mafioso Tommaso Buscetta. Estradato dal Brasile, dovrà scontare 14 anni di carcere. Diventerà la gola profonda di Cosa Nostra e inaugurerà la stagione del pentitismo di mafia.

Il 14 dicembre a Bonn viene eletto cancelliere il socialdemocratico  Willy Brandt. Sarà il fautore della c.d. Ostpolitik, la politica di apertura verso l’Est che, indebolendo l’unione sovietica, porterà alla riunificazione della Germania nel 1989.

Il 15 dicembre viene  approvata la legge n. 773 (legge Valpreda) con la quale viene concessa la libertà provvisoria prima della sentenza anche agli imputati per reati gravi che siano in attesa di giudizio da lungo tempo. Grazie a questa legge, l’anarchico Pietro Valpreda verrà scarcerato dopo tre anni di ingiusta detenzione.

Entra  in vigore in via definitiva la legge 772 che permette l’obiezione di coscienza al servizio militare.

Il 19 dicembre l’Apollo 17 ammara nell’oceano riportando a casa Eugene Cernan, Ronald Evans e Harrison Schmitt. È la conclusione della prima (finora) esplorazione umana della Luna.

Il 21 dicembre: Germania Ovest e Germania Est si riconoscono vicendevolmente.

25. continua…

 

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Ieri sera, guardando in TV il film di Gianluca Maria Tavarelli intitolato ” Aldo Moro – Il presidente” ,  interpretato da Michele Placido e da altri ottimi attori, un mare di ricordi mi ha avvolto, riportandomi indietro agli anni della mia gioventù.

Avevo finito da qualche anno  il servizio militare e studiavo ancora all’università quando, nel 1978, le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole Aldo Moro, trucidando i poliziotti della  sua scorta: Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi e Bruno Seghetti.

Non mi trovavo in Italia quando avvenne il triste fatto di sangue. Ero all’estero, in cerca di me stesso o forse fuggivo da qualche cosa, anche se  neanche io sapevo cosa.

Ricordo che negli anni immediatamente precedenti (prima che mi iscrivessi all’Università) ero stato impegnato nel Movimento Studentesco. Erano anni di scioperi, di proteste, di lotte sociali, attraverso le quali si cercava di ottenere una società più giusta, meno classista, dove la ricchezza fosse meglio distribuita. A livello politico si contestava la Democrazia Cristiana e si lottava per ottenere un’alternativa di governo e, seppure confusamente, forse ci si illudeva che il comunismo potesse essere una valida alternativa a quel tipo di capitalismo che non ci convinceva.

Mi allonatanai dal Movimento Studentesco per tanti motivi.

Sicuramente ero rimasto deluso dal fatto che mentre io ci credevo davvero nel cambiamento della società e, nel mio piccolo mi impegnavo per ottenerla, la maggior parte dei giovani studenti di allora si atteggiava a rivoluzionario ma in fondo cercava solo una vacanza dalla scuola.

Ma la cosa che mi allontanò più di qualsiasi altra dal Movimento Studentesco fu la mia percezione che il suo zoccolo duro, gli irriducibili, per così dire, fossero fautori e sostenitori della violenza.

Mi ricordo che a un certo punto girava la voce che l’estrema destra e l’estrema sinistra si sarebbero  dovuti unire nella lotta contro il potere e poi, una volta che lo avessero sconfitto, si sarebbero disputate la supremazia.

Ricordo anche che alcune frange del Movimento della mia città  si scontravano con i “fasci” (si chiamavano così quelli che militavano nei movimenti estremi di destra) a colpi di spranga.

Io non presi mai parte a questi scontri.

 

Ero sì, confuso; non sapevo bene cosa volevo (anche se sentivo l’ingiustizia della società, l’ipocrisia dei politici al potere e avevo sofferto, con rabbia, per le stragi di Stato, tipo quella di Piazza Fontana;  e avvertivo  la falsità delle accuse mosse a Valpreda e agli anarchici per nascondere le colpe di settori deviati dello Stato) ma ero certo di una cosa: io ero contro la violenza.

I miei idoli di allora erano Gandhi, Marthin Luther King, I Kennedy, Gesù Cristo (l’Uomo, non il Dio che ho riscoperto nella maturità).

