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Quando ad ottobre del 1968 iniziò la scuola noi “primini”, cioè gli sbarbatelli iscritti al primo anno della Ragioneria, trovammo davanti ai cancelli i ragazzi più grandi che distribuivano dei volantini di colore giallo che scoprii subito chiamarsi “ciclostile”.

Notai che molti  degli studenti degli anni superiori non entravano a scuola ma si fermavano nel cancello all’ingresso della scuola.  Discorrendo  tra loro, parlavano di sciopero, di operai, di politica; tanti paroloni per me sconosciuti e incomprensibili; come quelli che c’erano scritti nei volantini.  Io  sentii i lro discorsi soltanto perchè ero interessato all’acquisto dei libri usati che gli stessi studenti più grandi vendevano a noi “primini” a metà prezzo.

Per fortuna nessuno mi chiese di scioperare, perché io non capivo niente di politica e di sciopero e non avrei saputo come giustificare la mia assenza, non solo ai miei genitori, ma soprattutto a me stesso.

Nel corso dell’anno, questi scioperi sembravano ricorrenti, a ondate. Sui muri di fronte alla scuola apparirono delle scritte che inneggiavano al Movimento Studentesco e chiedevano di   liberare il Vietnam dagli USA.

I più attivi tra gli studenti giravano con un giornale sotto il braccio che si chiamava Lotta Continua.

Io li invidiavo perché portavano i capelli lunghi, vestivano alquanto trasandati e sembravano piacere a certe ragazze carine che io non osavo nemmeno guardare.

Io già da allora cominciavo a soffreire di quegli inevitabili complessi che colpiscono, im misura più o meno evidente, tutti gli adolescenti.

Il mio complesso più grande, in quel prim0 anno,  era la mia statura. Non che fossi proprio “piccolo” (avevo probabilmente già raggiunto il metro e sessanta) ma è probabile che questo complesso ne nascondesse degli altri; ma io desideravo tanto essere uno di quegli spilungoni che giravano con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio e che rimorchiavano sulle loro motociclette quelle ragazze ragazze appariscenti che io sognavo di notte. Così, per sentirmi più grande e più alto, presi a fumare regolarmente le sigarette che riuscivo a comprare coi pochi soldi della mia paghetta (magari rinunciando al panino della ricreazione).

Una sera di autunno, guardando alla lavagna, mi accorsi che non riuscivo più a leggere  nella  lavagna (un’altro dei miei escamotages per sentirmi più altro era stato quello di sedermi nell’ultimo banco; infatti gli insegnanti, sin dal primo girono di scuola, non avevano fatto altro che ripetere che i ragazzi più bassi si sarebbero dovuti al primo banco).

Mia madre mi portò subito dall’oculista per una visita: la diagnosi cadde su di me impietosa come una mannaia; ero affetto da miopia ed avrei dovuto mettere gli occhiali.

Mio padre, senza perdere tempo, mi portò mel negozio di Franz, in via XX settembre (il negozio esiste ancora nella città di Cagliari). Scelsi gli occhiali più economici perché non mi andava che mio padre spendesse dei soldi per me. E naturalmente non seppi scegliere quelli più adatti al mio viso.

Gli occhiali furono per me un vero e proprio trauma che ho superato soltanto in tardissima età. Io, abituato a fare a botte con tutti; a tuffarmi nel fiume; a correre come un disperato dappertutto, come avrei fatto a sopportare quel corpo estraneo? Questo nuovo complesso si sommò a quello precedete rendendomi sempre più cupo e più scuro di carattere.

Intanto Nixon veniva eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Io lo conobbi attraverso una scritta che comparve in un muro adiacente alla scuola. Vi era scritto “Nixon boia”.

A mio padre gli Americani non piacevano per niente (forse questo era un retaggio della seconda guerra  mondiale, prima dell’Armistizio del 1943, quando l’Italia e gli USA combattevano ancora su fronti contrapposti e lui fu mandato in Sardegna a difendere certi siti minerari, che il regime considerava strategici per l’economia dell’Italia in guerra, proprio dai raids che i caccia bombardieri americani cominciarono  a fare sin dal 1942); ma i capelloni, gli anarchici, i comunisti, i preti che si vestivano alla moda, le donne in minigonna, le femministe e le donne in cerca di emancipazione, le prostitute e gli omossessuali gli piacevano ancora meno.

Per cui maledì diecimila volte i giudici della  Corte Costituzionale quando, sul finire del 1968,  sentenziarono che era ingiusto considerare il reato di adulterio in maniera differente, a seconda che a commetterlo fosse  un uomo oppure una donna.

Naturalmente mia madre fu invece d’accordo coi giudici della Consulta.

