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a.s. 1972-73 (terza parte)

Con il mio allontanamento da scuola e la mia sospensione,  gli scioperi e le proteste ebbero termine.

Le emozioni e i sentimenti che provai in quei quindici giorni passati a casa, lontano dalla scuola, furono assai intensi e contraddittori.

Passavo dal pentimento alla rabbia; dal vittimismo al desiderio di rivalsa; dalla rassegnazione ad un senso di sollievo perché, tutto sommato, poteva anche andarmi peggio; quindi subentrava un sentimento di disagio e di inadeguatezza, dovuto  all’ incapacità di ricapitolare razionalmente quanto mi era successo e, a momenti, perfino un sentimento di frustrazione per non poter tornare indietro, a riavvolgere gli ultimi avvenimenti occorsi e ad imprimergli un finale meno umiliante e amaro.

E in fondo all’animo riflettevo sulla condizione umana. Pensavo che siamo come i bagagli degli aeroporti. Qualcuno, un giorno, ci confeziona e ci imbarca; così iniziamo un viaggio lungo e contorto.  Se superiamo ostacoli e tragitti, finalmente  vediamo la luce, attraverso l’uscita del  nastro trasportatore che ci immette nella sala di recupero dei bagagli dove, se tutto va bene, qualcuno è ansioso di prendersi cura di noi. In casi estremi , ma non è raro, possiamo anche perderci per dimenticanza o menefreghismo degli stessi soggetti che ci hanno concepiti. E se vediamo la luce della sala d’attesa, uscendo da quel buffo carosello che si chiama nastro trasportatore, inizia la nostra vita. E siamo come pantaloni, cappelli, cravatte, camicie, giacche, mosse dal vento, spinti talvolta così lontano,  da non ritrovare neppure la strada per ricongiungerci a chi sembrava così affezionato da non poter vivere senza di noi.

O forse,  se siamo fortunati,  siamo come la pioggia, che scende da cielo sulla terra, la feconda, e poi evapora e ritorna in cielo.

Io mi sentivo come una pietra di fiume, rovente ed immobile nel greto secco, in estate; rotolando a valle sotto lo scorrere dell’acqua nei periodi di piena, capace di aggregarmi, lungo il percorso, con chiunque mi fosse capitato vicino: alghe, pesci, altri ciottoli tondeggianti, oggetti organici ed inorganici coinvolti con me in quel viaggio senza altra meta che una indefinita valle dove attendere un’altra stagione di pioggia o di sole per poter ricominciare tutto da capo.

Passavo le giornate ascoltando le canzoni che allora andavano per la maggiore: Alice di  Francesco De Gregori; E mi manchi tanto degli  Alunni Del Sole; Erba di casa mia di  Massimo Ranieri; Vento nel vento , Il mio canto libero e  Io vorrei non vorrei ma se vuoi di Lucio Battisti;  Viva l’Inghilterra di  Claudio Baglioni; Vado via di Drupi;  Canzone intelligente di  Cochi e Renato;
Crocodile rock e Daniel di  Elton John;   Walk on the wild side di  Lou Reed; You’re so vain di  Carly Simon e tante altre di cui cercavo gli accordi sulla chitarra, testardamente, per ore ed ore.

Quando rientrai a scuola feci appena in tempo a prendere visione del programma svolto e delle cose da studiare che fu subito Pasqua.

Riuscii a recuperare e ad ottenere la sufficienza in  tutte le materie. Così venni ammesso a sostenere l’esame di maturità.

Sfortuna volle però che venisse designato come Commissario Interno il docente  di Inglese, un certo prof. Zucca (che io avevo soprannominato Joe Vernaccia) e che apparteneva all’ala dei duri del consiglio di Classe (cioè di coloro che mi avrebbero ben volentieri fatto fuori per sempre). Oltretutto, ma questo lo scoprii dopo, qualche carogna di compagno di classe gli aveva riferito del soprannome che gli avevo rifilato.

A quel tempo i commissari esterni si affidavano completamente al commissario interno per conoscere la personalità del maturando, anche se i voti e un giudizio sommario stabiliti dal consiglio collegialmente potevano comunque fornire una indicazione, seppure sommaria e non decisiva. L’esame consisteva in due scritti (italiano e materia di indirizzo) e in un colloquio comprendente quattro materie designate in precedenza in parte dal Ministero e in parte dal Consiglio di Classe. Di queste quattro una veniva scelta dal candidato e l’altra, a sorpresa, dalla commissione d’esame (in realtà era invalso l’uso di consentire la scelta, tramite il commissario interno, anche della seconda materia).

Insomma l’esame non era un granché difficile.

Io scelsi il tema che invitava il candidato ad esporre con parole sue il significato che egli attribuiva all’art. 11 della Costituzione.

Era un tema sulla pace. Io ero per la pace, lo sono sempre stato e sempre lo sarò.

