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Scolasticamente parlando quell’anno fu davvero poco fruttuoso per me. E  non posso attribuire la colpa a quei  professori, tutti, o quasi tutti, assai seri e valenti.

Come fu e come non fu, fatto sta che io mi dovetti passare l’estate a studiare la matematica e la fisica  E sì che con Paolo e Giorgio avevamo realizzato una bilancia in legno, (nell’ambito dello studio pratico della Fisica) che era un capolavoro di perfezione artigianale.

 

Sulla scuola voglio ancora confessare ancora due cose di cui non vado per niente orgoglioso, frutto anch’esse di quel mio stato d’animo irrequieto e insoddisfatto che mi porterà anche in seguito a cercare , in giro per il mondo, ciò che poi scoprii avere già dentro di me, come credo che sia per ogni adolescente che si rispetti.

La prima è che decidemmo, con Giorgio e Paolo,di saltare le lezioni di latino, per poter godere di qualche ora di libertà da spendere in vagabondaggio e poltronismo. La seconda, di cui mi vergogno ancora di più, è che in un momento di buio dell’anima, fui spinto a dare fuoco a un piccolo, prezioso libro sacro. Si trattava di un piccolo Vangelo, un ricordo dell mia permanenza in Seminario. Gli diedi fuoco in un sottoscala che era divenuto il mio rifugio segreto. Lì i miei fratelli maggiori, ed io stesso, nascondevamo i libri e le riviste proibite, per sfuggire alla severa censura di mio padre che era impietoso ed estremo nelle sanzioni: ai giornaletti, che distraevano i suoi coadiuvanti di bottega dal lavoro e dal retto vivere, veniva dato fuoco. Ma i miei fratelli, per ogni giornaletto bruciato ne sembrava ne procurassero  altri due. Si trattava di libri gialli della Mondadori, con annessa la serie viola, quella erotica, su cui alimentai le prime fantasie amorose. I giornaletti proibiti erano Kriminal, Satanic,Diabolik,Vartan,Wallala,Lando e altre amenità dell’epoca che stuzzicavano le mie fantasie ormonali con appropriati e sconci disegni, corredati di particolari anatomici veritieri e arrapanti. Certo le mie aspirazioni, in quel campo proibito,  erano di potere sfogliare “Le Ore” , il summit delle riviste pornografiche di allora, ma quei giornalacci li conobbi, per fortuna, solo più tardi, durante la naja. Per quanto riguarda lo studio del latino, ebbi modo ( ma in un certo senso ne fui costretto, pur se lo feci assai volentieri) di rifarmi più avanti, quando giovane studente universitario, mi appassionai così tanto allo studio del diritto (ed in particolare allo studio delle istituzioni di dirtto romano) che volli assaporare il piacere di leggere ed apprezzare la saggezza e la profondita del pensiero giuridico dei grandi giureconsulti romani nella loro lingua originale. Così che mi diedi, tra un esame e l’altro, allo studio indefesso della lingua latina; e anche se, per ragioni di tempo, non andai oltre la lettura della comprensione di testi del livello del “De bello gallico”, riuscii comunque nell’intento di comprendere e tradurre gli aforismi e i brocardi che incontravo nella piacevole lettura dei testi universitari. Per quanto riguarda invece il Vangelo, ho cercato e cerco di riscattare quello stupido e inverecondo gesto, componendo la Bibbia in versi dalla A alla Zeta; e debbo dire di essere a un buon punto, dopo venti anni di lavoro e spero nel giro di un altro lustro di terminare il monumentale lavoro. Ma di questo, e di altro,     avrò modo di parlare al paziente lettore in seguito, se avrà la pazienza di seguirmi sino in fondo.

In quello scorcio del 1968 che segnò la seconda parte di quel mio disgraziato anno scolastico molte altre cose erano successe.

A marzo, con mio padre, che era un grande appassionato di boxe, avevamo passato una notte svegli a guardare Nino Benvenuto conquistare il titolo di campione del mondo contro Emil Griffith. Mio padre, cresciuto a fantasticare le sventole micidiali di Primo Carnera, trovò inadeguata la tecnica del grande campione istriano, fatta di saltelli e di sapienti colpi mordi e fuggi. Ma io la trovavo affascinante, anche se non avevo il coraggio e la maturità per dirlo. Comunque gioimmo tutti per la grande vittoria del campione italiano.

Poi arrivò giugno e, come già detto, io fui rimandato in matematica e fisica.

Comunque a settembre feci un esamone di riparazione assai brillante e sicuro e fui promosso per la scuola superiore.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

12. Continua…

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L’anno successivo, nel 1965, frequentavo la quinta elementare: finalmente l’agognato fiocco rosso, che segnava la fine delle Scuole Elementari.

Non so perchè, quell ‘anno fummo riportati alla scuola del vecchio Convento dei Cappuccini. La quarta Elementare l’avevo frequentata con la maestra Soro nel nuovo edificio di via Vitale Matta, ma per la quinta ci riportarono nelle vecchie scuole dove avevo già frequentato la prima e la terza elementare.

Forse il boom economico aveva fatto crescere oltre il prevedibile il numero degli scolari. In effetti ricordo che in quegli anni le famiglie erano composte da un minimo di quattro figli con punte che arrivavano sino a 18 figli.

I figli unici erano delle specie di extraterrestri, privilegiati perché potevano godere di tutte le attenzione dei genitori, ma nello stesso fragili, quasi frangibili, da proteggere come una razza esile, in via d’estinzione, mentre noi (io ero il sesto di undici figli), quelli delle famiglie numerose potevano andare allo sbaraglio, nelle strade, scalzi e nei fiumi, dove si imparava a nuotare per non affogare sotto la pressione dei compagni più grandi.

Mi ricordo che certe mattine marinavamo la scuola proprio per andare a nuotare, in una specie di torrente (sa cascadedda o su su sifoi, qualcosa del genere) non distante dal Convento dei Cappuccino che ospitava la nostra quinta.

I nostri genitori non erano certo d’accordo.

Un giorno il padre di Gigi, un proprietario terriero che possedeva terreni coltivabili anche in   quella zona, ci colse in flagranza di reato.

Intimò al figlio di prendere i suoi vestiti e, nudo come la mamma lo aveva fatto (allora non si indossava il costume da bagno, quantomeno non al fiume) lo ricondusse al Paese a suon di cinghiate, lui dietro e il povero Gigi davanti, attento non solo a scansare i violenti colpi del genitore, ma anche a non ferirsi i piedi nel sentiero che dal fiume riportava al Paese.

Così ritornammo a concentrarci di nuovo sul nostro sussidiario onde prepararci al meglio per il nostro esame finale.

