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Parte Seconda

Fine Capitolo Primo

E la scelta si mostrò azzeccata. Per quanto infatti fosse stato tempestivo  il suo intervento, dopo l’arresto di De Regis,  il povero Carminate era  uscito alquanto malconcio, non solo nello spirito, ma anche fisicamente, dalle mani del carnefice Tenoch.

Per estorcergli  la confessione, l’orrido discendente degli Aztechi, dopo averlo legato al tavolo della tortura (proprio dove lo aveva trovato Giuditta il giorno della liberazione), aveva cominciato con il somministrargli forti dosi di acqua, da sei litri alla volta; poi aveva proseguito procurandogli delle bruciature su tutto il corpo con dei carboni ardenti; indi aveva iniziato a strappargli le unghie dei piedi e brandelli di carne.

Fortuna che dopo ogni seduta di tortura Don Agostino Barozzi aveva imposto come protocollo una seduta di riflessione spirituale, nella quale in realtà egli tentava di convincere il prigioniero della inutilità di resistere alle torture fisiche, quando un’ampia e conclusiva confessione avrebbe invece portato alla loro cessazione immediata ed al perdono confessionale (quello giuridico sarebbe arrivato soltanto in seguito).

Se così non fosse stato, il povero De Regis sarebbe stato fatto a pezzi dal sanguinario torturatore e forse avrebbe anche potuto morire. Nelle confessioni con il gesuita, invece, egli ebbe modo di acquisire una forza spirituale che gli rendeva, se non meno atroci, almeno più sopportabili le sofferenze fisiche.

E intanto vuotava il sacco dei suoi veri peccati.  Le sue sregolatezze  sessuali;  gli inevitabili inganni propri della sua professione di orafo; i suoi dubbi sull’esistenza di Dio e sulla buona fede di certi uomini di fede (ma questi dubbi, lo consolò il Gesuita, li condivideva con lui). E dopo ogni confessione si sentiva, ogni volta,  un poco più sereno.

Certo,  se non fosse intervenuta la liberazione,  il prossimo passo sarebbe stata la confessione sperata dall’hidalgo: la sua adesione a qualche dottrina eretica, protestante o calvinista in odio all’ortodossia cattolica e all’autorità indiscutibile del papa romano, incoraggiata  con la lettura di libri proibiti, messi all’indice dalle infallibili autorità ecclesiastiche, amplificata ed aggravata dalla pubblicazione di scritti oltraggiosi che mettevano in dubbio i dogmi irrinunciabili della fede cattolica.

Presagendo che l’hidalgo avrebbe immaginato la loro destinazione (che era Venezia) e per dare modo al De Regis di riprendere un aspetto decente e presentabile, Giuditta scelse di non percorrere la via Romea (quella più celere per giungere alla capitale della Repubblica Serenissima) e per depistare i probabili inseguitori fece finta di dirigersi verso Padova, fermandosi però in una isolata locanda nei pressi di Pontelungo. Da lì, poi, una volta rimessosi il prigioniero liberato, si sarebbero recati a Venezia dove Giuditta, oltre all’ambiente ostile agli Spagnoli, poteva contare sull’eventuale aiuto di certi cugini, di cui lo sfortunato padre gli aveva spesso parlato e di cui essa serbava nomi e indirizzi in certe carte di famiglia, frutto di una serie di contatti che negli anni erano intercorsi tra le diverse famiglie.

 

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Quando ad ottobre del 1968 iniziò la scuola noi “primini”, cioè gli sbarbatelli iscritti al primo anno della Ragioneria, trovammo davanti ai cancelli i ragazzi più grandi che distribuivano dei volantini di colore giallo che scoprii subito chiamarsi “ciclostile”.

Notai che molti  degli studenti degli anni superiori non entravano a scuola ma si fermavano nel cancello all’ingresso della scuola.  Discorrendo  tra loro, parlavano di sciopero, di operai, di politica; tanti paroloni per me sconosciuti e incomprensibili; come quelli che c’erano scritti nei volantini.  Io  sentii i lro discorsi soltanto perchè ero interessato all’acquisto dei libri usati che gli stessi studenti più grandi vendevano a noi “primini” a metà prezzo.

Per fortuna nessuno mi chiese di scioperare, perché io non capivo niente di politica e di sciopero e non avrei saputo come giustificare la mia assenza, non solo ai miei genitori, ma soprattutto a me stesso.

Nel corso dell’anno, questi scioperi sembravano ricorrenti, a ondate. Sui muri di fronte alla scuola apparirono delle scritte che inneggiavano al Movimento Studentesco e chiedevano di   liberare il Vietnam dagli USA.

I più attivi tra gli studenti giravano con un giornale sotto il braccio che si chiamava Lotta Continua.

Io li invidiavo perché portavano i capelli lunghi, vestivano alquanto trasandati e sembravano piacere a certe ragazze carine che io non osavo nemmeno guardare.

Io già da allora cominciavo a soffreire di quegli inevitabili complessi che colpiscono, im misura più o meno evidente, tutti gli adolescenti.

Il mio complesso più grande, in quel prim0 anno,  era la mia statura. Non che fossi proprio “piccolo” (avevo probabilmente già raggiunto il metro e sessanta) ma è probabile che questo complesso ne nascondesse degli altri; ma io desideravo tanto essere uno di quegli spilungoni che giravano con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio e che rimorchiavano sulle loro motociclette quelle ragazze ragazze appariscenti che io sognavo di notte. Così, per sentirmi più grande e più alto, presi a fumare regolarmente le sigarette che riuscivo a comprare coi pochi soldi della mia paghetta (magari rinunciando al panino della ricreazione).

Una sera di autunno, guardando alla lavagna, mi accorsi che non riuscivo più a leggere  nella  lavagna (un’altro dei miei escamotages per sentirmi più altro era stato quello di sedermi nell’ultimo banco; infatti gli insegnanti, sin dal primo girono di scuola, non avevano fatto altro che ripetere che i ragazzi più bassi si sarebbero dovuti al primo banco).

Mia madre mi portò subito dall’oculista per una visita: la diagnosi cadde su di me impietosa come una mannaia; ero affetto da miopia ed avrei dovuto mettere gli occhiali.

Mio padre, senza perdere tempo, mi portò mel negozio di Franz, in via XX settembre (il negozio esiste ancora nella città di Cagliari). Scelsi gli occhiali più economici perché non mi andava che mio padre spendesse dei soldi per me. E naturalmente non seppi scegliere quelli più adatti al mio viso.

Gli occhiali furono per me un vero e proprio trauma che ho superato soltanto in tardissima età. Io, abituato a fare a botte con tutti; a tuffarmi nel fiume; a correre come un disperato dappertutto, come avrei fatto a sopportare quel corpo estraneo? Questo nuovo complesso si sommò a quello precedete rendendomi sempre più cupo e più scuro di carattere.

