Articolo taggato “latino”

A fine anno venni promosso a pieni voti e potei ricongiungermi finalmente alla mia famiglia.

Debbo dire che il mio paese, la mia famiglia, i miei amici (a parte, ovviamente, quelli che avevano diviso con me i sacrifici della vita collegiale) mi erano mancati molto.

Al mio paese ritrovai tutto come prima. I campi assolati, le lunghe giornate  d’estate che sembravano non finire mai. Le gite al fiume su mezzi improvvisati: sulla canna di una bicicletta o  sul triciclo portabombole di Giorgio se si andava a “Funtananoba”, ma anche a piedi se si andava a “Sa Cascadedda” o a “Su Sifoi”.

Mio padre era drasticamente contrario che si andasse al fiume. Era proibito per i miei fratelli maggiori, figuriamoci per me. Lui manifesta a voce le sue  paure,  che lì,  fra le canne del fiume, i vagabondi del paese (mio padre chiamava così quei ragazzi più grandi di noi che frequentavano il fiume regolarmente, vuoi per pescare, per nuotare o per semplice, spensierato  vagabondaggio) potessero commettere degli abusi sessuali nei nostri confronti (o chissà, magari dentro di sè, aveva paura che i miei fratelli più grandi potessero abusare dei più piccoli).

Io per non sbagliare, ci andavo di nascosto anche  dei miei fratelli, così correvo meno rischi di essere scoperto.

E ad onor del vero io non sono mai stato sessualmente molestato in quelle innumerevoli volte in cui sono stato al fiume. Anche se debbo dire che mio padre non aveva in fondo tutti i torti.

Mi ricordo infatti un certo “Marieddu su tuffadori” (così chiamato perchè eseguiva dei tuffi davvero impossibili, da altezze per noi inimagginabili) che si era fissato su uno dei miei coetanei, un certo Caddeo (se la memoria non mi inganna). Marieddu cominciò col  dire, nel suo sardo colorito e turpe, una volta che Caddeo  volgendoci le spalle,  si dirigeva verso l’acqua per nuotare:

- ” Avete notato che il culo di Caddeo è bello come quello di una donna?” E ripeti oggi e ripeti domani, nella nostra fantasia di adolescenti a digiuno di tutto (e soprattutto, ovviamente, di donne) quel deretano bianco e formoso finì per apparirci desiderabile. Così un bel giorno, mentre Caddeo si trovava a mezza coscia già immerso nel fiume, Marieddu lanciò un urlo, incitandoci a cogliere quel frutto di femminile sembianza. Da buon capo branco fu il primo a lanciarsi verso l’ambita preda. E noi, stupidi inconsapevoli di   un gioco che poteva volgersi in atroce dramma, lo seguimmo.

Caddeo difese con le unghie e con i denti (nel senso letterale dei termini) il frutto dei desideri insani di Marieddu e tutto finì in quegli spruzzi e in quelle spinte di giocosa eppur focosa incoscienza.

Per fortuna arrivò a mio padre la voce delle mie gite proibite al fiume.  Così  fui costretto, insieme a qualche altro fratello che  col fiume non aveva niente a che vedere,  all’odiata siesta pomeridiana (quanto poi l’avrei amata e desiderata  negli anni seguenti lo dirò più avanti).

Io aspettavo che cominciasse a russare e poi me la svignavo alla grande; ovviamente, in tali casi, occorreva pianificare bene ed essere di rientro prima che mio padre si levasse per l’apertura del negozio (prevista per le 17,00). Ma in quel lasso di tempo era obiettivamente più difficile cacciarsi nei guai e combinare disastri.

Ma quando mio padre scoprì quel giochetto arrivò la misura più drastica, il massimo della pena: la sera sarei andato con lui in negozio, ad aiutarlo. Non che io fossi ion grado di aggiustare gli orologi, intendiamoci; ma intanto avrei dovuto imparare a stare al banco di vendita  (“quanttro occhi vedono meglio di due” ripeteva sempre per invogliarmi a seguire il suo lavoro, soprattutto quando esponeva gli oggetti d’oro ai clienti visitatori); poi stando accanto a lui nel banco da lavoro avrei imparato ad eseguire i lavori più semplici: scoperchiare gli orologi dal fondello con l’apricassa, senza graffiarlo; sostituire il vetro; sostituire le anse e il cinturo degli orologi; per poi passare a qualcosa di più complicato ma che  comportava  uno smontaggio solo parziale e limitato dell’orologio: la sostituzione di albero e corono di carica e la sostituzione della molla di carica (gli orologi elettronici, ovviamente, non c’erano ancora; più tardi, qualdo ero già studente universitario, presi l’abilitazione alla manutenzione degli olorogi elettronici analogici, ma anche di questo vorrei parlare più avanti all’affezionato lettore).