Di quell’anno mi rimangono impressi certi quaderni finalmente colorati che sul retro riportavano le gesta degli eroi del Risorgimento italiano: Enrico Totti che lanciava la stampella contro gli Austriaci; Pietro Micca che saltava in aria con gli odiati nemici; Ciro Menotti che incitava  i suoi aguzzini, i quali gli avevano promesso di salvargli  La vita, a patto che divenisse una spia austriaca, a procedere verso il patibolo con la celebre frase “Tirem innanz”!

Il nostro nuovo precettore era  il maestro Lai. Di lui ho un ricordo vago ma positivo.

Mi ricordo che in classe eravamo in tanti; molti erano i ripetenti; ricordo certi giangalloni grandi e grossi; con noi erano solidali ed il bullismo, almeno a scuola,  era inesistente. Forse quei ragazzoni avevano bisogno di noi per i suggerimenti e ci rispettavano.

I ragazzi più grandi, maliziosamente, avevano inventato che siccome  aveva perennemente le mani in tasca, soprattutto quando passava in mezzo ai banchi,  il maestro doveva avere le tasche bucate, così da potersi strusciare con le mani nelle parti intime. E anzi, per rincarare la dose, a volte lanciavano accuse a voce alta contro l’imbranato di turno, dicendo. ” Signor maestro, Tizio si sta toccando!”

Ma secondo me erano tutte fantasie della nostra pruriginosa adolescenza!

4. continua…

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Pare che il sogno di un’Europa Unita sia stata un’Utopia. Ecco perché mi piaceva così tanto. Io ci credevo. Adesso non saprei…

Ho visto le facce di Merkel e Hollande, oggi, a Bratislava; e Renzi che andava via sbattendo la porta.

Mi è tornata in mente un’altra scena, di qualche anno fa. La Merkel allora era con Sarkozy e ridevano parlando dell’allora premier italiano Berlusconi.

Ma noi Italiani chi siamo? Cosa siamo diventati?

Siamo dei sognatori? Continuiamo  a credere nel  sogno degli Stati Uniti d’Europa mentre gli altri ridono di noi oppure, nella migliore delle ipotesi, ci ignorano?

E questi Franco-Alemanni chi credono di essere?

Si sono già dimenticati del De Bello Gallico? Di  Giulio Cesare e delle sue conquiste di civiltà quantomeno sino al fiume Reno?

Non pensano che senza di noi forse sarebbero ancora con le corna in testa a danzare per i loro dei nelle notti di  luna?

Insomma, io chiedo almeno rispetto se non proprio gratitudine.

Oppure siamo decaduti nel più profondo degli abissi senza rendercene conto?

O meglio,  la cialtroneria dei nostri politici, fatta di stupidi scherzi nelle occasioni ufficiali, di mafia romana, di inaffidabilità, incapacità, di lingue straniere farfugliate in forma elementare e ridicola, ci ha ormai irrimediabilmente resi ridicoli agli occhi della vera politica?

Eppure non è tanto che Carlo Azeglio Ciampi dialogava  in lingua tedesca con Helmut Khol, Andreotti in francese con Jacques Chirac  e Prodi in inglese un po’ con tutti!!!

Adesso siamo in mano  ai Renzi, ai Salvini, ai Grillo, ai Giachetti, agli Alfano…

I padri europei, da Giuseppe Mazzini in poi, si staranno rivoltando nella tomba.

Ed io, come tramonta il sogno dell’Europa Unita, riscopro i giovanili sogni di una Sardegna indipendente.

Se l’ Utopia non c’è davvero, io mi aggrappo ai  sogni.

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La Costante Resistenziale Sarda“, illustrava il prof. Giovanni Lilliu in un’intervista alla Nuova Sardegna di qualche anno fa , “non è una filosofia di conservazione ma un modo attivo di tutelare un’identità in movimento, di partecipare alla dinamica storica sapendo chi siamo, sapendo che non veniamo dal nulla, che abbiamo titoli e argomenti per presentarci in modo originale e moderno sulla scena del mondo”.

Grande prof. Lilliu, un altro Sardo illustre di cui sento molto la mancanza, un vero Sardus Pater, l’uomo che ha ridato la luce a “Su Nuraxi” di Barumini.

E ancora,  nella stessa intervista rilasciata al giornalista  Giuseppe Marci della Nuova Sardegna, l’ormai distante 9 maggio 1987, il prof. Lilliu dichiarava: ” La filosofia che deve animare i Sardi e la Sardegna,  subalterna e negletta, per la quale occorre trovare una logica di sviluppo, va trovata nella coscienza del valore delle genti sarde, l’alto prezzo dei prodotti che qui sono stati realizzati. Pensiamo ai nuraghi: averli edificati ha un grande significato. Esprimono una base di tecnica e di lavoro che ci mette alla pari con altre regioni mediterranee ed europee. Non siamo inferiori, abbiamo avuto una nostra originalità, dobbiamo affermarla e difenderla!”  

Parole semplici e immense, dense  di significato. Senza retorica Giovanni Lilliu ci dice chi siamo. Lasciamo stare le beghe politiche, le discussioni infinite sulla lingua sarda e i suoi numerosi dialetti. Guardiamo i nuraghi: ecco chi siamo stati e chi siamo ancora!!!

Non cesserò mai di resistere e non mi farò mai omologare, tanto meno nella indistinta insipienza italiota o anglicizzante dei nostri sciagurati tempi.

Grazie prof. Lilliu per ciò che hai fatto e per ciò che sei stato.

Con la tua umiltà e con la tua geniale grandezza hai lasciato un’orma profonda e indelebile nei nostri animi feriti.

Io non ti dimenticherò e continuerò costantemente a resistere finché Dio mi darà la forza per farlo.

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Quando firmai per Marcinelle

Non sapevo neanche che fosse una miniera.

Sapevo sì, che i miei padri

Avean perso la guerra

E io ero solo,

senza soldi e senza lavoro,

senza pane, senza una casa.

La guerra, una volta iniziata, non finisce mai.

Vedo che adesso

Costruite case verso l’alto,

più alte di mille metri,

a grattare il cielo!

Ma voi sapete

Quanto son lunghi

1037 metri

Sotto la terra?

Io si!

Sono lunghi come

L’inferno di Marcinelle!

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Oggi si celebra il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dei profughi dell’ Istria (L. 30 marzo  2004 n. 92).

Tra il settembre del 1943 e il 15 giugno 1945, le milizie jugoslave del maresciallo Tito, esaltate dal sogno della grande federazione jugoslava che andava delineandosi nello scacchiere internzionale, incattivite dagli eccessi fascisti e accecate dall’ideologia comunista, massacrarono migliaia di vittime innocenti, colpevoli soltanto di essere italiane, in un territorio destinato a divenire il “nuovo paradiso socialista in terra ” (Palmiro Togliatti dixit) dove non c’era posto per donne incinte e bambini italiani, preti, finanzieri, cattolici e italofoni vari, che non mostrassero di volersi prostrare ad adorare il nuovo feticcio con la stella rossa, stampata nell’incavo di una  falce a croce col martello.