Intanto Nixon veniva eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Io lo conobbi attraverso una scritta che comparve in un muro adiacente alla scuola. Vi era scritto “Nixon boia”.

A mio padre gli Americani non piacevano per niente (forse questo era un retaggio della seconda guerra  mondiale, prima dell’Armistizio del 1943, quando l’Italia e gli USA combattevano ancora su fronti contrapposti e lui fu mandato in Sardegna a difendere certi siti minerari, che il regime considerava strategici per l’economia dell’Italia in guerra, proprio dai raids che i caccia bombardieri americani cominciarono  a fare sin dal 1942); ma i capelloni, gli anarchici, i comunisti, i preti che si vestivano alla moda, le donne in minigonna, le femministe e le donne in cerca di emancipazione, le prostitute e gli omossessuali gli piacevano ancora meno.

Per cui maledì diecimila volte i giudici della  Corte Costituzionale quando, sul finire del 1968,  sentenziarono che era ingiusto considerare il reato di adulterio in maniera differente, a seconda che a commetterlo fosse  un uomo oppure una donna.

Naturalmente mia madre fu invece d’accordo coi giudici della Consulta.

Mio padre fu allora che cominciò a maledire la democrazia (e il partito Democrazia Cristiana che più di tutti sembrava incarnare la nuova frontiera della conquista delle libertà;  anche se a riguardo  della parità tra uomini e donne inveiva maggiormente contro i socialisti e i comunisti) e cercò di convincere mia madre a votare il Movimento Sociale Italiano.

Ma mia madre restò sempre fedele alla Democrazia Cristiana e si rifiutò sempre di votare a destra, anche se mio padre, im molte occasioni, ripeteva che la Destra avrebbe portato ordine, disciplina, carceri dure, capelli corti e treni in orario.

Forse fu allora che io cominciai a prendere in considerazione delle idee nuove e diverse da quelle che sembravano dividere i miei genitori;  idee che si andavano allora diffondendo e che andavo imparando anche a scuola, attraverso il confronto con i miei insegnanti e con i librdi di scuola.

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

Originario di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze ma, al presente, scarsi mezzi economici, Francesco Pasini Frassoni aveva studiato grazie all’aiuto di uno zio, e dopo essersi laureato in diritto canonico, sempre aiutato dallo zio materno, era stato avviato alla carriera nella curia romana, raggiungendo il grado di consigliere della Segnatura Apostolica.  Uomo intelligente e ambizioso aveva però capito che altri, nella curia, vantavano appoggi più consistenti di quelli suoi e perciò svolse il suo sguardo in giro, riuscendo ad entrare in contatto con un potente cardinale che lo prese sotto la sua ala protettiva, promettendogli una facile carriera diplomatica. La vice legatura di Ferrara era per lui soltanto una tappa di questa carriera e sentiva che la sua spregiudicatezza lo avrebbe fatto arrivare ancora più in alto.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto). Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia). Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

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San Giorgio a Cremano è famosa anche per avere dato i natali al grande Troisi.

Da oggi in poi io spero che  diventi famosa anche per la Fiera del Libro, la cui Prima Edizione avrà luogo nei giorni di  sabato e  domenica prossimi, proprio nella attivissima città campana.

Nei giorni 20 e 21 settembre, infatti, si svolgerà a San Giorgio a  Cremano l’importantissima manifestazione culturale dedicata ad autori, editori e lettori”Ricomincio dai Libri”.

Auguro agli organizzatori che essa diventi per loro, per la Campania, per il Sud e per l’Italia intera una tradizione che si rinnovi, in una veste rinnovata e sempre più importante, negli anni a venire.

In bocca al lupo dunque agli organizzatori e atutti i partecipanti alla prima Fiera del Libro di San Giorgio a Cremano.

Per saperne di più:  http://www.lundici.it/2014/09/ricomincio-dai-libri-perche-invero-ricomincio-da-tre/

 

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In seconda elementare ci aspettava il fiocco celeste.

Invece a novembre arrivò la piena del fiume Mannu.

La nostra casa, con negozio annesso, fatto di mattoni crudi (il famoso mattone di  ”ladri” o “ladiri”, un composto a crudo  di argilla frammista a paglia),  fu invasa dall’acqua.

Tutta la popolazione che abitava nei quartieri  a ridosso del fiume, venne fatta sfollare. Ho impressa nella mente una scena quasi biblica: una notte, sotto l’acqua, una fila sterminata di persone, per lo più vecchi, donne e bambini, si snodava verso i quartieri alti del paese, oltre la chiesa parrocchiale; alcuni vecchi cercavano di farsi luce e coraggio con una stearica dalla fiamma tremolante stretta in mano , invocando in un lamento disperato “Santu Brai” (il patrono del mio paese), mentre le pie donne intonavano in processione l’Ave Maria in Sardo (Santa Maria, mamma de Deusu, prega po nosatrus peccadoris……).

Io ricordo mia mamma, che allora era incinta di Stefano e aveva in braccio Damiano, che guidava i più piccoli di noi verso l’asilo (uno dei ricoveri allestiti per gli sfollati, che si trovava appena sopra il cinema di Vittorio, dove la domenica gli uomini, con 100 lire e i ragazzi con sole 50 lire potevano assistere alla proiezione dei films di Ursus, di Ercole o di Ringo prodotti a Cinecittà; oppure a quelli di Joselito o di Cantinflas, freschi dal Messico, ma doppiati in lingua italiana).

Mio padre, come tutti gli uomini, era rimasto indietro, aiutato dai figli più grandi, per salvare il salvabile. Tra il salvabile mio padre aveva incluso, oltre alla merce e agli attrezzi da lavoro, messi al sicuro nel piano superiore della casa,  anche le galline, che allora erano ospitate nel pollaio dello sterminato  orto che si estendeva dietro la nostra casa (cinque dei miei fratelli vi hanno in seguito  edificato ampie case singole,   con annesso giardino di 300 mq ; ed esiste ancora la vecchia casa padronale, con 400 mq di giardino annesso);.

Ma purtroppo le galline morirono tutte; mio padre tentò di cucinarle, spacciandole per galline di macelleria, ma il loro sapore era così disgustoso che dovette mangiarsele praticamente da solo, perchè tutti ci rifiutammo di mangiarle; per punizione ci cucinò le fave ” a macco”, delle orribili fave secche, cucinate con bietola selvatica che a me non piacevano per niente (solo venti anni dopo scoprii di essere carente di un enzima, il G6PD  mi pare, che praticamente mi rendeva fabico, intollerante alle fave, con pericolo di morte in caso di consumo).

A salvarmi dalla carne delle galline morte annegate e dalle fave a macco ci pensò il Comune, che organizzò una colonia invernale a Giorgino (all’epoca la più rinomata località balneare di Cagliari) onde alleviare le famiglie alluvionate dal carico dei figli in età scolare; fu così che frequentai a Giorgino la mia seconda elementare.