Mio padre fu allora che cominciò a maledire la democrazia (e il partito Democrazia Cristiana che più di tutti sembrava incarnare la nuova frontiera della conquista delle libertà;  anche se a riguardo  della parità tra uomini e donne inveiva maggiormente contro i socialisti e i comunisti) e cercò di convincere mia madre a votare il Movimento Sociale Italiano.

Ma mia madre restò sempre fedele alla Democrazia Cristiana e si rifiutò sempre di votare a destra, anche se mio padre, im molte occasioni, ripeteva che la Destra avrebbe portato ordine, disciplina, carceri dure, capelli corti e treni in orario.

Forse fu allora che io cominciai a prendere in considerazione delle idee nuove e diverse da quelle che sembravano dividere i miei genitori;  idee che si andavano allora diffondendo e che andavo imparando anche a scuola, attraverso il confronto con i miei insegnanti e con i librdi di scuola.

14. continua…

 

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La brillante prova di settembre confermò nei miei genitori la volontà di farmi proseguire negli studi.

Certo il liceo classico me l’ero giocato con il comportamento da scansafatiche messo in atto nel precedente anno scolastico; ma non mi andava neppure di seguire il suggerimento del consiglio di classe che, sin da giugno, aveva raccomandato, in caso di promozione, l’iscrizione alla scuola professionale.

Mia madre non aveva rinunciato alla speranza di vedermi all’università, mentre mio padre sperava di fare di me almeno un contabile per la sua azienda che, con le sue fondate e legittime ambizioni, sognava ancora di ingrandire e potenziare.

Io, dal canto mio, speravo di dimostrare che in matematica non ero poi così scarso e che ero stato ingiustamente penalizzato dal mio carattere irrequieto (e, secondo mia madre, dalla piccineria e dalla mala fede di quel docente, aspirante acquirente di oggetti preziosi rateizzati).

Fu raggiunto così un compromesso che sembrava accontentare tutti: sarei stato iscritto alla Ragioneria.

A quel tempo, nel 1968, per chi dal mio paese volesse frequentare un Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri e per Periti Commerciali (come recitava la pomposa definizione amministrativa delle scuole per ragionieri), doveva recarsi obbligatoriamente a Cagliari. La scuola per ragionieri di Decimomannu, dove poi, ironia della sorte, avrei insegnato discipline giuridiche ed economiche per oltre trent’anni, sarebbe sorta soltanto nel 1983, mentre Sanluri e San Gavino sarebbero state delle sedi ben più distanti e scomode  rispetto al capoluogo.

Mia madre mi portò personalmente all’Istituto Pietro Martini, che a Cagliari godeva fama di essere il migliore per formare gli esperti della contabilità.

Ma al Martini non c’era posto e non accettarono la mia iscrizione, in quanto tardiva. Occorre infatti ricordare che a quel tempo l’obbligo scolastico finiva a i quattrodici anni e quindi, a gennaio dell’anno scolastico di provenienza, non era obbligatorio per i genitori effettuare un’iscrizione , né per gli istituti superiori accettare le iscrizioni dei ragazzi che frequentavano la terza media. Adesso le cose sono alquanto cambiate, essendo stata elelvata a sedici anni l’età dell’obbligo di frequenza scolastica.

Al Martini, con aria di sufficienza, ci dissero che forse al “Leonardo da Vinci” ci sarebbe stato un posto per me (ho scoperto che oggi,  il pomposo Martini,  ha dovuto sloggiare dalla sua sede storica di via Sant’Eusebio per trasferirsi in viale Ciusa 4, dove un tempo c’era proprio  il Leonardo da Vinci, oggi accorpato ad altri istituti tecnici per ragionieri).

Così venni iscritto in quella scuola.

Il Leonardo da Vinci era sorto successivamente al Martini,  in un’area di forte espansione urbanistica, ancora in agro di Cagliari, ma con vocazione a servire gli utenti del popoloso hinterland cagliaritano: la popolosa frazione di Pirri (che da sola contava, sin da allora, oltre  30.000 abitanti); Monserrato, che aveva riacquistato l’autonomia amministrativa dopo i rigori del fascismo, che l’aveva declassata a frazione di Cagliari; Quartu S.Elena, che si avviava a divenire la terza città più abitata della Sardegna (dopo Cagliari e Sassari e prima di Nuoro e Oristano).