Il  15 giugno 1945  l’incubo finì solo per Trieste, Gorizia e Pola; quest’ultima visse un biennio di speranza, sino al 10 febbraio 1947, quando insieme a tutta l’Istria (escluse, come già detto Trieste, Gorizia e qualche altra porzione di territorio giuliano) passò definitivamente nelle mani della Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito.

Ma tutto questo nei libri di storia non l’ho mai letto. Incominciai a intravvedere la verità negli anni settanta del secolo scorso, quando svolgevo il servizio militare di leva a Trieste.

In seguito,  le ripetute stragi, le follie utopistiche dei post-sessantottini, gli studi universitari, la silente ipocrisia dell’apparato politico italiano acquietarono, senza estinguerla però del tutto, quella sete di verità che prorompe tanto più fragorosa, quanto più a lungo è trattenuta e repressa.

Poi venne promulgata  infatti  la legge 30 marzo  2004 n. 92 con cui viene istituito il giorno del ricordo delle vittime delle foibe. Il giorno prescelto, non a caso, è il 10 febbraio.

Ora le vittime delle foibe aspettano il riposo eterno che i parenti vorrebbero innalzare, in loro memoria,  nella volta celeste, nella speranza che lassù, un giorno, si possano ricongiungere ai cari scomparsi nel silenzio della furia ideologica, colpevoli solo di avere rifiutato il paradiso socialista in terra. O forse soltanto ignari degli sporchi giochi che la politica gioca sulle teste innocenti.

Il velo ha cominciato a squarciarsi ma tanto c’è ancora da fare per restituire ai morti la dignità ed ai vivi la verità.

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SCENA TERZA

(Detti e una vecchina. Una vecchina,  male in arnese, con passo lento si avvicina al portone e picchia con un batacchio in ferro sul portone chiuso. Dopo un po’, guardatasi in giro, si accosterà ai quattro giovani)

Vecchina:- Scusate giovanotti, vengo da un paese non distante da qui; mi hanno scritto dall’Ufficio Pensioni di presentarmi per l’adeguamento della mia pensione al minimo di sopravvivenza (porgerà una busta marrone che tiene in mano a Mattia). Sapete se è  questo l’ufficio giusto?

Mattia:- (dopo avere letto l’indirizzo della  busta la passerà a Johnny che fa mostra di volerla leggere) Sì, signora credo che sia qui…l’indirizzo, per lo meno, corrisponde…

Vecchina:- (in tono sconsolato)Ma come mai non c’è nessuno?

Johnny:- (leggendo con qualche difficoltà, inciampa sulle parole più inconsuete) La Signoria Vostra è pregata di presentarsi ai nostri uffici in indirizzo, munita  del suo libretto di quiescenza, per la vidimazione, necessaria all’adeguamento agli indici di riferimento del costo della vita. (restituendo la lettera alla vecchina ma rivolto a Mattia) Che cos’è questa vidimazione?

Mattia:- Vidimare è come dire timbrare… (mimerà un colpo di timbro, battendo col pugno chiuso sul palmo della mano sinistra). Timbro Tondo… do you know?

Johnny:- I see…just a circle stamp… a bloody …timbro tondo…

3. continua…

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Il timbro tondo

Commedia brillante

In 2 Atti e 12 scene

 In una città immaginaria, Timbrolandia, spadroneggia un potente e misterioso personaggio  che, grazie al possesso di un Timbro Tondo, ha imposto la sua dittatura su tutta la città.

Con il Timbro Tondo tutto si può a Timbrolandia.  Senza di esso, tutto è negato, anche i più elementari diritti.

Sulla scena si alterneranno una serie di personaggi che, per i più svariati motivi, mostreranno di avere bisogno del Timbro Tondo.

Alcuni cercheranno di conquistare il potere sostituendo il timbro tondo con uno quadrato; altri penseranno di spazzare via ogni potere comunque legato ai timbri.

Alla fine però tutto resterà immutato. E il timbro sembrerà un grottesco gattopardo che insegue se stesso.

 

Atto Primo

Scena prima

(La scena si apre su un ampio piazzale gremito. Sullo sfondo capeggia un grosso portone di legno sormontato da effigi e scritte di variegata burocrazia quali ad es. “Annona”; “Passaporti”; “Affari Interni” etc;sulla soglia del portone, regolarmente sbarrato e munito di due batacchi in ferro al centro delle due metà,  diversi impiegati tentano, con malcelata arroganza,  di rabbonire la piccola  folla in subbuglio. Se possibile, per tutto il tempo, su delle panchine sparse ai lati della piazza, siederanno dei vecchietti intenti a parlare tra loro, oppure a leggere, ma senza mai interagire cogli altri personaggi).

 

Primo impiegato: – Vi ho già detto che il Direttore Supervisore Generale oggi non è in sede e pertanto è del tutto inutile che vi accalchiate qui come un gregge di pecore!!!

Secondo impiegato: – Avete sentito? Tornate domani! (con gesti appropriati della mano: sciò, sciò, circolare!!!)

Un contribuente.- Ma siamo sicuri che domani il Direttore Supervisore Generale sarà presente in ufficio? Anche ieri mi avete detto la stessa cosa?

Primo impiegato: – (in tono stizzito) Non incominciamo ad offendere eh? Io ieri non ero neppure in servizio!!! Ma tu guarda…gli utenti… Più ti spendi per loro e più ti offendono!!!

Altro contribuente: – Io ho fatto ben 100 chilometri per avere un timbro sul mio passaporto…

Terzo contribuente: – E io devo avere un timbro per la restituzione delle tasse pagate in più negli anni scorsi….

Quarto contribuente: – E per il rinnovo del mio soggiorno di lavoro? Devo forse perdere una giornata di paga anche domani???

Secondo impiegato:  (con un vago accento milanese) Ehi, marumba! Non ti ci mettere anche tu adesso a rompere i maroni… Se non ti va bene tornatene in Africa al tuo villaggio, te capì?

Un quinto contribuente:- Siete proprio degli arroganti…

Primo impiegato: – (sovrastando a voce alta il brusio di malcontento) Vi do cinque minuti di tempo per sciogliere l’assembramento. Dopo di che, senza neanche riscendere, chiamerò le forze dell’ordine!!!!

(Dopo avere aperto il portone si infileranno dentro alla svelta richiudendolo dall’interno. Il gruppo, dopo varie minacce e  variopinti impropèri  rivolti all’indirizzo del portone, se ne andranno sconsolati e alla spicciolata usciranno di scena quasi tutti).

…1… continua

 

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SCENA QUINTA

LA SCENA si svolge nello studio di casa Straneo tra l’Avv. Straneo , la moglie Donna Margherita, e Luigia Straneo in occasione dell’arrivo della lettera diffamatoria nei confronti di Gaspare Nicolosi. L’arredamento consiste di un’ampia scrivania in stile posta in fondo al proscenio; più avanti ci saranno tre sedie e un basso tavolino sempre in stile ottocentesco, se non reperibili in stile Luigi XVI.