Del mio maestro di allora non ricordo il nome; ricordo però che metteva in palio delle caramelle di anice e di menta  per chi avesse svolto il tema migliore; erano delle caramelle rettangolari,gustosissime, avvolte nella carta trasparente;  con un cuore di liquido che ti rinfrescava la  bocca; ricordo che vinsi il premio in più di una occasione, perché sin da allora mi piaceva scrivere con passione.

Ricordo anche che il mio maestro una volta mi portò nelle altre classi per farmi disegnare alla lavagna la lettera “f” minuscola, che io all’epoca trascrivevo con la parte inferiore così ampia, da farla sembrare il ventre di una vespa. Io mi sentivo orgoglioso di questa mia originalità, anche se, a ripensarci bene, forse il mio maestro voleva mostrare agli altri come NON si dovesse scrivere la “f”.

Mio padre ricostruì la casa quasi subito. E anche se lui era siciliano, conosceva bene il proverbio dei Sardi e dei somari sardi (che proverbialmente si fanno fregare una volta soltanto nella vita.

Infatti ricostruì la casa elevandola di ben 50 centimetri sopra il piano di calpestio, e interamente in blocchetti di cemento. La casa, come ho già detto,  esiste ancora e l’acqua non vi è mai più entrata da quella volta.

Credo che per ragioni didattiche, la famiglia si ricompose però  soltanto in estate, dopo la fine dell’anno scolastico.

Di quell’anno scolastico 1961-1962 ricordo le canzoni di Mina,  di Celentano, di Rita Pavone e di Fred Bongusto.

A Giorgino, a chiusura della colonia estiva, vennero organizzati una partita di calcio e un concorso canoro. Al concorso canoro arrivai secondo cantando la canzone “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto (il primo premio me lo strappò un ragazzo che cantava “Viva la pappa” di Rita Pavone, che allora spopolava in TV con Gian Burrasca); mentre alla partita di calcio la mia squadra perse perché “Truciolo” (purtroppo ricordo solo il suo soprannome), all’ultimo minuto, mi fregò la palla che stavo per infilare in rete e segnò dall’altra parte; ho dalla mia la scusante che giocavamo a piedi nudi e sulla sabbia.

Fine parte seconda- continua

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Chissà cosa direbbe oggi il grande poeta Trilussa delle statistiche che si pubblicano sulle vendite dei libri e sul numero dei loro lettori.

Ecco i fatti: annunciano le statistiche che vengono venduti in Italia circa 68 milioni di libri all’anno!

Bene! Si  potrebbe esclamare; non è poi così male, in fondo; tolti i bambini e gli analfabeti (ne residuano pochi degli uni e degli altri), la media indica che ogni italiano, più o meno, si compra più di un libro all’anno!

Ma occorre fare attenzione: la statistica di Trilussa è sempre in agguato!

Vi ricordate i celebri versi che il  poeta romanesco scriveva tempo fa? Li trascrivo a memoria;  la sostanza, se non la forma,  è corretta:

“La statistica è quella cosa in base alla quale tu te   magni un pollo all’anno!/ E se non rientra nelle spese tue, / allora vor dì che c’è quarcuno che se ne magna due!!!”

Proviamo ora a sostituire i polli coi libri.

Leviamo i libri di scuola: anche se ci fosse qualche studente che ancora li legge, non sono loro a comprarli, ma i genitori.

Non consideriamo neppure i libri comprati dalle biblioteche pubbliche: quelli qualcuno se li legge di certo, ma non li paga lui!

Cancelliamo i saggi inviati a docenti, scrittori e giornalisti.

Domanda: cosa resta?

Risposta: restano i libri comprati dagli scrittori che li scrivono.

Sembra uno scherzo, ma invece è proprio vero!

La maggior parte delle case editrici, infatti, pubblicano soltanto a spese degli autori, subordinando la pubblicazione all’acquisto di un numero minimo di copie da parte dell’autore.

Le copie così acquistate, superfluo dirlo, restano negli scaffali degli autori, non letti ed invenduti.

Riepilogando possiamo  concludere dicendo che in Italia la maggior parte degli italiani non legge e non compra libri. Alla faccia della statistica, appare quindi evidente che Trilussa ha ancora ragione: c’è qualche scrittore che di libri ne compra per dieci o per cento lettori.

Adesso ho capito chi era il Sarchiapone che Carlo Campanini teneva nascosto nel suo paniere in quel suo immaginario  viaggio in treno con Walter Chiari e Ornella Vanoni,  nell’Italia ancora in bianco e nero del 1958!

Ed ho capito persino a quale pollo Trilussa facesse riferimento nei suoi celebri versi sulle statistiche italiane!

E , parafrasando il grande Totò, mi chiedo  se noi italiani siamo dei polli oppure siamo dei sarchiaponi!

 

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di Chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; Aggiungi immaginepiù o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

Attorno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Africa è un romanzo autobiografico dello scrittore Angelo Ruggeri. Non voglio recensirlo perché una recensione esiste già, a cura di un sito specializzato cui si accede tramite il link posto qui a lato: http://www.literary.it/dati/literary/tanelli/africa.html

Mi interessa qui soltanto dire due o tre cose sull’Autore e sulla sua opera.

Secondo me Angelo Ruggeri appartiene a quella schiera di scrittori italiani sottostimati, che fanno da contraltare a un’altra schiera di scrittori, artatamente gonfiati da case editrici compiacenti, miopi e finanziate coi soldi pubblici.

Il Manifesto di Napoli, la libera associazione di scrittori e poeti di cui Ruggeri è socio fondatore, ha già denunciato più volte la situazione intollerabile in cui, ormai da decenni, vegeta la cultura italiana, gestita in regime di oligopolio da un pugno di case editrici (spesso tenute in vita da generose provvidenze pubbliche) che ha di fatto emarginato molti scrittori meritevoli a favore dei soliti famigli e clientes dei potenti di turno, spesso sotto forma di intellettuali in prestito a ideologie facenti capo a partiti e movimenti che hanno come obiettivo principale l’occupazione di posti di potere nelle stanze dei bottoni.

Il romanzo Africa si legge piacevolmente. E’ un racconto autobiografico cui fanno da sfondo, intrecciate con le vicende personali dell’Autore, la situazione sudafricana degli anni dell’apartheid (quando Mandela marciva in carcere per avere osato sfidare il razzismo dei colonizzatori bianche del continente nero) e più in generale la situazione del grande continente africano, ricchissimo di risorse e materie prime, ma privo di un modello di sviluppo che avesse come mira quello di elevare le popolazioni autoctone ad un livello economico di dignità e di libertà accettabile ed equo. Basta scorrere la recente storia dei popoli africani per comprendere come la mancanza di un tale modello di sviluppo abbia portato su quel continente, alla miseria dei più deboli, mentre i potenti si disputano, armi in pugno, lo sfruttamento delle risorse economiche.