Nel tema parlavo dei miei idoli di allora: Marthin Luther King, il Mahatma Gandhi, Gesù Cristo (che allora riconoscevo e ammiravo come Uomo, vittima dell’incomprensione e della protervia degli uomini di potere; mentre oggi lo riconosco anche per quel che Egli effettivamente è: il Figlio di Dio sceso in terra per la nostra salvezza).

Ma il commissario interno mi aveva presentato come un sovversivo, rivoluzionario e di sinistra (e forse, chissà,  anche un potenziale terrorista).

Sostenne  che io avevo cercato di ingraziarmi la commissione presentandomi come un agnello innocente mentre in realtà ero un lupo.

Per farla breve il mio esame fu un disastro. Ma per fortuna riuscii a superarlo. Un altro anno in quella scuola nopn lo avrei davvero voluto fare.

E neanche loro, probabilmente, mi ci avrebbero voluto.

Ironia della sorte, la mia tesi di laurea, all’Università, avrebbe avuto ad oggetto, molti anni dopo, la risoluzione pacifica delle controversie internazionali in ambito ONU.

Mio relatore fu il vecchio  Preside, l’esimio prof. Giovanni  Pau, grande internazionalista, che riuscì a farmi dare il massimo punteggio che poteva essere  assegnato per la tesi, in proporzione alla media dei voti riportati (il che mi portò ad una votazione che veniva definita, al tempo, come corrispondente ai “pieni voti legali”).

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

27. continua…

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Quando il latino era la prima lingua al mondo, tutti gli scrittori dovevano cimentarsi nelle composizioni letterarie in quella lingua per sentirisi, in qualche misura, parte del consorzio letterario internazionale.

La stessa cosa succede oggi con la lingua inglese.

Piaccia o non piaccia, la conoscenza della lingua di Albione costituisce un veicolo di comunicazione internazionale. E come i nostri antenati dovettero rassegnarsi a veder nascere le mille varianti dei latino-parlanti, nel loro immenso impero, così gli Inglesi, fino al tramonto del loro attuale potere culturale, devono accettare i diversi modi idiomatici di esprimersi degli Americani, degli Indiani, dei Giamaicani e di tutti gli altri stranieri che, in differente misura, entrano in contatto con la loro lingua.

Nella linguascritta  il discorso si fa più sottile e più esigente. La lingua scritta infatti mal sopporta le alterazioni e gli imbastardimenti che invece devono essere, giocoforza, accettati nella lingua parlata. Può tollerarsi magari, in qualche misura, un uso idiomatico di certe frasi, ma occorre stare più accorti, perché la critica letteraria dei puristi può risultare alquanto impietosa, con chiunque si discosti dai modelli classici.

Infatti le regole grammaticali nello scritto sono più stringenti e inoltre la matrice linguistica dei grandi scrittori del passato (i cc.dd. classici) si impone a chiunque voglia cimentarsi nella scrittura della lingua madre. Non di meno io penso che ciascun popolo, anche nella scrittura, saprà distinguersi, nel senso che la propria lingua di appartenenza non potrà fare a meno di influenzare lo scrittore nella elaborazione del suo pensiero e del suo estro letterario nella lingua inglese.

Con questa premessa (che mi auguro dei lettori più preparati di me nella materia possano rilanciare ed approfondire) comunico che  mi sono recentemente cimentato nella scrittura di una commedia in lingua inglese, iscrivendola a partecipare  ad un concorso internazionale che si chiama “stroytelleruk2017″ (il relativo sito è raggiungibile attraverso il link sottostante).

Anche se dirigo un blog in lingua inglese da parecchio tempo e pur se scrivo  in lingua inglese da molti  anni ed ho pubblicato, in quella lingua,  diversi libri, forse questa è la prima volta che partecipo ad un vero concorso internazionale con un’opera composta direttamente in lingua inglese e con ambizioni di carattere letterario (spero non venga considerata troppo audace la mia messa in scena di un nuovo incontro, a 700 anni di distanza,  tra l’inarrivabile Virgilio ed il sommo poeta Dante).

Spero comunque che i miei sette lettori vorranno valutare  i miei sforzi letterari in lingua inglese esprimendo liberamente il loro giudizio attraverso il servizio recensioni di Amazon.

https://www.amazon.co.uk/Travelling-space-time-Virgil-drama-prologue-ebook/dp/B071FB9SGV/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1495895377&sr=1-1&keywords=travelling+in+the+spacetime+with+Virgil

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Non ha confini il male. Questa bella e giovane ragazza ha avuto il solo torto di rompere con un rapporto affettivo che non le interessava più.

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Anche a quella psicologica, subdolamente soggiogatrice della personalità. No anche allo sfruttamento del corpo femminile da parte dei dell’industria miliardaria delle diete che, attraverso dei veri e propri trucchi preordinati, impone alle donne  un modello culturale di per sè per niente affascinante.

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C’era una volta l’estradizione, adesso c’è il mandato di arresto internazionale.

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