 

Luigia (in tono drammatico, restituendo la lettera al padre)

- No, padre, io non credo a una sola parola di quello che c’è scritto in questa lettera!!!

 

Avv. Straneo (in tono paterno)

-  Mi dispiace figlia mia! Cerca di aprire gli occhi davanti alla realtà!!!

 

Luigia

- E la verità sarebbero le falsità di quella lettera??? Mamma diteglielo anche voi che non si può credere ad occhi chiusi alla lettera di una persona sconosciuta!!!

 

Avv. Straneo

-         Veramente lo sconosciuto qui è proprio questo Gaspare non so che; quel garibaldino siciliano che vorrebbe sposarsi con mia figlia !!!

Luigia (gettandosi tra le braccia della madre singhiozzando)

-         Oh mamma, ma io lo amo e so che lui non mi inganna!!!!

(esce con un’ultima, fuggevole  carezza della mamma)

5. continua…

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Scena Quarta

Salone del feste in casa di Bartolo Straneo, cugino di Luigia. Gli invitati ballano delle danze tradizionali piemontesi del genere monferrine o alessandrine; danze molto borghesi ma anche con pretese di nobiltà campagnola; tra gli invitati, tutti rigorosamente piemontesi, ci sono gli amici e i soci di Bartolo Straneo, Emilio Ferrarini e Pietro Massari (quest’ultimo timidamente e segretamente  innamorato, ma non ricambiato, di Luigia); quando la musica cessa, a Luigia, che sta ballando proprio a fianco di Pietro Massari, viene recapitato un biglietto;  Luigia esce, scusandosi con il suo cavaliere e con i presenti  a lei più vicini; si formeranno quindi diversi gruppi; il centro della scena sarà occupato da Bartolo, Emilio e Pietro.

 

Bartolo (in tono provocatorio, seguendo anche lui con  lo sguardo Luigia,   che si sta allontanando sveltamente con la lettera recapitatale  in mano)

- Ti conviene levartela dalla testa e dal cuore a mia cugina Luigia, caro amico Pietro!!!!

 

Pietro (in tono offeso)

- Perché, non mi reputi degno di lei per caso???

 

Bartolo (cambiando tono)

- No, ma cosa dici? Al contrario caso mai!

 

Pietro (addolcendo il tono di prima)

- Vuoi dire che quindi  non ti dispiacerebbe imparentarti con me per mezzo di Luigia???

 

Bartolo (c.s.)

- Magari fosse!!! Invece mi sa che mi dovrò imparentare con un avventuriero che proviene, niente meno, che dal Regno delle Due Sicilie…

 

Emilio (con sorpresa)

- Come,come? Ho sentito bene???

 

Bartolo (in tono drammaticamente sconsolato)

- Hai sentito benissimo, caro Emilio!!!

 

Pietro (punto nel vivo)

- Ma che significa? Vuoi spiegarmi cosa sta succedendo???

 

Bartolo (in toro amaro e rassegnato, ma sempre con un velo di ipocrisia)

- Succede che un ex-garibaldino, un siciliano  di nome Gaspare, che adesso   indossa per giunta la divisa del nostro glorioso Reggimento,  ha chiesto formalmente la mano di mia cugina Luigia!!!

Pietro (inalberandosi)

- Ma è inaudito!! Assurdo, inammissibile!!!

 

Emilio

- Ma tu guarda cosa mi tocca di sentire!!! Ma è tuo zio, il Cavaliere di Savoia, ha acconsentito?

 

Bartolo (reagendo con orgoglio)

- Certo che no!!! Ma mia zia Donna Margherita, quella mezzo ligure e mezzo francese, che è tutta intrisa di spirito unitario, sta brigando per convincerlo ad acconsentire!!!

 

Pietro (sconsolato)

- Vedo il mondo crollarmi addosso…

 

Emilio (a Bartolo)

- E che ne sarà della nostra società? I terreni che Luigia  ha avuto dai vostri nonni, potremo continuarli a gestire noi oppure no?

 

Bartolo (calcando la mano c.s.)

- Ho paura che prenderanno il volo con Luigia! Figurati: quello prima di darsi all’avventura con Garibaldi era un perito agrario, senza arte né parte!!!!

 

Emilio (scandalizzato)

- Ma allora questo Gaspare è un cacciatore di dote!!! Un opportunista, un arrivista…?!?!

 

Bartolo (con cattiveria)

- Peggio ancora! Ha fama di essere un poco di buono che spende quel poco che ha giocando a dadi e carte nei bordelli, dove frequenta  donnacce della peggior specie!!!!

 

Emilio

- Ma noi non possiamo assistere inerti allo sfacelo della vita di tua cugina Luigia e al crollo sicuro  della nostra società!!! Pietro, per l’amor del Cielo, scuotiti! Dobbiamo reagire!!!

 

Pietro (in tono sconsolato)

- Ma cosa possiamo farci noi, se lei ha scelto un altro uomo…?

 

Bartolo

- Veramente è il siciliano che ha scelto lei!!! Eppoi, lo sappiamo tutti come sanno essere sciocche e volubili le donne, quando si invaghiscono di qualche mariuolo con il  fascino e l’alone dell’avventuriero che si porta dietro…

Emilio (battendosi la testa con il palmo di una mano)

- Un momento! Io un’idea ce l’avrei!!!

 

Bartolo

- Un’idea? Che idea? Parla, Emilio, te ne prego!!!

 

Emilio

- Io ve la dico, ma mi dovete giurare che saremo uniti per sempre nel segreto e nel  portarla a termine!!!

 

Bartolo (tendendo la mano a Bartolo)

- Ma certo, che discorsi!!! Se si tratta di difendere le terre e l’onore di mia cugina…

 

Emilio

- Pietro, tu ci stai??

 

Pietro (unendo la sua mano a quella dei suoi sodali)

- Per amore di Luigia, accetto! Qualunque cosa sia!!!

 

Emilio

- Bene, quando è così, statemi a sentire! Io ho degli amici, fidati e piemontesi, proprio in Sicilia. Gli manderò una lettera che ho in mente di scrivere, dove descriverò la personalità di questo pretendente siciliano per quello che è: donnaiolo, attaccabrighe, prodigo giocatore di dadi e carte. Chiederò a questi amici fidati di incaricare una donna che non abbia niente da perdere,  di trascrivere il contenuto di questa lettera, e di spedirla al papà di Luigia con l’aggiunta di un carico da undici!!!

 

Bartolo (con interesse)

- E sarebbe?

Emilio

- Questa donna deve dichiarare di avere avuto  un figlio proprio da questo Gaspare, che dopo averla illusa di sposarla, scopertala incinta, è invece scappato con Garibaldi in cerca di gloria a buon mercato!!! Che ve ne pare???