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Ho letto recentemente un bel libro dello scrittore Angelo Ruggeri dal titolo “Poeti latini. Lucrezio ed Orazio” Edizioni Il Convivio – 2012. La prima parte è interamente dedicata al filosofo latino Lucrezio, autore del celeberrimo trattato poetico-filosofico “De Rerum Natura”. Il bel libro di Ruggeri illustra l’autore latino e la sua opera magistrale,  tradizionalmente  definita di ispirazione  epicurea, mettendo in evidenza, al di là dei luoghi comuni, la vera essenza del trattato lucreziano; a cominciare dal fatto, emblematico, che esso venne pubblicato (e forse anche emendato) da Cicerone che tutto poteva essere, ma certamente non uno scrittore influenzato dalla dottrina epicurea; anzi, al contrario, egli la osteggiò aspramente (e anche di questo dà ampio resoconto il libro del Ruggeri).

Ampie sezioni del libro sono poi dedicate all’influenza che Lucrezio ha avuto su tanti scrittori della cultura occidentale, italiani e non; due italiani su tutti: Dante e Leopardi.

Insomma un libro scritto in modo chiaro, con passione e cognizione di causa, leggibile da chiunque ami la poesia, la filosofia, la storia, la cultura.

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Prima di essere uno scrittore sono un appassionato lettore. Ogni tanto mi diverto a rileggere i classici; anche quelli di avventura della narrativa per ragazzi. Questa estate sto rileggendo “L’isola mistriosa” di Jules Verne.

Il romanzo, che fa parte della trilogia del capitano Nemo, narra le vicende di cinque naufraghi americani e del simpatico e intelligente cane Top.

Il sestetto, scappando dalla prigionia dei confederati (siamo in Virginia durante la guerra civile americana) dopo essersi impossessati di una mongolfiera, sbarca miracolosamente in un’isola disabitata del Pacifico.

Grazie all’ingegno ed al carisma del capitano Harding i  naufraghi sopravvivono in maniera decente nell’isola sperduta e innominata dell’oceano sulla quale succedono però delle cose strane che fanno sorgere dei dubbi ai nostri eroi sulla reale situazione dell’isola.

Non voglio svelarvi come va a finire per non rovinarvi il finale ed anche perchè sono arrivato appena alla metà del romanzo.

La sua lettera mi sta emozionando per davvero e in certi momenti mi sembra di essere ritornato ragazzo e sogno di trovarmi anch”io, naufrago su un’isola disabitata, alle prese con la vita avventurosa e piena di imprevisti.

Con la speranza che una nave compaia all’orizzonte per trasformare di nuovo la nostra vita.

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SAPORE D’INFANZIA
ovvero
IL CULTO DEL PANE


La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.


E le tappe della vita umana hanno un po’ tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.


Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all’infanzia.


Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.


Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.


La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.


Nell’aspetto era una matrona, una vera matrona. Fianchi poderosi ondeggianti tra le pieghe di una gonna di flanella blu, lunga fino alle caviglie, adorna all’orlo con due o più falpalà; su di essa un grembiule di seta con lunga frangia e piccole tasche colorate. Il petto robusto era costretto in un busto di panno rosso o verde, gallonato e chiuso dinanzi con lacci colorati di seta o cotone. D’ estate le maniche dello stesso corpetto venivano staccate e splendeva nel suo nitore una bianca camicia ricamata, appena rimboccata ai polsi. Indossava calze bianche e turchine e ai piedi pianelle con mascherina di pelle lucida o scarpine accollate e allacciate, con la punta allungata.


Ogni mattina rifaceva la sua chioma candida in piccolissime trecce annodate con un nastrino di velluto rosso e disposte in cerchio attorno alla nuca. Uno spillone grosso d’argento attraversava l’acconciatura . Un fazzolettone a fiorame, dai colori vivaci su fondo nero o bianco, fungeva da copricapo, scendendo fino alle spalle e formando angolo in mezzo alla schiena, mentre ugualmente all’insù erano ripiegate le nocche laterali. Agli orecchi pendevano orecchini di perline a mazzetti, al collo una collana di grossi grani di corallo con pendaglio centrale, alle dita un anello d’oro battuto, foggiato a crocifisso. Non mancava il fermaglio, una grossa spilla che d’inverno serviva anche a tenere uniti i lembi dell’ampio scialle di lana bouclè.


Le sue mani erano morbide e carezzevoli come piume, la sua parola sempre dolce e suadente, la sua anima colma sempre di conforto per la famiglia.
Con le mani appunto riusciva in brevissimo tempo a dare forma a una bianca palude di pasta lievitata che da tempo riposava nella madia , suddividendola in cestelli di vimini. Questi, riempiti a metà, pian piano si andavano colmando fino all’ orlo, continuando la pasta a lievitare sotto un telo di canapa, teso a ricoprire i panieri.


La nonna ne era gelosa in questi momenti e cercava in tutti i modi di liberarsi di noi ragazzini che quasi monelli dispettosi tentavamo tutte le strade per starle tra i piedi, fingendoci buoni e ubbidienti. Poi furtivamente affondavamo le dita in queste morbide forme, osservando stupiti come i buchi impressi dalle dita subito scomparissero al rigonfiarsi spontaneo della pasta. Una volta però uno di noi si accorse per caso che sulla morbida crosta delle forme di pane adagiate nei cesti dopo la cottura, la superficie era raggrinzita lungo i bracci di una croce tracciata nel centro. Al richiamo tutti noi rimanemmo stupiti e attenti osservammo se la stessa cosa si evidenziasse anche sulle altre forme.

Fu proprio così.


Attingemmo allora, senza che nessuno ci facesse lunghi discorsi, il valore per così dire sacro di quel rito che aveva avuto il suo inizio fin dalle tre del mattino.
Infatti non eravamo mai riusciti a capire bene perché fosse necessario ritrovarsi in due o tre, anche quattro di loro a compiere a quella ora ancora buia dell’incipiente mattino un lavoro che secondo noi poteva essere eseguito anche di giorno. Come sempre avviene, non convincendoci le spiegazioni logiche, fantasticavamo sul mistero di questi convegni spiegandoceli come una sorta di riti magici atti a propiziarsi, complice la notte, la buona riuscita dell’operazione. Credevamo che la magia avesse il compito di favorire e soddisfare le esigenze più semplici della vita umana, mentre in caso di estremo bisogno o di grandi favori bisognava piamente rivolgersi ai Santi.
Se pensavamo ciò era perché ad ogni nostra richiesta di assistere alla fase preliminare di quel lavoro, opponevano un secco rifiuto, apostrofandoci: “Dormite, voi !”.
Sicché l’unica cosa che ci era permessa era quella di trasportare i panieri in fila, l’un dopo l’altro, lentamente fino al forno al momento della cottura.