Io ero per la pace. Forse anche per questo me ne andai lontano, a cercare un mondo ideale, nell’illusione che esistesse e senza capire che la pace la dovevo cercare dentro di me.

Nella tristezza che mi ha avvolto durante la visione del film, nel mio cuore ho ringraziato Dio per non avere mai ceduto alla violenza.

La mia rabbia di allora mi ha portato lontano ma mai verso la violenza.

Almeno in quello sono stato fedele ai principii nei quali continuo a credere.

Non voglio giudicare nessuno e so bene che il potere , a quel tempo, non si sarebbe mai potuto conquistare con la pace, in quanto lo Stato era armato ed i suoi uomini imbracciavano mitra, pistole e fucili.

Ma io non volevo e non ho mai voluto il potere.

Eppoi ho sempre detestato la violenza.

Che importa se qualcuno allora mi considerava un povero illuso?

Oggi mi sento contento di quella scelta; di essere sempre fuggito alla violenza.

Continuo a considerare la vita umana la cosa più sacra che ci sia.

E prego Dio che la pace vinca per sempre sulla guerra e sulla violenza.

 

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Venivano dal buio

 quegli uomini

che gambizzavano

sequestravano

ammazzavano

Ed io

che non stavo con loro

ma neanche con il loro nemico

cercai lontano

la Luce della Verità

Roma, marzo 1978

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Andreotti e moglie foto www.leggo.it

E’ morto Giulio Andreotti, l’ultimo dei cavalli di razza della vecchia Democrazia Cristiana. Lo affido nei miei pensieri alla misericordia divina, come si conviene per chiunque abbia lasciato questa valle di lacrime e non sia più in grado di difendersi.

Non ho amato, soprattutto da giovane, nè lui, nè la democrazia cristiana e nè la classe politica di quegli anni.

Sino al 1978 il potere era stato gestito dai democristiani che, intelligentemente, avevano aperto  sin dai primi anni sessanta ai socialisti di Nenni (Craxi sarebbe arrivato al potere dopo quasi un ventennio da quella prima apertura a sinistra).

Di fatto il potere appariva come fossilizzato nelle mani dei potenti democristiani e ciò creava nell’opinione pubblica ed in particolare nell’animo di noi giovani di allora, l’impressione che questi cavalli di razza fossero attaccati al potere in maniera morbosa e che il cambiamento non fosse possibile; non appariva infatti percorribile alcuna alternativa agli stantii governi monocolori, quadripartiti o pentapartiti, di ispirazione atlantica in politica estera e fautori del più becero assistenzialismo, dell’affarismo e del clientelismo in politica interna.

Non c’era alternativa allo strapotere democristiano, più o meno diluito in salsa socialista, repubblicana, liberale o socialdemocratica.

Poi venne il tentativo di Aldo Moro di sbloccare a sinistra, questa volta in direzione dei comunisti. Il secondo tentativo di grande coalizione o compromesso storico dopo quello del secondo dopoguerra (adesso questi accordi si chiamano molto meno elegantemente “inciucio”, forse in sintonia con il miserevole livello dell’attuale classe politica, in rapporto a quelle dei tempi andati).

Ma a qualcuno, evidentemente, quel tentativo di portare i comunisti nella stanza dei bottoni non piacque (si ricordi che nel 1978 la cortina di ferro era ancora in auge, e i due blocchi, quello occidentale e capitalista e quello statlista di stampo sovietico si fronteggiavano fieramente per la supremazia).

Sappiamo tutti come finì quel tentativo. E la fine che fece il povero Aldo Moro.

Non do giudiuzi, mi ripeto, sui defunti.

Ma la storia ci mostra che Aldo Moro poteva essere salvato e che egli fu lasciato a morire.

Forse Giulio Andreotti avrebbe potuto spiegare perchè fu lasciato morire.

O forse la verità sta scritta in uno di quei 3.500 faldoni che costituiscono l’immenso archivio che il divo Giulio  ha lasciato ai posteri.

Io so solo che il sangue innocente di Aldo Moro, come lo statista pugliese aveva profetizzato nelle sue lettere dal carcere delle brigate rosse, è ricaduto su tutti quelli che pur potendolo, non mossero un dito per salvarlo da quella orribile prigione.

Preghiamo per i morti ma manteniamo viva la nostra memoria e il giudizio storico che compete ai vivi.