 

Bartolo

- Grandioso, Emilio!!! Quando mio zio riceverà la lettera aprirà gli occhi anche a mia cugina , impedendole comunque di unirsi al garibaldino siciliano!!!

 

 

Emilio

- E il nostro Pietro potrà così farsi avanti!!!

Bartolo

- Tu che ne pensi, Pietro?

 

Pietro resterà solo al centro del proscenio e canterà la sua aria.

 

ARIA DI PIETRO

(BASSO)

Non lasceremo che il vil forestiero

calpesti l’onore degli antichi padri!

Non  lasceremo le  nostre donne

in balia dell’inganno stranier!!!

Non lascerò gli occhi dell’ amata Luigia

perdersi nel vacuo di un amore fallace!

Combatterò sino alla morte

per la Patria, la Donna e l’Onor!!!

fine parte prima… continua….

 

 

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Scena Terza

 

Nel salone delle feste del circolo ufficiali del 48° reggimento Piemonte  fanteria di Alessandria si balla un walzer.

I garibaldini indossano ormai l’elegante divisa degli ufficiali piemontesi e mischiati ai vecchi colleghi, ballano con le giovani dame della borghesia alessandrina convenute per dare il benvenuto ai nuovi ufficiali e festeggiare così l’unità d’Italia. Ad un certo punto le coppie, venuta a cessare la musica, si disporranno su due ali laterali: donne a destra e uomini a sinistra.

Luigia Straneo comincerà a cantare l’aria di benvenuto.

ARIA DI LUIGIA

(soprano)

Benvenuti o Garibaldini

benvenuti qui dove son nata!

Benvenuti o figli d’Italia

nella terra che adesso s’inasta

alle terre da sempre sorelle

verso il mare che confini non ha!!

Mentre si formano le nuove coppie e riprende il ballo, i quattro amici, ora in uniforme regia, si ritrovano al centro della scena.

Gaspare

- Che  bella voce! E che incantevole creatura! Sapete per caso come si chiami?

Leopoldo

- Io no, ma Lorenzo e Francesco forse ne possono sapere più di me!

Lorenzo

- Parlate di Luigia Straneo?

Francesco

- Hei,  Gaspare, punti in alto tu!

Gaspare

- In che senso?

Lorenzo

Quella è la figlia primogenita dell’avv. Sebastiano Straneo, ricco viticultore del Monferrato e cavaliere di casa Savoia!

Leopoldo

E bravo Gaspare! Lì troveresti sticchiu, sordi, e cosett’e sida!!!

Gaspare

- Amici, il vostro Gaspare, quando cerca la donna della vita ha ben altro per la testa!

Lorenzo

- E quindi?

Gaspare

-Quindi se potete, fatemi sapere se si tratta di donna dalla irreprensibile condotta oppure no!

Francesco

Ohè! Ma allora fai sul serio?

Leopoldo

- Colpo di fulmine fu!

Gaspare

- E già! Un siciliano quando s’innamora fa sempre sul serio!

ARIA DI GASPARE

(Tenore)

Quando lasciai Mazara

a seguito di Garibaldi

lo feci per amor dell’avventura:

la gloria fu il mio compenso!

Ma anche sotto l’uniforme regia

pulsa il mio cuore intrepido;

Ove non potè il Borbone infame

vinsero i suoi occhi, i suoi capelli biondi

e la sua voce infine lo espugnò!

fine scena terza

…continua…

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Scena Seconda

(Gaspare e tre suoi amici garibaldini giocano ai dadi)

Lorenzo Bardi:  (intascando i soldi in tono gioviale) – Hai perso ancora Gaspare! Oggi la fortuna è con me;

Francesco Lotti: (dando una pacca sulle spalle a Gaspare) -Sfortunato al gioco, fortunato in amore!

Gaspare Nicolosi : -Tutti ai bagni,amici! Oggi è giorno di festa!

Leopoldo Gast:  (dispiegando un foglio) – Il proclama del generale Garibaldi parla chiaro: il re gli ha promesso che saremo arruolati nell’esercito regio con il grado che ci compete!

F.L.:  ( impettito in una posa buffonesca)

Adesso siamo ufficiali del re!

L.G. (Cs) : – Caro Gaspare avrai un intero stipendio reale da spendere ai dadi e alle carte…

Gaspare: –  (dirigendosi ai bagni)… e alle donne!

I quattro si avvieranno ai bagni intonando slogans scurrili e goliardici.

2. continua…

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Musical con un prologo, un atto e 13 scene di ignazio salvatore  basile tratto dal romanzo  omonimo dello stesso autore.

Tra la scena Undicesima e la scena Dodicesima trascorre circa un anno.

Personaggi e interpreti

Gaspare Nicolosi: Ufficiale garibaldino

Luigia Straneo: Innamorata di Gaspare

Avv. Sebastiano Straneo: padre di Luigia

Margherita Doria: Moglie del precedente e madre di Luigia

Bartolo Straneo: cugino di Luigia e imprenditore

Lorenzo Bardi: collega garibaldino di Gaspare

Francesco Lotti: altro collega garibaldino

Leopoldo Gast: altro garibaldino

Pietro Massari: altro innamorato di Luigia e socio in affari di Bartolo

Emilio Ferrarini: altro socio in affari ed amico di Bartolo

Carletto: Cameriere in casa Straneo

Maitresse dei Bagni

Signorine dei Bagni

Soldati ai Bagni

Ballerini e Ballerine

Prologo

Su uno sfondo che ritrae l’immagine o la scultura di Giuseppe Garibaldi  che consegna le chiavi del Regno delle Due Sicilie al Re Vittorio Emanuele II un gruppo di garibaldini gozzoviglia e balla in un bordello di lusso.

Siamo a Teano ad ottobre del 1860.

Sullo sfondo si legge un cartello con la scritta ” Taverna Catena- Bagni per militari- Città di Teano”.

Sulla sinistra una maitresse stacca biglietti per il piano superiore (Ai Bagni);

sulla destra un gruppo di ragazze balla un ballo sensuale in abiti discinti osservate bramosamente da un pari numero di militari che le incitano a svestirsi un po’ di più durante il ballo, in una sorta di spogliarello improvvisato;

al centro Gaspare ed altri garibaldini giocano a dadi;

ad un certo punto la musica e i balli cesseranno e i militari con le ballerine saliranno “Ai Bagni” dopo aver pagato il biglietto di ingresso alla maitresse”

Scena Prima

(Di fronte al proscenio, proprio davanti a Gaspare ed ai suoi amici che giocano ai dadi, le dame del Bagni della Taverna Catena si esibiscono in una danza sfrenata e sensuale incitate dai soldati.

Primo soldato: – Dai, bella! Giù quei veli!!!

Secondo soldato: – Sei meglio della moglie del mio comandante!!!

Terzo soldato: – Oggi conoscerai come carica un soldato di fanteria!!!

Quarto Soldato: – Io sono un fante d’assalto e voglio espugnare monti e colline!!!