Il forno a cupola occupava un angolo dell’ampia cucina, alla destra del focolare. Basso di cielo, era sufficientemente ampio per poter contenere fino a quindici o venti pagnotte in una volta. Uno sportello di ferro chiudeva l’apertura centrale, e uno più piccolo nascondeva la porticina laterale attraverso cui si spiava l’andamento della cottura.


Il forno veniva dapprima surriscaldato con legna ben secca che ardendo scoppiettava nel suo ventre lanciando lunghe lingue di fuoco all’esterno, su per la muratura annerita. Poi ne veniva ben bene spazzato il pavimento con fronde di rami che fossero fresche, altrimenti la brace ardente, residuo del fuoco di prima, le avrebbe bruciate.
Compiuti i preparativi, la nonna dalle guance ormai completamente rosse e cocenti, ci chiamava invitandoci a procedere piano. Come sacerdotesse allora sfilavamo compunte fino a deporre le nostre primizie come offerte votive sull’altare del forno. E ancora con senso religioso si attendeva la magica trasformazione delle potenziali pagnotte in pane odoroso e croccante.
Saltavamo, cantavamo, danzavamo giocando come in misterici riti, e pregustavamo il piacere di assaporare delle ciambelle della stessa pasta del pane che ci venivano offerte poco prima che le forme venissero tirate fuori dal forno.
Si intendeva in tal modo ringraziare il buon Dio della felice riuscita di tutta l’opera e noi eravamo il tramite che concretamente si avvantaggiava dell’offerta votiva.


Finalmente apparivano una alla volta, regalmente, le forme d’oro brunito, croccanti, odorose. Ancora cocenti erano deposte in larghe ceste di vimini e ricoperte con panni di tela grezza tessuta in variopinte trame ; così venivano trasportate nella stanza che fungeva da dispensa, le cui pareti erano totalmente impregnate del profumo di cibi vari.
Questo avveniva perché esse, le pagnotte, non fossero toccate o maneggiate. Soprattutto dovevano essere desiderate in attesa che il pranzo collettivo ne richiamasse la legittima presenza sulla tavola profumata di lino fresco di bucato, sotto lo sguardo severo del nonno e la magnitudine della nonna. Un fiasco di vetro verde scuro adagiato in un cestello di vimini effondeva nell’aria un corposo profumo che a noi piccoli sembrava di cioccolato, e non capivamo perché dato che erroneamente facevamo risalire all’aglio il nome del vitigno che sentivamo definire “aglianico”. Qualche volta ne assaggiavamo un sorso tra sorrisi maliziosi del nonno e nostri ed occhiatacce della nonna.
Nel frattempo non ci restava che sbocconcellare pezzi di candida ricotta morbidamente adagiata tra le sponde di soffice focaccia, unico possibile trofeo di un rito religioso.


Adriana Pedicini -
Il racconto è tratto dal libro edito I luoghi della memoria, di Adriana Pedicini, arduino sacco edotore 2011

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Per chi ne avesse piacere, comunico che la Casa Editrice “La Riflessione” di Davide Zedda, organizza una serata di presentazione al Lazzaretto di Cagliari (Salone Principale) sabato 9 febbraio alle ore 17,00. L’autore sarà lieto di accogliervi personalmente e di rispondere alle domande che gli organizzatori e il pubblico vorranno sottoporgli. Vedere Locandina a lato.

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Un altro importante socio del Manifesto Culturale di Napoli è Antonio Capolongo. E’ nato a San Paolo Bel Sito, in provincia di Napoli, nel 1968.

 Dopo la laurea in Economia e Commercio ed il lavoro in ambito aziendale scopre, nell’anno 2007, la passione per la scrittura.

Nel 2011 pubblica il suo primo romanzo, Un incontro d’AmorE. È anche autore di poesie, presenti in diverse antologie poetiche.

Nelle sue opere indaga l’animo umano.

Le tematiche sociali trovano degna collocazione nel suo ultimo libro, Cassa integrazione guadagni… la mia è straordinaria.

 Attualmente scrive per la rivista L’Undici.

I libri che accolgono le sue poesie:

1. La fanciullezza vedo sorridere e danzare (Myricae. Collana di poesia contemporanea ispirata ai temi della poetica pascoliana), Editrice Zona – Arezzo;

2. Castelli, magico mondo…, edito dal sito Budur info – Ariccia;

3. Antologia Premio Laurentum 2010 – Roma;

4. Il Mare, casa editrice Il Ginepro – Cagliari;

5. Antologia Mario Dell’Arco 2011, Accademia G.G. Belli – Roma;

6. Le Poesie di IoRacconto 2010, AssoPiù EditoreFirenze;

7. Come un granello di sabbia, PensieriParole – Padova;

8. I quasi adatti – Istituzione Biblioteche del Comune di Parma, edito da ilmiolibro it Gruppo Editoriale L’Espresso Spa – Roma;

9. Oltre la parola – edito dal sito gliautori it – Torino;

10. La giusta collera, Edizioni CFR – Piateda (SO);

11. Poi, il silenzio (collana Poetry), Edizioni Montag – Tolentino (MC);

12. Metropoli, Associazione “Infiniti sogni” – Grugliasco (TO);

13. Pensier che innanzi a me sì spesso torni…, Il Basilisco – Genova;

14. Ai propilei del cuore, Edizioni CFR – Piateda (SO);

15. Antologia Premio Laurentum 2011 – Roma;

16. Per amore, Il Basilisco – Genova;

17. Dieci anni di PensieriParole, PensieriParole – Padova;

18. Le poesie che nascono dal cuore… Primo concorso internazionale di poesia “Quelli che a Monteverde” – Roma;

19. Il giorno della memoria 2012. Scritti sulla Shoa, Edizioni Phasar

Firenze;

20. Antologia G.G. Belli 2012, Accademia G.G. Belli – Roma;

21. Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile, Agemina Edizioni–Firenze.

 

 

Il suo ultimo romanzo, come già detto, ha per titolo “Cassa Integrazione Guadagni… La mia è straordinaria” Editore: Arduino Sacco Editore
Data di pubblicazione: 2012
Pagine: 204
ISBN: 978-88-6354-600-2
Prezzo:€ 17,90

Acquisto:
Il libro è reperibile sul sito della casa editrice http://www.arduinosacco.it/product.php?id_product=784 sui siti web quali Deastore, Libreriauniversitaria e altri e richiedibile presso le librerie.

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Un’ altra importante artista che aderisce al Manifesto di Napoli è la scrittrice sarda Maria Cristina Manca.

Essa è ideatrice e fondatrice della Casa editrice Abbà, che si è distinta come editrice di nicchia, privilegiando soprattutto le pubblicazioni di stampo spirituali (ma non solo).

