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Capitolo Settimo

 

Il vice-legato Pasini Frassoni ricevette in gran segreto Don Pedro Mendoza Martinez e i suoi due accompagnatori, intrattenendoli, non di meno, in un conviviale ricco di arrosti, vini e specialità ferraresi che furono largamente apprezzati dai commensali.

A tavola propose agli ospiti di discutere la migliore strategia,  per la riuscita del piano,  in lingua spagnola, idioma all’epoca d’uso comune nelle corti italiane e comunque assai conosciuto sia da lui, sia da don Agostino Barozzi, quest’ultimo grazie ai suoi trascorsi al seguito del Nunzio Apostolico alla corte del re Filippo Terzo.

Da come precedette la sua osservazione in ordine al coppiere, al quale l’hidalgo aveva riservato uno sguardo sospettoso e indagatore, dicendogli che si trattava di un fido servitore sordomuto, l’hidalgo cominciò ad intuire la sottile intelligenza che animava il suo anfitrione italiano.

Intanto, mentre il dapìfero, che venne dispensato dalle sue funzioni di trinciante con un cenno eloquente di congedo,  posava le prime portate di pesci del Po e di arrosti misti,  ed i commensali finivano di mangiare il riso alla turchesca, il coppiere con gesti rituali aveva provveduto a versare nei calici di cristallo le sue bontà liquorose.

Don Pedro Mendoza, con espressioni molto formali,  ringraziò il vice legato, oltre che per la calorosa e discreta  accoglienza, anche per l’aiuto incondizionato che egli offriva a lui, umile servitore del re Filippo IV, ma tenne il punto sulla sua richiesta di autonomia. Tranquillizzò però i due religiosi italiani che, dopo la confessione (sulla quale pareva non aver alcun dubbio) l’infame eretico sarebbe stato consegnato alla loro giurisdizione, per la formale condanna e per la giusta punizione. Il che piacque assai all’ambizioso vicario che in realtà non ce l’aveva con il De Regis in funzione delle sue letture (lui stesso stava consultando  avidamente certi scritti di Copernico, rinvenuti negli archivi estensi che in parte erano rimasti a Ferrara dopo la Devoluzione), ma puntava alla confisca delle sue proprietà (indispensabile corollario della sentenza di condanna per eresia in forza delle norme inquisitorie in vigore).

Dopo cena il vice legato accompagnò i suoi ospiti in una saletta riservata ove, con grande stupore di tutti, dispiegò sopra un tavolo quadrato, una dettagliata  mappa che comprendeva sia la vecchia città medievale, sia l’addizione erculea, comprensiva del tragitto che di lì a poco il terzetto spagnolo avrebbe percorso in direzione dell’edificio che un tempo aveva ospitato l’ Osteria del Samaritano.

Pasini Frassoni li informò che li avrebbe fatti accompagnare da Cristoforo Messìppo, un abile cavallerizzo e suo conduttore personale,  che avrebbe mantenuto i contatti riservati tra le due sedi. Gli mise inoltre a disposizione, uno  scalco- credenziere e  due delle sue migliori inservienti, una cuoca e l’altra pulitrice e rassettatrice. Omise ovviamente di informare l’astuto hidalgo che in realtà si trattava di tre fidatissimi agenti della sua segreteria personale, incaricati di riferirgli nel dettaglio tutto quanto sarebbe avvenuto nella sede operativa prescelta per gli interrogatori.

Così si avviarono, Don Pedro Mendoza e Padre Alonso de Barranquilla nel cocchio personale del vice legato, condotto da Cristoforo Messìppo e, a seguire, il carro con le vivande e le masserizie, nonché con il bagaglio della commissione inquisitoria iberica (escluso il bauletto di Tenoch, che lo legò sul dorso di un  cavallo che aveva chiesto ed ottenuto tutto per sé, in sella al quale affiancò il cocchio che conduceva il  suo padrone)  guidato dallo scalco e credenziere.

Dopo un’ora circa, il primo gruppo aveva già raggiunto quella che un tempo era stata la sede di vizi e di lussurie, seguito a distanza di mezz’ora dall’altro gruppetto.

Una luna piena e velata li accompagnava.

Messìppo pensò che l’indomani tutta Ferrara sarebbe stata avvolta nella nebbia.

Ma non disse niente. Il suo padrone gli aveva raccomandato infatti di mostrarsi indifferente a tutto e di tutto osservare senza dare nell’occhio.

7. continua…

 

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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come glo occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuto a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

6. continua…

 

 

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