Le risate e i balli continueranno per un tratto; poi, cessata la musica, soldati e dame si recheranno alla biglietteria.

Maitresse: Signorine belle andate pure su a prepararvi. I vostri cavalieri vi raggiungeranno presto.

Primo soldato: – Ci puoi giurare, vecchia megera!!!

Maitresse:- (in tono di finta offesa)Piano con le confidenze, soldatino! Per tua norma e regola io sono la Maitresse!!!

Secondo soldato: Certo, come io sono il conte di Cavour!!!

Terzo: E io sua cugina  la marchesa di Castiglione.

Maitresse (c.s.ai soldati che si appressano ad entrare verso il piano superiore): Piano soldatini! Una lira a testa per il servizio completo!!!

Quarto soldato:  (imitato dai compagni pagherà la sua lira) Prego sciura la Madama! E spero che le sue damine se la sappiano guadagnare.

Maitresse (intascando i danari): Le mie damine son le più belle e le più brave della regione, cari i miei soldatini!!!

Primo soldato: (facendo per salire dopo aver pagato) Beh, poi le sapremo dire siora Maitresse!!!(escono)

1. continua…

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Morti Italiani Ancora Senza Nome

Siamo 13 morti

Italiani senza nome.

Non importa

da quale parte

ci ha colpiti

la morte

se da sinistra

se da destra.

Siamo italiani

ancora senza nome.

Roma, giugno 1944

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Venivano dal buio

 quegli uomini

che gambizzavano

sequestravano

ammazzavano

Ed io

che non stavo con loro

ma neanche con il loro nemico

cercai lontano

la Luce della Verità

Roma, marzo 1978

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Nell’ottobre del 1971, quando le scuole italiane riaprirono i cancelli, dopo la lunga pausa estiva, il governo italiano era ancora presieduto da Emilio Colombo e nella poltrona di viale Trastevere, sede del Ministero della Pubblica Istruzione, stava ancora seduto il ministro Misasi.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Il 1971 e il 1972 costituiscono due anni  cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quell’anno scolastico 1971-1972  frequentavo la quarta classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la viloenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

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Non so voi, ma io non ne posso più di sentire certi giornalisti della RAI (e non solo) pronunciare strafalcioni irripetibili in un idioma similinglese (tralascio qui, per non uscire troppo fuori tema sugli strafalcioni, ancora più inammissibili, sulla lingua italiana e su quella latina: dissuadere sdrucciolo anziché piano; leccornie con accento sulla “o”; e addirittura, una imbelle giornalista di RAI 3, tempo fa se n’è uscita pronunciando  una “coena domini” senza tener conto del dittongo latino “oe” ma con uno iato preceduto da una “c” dura o gutturale che dir la si voglia).

Tornando a quello strano idioma che ho chiamato “similinglese” (non sapendo come altro definirlo) da qualche tempo, complice l’attivismo vitale del Premier Renzi, in TV e alla Radio è tutto un risuonare di “spending rèviu” (con accento sulla povera “e”); “giobett” (ma chi se ne fotte del genitivo sassone, della “a” anglofona a metà tra le prime due vocali e della “c”che precede la “t”!); i più corretti (si fa per dire!) se la cavano con una spending reviù e un jobect che sono tutto un programma per la delizia delle nostre italiche orecchie!

Ma insomma!!! Io dico basta!!! Ma per caso c’è bisogno che torni LUI? Quello che quando c’era i treni arrivavano in orario e aveva fatto emanare un decreto che vietava l’uso delle parole straniere, così che al posto di comò si doveva dire cassettone e invece di abat-jour doveva pronunciarsi per decreto paralume e buonanotte al secchio?

Ma almeno allora  i francesismi si pronunciavano correttamente!!!

Io non dico neppure di arrivare agli eccessi della Accademia della Crusca di Francia che per difendere la lingua francese dall’Inglese ha chiesto ed ottenuto delle leggi a tutela ed a salvaguardia dell’idioma nazionale. (In Francia non sentirete mai un francese pronunciare la parola computer: è stata sostituita con “ordinateur”; e così è stato per il resto della terminologia informatica; e non solo per quella).

Ma se almeno questi giornalisti italiani pronunciassero a dovere le parole inglesi!!!  Qui sentiamo parlare gente che di Inglese non ha neppure i fondamentali. Ma questi giornalisti mangiano o no in Italiano? Intendo dire: quelli del servizio pubblico, soprattutto, sono pagati o no, direttamente o indirettamente, dallo Stato italiano?

E allora mi viene da dire: E parla come magni, a fra’!!!!!

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Nel 1968 gli studenti di mezza Europa avevano dato origine ad un grande movimento che si proponeva di cambiare radicalmente non tanto la società, quanto il modo di pensare della gente.

Non si voleva allora né distruggere, né saccheggiare, né violentare vergini e bambini.

Ma si pensava che la società doveva essere cambiata perché l’industrializzazione forzata, il consumismo esasperato, l’avvento della nuova 

scienza dell’automazione degli impianti, avrebbero portato alla disoccupazione di massa, alla concentrazione del potere nelle mani di pochi, alla miseria di molti.

In quel tempo si cominciò a parlare non più in termini di nazione ma in quelli dell’umanità intera. 

E si parlava di “Rivoluzione culturale”, parole che ci vennero dalla Cina, con le quali si voleva affermare l’idea che il cambiamento doveva avvenire  nella mente e nel modo di pensare della gente, prima che nelle strutture sociali: ” portare la cultura al popolo”, questo era lo slogan più diffuso fra gli studenti. 

Si pensava, e lo scrivevano anche i giornali, che la povertà nei paesi in via di sviluppo, fra i quali si comprendevano tutti i paesi africani e gran parte di quelli latino-americani ed asiatici e la rapina sistematica delle ricchezze di questi, da parte delle multinazionali dell’Occidente ricco, avrebbero dato origine a tensioni che potevano portare ad una guerra totale. In quel tempo gli studenti guardavano con simpatia ai movimenti di liberazione di questi paesi, molti dei quali proprio in quegli anni avevano ottenuto l’indipendenza.

Agli americani non piaceva che il movimento di liberazione nazionale fosse guidato dai comunisti, che dopo avere sconfitto i francesi e costituito una repubblica indipendente e socialista nella metà settentrionale del Paese, avrebbero voluto riunificare tutto il Vietnam.

Dal Vietnam la guerriglia comunista si era estesa nei paesi vicini, il Laos e la Cambogia.

Gli americani, dopo essere intervenuti prima con pochi “consiglieri”, non riuscendo a vincere, accrebbero progressivamente il numero delle loro truppe fino a raggiungere i cinquecentomila soldati, facendo anche un uso massiccio di bombardamenti aerei ed armi chimiche , i defoglianti e il napalm.

Ma i Vietnamiti resistevano gagliardamente e la guerra degli americani divenne ben presto impopolare sia in Europa che negli Stati Uniti.