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indro montanelliI Diari 1957-1978 che Rizzoli ha pubblicato nel 2009, sono stati trascritti da 12 quaderni che lo stesso Montanelli consegnò al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.

Si dividono in 4 periodi: settembre 57-gennaio 58; settembre-dicembre 66; maggi 69-aprile 72; maggio 77-maggio 78.

Il primo si apre con la morte di Leo Longanesi e si chiude con la preghiera laica per la sera: “Signore, dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, di cambiare quelle che posso, e di capire sempre la differenza tra queste e quelle”

Nel secondo troviamo (fra le tante cose interessanti) l’alluvione di Firenze ed alcuni giudizi sul Fascismo e su diversi personaggi del Fascismo che mi paiono davvero degni di nota.

Il terzo periodo è  quello  del Corriere della Sera, dal cui osservatorio Montanelli vivrà le contestazioni e i disordini sociali e politici del 1968 (movimento che in Italia si protrae e si afferma maggiormente nel biennio 69-70). Campeggiano nei Diari le figure di Ugo La Malfa (ben più consistente del figlio Giorgio), Giovanni Sapdolini (prima direttore del Corsera e poi politico di spicco nel P.R.I), Saragat (poco apprezzato Presidente della Repubblica), Rumor, Fanfani, Moro, Andreotti, Nenni, Di Martino. Emerge, attraverso la cronaca diaristica di Montanelli, quel tessuto politico italiano, fatto di alleanze opportunische e poco coese, nelle cui larghe maglie si inseriranno e prolificheranno i servizi segreti deviati e i depistaggi istituzionali che saranno la risposta goffa, perniciosa  ed impropria alla distorsione politico-sociale che troverà corpo nei gruppi terrostici di destra e di sinistra che infesteranno questi anni e quelli successivi (praticamente sino ai nostri giorni). Si può intravvedere altresì la corruzione culturale del periodo, di cui sono emblematici sia l’asservimento agli interessi editoriali dell’attribuzione dei premi letterari più importanti (dallo Strega al Grinzane, passando per tutti i premi nazionali più importanti), sia la “chiesa” comunista (cui aderiscono i grandi ” maitres a penser” passati e presenti: Moravia, Dacia Maraini, Eugenio Scalfari ecc.).

L’ultimo periodo è il più intenso: al centro vediamo le grandi manovre di Aldo Moro per un’alleanza politica, invisa agli Americani ed allo stesso Montanelli, con il P.C.I.. Nella visione dello statista democristiano queste alleanza doveva servire a dare un nuovo impulso alla società italiana, sia in campo politico, sia in campo sociale. Il disegno era troppo grande e bello per essere realizzato e Moro, come tutti i grandi profeti di pace, pagò con la vita il suo desiderio di migliorare il mondo, emarginando i malvagi e cercando di fare emergere i buoni.

Resta il mistero del perchè lo Stato non volle salvare Aldo Moro, scegliendo di lasciarlo morire nelle mani delle Brigate Rosse che, seppure accecati dal loro furore ideologico, si accorsero di essere inconsapevole strumento nei disegni di forze occulte e superiori che, più di loro, volevano la morte del “prigioniero del popolo”, ma non furono capaci di trarne le dovute conseguenze (superfluo dire che furono dei piccoli uomini a spegnere il grande cervello; e in Italia non era la prima volta: era già successo con un altro grande cervello: quello di Antonio Gramsci, ucciso dai cervellini fascisti e non solo).

Certo a leggere i diari di Montanelli si intuisce che nella lotta di potere intestina, che dilaniava la D.C. in quegli anni, opponendo Andreotti a Fanfani, Fanfani a Moro, Rumor a Zaccagnini, e tutti contro tutti, Moro faceva comodo più da morto che da vivo. Ma è solo una verità parziale che furono i suoi amici democristiani a volerlo morto.

In ogni caso la sua maledizione è ricaduta sul partito alla grande: dopo la sua morte solo Cossiga guadagnò un posto di potere ai massimi livelli; la D.C. è stata sterminita da tangentopoli nei primi anni ’90 ed Andreotti vivacchia ai margini della grande politica.

Forse è l’unico che potrebbe raccontare la verità. Ma non la ce la racconterà,  anche perchè non esiste una sola verità, neppure sul caso Moro e su tutti i misteri dell’Italia Repubblicana.

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