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Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”,  era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori  e artigiani,  che avevano contribuito nel dicembre dell’anno del Signore 1623 a rifondare  la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara. Si trattava infatti di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino,  per avere osato tradurre la Bibbia in volgare. Egli  era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

Lo stesso  Pietro Marino, all’epoca già affermato fabbro-orologiaio, nonché promettente e giovane poeta,  era scampato però alla condanna personale,  in virtù di uno stratagemma di natura legale: gli avvocati degli imputati erano riusciti infatti a dimostrare che la Bibbia in volgare era stata composta dal 5 al 14 ottobre 1582, un periodo temporale che il papa  Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto. In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici (avvocati direttamente nominati dal duca d’Este, che con quella mossa aveva inteso difendere, ad un tempo,  un componente del suo casato, affiliato all’Accademia ed il suo stesso Ducato, da sempre nelle mire espansionistiche dello Stato Pontificio), in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”.

E non si sa se furono i brocardi di giustinianea memoria, profusamente decantati dai quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato (già allievo prediletto di Bertazzoli nei corsi dell’università ferrarese in utroque jure) ovvero l’influenza del loro potente patrono, ovvero ancora il timore  del cardinale Aldobrandini di guastare i già difficili  rapporti con la Francia (Alfonso II d’Este era nipote del re francese  Enrico per parte di madre ed era di casa presso la sua corte), fatto sta che il Tribunale della Congregazione dovette assolvere tutti gli autori imputati. Certo è che le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale  e per conoscenza,  nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici.

La Congregazione sfogò però tutta la sua rabbia potente contro l’Accademia, ordinandone lo scioglimento e contro  l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione vietata in mille esemplari andati a ruba, e che comunque aveva pensato bene di   rimanere contumace nel processo. E il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sullo scioglimento dell’Accademia chiuse  tutti e due gli occhi perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel tempo! Estintasi la  linea diretta della casata degli  Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni,  era morto senza eredi legittimi diretti)  lo Stato Pontificio era riuscito finalmente ad inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

 

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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come glo occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuto a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

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Le gesta di Giuditta che si leggono nell’omonimo libro dell’A.T. mi fanno pensare che questa eroina, invero meno celebre di tante altre, debba invece annoverarsi tra le grandi di tutti i tempi, per ardore, coraggio e intelligenza. Narrano infatti le fonti che……

Viveva un dì non in tetre caverne,
ma in regge e palazzi lussuosi,
un generale di nome Oloferne
dagli abiti e costumi licenziosi;
5. invece di seguir le leggi eterne,
seguiva dei pagani lussuriosi
gli usi gentili. Nabucco soltanto
gli passava avanti e un bel giorno, in armi
[ ei s?accampo?sul luogo santo]

Prima di continuare nella storia
10. vò? a rammentare ai miei fidi lettori
che parlo di Ninive nella gloria,
e dei Giudei che giaccion nei dolori;
prima che dell?esilio, la scoria
si fosse tramutata negli onori.
15. Distrutta, come predetto, Ninive,
le mura e le luci di Gerusalemme
[sarian tornate più forti e più vive].

Utile quanto mai tale avvertenza,
poiché da ora in poi la cronologia,
si prenderà anche più d?una licenza
20. misconoscendo quella diacronìa
di cui la storia non può fare senza.
Ed il presente, come già Tobia,
ambienta i fatti talora al di qua
della deportazione in Babilonia,
[tal?altra al di là].

25. Giova pertanto ricordare ancora,
che la Bibbia non è un testo di storia.
E giace in fallo colui che ignora
ch?Esso fu scritto a lode e gloria
di chi speranza e fede onora.
30. Colui che, lo vedremo, un dì si spolia
dell?unico Suo Figlio messo in croce.
Ma ora di tornare da Giuditta
[ a noi non nuoce].

Riferito a chi comandava
Tutto il supremo esercito di Assur
35. che il popolo di Giuda già gli aveva
ostruito ogni passaggio su e giù,
A mano a mano che egli li ascoltava
Capo Oloferne non ci vide più.
E, consigliatosi, tese la rete
40. per fare sì che gli Ebrei di Betulia
[ morti sarebber di sete].

Proprio in quei giorni venne a conoscenza,
Giuditta, della tale situazione.
Essa già vedova in grande decenza,
viveva nella coniugal magione,
45. che aveva dal marito, morto senza
figli, ricevuta per donazione,
congiuntamente ad ori e molti argenti
terreni, schiavi e numerosi armenti.

Era bella d?aspetto ed avvenente
50. pur se viveva nel timor di Dio.
Adombrata nel cuore e nella mente,
per i rimbrotti e il grande tramestìo
successi tra i suoi capi e la sua gente,
chiamòlli a sé coll?espresso desìo,
55. che i primi non dessero agli assedianti
la loro città, né entro cinque giorni,
[ e neppure più avanti].

Dopo che ebbe supplicato il Signore
che degli Assiri facesse giustizia,
rivestita e adornata di splendore
60. ad Oloferne fece con mestizia,
equivocare il buio per chiarore
così che il grande capo la milizia
fece allontanare dalla sua tenda.
E la testa Giuditta gli staccò
[ portandola a Betulia qual prebenda].

65. Si agitarono quindi i miscredenti
come farebbe un polpo senza testa,
Code mozze di rettili e serpenti.
Ma a Betulia sul monte c?è la festa
Con gli Osanna dei giusti e dei credenti.
70. E la truppa già armata lesta, lesta
disperdendo gli assiri dall?assedio,
sancì così il trionfo di Giuditta.
[ ed ora di lei più non vi tedio].

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