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Capitolo Quarto

Quando Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, incaricò gli architetti di corte di ampliare la città medioevale di Ferrara, Biagio Rossetti aveva previsto, sollecitato dal lungimirante duca Estense,  che la direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente  Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli,   fosse chiusa da una possente cinta muraria. A difesa delle incursioni delle temute milizie venete, oltre alla predetta cinta muraria e ad un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca Ercole ordinò al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare presidiata da una stanza fissa di 500 soldati, dodici cannoni a bocca di fuoco 120 (a cui suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo,  il cannone denominato “La Giulia”,  che suo padre Alfonso  aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la  morte dell’odiato papa Della Rovere).

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che,  oltre agli alloggi e alle mense dei militari (rigorosamente interdetti, per ragioni di sicurezza, ad ogni estraneo)  comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a  mattone crudo (quando non addirittura fatte di assi di legno) a presidio di orti e frutteti che,  numerosi più delle case,  abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria,  che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli. Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche spiccava una costruzione in pietra che, a ridosso di un’enorme  porcilaia che comprendeva anche un macello, di cui si servivano  tutti gli allevamenti del borgo,  per anni aveva ospitato una taverna che dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del  Samaritano” ospitava una  casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo. La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500 (anche se certi documenti sembravano attestare invece la data  del 1577) quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitti ai gestori e proprietari del’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo de Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

4. continua…

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Chissà cosa avrebbe detto l’onorevole Andreotti, buonanima, della furibonda sparata che ha fatto Renzi a proposito della pronuncia dell’Unesco riguardante la Spianata delle Moschee di Gerusalemme. Lui, l’enigmatico Giulio, il divo Giulio, erede di una diplomazia romana, con venature vaticane, sempre prudente e misurato nelle sue dichiarazioni, mai fuori dalle righe.

A me è sinceramente sembrata esagerata la sfuriata di Renzi. Non entro nel merito della questione, perchè mi riprometto di fare un post sull’argomento, troppo complesso e delicato per essere liquidato in quattro righe.

Ma mi è sembrata fuori luogo. E’ sicuramente segna una inversione di tendenza nella diplomazia italiana.

Una presa di posizione esagerata che spero  non abbia   conseguenze negative per l’Italia.

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Questa domanda, amici bloggers, fu rivolta a Giona dal capitano e dagli altri membri dell’equipaggio dell’imbarcazione che, in viaggio da Giaffa verso la Spagna, era in preda alla furia più selvaggia del mare! E Giona, che scappava dal Signore (che lo voleva mandare a Nìnive in missione), dimostrando che coraggio e sincerità gli erano proprie, rispose:

- ? Prendetemi e gettatemi all?in giù,
e si calmerà il mare. Adesso è
contro di voi, perché la furia blu

v?ha colto per mia colpa. Quest?è il ver!?
Essi cercavano, a forza di remi,
raggiungere la riva, ma poiché,

col mare, gli aumentavano i patemi,
implorarono il Signore dicendo:
- ? Dio, fa che il sangue innocente non scemi,

di questo uomo, sopra di noi!? ? Essendo
che intendevano gettarlo nel mare!
E, fattolo, cessò d?esser tremendo!

Quegli uomini presero ad adorare
il Signore, con sacrifici e voti!
Ma il Signore dispose che a ingoiare

Giona, fosse un grosso pesce! Tre notti
e tre giorni vi ristette! Dal cuore
del pesce ei pregò Dio con questi motti:

? Nell?angoscia ho pregato il mio Signore
ed Egli mi ha esaudito. Dal profondo
degli inferi ho gridato con furore

e Tu mi hai ascoltato, Re del mondo!
Mi hai gettato nell?abisso del mare
e le correnti m?han girato in tondo

Ed i flutti e le Tue onde a passare
sopra di me! Nel mentre io Ti dicevo:
- Il Santo Tempio tornerò a guardare,

oppur lontano dai Tuoi occhi devo
in eterno stare? Fino alla gola
le acque gelide degli abissi avevo,

e l?alghe come morso di tagliola,
alla mia testa se ne stava avvinta;
son sceso ove neppure l?acqua scola

e cosa alcuna appare mai dipinta,
lì, nei recessi più oscuri dei monti
le cui radici mi facean da cinta

e parean volermi chiudere i conti!
Ma dalla fossa hai fatto risalire
la mia vita sino alle fresche fonti

Del Tuo amore che non può finire!
La mia preghiera è giunta sino a Te!
Quei che solo onorano il falso dire

hanno abbandonato ormai Dio Jahwèh!
Ma io, con voce di lode, offrirò
un sacrificio al Signore mio Re,

e il voto che ho fatto adempirò!
La salvezza vien solo dal Signore!?

E il pesce, per Suo ordine, rigettò

Giona al terreno asciutto e al chiarore!

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