7. continua…

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Quando il latino era la prima lingua al mondo, tutti gli scrittori dovevano cimentarsi nelle composizioni letterarie in quella lingua per sentirisi, in qualche misura, parte del consorzio letterario internazionale.

La stessa cosa succede oggi con la lingua inglese.

Piaccia o non piaccia, la conoscenza della lingua di Albione costituisce un veicolo di comunicazione internazionale. E come i nostri antenati dovettero rassegnarsi a veder nascere le mille varianti dei latino-parlanti, nel loro immenso impero, così gli Inglesi, fino al tramonto del loro attuale potere culturale, devono accettare i diversi modi idiomatici di esprimersi degli Americani, degli Indiani, dei Giamaicani e di tutti gli altri stranieri che, in differente misura, entrano in contatto con la loro lingua.

Nella linguascritta  il discorso si fa più sottile e più esigente. La lingua scritta infatti mal sopporta le alterazioni e gli imbastardimenti che invece devono essere, giocoforza, accettati nella lingua parlata. Può tollerarsi magari, in qualche misura, un uso idiomatico di certe frasi, ma occorre stare più accorti, perché la critica letteraria dei puristi può risultare alquanto impietosa, con chiunque si discosti dai modelli classici.

Infatti le regole grammaticali nello scritto sono più stringenti e inoltre la matrice linguistica dei grandi scrittori del passato (i cc.dd. classici) si impone a chiunque voglia cimentarsi nella scrittura della lingua madre. Non di meno io penso che ciascun popolo, anche nella scrittura, saprà distinguersi, nel senso che la propria lingua di appartenenza non potrà fare a meno di influenzare lo scrittore nella elaborazione del suo pensiero e del suo estro letterario nella lingua inglese.

Con questa premessa (che mi auguro dei lettori più preparati di me nella materia possano rilanciare ed approfondire) comunico che  mi sono recentemente cimentato nella scrittura di una commedia in lingua inglese, iscrivendola a partecipare  ad un concorso internazionale che si chiama “stroytelleruk2017″ (il relativo sito è raggiungibile attraverso il link sottostante).

Anche se dirigo un blog in lingua inglese da parecchio tempo e pur se scrivo  in lingua inglese da molti  anni ed ho pubblicato, in quella lingua,  diversi libri, forse questa è la prima volta che partecipo ad un vero concorso internazionale con un’opera composta direttamente in lingua inglese e con ambizioni di carattere letterario (spero non venga considerata troppo audace la mia messa in scena di un nuovo incontro, a 700 anni di distanza,  tra l’inarrivabile Virgilio ed il sommo poeta Dante).

Spero comunque che i miei sette lettori vorranno valutare  i miei sforzi letterari in lingua inglese esprimendo liberamente il loro giudizio attraverso il servizio recensioni di Amazon.

https://www.amazon.co.uk/Travelling-space-time-Virgil-drama-prologue-ebook/dp/B071FB9SGV/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1495895377&sr=1-1&keywords=travelling+in+the+spacetime+with+Virgil

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

Originario di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze ma, al presente, scarsi mezzi economici, Francesco Pasini Frassoni aveva studiato grazie all’aiuto di uno zio, e dopo essersi laureato in diritto canonico, sempre aiutato dallo zio materno, era stato avviato alla carriera nella curia romana, raggiungendo il grado di consigliere della Segnatura Apostolica.  Uomo intelligente e ambizioso aveva però capito che altri, nella curia, vantavano appoggi più consistenti di quelli suoi e perciò svolse il suo sguardo in giro, riuscendo ad entrare in contatto con un potente cardinale che lo prese sotto la sua ala protettiva, promettendogli una facile carriera diplomatica. La vice legatura di Ferrara era per lui soltanto una tappa di questa carriera e sentiva che la sua spregiudicatezza lo avrebbe fatto arrivare ancora più in alto.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto). Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia). Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

2. continua…

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Alla fine dell’estate di quel 1967 mio padre, messi da parte i sogni di gloria siciliani, ci riportò in Sardegna, riunificando così la famiglia.

Io venni iscritto alla classe terza della scuola media “E. Puxeddu”.

