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Ieri sera, guardando in TV il film di Gianluca Maria Tavarelli intitolato ” Aldo Moro – Il presidente” ,  interpretato da Michele Placido e da altri ottimi attori, un mare di ricordi mi ha avvolto, riportandomi indietro agli anni della mia gioventù.

Avevo finito da qualche anno  il servizio militare e studiavo ancora all’università quando, nel 1978, le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole Aldo Moro, trucidando i poliziotti della  sua scorta: Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi e Bruno Seghetti.

Non mi trovavo in Italia quando avvenne il triste fatto di sangue. Ero all’estero, in cerca di me stesso o forse fuggivo da qualche cosa, anche se  neanche io sapevo cosa.

Ricordo che negli anni immediatamente precedenti (prima che mi iscrivessi all’Università) ero stato impegnato nel Movimento Studentesco. Erano anni di scioperi, di proteste, di lotte sociali, attraverso le quali si cercava di ottenere una società più giusta, meno classista, dove la ricchezza fosse meglio distribuita. A livello politico si contestava la Democrazia Cristiana e si lottava per ottenere un’alternativa di governo e, seppure confusamente, forse ci si illudeva che il comunismo potesse essere una valida alternativa a quel tipo di capitalismo che non ci convinceva.

Mi allonatanai dal Movimento Studentesco per tanti motivi.

Sicuramente ero rimasto deluso dal fatto che mentre io ci credevo davvero nel cambiamento della società e, nel mio piccolo mi impegnavo per ottenerla, la maggior parte dei giovani studenti di allora si atteggiava a rivoluzionario ma in fondo cercava solo una vacanza dalla scuola.

Ma la cosa che mi allontanò più di qualsiasi altra dal Movimento Studentesco fu la mia percezione che il suo zoccolo duro, gli irriducibili, per così dire, fossero fautori e sostenitori della violenza.

Mi ricordo che a un certo punto girava la voce che l’estrema destra e l’estrema sinistra si sarebbero  dovuti unire nella lotta contro il potere e poi, una volta che lo avessero sconfitto, si sarebbero disputate la supremazia.

Ricordo anche che alcune frange del Movimento della mia città  si scontravano con i “fasci” (si chiamavano così quelli che militavano nei movimenti estremi di destra) a colpi di spranga.

Io non presi mai parte a questi scontri.

 

Ero sì, confuso; non sapevo bene cosa volevo (anche se sentivo l’ingiustizia della società, l’ipocrisia dei politici al potere e avevo sofferto, con rabbia, per le stragi di Stato, tipo quella di Piazza Fontana;  e avvertivo  la falsità delle accuse mosse a Valpreda e agli anarchici per nascondere le colpe di settori deviati dello Stato) ma ero certo di una cosa: io ero contro la violenza.

I miei idoli di allora erano Gandhi, Marthin Luther King, I Kennedy, Gesù Cristo (l’Uomo, non il Dio che ho riscoperto nella maturità).

Io ero per la pace. Forse anche per questo me ne andai lontano, a cercare un mondo ideale, nell’illusione che esistesse e senza capire che la pace la dovevo cercare dentro di me.

Nella tristezza che mi ha avvolto durante la visione del film, nel mio cuore ho ringraziato Dio per non avere mai ceduto alla violenza.

La mia rabbia di allora mi ha portato lontano ma mai verso la violenza.

Almeno in quello sono stato fedele ai principii nei quali continuo a credere.

Non voglio giudicare nessuno e so bene che il potere , a quel tempo, non si sarebbe mai potuto conquistare con la pace, in quanto lo Stato era armato ed i suoi uomini imbracciavano mitra, pistole e fucili.

Ma io non volevo e non ho mai voluto il potere.

Eppoi ho sempre detestato la violenza.

Che importa se qualcuno allora mi considerava un povero illuso?

Oggi mi sento contento di quella scelta; di essere sempre fuggito alla violenza.