Memorabile e meritoria, fra le tante pubblicazioni all’atttivo della Casa Editrice Abbà,  la pubblicazione della biografia  del martire Mons. Giovanni Battista Soggiu scritta da Padre Felice Rossetti  e apparsa per i tipi della casa editrice cagliaritana nel 2000 con il titolo “La Croce sulla collina gialla” che ha ispirato il dramma teatrale “L’uomo che disse subito sì” anch’esso incentrato sulla figura eroica di questo valoroso figlio della terra di Sardegna ucciso dai briganti cinesi nel 1930 in odore di santità.

Dopo gli anni come editore si dedica ancora ai libri, scrivendo e proponendo incontri culturali.

Il Manifesto di Napoli è lieta di annoverare tra i suoi membri Maria Cristina Manca.

Colgo l’occasione per ricordare che il Manifesto di Napoli è un’Associazione Culturale (per adesso solo on line) apolitica, apartitica, aconfessionale e senza scopo di lucro.

Naturalmente tra gli aderenti al Manifesto ci sono scrittori e artisti di ogni estrazione politica e di ogni confessione religiosa; cattolici, islamici, ebrei, buddisti, laici, atei, agnostici, tutti possono aderire al Manifesto ma solo per invito da parte di un altro membro e purchè condividano lo spirito di tolleranza e rispetto reciproco di ogni religione e di qualsiasi orientamento politico che anima l’Associazione. La prima occasione per ritrovarci tutti insieme sarà, a Dio piacendo, nel 2014; sede ancora da decidere (forse Cagliari, Taormina, Napoli o Roma; salvo altri). In quella occasione si deciderà se costituire con un atto fondativo formale l’associazione oppure se continuare così: liberi e on line. Ma tranquilli:  liberi e on line lo saremo sempre e comunque!!!

 

Bibliografia completa di Maria Cristina Manca:

PORTA DI SPERANZA – con prefazione di Padre Antonio Sanna –

«Possiamo dire che il romanzo Porta di speranza è un percorso per accompagnare a vivere le cose del mondo con coraggio, con l’ambizione di superarle, di lasciarle dietro, o meglio dentro, quindi assimilarle per dare maggiore potenza alla conoscenza di sé. (…). Guardare sempre, continuamente, senza timore, in fondo a se stessi per trovare il senso della propria esistenza. In questo modo diventare consapevoli protagonisti della vita » (dalla prefazione di Padre Antonio Sanna S. J.).

 

Della stessa autrice:

La via stretta che conduce al Cielo. Casa editrice Abbà

Alzati, rivestiti di luce! Pseudonimo Jaakov De Montfort. Casa editrice Abbà.

Santi e preghiere. Breve raccolta di Santi, Beati, Servi di Dio. Casa editrice Abbà.

Possa tu avere molta gioia! Ricerca di versetti biblici e spirituali sulla gioia. Casa editrice Abbà.

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La legge, ora, li ha ribattezzati, pomposamente, esami di stato, ma per tutti continuano a chiamarsi esami di maturità, come é giusto che sia.

Infatti questi esami costituiscono un discrimine, che si rinviene in tutte le società, dalle più arcaiche a quelle contemporanee e  che ha il sapore di una mutazione  socio-antropologica,  fondamentale per ciascuno di noi: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Sembrano facili, dopo che li hai sostenuti, ma molti di noi li rivivranno nei loro incubi per decenni, un pò come accadeva a noi vecchi di oggi, per la chiamata al servizio di leva (io per decenni ho rivissuto nei sogni entrambe le vicende; e non erano, vi assicuro, per niente sogni piacevoli).

Prendo spunto inoltre dall’ottima rivista on line “scrivendovolo” (v. link sottostante) per raccontare un aneddoto personale che risale a uno dei primi esami di maturità ai quali ho partecipato come commissario interno (al tempo, in tale veste, eri solo contro tutti i commissari esterni; adesso, almeno, si é in numero pari, più il Presidente che é sempre esterno).

Si trattava di ammettere o non ammettere questo candidato; il classico “potrebbe fare di più non si impegna”; insomma uno dei tanti talenti che la scuola non riesce (e non riuscirà mai) a valorizzare.

All’epoca insegnavo nell’oristanese e credo di ricordare ancora il suo cognome, a distanza di venticinque anni circa (tanto l’episodio mi colpì, come primo impatto con quel mondo affascinante e complesso che, nel bene e nel male, é costituito dagli esami finali della media secondaria o superiore che chiamar la si voglia), ma il suo nome qui non ha davvero alcuna  importanza.

Insomma il candidato aveva un quadro mediocre (in termini di voti significa che viaggiava sul cinque di media), anche se in italiano scritto aveva nove. Fu proprio quel suo voto eccezionale in italiano scritto, frutto di una indubbia abilità nello scrivere, che ci convinse a dargli una ” chance” (devo confessare peraltro, che questo della “chance” é un leit-motiv abbastanza ricorrente negli scrutini per l’ammissione agli esami di maturità; e aggiungo che esso é, a parer mio, connaturato in maniera essenziale, agli esami medesimi).

Il collega di italiano, con evidente modestia, attribuiva quelle sue spiccate capacità descrittive, al fatto che il ragazzo, aiutando i genitori a gestire un’edicola, leggesse moltissimi libri.

Lo stesso candidato confermò tale circostanza nel corso del colloquio, che impressionò non poco i commissari esterni.

In conclusione, l’appassionato lettore, nonché  aspirante ragioniere, a dispetto della sua ammissione striminzita ed a maggioranza,  ottene un punteggio pari a 48/60 (era pur sempre la media dell’otto!), mentre altri candidati ammessi con una media altissima, spuntarono un misero 40 e qualcuno addirittura un 36 (praticamente il minimo).

Ho sempre ritenuto che quella formula di esame (un solo commissario interno contro tutti i commissari esterni e con la scelta di una materia a piacere su quattro che, molto spesso, per compiacenza ed abilità dei commissari si riducevano a due), introdotta sperimentalmente nel 1968 e procrastinatasi stancamente sino al 1990, fosse eccessivamente aleatoria; inoltre penalizzava troppo il curriculum scolastico degli anni precedenti, a favore della genialità, brillantezza e improvvisazione del candidato nel corso del colloquio.

Ma a ripensarci bene, non rispecchiava di più il senso e la bellezza della vita?

www.scrivendovolo.it/web/2012/06/19/maturita-i-lettori-forti-hanno-meno-problemi/

 

 

 

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Il 4 marzo 2012, a Napoli, in occasione della Premiazione del concorso “Nuove Lettere”, ho proposto a due scrittori,  premiati come dal prestigioso Istituto Italiano di Cultura, Angelo Ruggeri e Iole Chessa, di creare una Associazione di Scrittori on line. L’idea é nata così, parlando del più e del meno; o forse dal fatto con i colleghi lamentavamo il monopolio e lo strapotere che poche case editrice riescono ad esercitare sulla produzione e sulla distribuzione di libri, al punto che é facilissimo trovare nelle vetrine, l’ultimo libro del calciatore o della velina del momento, mentre un libro di un autore, sconosciuto ma interessante non riesci a trovarlo neppure nel circuito bibliotecario. Senza parlare del fatto che siamo inondati di narrativa di autori stranieri in genere di bassa qualità.

Presto pubblicherò nel mioo blog un Manifesto che vuole essere una nuova idea su cui costruire un gruppo di scrittori uniti per la passione della buona letteratura che possano scambiarsi opinioni e idee on line, unendo attorno a sé altri scrittori animati dall’intenzione di restituire la cultura alle idee e le idee alla cultura.

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LA VERA BIOGRAFIA DI GESU’
NARRATA DA  4 LETTERATI DI FINE SEICENTO
IN LINGUA VOLGARE
(attingendo alle fonti canoniche, ma non solo)

- Prologo-

Questa è la ricostruzione della biografia di un Uomo chiamato Gesù, mandato sulla terra da Dio per la salvezza dell’Umanità, composta in dieci giorni da quattro poeti di fine seicento, forse dal 5 ottobre al 14 ottobre 1690 e si basa sulle fonti canoniche del Nuovo Testamento (e non solo) per narrare le vicende terrene del Figlio di Dio, dalle Sue Origini sino alla Sua Resurrezione. Volendo scrivere  e diffondere la loro opera in lingua italiana, gli originari autori, seppure le loro intenzioni fossero oneste e devote, a causa del divieto assoluto di volgarizzazione della Bibbia che la Chiesa Cattolica Romana aveva introdotto con Papa Clemente VIII nel 1596 (che aveva incaricato il  Sant’Uffizio di reprimere con severità ed intransigenza  le relative violazioni), decisero non solo di restare anonimi, ma anche di  cambiare le date delle loro riunioni sostituendole con quelle che vanno dal 5 ottobre al 14 ottobre 1582. Avevano infatti studiato la questione da un punto di vista giuridico ed erano arrivati alla conclusione che, qualora fossero stati scoperti, l’imputazione contro di loro sarebbe dovuta cadere dinanzi al famigerato Tribunale dell’Inquisizione (il braccio armato del Sant’Uffizio) per il fatto che in seguito al Decreto con cui   Papa Gregorio XIII aveva riformato il calendario Giuliano, dal 4 ottobre 1582 doveva passarsi direttamente al 15 ottobre 1582. Così che nessun Ufficio Pubblico dello Stato Pontificio, e tanto meno un suo Tribunale, avrebbe potuto condannare qualcuno per un reato commesso in un periodo mai esistito. Gli autori pensarono così di celarsi dietro il nome dei quattro evangelisti canonici, attribuendo ai loro occasionali ospiti e collaboratori l’identità fittizia dei discepoli più stretti di Gesù. Si riservarono tuttavia di rilevare la loro vera identità soltanto dopo la stampa del libro. L’opera di ricostruzione è stata condotta su  alcuni frammenti degli scritti originari che hanno consentito, seppure con evidenti difficoltà, la presente pubblicazione.  L’idea originaria era dunque quella di narrare la storia di Gesù Cristo, Figlio di Dio, fattosi Uomo sulla Terra, in lingua volgare, facendo convergere  in un unico contesto letterario, tutte le vicende narrate dai testimoni diretti. Per loro maggiore tutela, ad ogni buon conto, come già detto, gli autori celarono la loro identità dietro gli pseudonimi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, attribuendo ai loro amici e sodali, volenterosi di dare un contributo personale alla storia di Gesù,  l’identità di Pietro, Andrea, Giacomo il Maggiore, Giacomo il Minore, Giuda Taddeo, Bartolomeo Natanaele, Simone il Cananeo, Filippo, Tommaso e Giuda Iscariota. Anche il luogo ove i quattro si riunirono ed ospitarono i loro collaboratori occasionali è rimasta segreta, pur se si crede che essi furono ospitati in una casa isolata di Làmole, oggi sotto l’amministrazione toscana ma all’epoca  territorio soggetto alla sovranità del Papa. Nella stesura della loro opera letteraria gli autori  sembrano aver privilegiato la forma metrica della terzina di endecasillabi, anche se non mancano adattamenti della Canzone petrarchesca, della Ballata Grande, del Sonetto e numerose quartine di settenari, frammisti ad ottonari.

Prima Giornata – 5 ottobre 1582
Mattino (Parte Prima)

[Luca, Matteo e Giovanni, in attesa di Marco, che li raggiungerà nel pomeriggio con due tanto inattesi quanto graditi ospiti, gettano le basi della loro storia, presentando il loro personaggio sia nella sua origine divina (In principio era il Verbo), sia in quella terrena (Antenati di Gesù), proseguendo poi con l’Annunciazione, il Concepimento e la Nascita di Gesù.]

Luca: - Dunque, amici, siamo d’accordo?
Giovanni: – Sì, io sì! Mi sembra la cosa più saggia. Tu, Matteo, che ne pensi?
Matteo: – Ma sì! Anche se la nostra fama non se ne gioverà molto…. Pensate se questo libro, che in pratica sarà  il primo Vangelo in volgare, dovesse diffondersi! In fondo, oggi, con la stampa, potrebbe anche accadere…
Luca: - Beh, intanto la nostra è una storia, un romanzo, come si usa dire oggi e  non una Bibbia di carattere teologico…
Matteo: - Però ci siamo ripromessi di essere fedeli nel riportare le parole autentiche e le vicende vere della vita di Gesù! E poi, proprio i caratteri di originalità costituiscono motivo giusto per l’attribuzione di paternità che io reclamo, anche se, per altro verso, avrei paura delle conseguenze. La gloria e la fama attirerebbero l’attenzione del Sant’Uffizio…
Luca: - Se la mettiamo su questo piano ti do ragione; ma  mi viene   un’idea capace di salvare il vino e la botte…
Matteo: - Un’idea? Che idea?
Luca: - Sentite: potremmo compilare una carta testamentaria, rivendicando con essa la paternità letteraria dell’opera ma incaricando il Notaro ricevente di non rendere pubblica la nostra Carta prima che l’ultimo di noi abbia lasciato questa valle di lacrime…
Matteo: - Mi pare proprio una bella idea, nevvero Giovanni?
Giovanni: - Sì, certo! Ma Marco sarà d’accordo?
Luca: - Basterà chiederglielo al pomeriggio, quando arriva! Ma vedrete che sarà d’accordo!
Giovanni: - D’altronde sarebbe comunque prudente compilare la Carta a fine storia…
Matteo: – Già! Non si sa mai che qualche spia dell’inquisizione… Se quelli vengono a sapere che stiamo traducendo ampi stralci del nuovo Testamento in volgare, poveri noi…
Luca: - La prudenza non è mai troppa, anche se qui a Làmole i giudici dello stato pontificio non sono certo vicini!
Matteo: - Bene, animo dunque: come inizia la nostra storia!?
Luca: - Dal principio, naturalmente!
Giovanni: - In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio…
Matteo: - Bello! Come suona bene! Quindi questa sarà la  pagina uno del nostro libro?
Luca: – Penso di sì! Ma questo lo vedrà il tipografo! Non dimenticare che si usa anteporre il titolo e poi la prefazione… Noi cerchiamo di numerare le nostre pergamene secondo l’ordine prestabilito.
Matteo: - E’ vero! Hai ragione! Ti chiedo scusa, ma io fremo d’emozione: questo dovrebbe essere il mio primo libro a venire stampato!
Luca: - Anche per me. Ma non comparirà col nostro nome! Buffo vero?
Matteo: Già! Il nostro nome apparirà dopo morti!
Luca: Non ci pensiamo. Dai Giovanni, leggici il tuo primo brano per intero!