Il movimento studentesco si schierò unitariamente col Vietnam e con il suo capo Ho Chi Min, e popolare divenne il comandante dell’esercito vietnamita, il generale Giap, che a Dien Bien Fu nel 1953 aveva sconfitto clamorosamente i francesi.

Non solo gli studenti ma anche la gran parte degli intellettuali europei e americani simpatizzavano col movimento di liberazione vietnamita.

Si diceva poi che negli stessi paesi ricchi dell’Occidente la democrazia era più apparente che reale perché le classi dominanti mediante i mezzi di comunicazione di massa che essi controllavano, giornali, televisione e in una certa misura la stessa scuola, potevano formare a loro piacimento l’opinione pubblica.

Questa tesi era affermata con particolare forza dagli studenti tedeschi che organizzarono grosse manifestazioni contro l’editore Springer. Il capo degli studenti tedeschi Rudi Dutsche subì un attentato, prendendosi un colpo di pistola alla testa e morì anni più tardi misteriosamente in Svezia.

Negli Stati Uniti la figlia di un grosso editore fu rapita da un misterioso movimento di liberazione, si innamorò del capo e si unì ai guerriglieri.

Ci fu un ampio dibattito nella società americana, discutendosi molto sulla sincerità di quell’amore.

Si constatava pure come la nostra società non assicurava per niente l’eguaglianza dei diritti fra tutti i cittadini.

Si poteva facilmente osservare nell’Università che i figli degli operai e dei contadini erano una minoranza.

“La scuola italiana è una scuola di classe due volte”, diceva uno degli slogan più famosi.

Due volte: perché l’istruzione universitaria era principalmente riservata ai figli dei benestanti e perché i contenuti di quell’istruzione erano (e sono) quelli che servono alla classe dominante.

Esempio: in materia di arte e letteratura l’interpretazione che si da alle opere dei nostri grandi artisti, scrittori, poeti, etc. non tiene affatto conto delle idee che costoro professarono in vita, ma si attribuiscono ad essi quelle idee e quei pensieri che piacciono alla nostra classe borghese.

Nel lavoro non è il merito quello che permette di progredire, non sono i migliori che vanno avanti, ma coloro che si sono “integrati” nel sistema, cioè quelli che hanno acriticamente accettato tutti i valori, le abitudini, le tradizioni, il modo di procedere, i pensieri di quelli che hanno il potere. Gli altri vengono emarginati.

Quanto ciò sia vero, io ho potuto constatare direttamente nella mia carriera professionale.

In un ambiente dominato dalla legge del profitto, la competizione si svolge sul piano della capacità di ciascuno di assicurare quei servizi leciti o illeciti, morali o immorali per i quali viene pagato, senza che egli si ponga problemi sul fine di quello che fa, sia in bene che in male; cioè l’imprenditore si rivolge all’impiegato dicendogli: “Io voglio da te un lavoro che a me produca un reddito. Tu non ti devi porre problemi sulla moralità di quello che io faccio e faccio fare a te. Siamo qui per guadagnare”.

Così nel campo dell’arte non sarà il grande scrittore ad aver successo, ovvero colui che indaga con l’animo acuto nel cuore dell’uomo e nei problemi della società, ma colui che sfruttando i pregiudizi, le illusioni ed il desiderio d’evasione di masse indottrinate, plagiate dalla pubblicità, riesce a sfornare un best seller dietro l’altro.

Nel campo della politica vince il demagogo, colui che ignorando i problemi profondi, si rivolge alle masse proclamando: “Dobbiamo pagare tutti meno tasse” o solletica le corde nazionalistiche “Siamo i più grandi nel mondo e dobbiamo restarci” o colui che porta avanti rivendicazioni settoriali per niente curando se queste danneggino gli interessi collettivi.

Nel campo finanziario viene premiato chi è più abile nel gioco in borsa, ed in quello dell’ingegneria e dell’architettura chi meglio riesce ad evadere le leggi edilizie ed a gestire i contratti d’appalto con vantaggio dell’imprenditore.

Un avvocato è considerato “bravo” quando riesce a far assolvere i più noti criminali, un commercialista quando è bravo a trovare il modo di non far pagare le tasse ai suoi clienti senza che il fisco se ne accorga e così via.

Poi c’era il grande problema del rapporto con gli operai: “E’ giusto, si diceva, che il lavoro e quindi la vita di milioni di operai dipendano dalle decisioni di poche migliaia di persone che in fabbrica non ci entrano mai?

Non ha l’operaio, che in fabbrica ci passa otto ore al giorno, il diritto di partecipare alle decisioni ed alle scelte da cui dipende la sua vita e quella dei suoi figli? Ed oltre che il diritto non ha anche il dovere di mantenere le sue rivendicazioni e le sue richieste di aumenti salariali ed altro nei limiti consentiti dall’economia dell’impresa?”

Dobbiamo costruire una società a misura d’uomo od a misura di macchine?

Dobbiamo licenziare gli operai e far lavorare i computer e gli automi solo perché così l’azienda può dare maggiori profitti agli azionisti? E dobbiamo produrre l’inutile, il superfluo, il dannoso, come le armi, piuttosto che cose utili e necessarie in un mondo nel quale più della metà della popolazione soffre la fame? ( E perché non dar posto al bello oltre che all’utile? Aggiungo io oggi, perché il bello è utile! Se si torna ad apprezzare il bello nelle cose, allora veramente può rinascere l’artigianato e le piccole imprese posso riemergere, altrimenti sono dannate all’estinzione).

Questi erano i temi del ’68 prima che il movimento venisse coscientemente spinto su posizioni estreme, utopistiche, irrealizzabili, per essere poi criminalizzato e sconfitto, oppure essere deviato su altri temi che non incidevano sulla struttura della società, liberazione sessuale, etc. tutti argomenti nei quali lo stato meno interviene, meglio è, ovvero dovrebbe intervenire solo allo scopo di punire reati esplicitamente riconosciuti come tali dalla Legge.

Angelo Ruggeri

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Nessun uomo intelligente affiderebbe la costruzione della propria casa a due architetti che avessero idee totalmente diverse su come costruire le case : l’edificio non sarebbe mai completato e se anche lo fosse sarebbe brutto.

Quando in S.Africa cominciai a lavorare in uno studio di progettazione mi accorsi che lì usavano criteri di progettazione diversi dai nostri. Dovetti mettere da parte i libri che avevo portato dall’Italia ed acquistarne di nuovi.