Finalmente anche io potevo frequentare una scuola mista! Fino ad allora infatti avevo frequentato sempre scuole soltanto maschili, un po’ a causa della mia frequenza in seminario, un po’ a causa delle vecchie norme che prescrivevano, sulla base delle vecchie convenzioni di una didattica superata,  la separazione dei sessi,  onde non distrarre i maschi (future colonne portanti della nazione) con le vane chiacchiere e l’ozioso cicaleccio delle future regine degli italici focolari.

Si dà il caso però che a me,  lo spensierato ed affascinante riso femminile, piacesse molto di più delle prestazioni muscolose e spavalde dei miei coetanei maschi!

Fui contento inoltre di trovare in classe due ex allievi dei Salesiani di Arborea che, più o meno come, dopo il primo anno di quella vita fatta di studi e preghiere (e niente sottane, a parte quelle dei preti, naturalmente!), se l’erano squagliata alla grande, ritornandosene al paese.

Anche troppo contento. al punto che, pur di scansare quanto più possibile lo studio, chiedemmo tutti e tre l’esonero dallo studio della lingua latina, per potercene andare a bighellonare per il paese.

Che errore madornale! Più tardi, all’università, alle prese coi decreti  di Augusto, con le istituzioni di Gaio e con le formule arcane del processo romano, avrei sudato sui libri di latino riposti troppo presto negli scaffali più alti della libreria, dopo le ricche scorpacciate di declinazioni e sintassi latine fatte in seminario con gli eruditi docenti salesiani, per potere  gustare appieno quei brocardi pieni di saggezza antica ed immortale.

E che grande errore ha commesso il nostro legislatore ad espellere il latino dai curricula scolastici della scuola dell’obbligo!

Ma quella, in fondo, era soltanto una parte dell’antifona  di quella grande sinfonia rivoluzionaria sessantottina che sarebbe presto esplosa in tutta la sua maestosa potenza!

Il ’68 era alle porte! A fine anno scolastico già si vedevano in giro i primi capelloni e si incominciava a vagheggiare di viaggi psichedelici, attraverso i film e i documentari sui Figli dei Fiori che negli USA già spopolavano;  noi maschietti  fantasticavamo di  minigonne inguinali e camicette trasparenti nakelook che a Londra già mostravano tutto il desiderabile delle donne.

E pensare che poco tempo prima, i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire a Efisiu Cruxoi, affinché sollevasse le gonne di qualche pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno) metteva in mostra le pesanti palandrane in cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente custodita sotto i materassi dei letti singoli.

Quell’anno scolastico lo ricordo come uno dei più disastrosi della mia, tutto sommato, soddisfacente carriera scolastica.

Riuscii perfino a farmi rimandare in matematica e fisica.

Anche se mia mamma mi difese a spada tratta (poiché voleva che almeno io, a differenza dei fratelli più grandi, risucchiati troppo presto nel vortice produttivo dell’azienda familiare, continuassi gli studi sino alla laurea) sostenendo che il professore si era vendicato su di me per il fatto che lei gli aveva negato la vendita di una sveglia a rate di cui lui aveva fatto richiesta a mia madre, una sera, in negozio; e mia madre, senza peraltro conoscerlo, come ho appena detto, si era rifiutata, con grande e palese disappunto  del professore, di dargliela.

E mio padre, che  stanco delle rate non onorate, aveva fato stampare ed affiggere nei suoi due negozi dei cartelli che recitavano “Si vende a rate solo ai centenari accompagnati da genitori“, fu costretto, nonostante tutto, ad accettare la mia iscrizione alle scuole superiori della vicina città di Cagliari. E sotto, sotto, sognava che sarei diventato il contabile dell’azienda di famiglia. Per questo acconsentì, a patto che io venissi iscritto alla scuola per ragionieri e contabili.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

Intanto Al Bano cantava “Nel sole”; Little Tony “Cuore matto” e Rocky Roberts “Stasera mi butto”.

E i solitari e i romantici, nei bar per soli uomini, la sera selezionavano a ripetizione nei Juke Box allora in voga, “San Francisco” di Scott Mackenzie; “L’ora dell’amore” dei Procol Harum ma eseguita in italiano dai Camaleonti  e “A chi” di Fausto Leali.

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Dopo la sospirata licenza elementare tutti noi, essendo ormai a regime la riforma della scuola media unica avviata nel 1962, e fatta eccezione per quei compagni già quattordicenni (l’obbligo scolastico, all’epoca, si arrestava a quella età), eravamo destinati ad iscriverci nella locale scuola media statale “Ernesto Puxeddu”, allora ospitata nella via Sivilleri (nome italianizzato del nobile ascendente catalano, Marchese di Alagon e Siviller).

Accadde però che alcuni  neo- licenziati elementari del mio paese decidessero, sulle orme di alcuni compaesani a quegli studi già avviati,  di iscriversi al seminario dei Salesiani di Arborea.

Non saprei spiegare per quale misterioso fenomeno si diffondesse in paese l’idea di intraprendere degli studi da seminarista.

Forse si trattava del  retaggio di un  passato in cui, famiglie che non se lo sarebbero potuto altrimenti permettere, erano riuscite a far  laureare i propri  figli grazie alla generosa accoglienza dei benemeriti Salesiani, sempre pronti, non per lucro ma per amore cristiano, ad accogliere tutti i giovani volenterosi di studiare e, perché no?, anche di avviarsi alla carriera ecclesiastica (manda o Signore, operai alle Tue messi!); o forse sarà stata la moda del momento; uno di quei flussi misteriosi ed arcani che smuovono persone e cose senza un’apparente, plausibile o logica spiegazione; o semplicemente il desiderio delle mamme (tra cui sicuramente la mia) di vedere i propri figli sistemati in una posizione sacerdotale che al tempo era rivestita ancora di un’aurea di prestigio e di stima.

Insomma, come fu e come non fu, anche io rimasi travolto da quest’ondata vocazionale.

Dopo averne parlato a casa fu deciso che avrei frequentato la scuola media parificata di “San Giovanni Bosco” ad Arborea. Mia madre era al settimo cielo. Finalmente vedeva concretizzarsi il suo antico sogno di vedere uno dei suoi sette figli maschi consacrato a Dio!

Dato che, come tutti i miei compaesani,  avrei frequentato da interno, mi  preparò un corredo coi fiocchi e i contro fiocchi e a fine settembre iniziai la mia avventura da seminarista.

Di quell’anno scolastico 1965-1966 e di quella prima media ricordo con piacere lo studio indefesso cui i Salesiani con la notoria competenza ci sottoposero: latino, italiano, storia, francese erano le mie materie preferite; un poco meno amavo la matematica, la fisica e il disegno (in cui ero proprio negato); ma la mia pagella fu comunque più che buona; ricordo anche il mio impegno nei cantores e nei super cantores (un gruppo ristretto del coro, prescelto dall’organista per accompagnare le messe dominicali); mi accadeva inoltre di essere prescelto come lettore (in particolare della seconda lettura) alla messa della domenica. Insomma tutto faceva sembrare che il sogno di mia mamma potesse finalmente avverarsi!

Celentano cantava “Il ragazzo della via Gluck”, primo, grande manifesto ecologista, che ci avrebbe accompagnato fino a tutto il 1966 (e per gli anni a venire); Little Tony “Riderà”; I Rockes “E la pioggia che va”. I Beatles spopolavano con “Michelle”. Il ritornello faceva “I need you, I need you, I need you…”; e io, che non avevo ancora iniziato a studiare la lingua inglese, nella mia ingenuità  capivo “Anita, Anita, Anita…”; anche perché  una ragazza del mio vicinato,  che così si chiamava,   girava in bicicletta lungo la strada su cui si affacciava il nostro negozio, mettendo in mostra le sue belle gambe; ed io pensavo che quelle attrazioni mobili meritassero quel ritornello così accattivante e melodioso.

Ma  quando la pigra estate sorrense mi riavvolse nelle sue spire di avventurosa libertà, fatta di scorribande al fiume e nei campi, la mia vocazione si sciolse come neve al sole.

Al rientro in seminario una greve malinconia si impadronì di me e implorai i miei genitori di riportarmi a casa.

E loro, seppure a malincuore, dopo le vacanze di Natale, acconsentirono a non riportarmi più in collegio ad Arborea.

Finì così la mia breve carriera da seminarista.

Però il mio destino era quello di non concludere lil successivo anno scolastico nemmeno al mio paese natio.

Infatti mio padre, con uno di quei colpi di testa a metà tra il coraggio e l’incoscienza che costituivano uno dei  lati migliori del suo carattere (anche quando, come accade in questa circostanza, essi si mostrarono infruttuosi) decise di tentare il rientro nella sua terra d’origine, la Sicilia.

Così, neanche ebbi il tempo di finire il secondo trimestre che trasferì una parte della famiglia (io, mia madre e tutti i miei fratelli più piccoli, all’infuori di uno che venne ospitato da mia nonna nel paese di origine di mia mamma) a Spadafora (in provincia di Messina) dove aprì addirittura una gioielleria, alla cui conduzione mise mia madre, che dovette dividersi, più che mai,  tra negozio e famiglia.

Ma questo fa parte già di un’altra storia.

… 6 … continua…

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