Continuo a considerare la vita umana la cosa più sacra che ci sia.

E prego Dio che la pace vinca per sempre sulla guerra e sulla violenza.

 

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Venivano dal buio

 quegli uomini

che gambizzavano

sequestravano

ammazzavano

Ed io

che non stavo con loro

ma neanche con il loro nemico

cercai lontano

la Luce della Verità

Roma, marzo 1978

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Andreotti e moglie foto www.leggo.it

E’ morto Giulio Andreotti, l’ultimo dei cavalli di razza della vecchia Democrazia Cristiana. Lo affido nei miei pensieri alla misericordia divina, come si conviene per chiunque abbia lasciato questa valle di lacrime e non sia più in grado di difendersi.

Non ho amato, soprattutto da giovane, nè lui, nè la democrazia cristiana e nè la classe politica di quegli anni.

Sino al 1978 il potere era stato gestito dai democristiani che, intelligentemente, avevano aperto  sin dai primi anni sessanta ai socialisti di Nenni (Craxi sarebbe arrivato al potere dopo quasi un ventennio da quella prima apertura a sinistra).

Di fatto il potere appariva come fossilizzato nelle mani dei potenti democristiani e ciò creava nell’opinione pubblica ed in particolare nell’animo di noi giovani di allora, l’impressione che questi cavalli di razza fossero attaccati al potere in maniera morbosa e che il cambiamento non fosse possibile; non appariva infatti percorribile alcuna alternativa agli stantii governi monocolori, quadripartiti o pentapartiti, di ispirazione atlantica in politica estera e fautori del più becero assistenzialismo, dell’affarismo e del clientelismo in politica interna.

Non c’era alternativa allo strapotere democristiano, più o meno diluito in salsa socialista, repubblicana, liberale o socialdemocratica.

Poi venne il tentativo di Aldo Moro di sbloccare a sinistra, questa volta in direzione dei comunisti. Il secondo tentativo di grande coalizione o compromesso storico dopo quello del secondo dopoguerra (adesso questi accordi si chiamano molto meno elegantemente “inciucio”, forse in sintonia con il miserevole livello dell’attuale classe politica, in rapporto a quelle dei tempi andati).

Ma a qualcuno, evidentemente, quel tentativo di portare i comunisti nella stanza dei bottoni non piacque (si ricordi che nel 1978 la cortina di ferro era ancora in auge, e i due blocchi, quello occidentale e capitalista e quello statlista di stampo sovietico si fronteggiavano fieramente per la supremazia).

Sappiamo tutti come finì quel tentativo. E la fine che fece il povero Aldo Moro.

Non do giudiuzi, mi ripeto, sui defunti.

Ma la storia ci mostra che Aldo Moro poteva essere salvato e che egli fu lasciato a morire.

Forse Giulio Andreotti avrebbe potuto spiegare perchè fu lasciato morire.

O forse la verità sta scritta in uno di quei 3.500 faldoni che costituiscono l’immenso archivio che il divo Giulio  ha lasciato ai posteri.

Io so solo che il sangue innocente di Aldo Moro, come lo statista pugliese aveva profetizzato nelle sue lettere dal carcere delle brigate rosse, è ricaduto su tutti quelli che pur potendolo, non mossero un dito per salvarlo da quella orribile prigione.

Preghiamo per i morti ma manteniamo viva la nostra memoria e il giudizio storico che compete ai vivi.

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indro montanelliI Diari 1957-1978 che Rizzoli ha pubblicato nel 2009, sono stati trascritti da 12 quaderni che lo stesso Montanelli consegnò al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.

Si dividono in 4 periodi: settembre 57-gennaio 58; settembre-dicembre 66; maggi 69-aprile 72; maggio 77-maggio 78.

