Articolo taggato “guccini”

Rientrammo a scuola  venerdì, 7 gennaio 1972, dopo le vacanze di Natale.

I compagni ci accolsero freddamente. Non so se si sentissero in colpa per averci lasciato soli a continuare lo sciopero (altre classi superiori avevano proseguito compatte la protesta),  oppure se ci tenessero il muso perché non condividevano la nostra protesta.

I professori, per fortuna, non ci fecero pesare le nostre assenze.

Io mi diedi subito da fare per recuperare il tempo perduto e il programma già svolto.

Il lunedì successivo arrivò in classe una nuova compagna. Si chiamava Gianna (il cognome non lo ricordo).

Questo arrivo sembrò scuotere il torpore di quella classe mezzo addormentata.

Era una ragazza bruna, di media statura, con delle gambe ben tornite che le sue  gonne cortissime (secondo la moda di allora, che non tutte le ragazze avevano però  il coraggio di estremizzare in quella eccessiva misura) mettevano in bella mostra. Ricordo anche i suoi occhi verdi: avevano una luce particolare. Nel complesso la sua figura esercitava, soprattutto sui maschi, una particolare attrazione, di una natura che a quell’età, nei maschi, diventa irresistibile.

Quel suo magnetismo femminile (che non era un fascino solo  carnale)  la rese invisa alle compagne che, con qualche eccezione, la isolarono,  senza che  Gianna sembrasse preoccuparsene più di tanto.

Presto si formò attorno a lei un certo giro con dei movimenti strani. Mi accorsi un giorno, che al suono della terza campana (che segnava l’inizio della ricreazione) quel nostro consueto arrembaggio fuori dalla porta e verso il cortile, per l’agognato quarto d’ora di aria e libertà, aveva subito delle varianti; notai così che alcuni dei miei compagni stazionavano sulla porta mentre il resto della classe sciamava di fuori ed altri ragazzi grandi, di altre classi superiori e di altri corsi (le cui aule si affacciavano su differenti corridoi di piani superiori o inferiori), si videro in giro per il corridoio.

Io all’epoca fumavo regolarmente delle sigarette e la mia sola meta, in quel quarto d’ora, era assolutamente quella di fumare (non era facile uscire come oggi a fumare, prima della ricreazione; eppoi io odiavo andare nei bagni, foss’anche soltanto per fumare ).

Ma non potei fare a meno di notare che quei movimenti coincidevano con la permanenza della compagna nuova arrivata all’interno della classe. Sola donna, con tutti quei maschi.

Ci sono delle vicende nella vita che non richiedono parole, né inviti. Uno va in una certa direzione, col suo istinto; è come una ricerca esistenziale, finalizzata a soddisfare un bisogno primordiale, forse retaggio dei  nostri atavici trascorsi, che riposa nella sfera primigenia dei nostri istinti e ci spinge ad agire per impulso, senza ragionarci sopra, magari perseguendo un disegno comunque razionale e costruttivo, seppure ad un livello inconscio.

Nessuno mi chiese mai se io volessi partecipare a quella sorta di rito ancestrale che sapeva di fecondazione orgiastica o forse di condivisione matriarcale e tribale. Credo che nessuno abbia chiesto niente a nessuno. La cosa nacque spontaneamente, come certi rapporti di scambio fondati sul reciproco interesse che però, in quel caso, era solo piacere, senza risvolto economico e senza interesse.

Non che a me Gianna non piacesse. Tutt’altro. Ma io l’avrei desiderata in un’altra dimensione, non certo in quella, forse intensa nel piacere, ma sicuramente superficiale, scevra da ogni coinvolgimento emotivo e da qualsiasi sentimento.

In fondo, anche se propugnavo la rivoluzione, nel mio intimo ero rimasto un borghese, attaccato agli schemi sociali ed affettivi di stampo tradizionale.

Pur tuttavia, quando più tardi si fece una raccolta di soldi per consentire a Gianna di abortire in condizioni decenti e di sicurezza (tutti conoscevamo, grazie anche all’”Avvelenata” composta e cantata dal grande poeta  Francesco Guccini, cosa significasse abortire clandestinamente, affidandosi alle cure di una “mammana”) io volli partecipare alla colletta, per coerenza con le mie idee di allora.