Mi accorsi pure  che in quel paese non si mettevano mai due persone a far lo stesso lavoro condividendo le stesse responsabilità per evitare che a lavoro compiuto l’uno accusasse l’altro per i propri errori. Nei cantieri non si tollerava che uno invadesse il campo riservato ad un altro. Anche se ciò non era garanzia che il lavoro fosse fatto a regola d’arte perché altri problemi intervenivano a complicare le cose – ogni paese ha i suoi problemi-  tuttavia si evitavano le continue liti, gli “scarica-barile” il “chi è stato lo s. che..” e l’innocente poteva scagionarsi da false accuse semplicemente dicendo “ ma quello non era compito mio. Interrogate chi aveva la responsabilità per quel lavoro.” Purtroppo in Italia questi semplici principi non riescono ad affermarsi, qui vale il principio : “siamo tutti sulla stessa barca, controllati e controllori, governo e opposizione” ed anche l’altro “la torta appartiene a tutti, piccola o grande tutti abbiamo diritto ad una fetta”. Quando poi si arriva al “chi paga?” scoppia la bagarre.

In quanto al proprietario della casa mal costruita da molti architetti, egli non saprebbe più a chi rivolgersi per rimediare ai danni, non potendo accusare nessuno ed avendo perso la fiducia in tutti. Un sistema politico  si chiama democratico non quando tutti governano insieme pur avendo idee differenti, ma quando chi ha idee differenti da quelle di coloro che governano è libero di manifestarle.

Cioè:  un sistema democratico deve permettere a chi governa di realizzare il proprio programma, consentendo a chi non approva di opporsi con i mezzi ed i metodi che la Costituzione definisce. Fare “ammucchiate” non è democrazia e non lo è opporsi sempre ad ogni provvedimento del governo semplicemente allo scopo di metterlo in difficoltà e farlo cadere.

La superiorità della democrazia sulla dittatura sta nel fatto che essa permette il dibattito, il libero confronto delle idee .

“Questi sono i problemi che la nostra società deve affrontare e risolvere, chi ha soluzioni da proporre si faccia avanti e le illustri al popolo. Il popolo sovrano faccia la sua scelta, ovviamente uomini ed idee devono essere in accordo fra loro, cioè non si può dare il potere a Tizio perché realizzi il programma di Caio se i due hanno idee diverse. Governi Tizio se il popolo ha scelto il suo programma politico e Caio faccia l’opposizione nel modo consentito dalle leggi ; se le sue idee sono migliori verrà il momento in cui il popolo sceglierà lui per governare.

E non venga mai a nessuno in mente di costringere Sempronio, il quale ha idee proprie ed è miglior oratore sia di Caio che di Tizio, di rinunciare alle proprie idee e farsi paladino di quelle degli altri due, cosa che gli italiani generalmente fanno con tutti gli scrittori con effetti che talvolta possono essere veramente drammatici.

Purtroppo stare all’opposizione non piace ai politici, non offre le soddisfazioni che prova chi sta nelle stanze del potere. Allora essi cercano con ogni mezzo di entrare nel palazzo anche a costo di rinunciare agli obiettivi che si erano originariamente proposti. “una volta dentro- essi ragionano –sarà più facile ottenere per il popolo quello che ci eravamo proposti”.

Il realtà succede che troppa gente nel Palazzo, tutti che vogliono comandare, portano solo confusione. Poi per quanto sia grande il Palazzo e tenga le porte aperte, troppa gente non vi può entrare, fuori c’è la piazza che preme e incalza. A poco a poco il popolo perde fiducia in tutti. Oggi vediamo il presidente Ciampi esortare il popolo alla fiducia, qualche anno  fa abbiamo udito il presidente socialista Pertini lanciarsi in affermazioni ancor più entusiaste, “La casa è bellissima”. Certo avendo per tanti anni lui e gli altri della sinistra sostenuto la politica dei compromessi , Pertini, eletto presidente, non poteva smentire se stesso ed i propri compagni, così come oggi l’attuale presidente che fu già per un lungo periodo alla guida della Banca d’Italia, non può lasciarsi scoraggiare dagli scandali finanziari di questi giorni. “Siamo tutti nella stessa barca, dobbiamo aiutarci a vicenda”.

Entrambi potrebbero dire: “quando noi eravamo giovani la gente mangiava pane e polenta, i bambini camminavano scalzi e nelle scuole, quando c’erano, si insegnava a credere, obbedire e combattere. Ne abbiamo fatti di progressi da allora!”

Questo è vero, ma i giovani possono ribattere che l’aver studiato non giova se dopo si è condannati alla disoccupazione perché comandano gli ignoranti ed il benessere del quale hanno goduto i padri è stato ottenuto divorando le risorse del paese, quelle che appartenevano anche alle future generazioni.

“Ci avete lasciato uno stato in dissesto, con debiti enormi. Avete fondato il futuro del nostro paese sopra risorse che non c’erano, su un’industria che oggi sta smantellando.

Avete devastato il territorio in pochi decenni più che non sia stato fatto durante molti secoli e quali esempi di democrazia e di onestà ci lasciate!”

Ma a questo discorso le massime autorità dello Stato non rispondono mai, preferiscono invece invitare all’ottimismo il popolo ogni qualvolta accadono eventi che farebbero inclinare gli animi della gente al pessimismo.

I messaggi di fine d’anno delle massime autorità italiane lo provano sufficientemente.

A cura di Angelo Ruggeri

PREMIO NAZIONALE DI POESIA; NARRATIVA E FOTOGRAFIA  ALBERO

ANDRONICO- V Edizione 2011


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Le lumache in Australia ci sono dappertutto, anche nei nostri giardini e si mangiano non solo le verdure, ma tutti i fiori più belli, però nei supermercati e negozi di piante, vendono un mare di veleni di tutti i tipi e di tante marche diverse, e li avveleniamo come i topi, se vogliamo mangiare le verdure e profumare i nostri fiori.

Costoro, con la loro pigrizia, sono sempre allerta mangiando anche le piantine appena nate, sono una vera tragedia per tutte le piante, pensare di mangiare le lumache è completamente fuori luogo, impensabile per noi australiani. Ormai abbiamo dimenticato queste abitudini italiane, solo a guardarle ci fanno venire il voltastomaco.

Se piove, loro fanno il loro ingresso in grande stile pure nei vasi in veranda distruggendo tutto, lasciano soltanto la scia della loro bava, per far capire a tutti che sono stati loro, come sempre, a rosicchiare le piante più belle e lasciare soltanto qualche stelo rinsecchito.

Dire agli australiani che le lumache sono piatti prelibati in Italia, in Francia ecc, significa farci prendere per matti.

In questo periodo di bella primavera, loro sono felici, mangiucchiano ogni pianta verde che incontrano per la loro via, le loro vie sono tante, vanno piano ma raggiungono la loro meta sempre, che disastro che sono per i nostri giardini che qui ce n’è sono infiniti in ogni casa e in ogni via. Se volete, potete venire qui in Australia a raccoglierle senza problemi e fare pranzi prelibati, ma non invitate noi.

 

Cav. Giovanna Li Volti Guzzardi

Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori

(A.L.I.A.S.)

Sito: http://www.alias.org.au – E-mail: accademiaalias@optusnet.com.au

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