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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come glo occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuto a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

6. continua…

 

 

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Capitolo Primo

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”,  era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori  e artigiani,  che avevano contribuito nel dicembre dell’anno del Signore 1623 a rifondare  la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara. Si trattava infatti di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino,  per avere osato tradurre la Bibbia in volgare. Egli  era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

Lo stesso  Pietro Marino, all’epoca già affermato fabbro-orologiaio, nonché promettente e giovane poeta,  era scampato però alla condanna personale,  in virtù di uno stratagemma di natura legale: gli avvocati degli imputati erano riusciti infatti a dimostrare che la Bibbia in volgare era stata composta dal 5 al 14 ottobre 1582, un periodo temporale che il papa  Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto. In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici (avvocati direttamente nominati dal duca d’Este, che con quella mossa aveva inteso difendere, ad un tempo,  un componente del suo casato, affiliato all’Accademia ed il suo stesso Ducato, da sempre nelle mire espansionistiche dello Stato Pontificio), in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”.

E non si sa se furono i brocardi di giustinianea memoria, profusamente decantati dai quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato (già allievo prediletto di Bertazzoli nei corsi dell’università ferrarese in utroque jure) ovvero l’influenza del loro potente patrono, ovvero ancora il timore  del cardinale Aldobrandini di guastare i già difficili  rapporti con la Francia (Alfonso II d’Este era nipote del re francese  Enrico per parte di madre ed era di casa presso la sua corte), fatto sta che il Tribunale della Congregazione dovette assolvere tutti gli autori imputati. Certo è che le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale  e per conoscenza,  nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici.

La Congregazione sfogò però tutta la sua rabbia potente contro l’Accademia, ordinandone lo scioglimento e contro  l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione vietata in mille esemplari andati a ruba, e che comunque aveva pensato bene di   rimanere contumace nel processo. E il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sullo scioglimento dell’Accademia chiuse  tutti e due gli occhi perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel tempo! Estintasi la  linea diretta della casata degli  Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni,  era morto senza eredi legittimi diretti)  lo Stato Pontificio era riuscito finalmente ad inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

1. continua…

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