In quegli anni,  sulle ali del boom economico, il nuovo tessuto commerciale che si era costituito nella nostra Isola (come, ovviamente e ancor di più, nel resto d’Italia) e la voglia di riscatto sociale delle generazioni sopravvissute al Fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale, avevano fatto crescere la domanda di una istruzione utile e concreta, con un titolo di studio capace di fornire uno sbocco professionale immediato senza l’obbligo di proseguire negli studi universitari (come erano al tempo i licei). E la figura professionale del ragioniere, così ricca di storia e di fascino, sembrava incarnare l’ideale della nuova classe sociale di commercianti e artigiani, che sognavano per i loro figli, una carriera in banca o in ufficio, con il colletto bianco,  le mani pulite e lo stipendio sicuro. Professione oggi purtroppo tramontata, come dimostrano impietose le statistiche del ministero della pubblica istruzione, favorevoli ai licei, da quelli classici, artistici  e scientifici, ai più moderni linguistici, pedagogici  e musicali. Qualcuno li chiama i corsi e i ricorsi della storia.

Mi ritrovai così in un’allegra e rumorosa classe di quasi quaranta alunni, tutti simpatici e vivaci, provenienti da Pirri, Selargius, Quartucciu, Monserrato e Quartu Sant’Elena.

Le ragazze avevano ancora l’obbligo del grembiule nero, con il nome e la classe cuciti in alto destra, mentre noi ragazzi, al contrario di quelli del Martini (costretti a recarsi a scuola in giacca e cravatta), non avevamo alcun obbligo di forma nel vestire (l’obbligo sarebbe caduto anche per le ragazze, di lì a poco, quantomeno nel nostro istituto).

Avendo l’Istituto raggiunto in quell’anno un numero assai elevato di nuove iscrizioni ed essendo comunque ingestibile una classe di quaranta studenti, il Preside, un professore di Lingua e letteratura inglese assai colto e rinomato, decise di istituire i doppi turni. Una parte degli studenti avrebbe dovuto frequentare al pomeriggio: dalle 14,30 alle 19,30. Inizialmente si era parlato di alternanza tra i diversi corsi. Alla fine però, il mio corso, che inizialmente era contrasssegnato con la “F” (per il biennio) e con la “D” per il triennio superiore, finì coll’essere relegato per sempre al corso pomeridiano (o in controturno, se si preferisce).

A parte il sonno, che mi assaliva nei pomeriggi di caldo (da marzo a giugno,  grosso modo) non mi potevo e non mi volevo lamentare. D’altronde, potevo stare a letto un po’ di più al mattino, per evitare di addormentarmi sul banco di scuola (cosa che in verità non mi è mai accaduta).

Imparai con piacere tante cose: la stenografia, magica materia ormai scomparsa, la dattilografia, che ha dovuto lasciare il posto alla più complessa e misteriosa informatica; le scienze naturali, la geografia, la matematica, la fisica, la chimica, la computisteria e il francese. Ma le mie materie preferite erano la storia e l’italiano, dove in qualche modo, mi distinguevo. Anche merito della mia professoressa che nel biennio era la moglie di un alto magistrato cagliaritano, molto amorevole, paziente e capace.

La scuola mi piaceva. Ammiravo, in generale, tutti i professori e pendevo dalle loro labbra. Ero assetato di sapere e alle spiegazioni stavo sempre attento, perché volevo apprendere e non mi piaceva essere rimproverato.

Ma  all’orizzonte si addensavano delle nuvole cupi e dense: il sessantotto stava per arrivare.

13. continua…

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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Anche se c’è davvero l’imbarazzo della scelta, parlare dei misteri d’Italia non è facile.

La prima domanda che sorge spontanea: da dove iniziare?

A ben vedere anche la nascita di Roma, la città che diventerà Caput Mundi, è avvolta nel mistero, con la sua affascinante leggenda sui gemelli Romolo e Remo allattati dalla Lupa.

Per vedere l’Italia politica, da quel fatidico 753 a.C. ( data nota come “ab Urbe condita”) dovremo aspettare più di 2.600 anni.

Troppo lunghi per le mie modeste ambizioni, e troppi misteri per il tempo a disposizione.

Preferisco parlare subito e direttamente della Repubblica Italiana, limitandomi al periodo che ho vissuto come testimone dotato di un minimo di consapevolezza, concedendomi qualche flashback e qualche fuga in avanti.

Inizierò così la mia storia partendo dagli anni settanta.

Nei  primi anni settanta hanno luogo avvenimenti   cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quegli anni frequentavo  l’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo nostro ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la violenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

1. – continua

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Nell’ottobre del 1971, quando le scuole italiane riaprirono i cancelli, dopo la lunga pausa estiva, il governo italiano era ancora presieduto da Emilio Colombo e nella poltrona di viale Trastevere, sede del Ministero della Pubblica Istruzione, stava ancora seduto il ministro Misasi.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Il 1971 e il 1972 costituiscono due anni  cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quell’anno scolastico 1971-1972  frequentavo la quarta classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la viloenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

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