Il primo si apre con la morte di Leo Longanesi e si chiude con la preghiera laica per la sera: “Signore, dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, di cambiare quelle che posso, e di capire sempre la differenza tra queste e quelle”

Nel secondo troviamo (fra le tante cose interessanti) l’alluvione di Firenze ed alcuni giudizi sul Fascismo e su diversi personaggi del Fascismo che mi paiono davvero degni di nota.

Il terzo periodo è  quello  del Corriere della Sera, dal cui osservatorio Montanelli vivrà le contestazioni e i disordini sociali e politici del 1968 (movimento che in Italia si protrae e si afferma maggiormente nel biennio 69-70). Campeggiano nei Diari le figure di Ugo La Malfa (ben più consistente del figlio Giorgio), Giovanni Sapdolini (prima direttore del Corsera e poi politico di spicco nel P.R.I), Saragat (poco apprezzato Presidente della Repubblica), Rumor, Fanfani, Moro, Andreotti, Nenni, Di Martino. Emerge, attraverso la cronaca diaristica di Montanelli, quel tessuto politico italiano, fatto di alleanze opportunische e poco coese, nelle cui larghe maglie si inseriranno e prolificheranno i servizi segreti deviati e i depistaggi istituzionali che saranno la risposta goffa, perniciosa  ed impropria alla distorsione politico-sociale che troverà corpo nei gruppi terrostici di destra e di sinistra che infesteranno questi anni e quelli successivi (praticamente sino ai nostri giorni). Si può intravvedere altresì la corruzione culturale del periodo, di cui sono emblematici sia l’asservimento agli interessi editoriali dell’attribuzione dei premi letterari più importanti (dallo Strega al Grinzane, passando per tutti i premi nazionali più importanti), sia la “chiesa” comunista (cui aderiscono i grandi ” maitres a penser” passati e presenti: Moravia, Dacia Maraini, Eugenio Scalfari ecc.).

L’ultimo periodo è il più intenso: al centro vediamo le grandi manovre di Aldo Moro per un’alleanza politica, invisa agli Americani ed allo stesso Montanelli, con il P.C.I.. Nella visione dello statista democristiano queste alleanza doveva servire a dare un nuovo impulso alla società italiana, sia in campo politico, sia in campo sociale. Il disegno era troppo grande e bello per essere realizzato e Moro, come tutti i grandi profeti di pace, pagò con la vita il suo desiderio di migliorare il mondo, emarginando i malvagi e cercando di fare emergere i buoni.

Resta il mistero del perchè lo Stato non volle salvare Aldo Moro, scegliendo di lasciarlo morire nelle mani delle Brigate Rosse che, seppure accecati dal loro furore ideologico, si accorsero di essere inconsapevole strumento nei disegni di forze occulte e superiori che, più di loro, volevano la morte del “prigioniero del popolo”, ma non furono capaci di trarne le dovute conseguenze (superfluo dire che furono dei piccoli uomini a spegnere il grande cervello; e in Italia non era la prima volta: era già successo con un altro grande cervello: quello di Antonio Gramsci, ucciso dai cervellini fascisti e non solo).

Certo a leggere i diari di Montanelli si intuisce che nella lotta di potere intestina, che dilaniava la D.C. in quegli anni, opponendo Andreotti a Fanfani, Fanfani a Moro, Rumor a Zaccagnini, e tutti contro tutti, Moro faceva comodo più da morto che da vivo. Ma è solo una verità parziale che furono i suoi amici democristiani a volerlo morto.

In ogni caso la sua maledizione è ricaduta sul partito alla grande: dopo la sua morte solo Cossiga guadagnò un posto di potere ai massimi livelli; la D.C. è stata sterminita da tangentopoli nei primi anni ’90 ed Andreotti vivacchia ai margini della grande politica.

Forse è l’unico che potrebbe raccontare la verità. Ma non la ce la racconterà,  anche perchè non esiste una sola verità, neppure sul caso Moro e su tutti i misteri dell’Italia Repubblicana.

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