Giovanni:

-“In principio era il Verbo
E il Verbo era presso Dio
Il Qual teneva in serbo
Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione
Mandandoci Suo figlio
Che nato da puro Giglio
È Sua rivelazione

In uno con lo Spirito
Ma puoi elencarne tre!
Come la Legge per Mosè
Fu data, la Grazia Cristo

Ci ha portato e Verità.
Pur se d’ogni cosa è Autore
L’uomo, mal riconoscitore
Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto
Lui li ha resi fratelli
Dandogli i doni più belli
Senza riceverne molto.

Il Verbo fu carne e storia
Venendo a vivere di qua!
Noi vedemmo la Sua gloria
D’unigenità Verità!

Venne un uomo inviato
Da Dio, a nome Giovanni;
venne negli stessi anni,
la Luce ha testimoniato!

Egli non era la Luce,
ma d’Essa era testimone,
nel mondo il Vero Timone,
poscia venne, Vero Duce!

Tutto è stato fatto da Lui,
ma senza, niente è creato!
Lui non è stato accettato,
Astro splendente in cieli bui!

Dio, nessuno l’ha mai visto;
l’Unigenito Suo Figlio,
che nel Padre è consiglio,
viene rivelato in Cristo!

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libri on lineQuando venni arruolato sotto la naja, ahimè, decenni or sono, l’istruttore, dopo averci fatto rasare a zero le folte chiome ci diede, tra i tanti avvertimenti di rigore, il seguente: “Se un giorno vi svegliate con quattro palle, non inorgoglitevi troppo; è il vostro migliore amico che sta cercando di fottervi(l’ho ripulita perchè il linguaggio di caserma era  ben più crudo e volgare).

Chissà perchè mi è tornato in mente questo buffo aneddoto oggi che, in seguito ad una ricerca casuale sulla rete, ho scoperto che il mio libro  ”Il Poema della Creazione”che avevo fatto stampare a spese mie quasi due anni fa, (destinato come tanti libri ad un consumo familiare e comunque limitato) è in vendita in una decina di siti di vendita libri on line (cito a memoria e a caso: unilibri.it, libreriauniversitaria.it,dvd.it ecc.).

Mi sarei potuto anche sentire sentire orgoglioso di questa mia ignota popolarità ma quell’aneddoto ha fatto capolino nella mia memoria e così ho pensato che qualcuno stia cercando di fregarmi.

Magari mi sbaglio per eccesso di diffidenza oppure perchè il privilegio dell’età, ahimè,mi ha insegnato che il mondo è pieno di gente pronta a fregarti.

Ho deciso di vederci chiaro ed ho cominciato collo scrivere al tipografo che mi stampò il libro.  Chissà che lui non riesca a spiegare il mistero e magari a farmi ricredere, una volta tanto, sul mondo della rete e sul mondo dei furbi.

Se vi interessa prometto di tenervi informati sulla evoluzione delle mie indagini.

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libro tore

Non mi ricordo più quale scrittore disse un giorno che per lui, i libri che via, via,  andava pubblicando, erano come dei figli.

Certo, i figli son “piezz’e core”. Quindi non facciamo confusione.

Però devo confessare di provare una grande emozione, ogni volta che stringo in mano una mia nuova pubblicazione.

Il libro che ho ricevuto oggi dalla Casa Editrice “Il Convivio” del dott. Angelo

Manitta  è il mio quinto libro. Si intitola “Canti di libertà, di solitudine e d’amore”.

Contiene poesie in versi sciolti e in rima che abbracciano un periodo di 35 anni: dal 1975 al 2010.

A tutti i miei libri sono affezionato e ciascuno ha le sue proprie caratteristiche.

Il primo è il più fragile; forse sopravvalutato all’inizio e messo da parte troppo presto, quando sono arrivati i successivi.

Questo di oggi comincia a essere un libro della maturità.

Lo concepii nella seconda metà degli anni ottanta, ma per svariati motivi, vede la luce solo adesso.

I libri hanno periodi di incubazione variabile.

Ci sono autori prolifici come conigli. Capaci di pubblicare più libri all’anno.

Altri li condannano all’oblìo di un oscuro cassetto, eppoi magari ci pensano gli eredi a pubblicarlo postumo.

Altri hanno il coraggio di bruciare ciò che scrivono.

Il grande scrittore russo Nabukov (se la memoria non mi inganna) ordinò che dopo la sua morte i suoi manoscritti venissero arsi. Ma la moglie per fortuna si rifiutò di farlo.

Non avremmo mai letto quel grande  capolavoro che è “Il Maestro e Margherita”.

Se i libri son come i figli, cari autori, allora non sopprimeteli, ma affrontate qualche sacrificio, e pubblicateli.

Può anche darsi che facciano strada, chi lo sa?

Eppoi, un atto d’amore, val sempre la pena di farlo vivere.

Dai Canti di Solitudine, offro, a chi ha avuto il coraggio e la forza di seguirmi sin qui, una poesia che ha per titolo: “Il Martirio degli Innocenti”.

Solitudine

È la nostra condanna

Per quelle vite spezzate.

Odo lamenti lontani

urla di rabbia e di dolore

di donne disperate

urla incoscienti

di uomini senza fede

confusi nel buio della ragione!

Ed io che  m’affacciavo appena al mondo,

con chi stavo?

Con le donne?

Con l’uomo?

Ora che cerco Dio

perché mi risponde  il pianto

di quelli che non videro mai la luce

come una colpa che mi opprime il cuore?

Li abbiamo ricacciati nell’oblìo

Ma stanno tornando e torneranno

riempiendo i vuoti della morte innocente

come carne di Dio.

E tutti porteremo addosso

i segni della sofferenza!

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"Quanto mi costi! ", recitava una vecchia pubblicità di non ricordo cosa.

(continua…)

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