Ero favorevole all’aborto, più per una scelta ideologica contro il sistema che avevo deciso di voler combattere e che detestavo sin dalla radice.

Oggi non sono poi così tanto convinto sulla giustezza dell’aborto. Mi fa impressione quell’atto di violenza contro un essere indifeso che, lo dice la scienza biologica, è già vita, se non addirittura già persona.

Certo sono cosciente che l’aborto legale ha evitato tante nefandezze, quali sicuramente erano quegli aborti praticati in sale operatorie improvvisate, con i ferri da calza arroventati,  che spesso procuravano la morte anche alle mancate mamme (oltre che alle innocenti creature che portavano in grembo).

Eppoi, nel mio idealismo giovanile, mi ero illuso che la legalizzazione dell’aborto potesse funzionare come un supporto psicologico in favore delle donne, cosa che invece, l’applicazione della legge, nel prosieguo, ha clamorosamente smentito.

Si trattava e si tratta di scegliere tra due mali, rassegnati più coscienti, del fatto  che nessun male si possa estirpare all’origine e che il servizio dell’aborto, se non venisse offerto dal Servizio Sanitario Nazionale, verrebbe praticato,  in quel modo orribile e barbaro,  dalle operatrici clandestine; scavando inoltre un ennesimo solco tra classi  ricche  e classi  povere: dove i ricchi possono scegliere di andare ad abortire all’estero mentre i poveri finirebbero sotto i ferri delle “mammane”.

Ma resta l’amarezza di tante morti innocenti. E la convinzione di pagare le tasse per coprire i costi di un servizio che forse andrebbe regolato diversamente, se non proprio limitato e regolamentato al minimo danno possibile.

Un discorso difficile e  tremendo, un dibattito ancora aperto che forse non avrà soluzione e non avrà mai fine, infinito ed eterno come la lotta tra il bene ed il male.

Tutto questo mentre Kurth Waldheim veniva eletto segretario generale dell’ONU, un altra voce inascoltata nel deserto delle decine, centinaia di guerre più o meno grandi, che faranno dire al Papa di Roma, 35 anni più tardi, come sia ancora in corso la terza guerra mondiale; e mentre si forma il primo di una serie di governi targati Andreotti che ci condurranno quasi al terzo millennio.

A maggio si celebrano le prime elezioni anticipate della storia repubblicana e, sempre a maggio, a conclusione di una terribile e cieca campagna di stampa, viene colpito a morte, da una pistola di ignoti assassini, il commissario Calabresi.

Per lo Stato fu un altro duro colpo; per alcuni fu un atto di vendetta e di giustizia insieme, in quanto il commissario assassinato veniva indicato come il responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, quel giorno di dicembre del 1969,   quando da un quarto piano l’anarchico, accusato a torto di essere l’autore della strage di piazza Fontana, cadde dal quarto piano della Questura di Milano, macchiando di altro sangue innocente questa inerme Italia.

E oggi, come sento nelle TV e come leggo sui social e sui giornali, l’Italia non ha perso ancora il vizio di celebrare processi fuori dalle aule di giustizia; ci son sempre dei giornalisti pronti ad assolvere o a condannare presunti assassini e imputati più o meno eccellenti, sulla base di non so quali convinzioni e men che meno sulla base di solide prove.

Io ero riuscito a recuperare in quasi tutte le materie. E sarei stato promosso a giugno anche in quell’anno se con la mia stupida immaturità non avessi mollato, di mia spontanea volontà, la più semplice e affascinante delle materie: la Geografia.

Così fui rimandato in Geografia con un voto indegno di me e della mia passione per i viaggi e per l’avventura.

Nella vita facciamo tante cose stupide e senza senso.

Questa di farmi rimandare in  Geografia fu una delle tante scicocchezze da me commesse nella mia vita.

Quell’ estate, per la seconda  e ultima volta nella mia carriera scolastica, non fui promosso a giugno e dovetti organizzarmi di conseguenza.

23. continua…

 

Tag:, , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »