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A fine anno venni promosso a pieni voti e potei ricongiungermi finalmente alla mia famiglia.

Debbo dire che il mio paese, la mia famiglia, i miei amici (a parte, ovviamente, quelli che avevano diviso con me i sacrifici della vita collegiale) mi erano mancati molto.

Al mio paese ritrovai tutto come prima. I campi assolati, le lunghe giornate  d’estate che sembravano non finire mai. Le gite al fiume su mezzi improvvisati: sulla canna di una bicicletta o  sul triciclo portabombole di Giorgio se si andava a “Funtananoba”, ma anche a piedi se si andava a “Sa Cascadedda” o a “Su Sifoi”.

Mio padre era drasticamente contrario che si andasse al fiume. Era proibito per i miei fratelli maggiori, figuriamoci per me. Lui manifesta a voce le sue  paure,  che lì,  fra le canne del fiume, i vagabondi del paese (mio padre chiamava così quei ragazzi più grandi di noi che frequentavano il fiume regolarmente, vuoi per pescare, per nuotare o per semplice, spensierato  vagabondaggio) potessero commettere degli abusi sessuali nei nostri confronti (o chissà, magari dentro di sè, aveva paura che i miei fratelli più grandi potessero abusare dei più piccoli).

Io per non sbagliare, ci andavo di nascosto anche  dei miei fratelli, così correvo meno rischi di essere scoperto.

E ad onor del vero io non sono mai stato sessualmente molestato in quelle innumerevoli volte in cui sono stato al fiume. Anche se debbo dire che mio padre non aveva in fondo tutti i torti.

Mi ricordo infatti un certo “Marieddu su tuffadori” (così chiamato perchè eseguiva dei tuffi davvero impossibili, da altezze per noi inimagginabili) che si era fissato su uno dei miei coetanei, un certo Caddeo (se la memoria non mi inganna). Marieddu cominciò col  dire, nel suo sardo colorito e turpe, una volta che Caddeo  volgendoci le spalle,  si dirigeva verso l’acqua per nuotare:

- ” Avete notato che il culo di Caddeo è bello come quello di una donna?” E ripeti oggi e ripeti domani, nella nostra fantasia di adolescenti a digiuno di tutto (e soprattutto, ovviamente, di donne) quel deretano bianco e formoso finì per apparirci desiderabile. Così un bel giorno, mentre Caddeo si trovava a mezza coscia già immerso nel fiume, Marieddu lanciò un urlo, incitandoci a cogliere quel frutto di femminile sembianza. Da buon capo branco fu il primo a lanciarsi verso l’ambita preda. E noi, stupidi inconsapevoli di   un gioco che poteva volgersi in atroce dramma, lo seguimmo.

Caddeo difese con le unghie e con i denti (nel senso letterale dei termini) il frutto dei desideri insani di Marieddu e tutto finì in quegli spruzzi e in quelle spinte di giocosa eppur focosa incoscienza.

Per fortuna arrivò a mio padre la voce delle mie gite proibite al fiume.  Così  fui costretto, insieme a qualche altro fratello che  col fiume non aveva niente a che vedere,  all’odiata siesta pomeridiana (quanto poi l’avrei amata e desiderata  negli anni seguenti lo dirò più avanti).

Io aspettavo che cominciasse a russare e poi me la svignavo alla grande; ovviamente, in tali casi, occorreva pianificare bene ed essere di rientro prima che mio padre si levasse per l’apertura del negozio (prevista per le 17,00). Ma in quel lasso di tempo era obiettivamente più difficile cacciarsi nei guai e combinare disastri.

Ma quando mio padre scoprì quel giochetto arrivò la misura più drastica, il massimo della pena: la sera sarei andato con lui in negozio, ad aiutarlo. Non che io fossi ion grado di aggiustare gli orologi, intendiamoci; ma intanto avrei dovuto imparare a stare al banco di vendita  (“quanttro occhi vedono meglio di due” ripeteva sempre per invogliarmi a seguire il suo lavoro, soprattutto quando esponeva gli oggetti d’oro ai clienti visitatori); poi stando accanto a lui nel banco da lavoro avrei imparato ad eseguire i lavori più semplici: scoperchiare gli orologi dal fondello con l’apricassa, senza graffiarlo; sostituire il vetro; sostituire le anse e il cinturo degli orologi; per poi passare a qualcosa di più complicato ma che  comportava  uno smontaggio solo parziale e limitato dell’orologio: la sostituzione di albero e corono di carica e la sostituzione della molla di carica (gli orologi elettronici, ovviamente, non c’erano ancora; più tardi, qualdo ero già studente universitario, presi l’abilitazione alla manutenzione degli olorogi elettronici analogici, ma anche di questo vorrei parlare più avanti all’affezionato lettore).

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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come glo occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuto a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

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Capitolo Quarto

Quando Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, incaricò gli architetti di corte di ampliare la città medioevale di Ferrara, Biagio Rossetti aveva previsto, sollecitato dal lungimirante duca Estense,  che la direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente  Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli,   fosse chiusa da una possente cinta muraria. A difesa delle incursioni delle temute milizie venete, oltre alla predetta cinta muraria e ad un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca Ercole ordinò al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare presidiata da una stanza fissa di 500 soldati, dodici cannoni a bocca di fuoco 120 (a cui suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo,  il cannone denominato “La Giulia”,  che suo padre Alfonso  aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la  morte dell’odiato papa Della Rovere).

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che,  oltre agli alloggi e alle mense dei militari (rigorosamente interdetti, per ragioni di sicurezza, ad ogni estraneo)  comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a  mattone crudo (quando non addirittura fatte di assi di legno) a presidio di orti e frutteti che,  numerosi più delle case,  abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria,  che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli. Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche spiccava una costruzione in pietra che, a ridosso di un’enorme  porcilaia che comprendeva anche un macello, di cui si servivano  tutti gli allevamenti del borgo,  per anni aveva ospitato una taverna che dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del  Samaritano” ospitava una  casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo. La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500 (anche se certi documenti sembravano attestare invece la data  del 1577) quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitti ai gestori e proprietari del’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo de Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

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Capitolo Primo

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”,  era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori  e artigiani,  che avevano contribuito nel dicembre dell’anno del Signore 1623 a rifondare  la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara. Si trattava infatti di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino,  per avere osato tradurre la Bibbia in volgare. Egli  era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

Lo stesso  Pietro Marino, all’epoca già affermato fabbro-orologiaio, nonché promettente e giovane poeta,  era scampato però alla condanna personale,  in virtù di uno stratagemma di natura legale: gli avvocati degli imputati erano riusciti infatti a dimostrare che la Bibbia in volgare era stata composta dal 5 al 14 ottobre 1582, un periodo temporale che il papa  Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto. In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici (avvocati direttamente nominati dal duca d’Este, che con quella mossa aveva inteso difendere, ad un tempo,  un componente del suo casato, affiliato all’Accademia ed il suo stesso Ducato, da sempre nelle mire espansionistiche dello Stato Pontificio), in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”.

E non si sa se furono i brocardi di giustinianea memoria, profusamente decantati dai quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato (già allievo prediletto di Bertazzoli nei corsi dell’università ferrarese in utroque jure) ovvero l’influenza del loro potente patrono, ovvero ancora il timore  del cardinale Aldobrandini di guastare i già difficili  rapporti con la Francia (Alfonso II d’Este era nipote del re francese  Enrico per parte di madre ed era di casa presso la sua corte), fatto sta che il Tribunale della Congregazione dovette assolvere tutti gli autori imputati. Certo è che le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale  e per conoscenza,  nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici.

La Congregazione sfogò però tutta la sua rabbia potente contro l’Accademia, ordinandone lo scioglimento e contro  l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione vietata in mille esemplari andati a ruba, e che comunque aveva pensato bene di   rimanere contumace nel processo. E il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sullo scioglimento dell’Accademia chiuse  tutti e due gli occhi perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel tempo! Estintasi la  linea diretta della casata degli  Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni,  era morto senza eredi legittimi diretti)  lo Stato Pontificio era riuscito finalmente ad inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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Adesso ricordo

dove ho visto il tuo viso

incorniciato dai riccioli neri

sulla tua fronte ampia.

Forse giocavi a palla in riva al fiume

mentre i panni lavati

asciugavano al sole.

Indossavi una veste bianca

stretta ai fianchi da una cintura

con fibula nera.

Ti ballavano i seni

mentre guarrula lanciavi la palla

alle altre fanciulle

e splendevano i tuoi denti

piccoli e bianchi

sulle labbra vermiglie.

Io vigilavo, discreto,

sulla vostra incolumità.

E mi accorgo

ora

che ti serbavo in cuore

da oltre duemila  anni.

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Oggi si celebra il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dei profughi dell’ Istria (L. 30 marzo  2004 n. 92).

Tra il settembre del 1943 e il 15 giugno 1945, le milizie jugoslave del maresciallo Tito, esaltate dal sogno della grande federazione jugoslava che andava delineandosi nello scacchiere internzionale, incattivite dagli eccessi fascisti e accecate dall’ideologia comunista, massacrarono migliaia di vittime innocenti, colpevoli soltanto di essere italiane, in un territorio destinato a divenire il “nuovo paradiso socialista in terra ” (Palmiro Togliatti dixit) dove non c’era posto per donne incinte e bambini italiani, preti, finanzieri, cattolici e italofoni vari, che non mostrassero di volersi prostrare ad adorare il nuovo feticcio con la stella rossa, stampata nell’incavo di una  falce a croce col martello.

Il  15 giugno 1945  l’incubo finì solo per Trieste, Gorizia e Pola; quest’ultima visse un biennio di speranza, sino al 10 febbraio 1947, quando insieme a tutta l’Istria (escluse, come già detto Trieste, Gorizia e qualche altra porzione di territorio giuliano) passò definitivamente nelle mani della Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito.

Ma tutto questo nei libri di storia non l’ho mai letto. Incominciai a intravvedere la verità negli anni settanta del secolo scorso, quando svolgevo il servizio militare di leva a Trieste.

In seguito,  le ripetute stragi, le follie utopistiche dei post-sessantottini, gli studi universitari, la silente ipocrisia dell’apparato politico italiano acquietarono, senza estinguerla però del tutto, quella sete di verità che prorompe tanto più fragorosa, quanto più a lungo è trattenuta e repressa.

Poi venne promulgata  infatti  la legge 30 marzo  2004 n. 92 con cui viene istituito il giorno del ricordo delle vittime delle foibe. Il giorno prescelto, non a caso, è il 10 febbraio.

Ora le vittime delle foibe aspettano il riposo eterno che i parenti vorrebbero innalzare, in loro memoria,  nella volta celeste, nella speranza che lassù, un giorno, si possano ricongiungere ai cari scomparsi nel silenzio della furia ideologica, colpevoli solo di avere rifiutato il paradiso socialista in terra. O forse soltanto ignari degli sporchi giochi che la politica gioca sulle teste innocenti.

Il velo ha cominciato a squarciarsi ma tanto c’è ancora da fare per restituire ai morti la dignità ed ai vivi la verità.

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Nelle foibe del Carso

Se trovate in quei burroni profondi

Che in vita chiamavo foibe,

uno scheletro legato con il fil di ferro

 ad un altro scheletro,

 legato ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello son’ io.

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

 in quei recessi contorti

che si  chiamano foibe.

Avvolgetemi, ve ne prego,

 in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

Non odio nessuno e  perdono tutti.

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

                                                           Cagliari 10 febbraio 2005

http://www.vitobiolchini.it/2013/02/08/le-foibe-le-strumentalizzazioni-della-destra-una-riflessione-di-magris-lunedi-11-a-cagliari-una-iniziativa-dellanpi/

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In seconda elementare ci aspettava il fiocco celeste.

Invece a novembre arrivò la piena del fiume Mannu.

La nostra casa, con negozio annesso, fatto di mattoni crudi (il famoso mattone di  ”ladri” o “ladiri”, un composto a crudo  di argilla frammista a paglia),  fu invasa dall’acqua.

Tutta la popolazione che abitava nei quartieri  a ridosso del fiume, venne fatta sfollare. Ho impressa nella mente una scena quasi biblica: una notte, sotto l’acqua, una fila sterminata di persone, per lo più vecchi, donne e bambini, si snodava verso i quartieri alti del paese, oltre la chiesa parrocchiale; alcuni vecchi cercavano di farsi luce e coraggio con una stearica dalla fiamma tremolante stretta in mano , invocando in un lamento disperato “Santu Brai” (il patrono del mio paese), mentre le pie donne intonavano in processione l’Ave Maria in Sardo (Santa Maria, mamma de Deusu, prega po nosatrus peccadoris……).

Io ricordo mia mamma, che allora era incinta di Stefano e aveva in braccio Damiano, che guidava i più piccoli di noi verso l’asilo (uno dei ricoveri allestiti per gli sfollati, che si trovava appena sopra il cinema di Vittorio, dove la domenica gli uomini, con 100 lire e i ragazzi con sole 50 lire potevano assistere alla proiezione dei films di Ursus, di Ercole o di Ringo prodotti a Cinecittà; oppure a quelli di Joselito o di Cantinflas, freschi dal Messico, ma doppiati in lingua italiana).

Mio padre, come tutti gli uomini, era rimasto indietro, aiutato dai figli più grandi, per salvare il salvabile. Tra il salvabile mio padre aveva incluso, oltre alla merce e agli attrezzi da lavoro, messi al sicuro nel piano superiore della casa,  anche le galline, che allora erano ospitate nel pollaio dello sterminato  orto che si estendeva dietro la nostra casa (cinque dei miei fratelli vi hanno in seguito  edificato ampie case singole,   con annesso giardino di 300 mq ; ed esiste ancora la vecchia casa padronale, con 400 mq di giardino annesso);.

Ma purtroppo le galline morirono tutte; mio padre tentò di cucinarle, spacciandole per galline di macelleria, ma il loro sapore era così disgustoso che dovette mangiarsele praticamente da solo, perchè tutti ci rifiutammo di mangiarle; per punizione ci cucinò le fave ” a macco”, delle orribili fave secche, cucinate con bietola selvatica che a me non piacevano per niente (solo venti anni dopo scoprii di essere carente di un enzima, il G6PD  mi pare, che praticamente mi rendeva fabico, intollerante alle fave, con pericolo di morte in caso di consumo).

A salvarmi dalla carne delle galline morte annegate e dalle fave a macco ci pensò il Comune, che organizzò una colonia invernale a Giorgino (all’epoca la più rinomata località balneare di Cagliari) onde alleviare le famiglie alluvionate dal carico dei figli in età scolare; fu così che frequentai a Giorgino la mia seconda elementare.

Del mio maestro di allora non ricordo il nome; ricordo però che metteva in palio delle caramelle di anice e di menta  per chi avesse svolto il tema migliore; erano delle caramelle rettangolari,gustosissime, avvolte nella carta trasparente;  con un cuore di liquido che ti rinfrescava la  bocca; ricordo che vinsi il premio in più di una occasione, perché sin da allora mi piaceva scrivere con passione.

Ricordo anche che il mio maestro una volta mi portò nelle altre classi per farmi disegnare alla lavagna la lettera “f” minuscola, che io all’epoca trascrivevo con la parte inferiore così ampia, da farla sembrare il ventre di una vespa. Io mi sentivo orgoglioso di questa mia originalità, anche se, a ripensarci bene, forse il mio maestro voleva mostrare agli altri come NON si dovesse scrivere la “f”.

Mio padre ricostruì la casa quasi subito. E anche se lui era siciliano, conosceva bene il proverbio dei Sardi e dei somari sardi (che proverbialmente si fanno fregare una volta soltanto nella vita.

Infatti ricostruì la casa elevandola di ben 50 centimetri sopra il piano di calpestio, e interamente in blocchetti di cemento. La casa, come ho già detto,  esiste ancora e l’acqua non vi è mai più entrata da quella volta.

Credo che per ragioni didattiche, la famiglia si ricompose però  soltanto in estate, dopo la fine dell’anno scolastico.

Di quell’anno scolastico 1961-1962 ricordo le canzoni di Mina,  di Celentano, di Rita Pavone e di Fred Bongusto.

A Giorgino, a chiusura della colonia estiva, vennero organizzati una partita di calcio e un concorso canoro. Al concorso canoro arrivai secondo cantando la canzone “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto (il primo premio me lo strappò un ragazzo che cantava “Viva la pappa” di Rita Pavone, che allora spopolava in TV con Gian Burrasca); mentre alla partita di calcio la mia squadra perse perché “Truciolo” (purtroppo ricordo solo il suo soprannome), all’ultimo minuto, mi fregò la palla che stavo per infilare in rete e segnò dall’altra parte; ho dalla mia la scusante che giocavamo a piedi nudi e sulla sabbia.

Fine parte seconda- continua

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…sa dove andare…Così recitavano il canto ed il controcanto di una canzone della premiata ditta Mogol/Battisti egregiamente portata al successo da Bruno Lauzi!
Certo il fiume è sempre presente nella mitologia e nella storia dell’uomo. Penso a Romolo e Remo abbandonati in riva al Tevere(e che poi, continua la leggenda, litigarono perchè un gemello voleva fondare Roma in riva al fiume, mentre l’altro la voleva fondare in collina); penso anche ad Achille, immerso nello Stige dalla madre Teti, che tenendolo per un tallone, coprì involontariamente l’unica parte vulnerabile del suo corpo; penso anche a Mosè, abbandonato in fasce alle acque del fiume Nilo….

Un tributo ora pago doveroso,
ed è quello che è dovuto a Mosè,
quando l?Egitto divenne pauroso,
ai tempi del Faraone Ramsè?,
che il suo popol sempre più numeroso,
per gli egizi fosse un rischio perché,
quei colle armi in caso di guerra, certo
contro avrebbero vinto, per fuggire
[di poi dal deserto.]

E accadendo che i pesanti lavori,
cui gli Egiziani li avean sottoposti,
imperocché diminuirne i valori,
li avea resi più mordaci e più tosti
agli occhi degli stessi vessatori,
di conseguenze incurante e di costi,
il Faraone emanò questo editto:
? Sia ogni figlio maschio degli Ebrei
[affogato nel fiume d?Egitto".]

Ora avvenne che una moglie e un marito,
che di Levi vantavano ascendenza,
dopo un trimestre di aver partorito,
un maschio di notevole presenza,
non potendo tenerlo più inibito,
preso un capace cesto che aderenza
facesse sull?acqua, senza affondare,
misero dentro il bimbo e al fiume Nilo
[lo vollero lasciare.]

Accadde alla figlia del Faraone
di andare in riva al Nilo per nuotare
e, visto in mezzo alla vegetazione
quel cestello, se lo fece portare
da una schiava. Le causò compassione
il gran pianto che il bimbo prese a fare!
Si diè conto la nobile ragazza
Che fame aveva il bimbo e che non era
[della sua stessa razza.]

La sorella del bimbo che nascosta
Avea seguito tutta la faccenda,
con grande tempismo smette la posta
per dire alla regina se essa intenda
darle un permesso oppure un nulla osta
per procurare un petto ebreo che venda
il latte per il bimbo del cestello.
Ed al suo assenso incarica la madre
[del fratello.]

Essa, quando il bambino fu cresciuto,
lo portò alla figlia del Faraone
che la pagò per averlo pasciuto.
E lo chiamò Mosè, per la ragione,
che per gli Egizi indica chi aiuto
riceva in acque di disperazione!
Quel bimbo divenne un figlio per lei,
anche se poi sarebbe divenuto
[eroe di salvezza per gli Ebrei.]

Il come della storia ed il perché
nel Libro Secondo vallo a cercare;
e delle dieci piaghe che a Ramsè?
il Dio dei reclusi deve mandare;
del vitello che al posto di Jahwè?
gli ingrati, d?oro fuso fanno fare!
Se ancora al mio lettore è necessario
io voglio ricordargli che lì trova
[tutto assai più bello e assai più vario.]

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…sa dove andare…Così recitavano il canto ed il controcanto di una canzone della premiata ditta Mogol/Battisti egregiamente portata al successo da Bruno Lauzi! Certo il fiume è sempre presente nella mitologia e nella storia dell’uomo. Penso a Romolo e Remo abbandonati in riva al Tevere(e che poi, continua la leggenda, litigarono perchè un gemello voleva fondare roma in riva al fiume, mentre l’altro la voleva fondare in collina); penso anche ad Achille, immerso nello Stige dalla madre Teti, che tenendolo per un tallone, coprì involontariamente l’unica parte vulnerabile del suo corpo; penso anche a Mosè, abbandonato in fasce alle acque del fiume Nilo….

Un tributo ora pago doveroso,
ed è quello che è dovuto a Mosè,
quando l?Egitto divenne pauroso,
ai tempi del Faraone Ramsè?,
che il suo popol sempre più numeroso,
per gli egizi fosse un rischio perché,
quei colle armi in caso di guerra, certo
contro avrebbero vinto, per fuggire
[di poi dal deserto.]

E accadendo che i pesanti lavori,
cui gli Egiziani li avean sottoposti,
imperocché diminuirne i valori,
li avea resi più mordaci e più tosti
agli occhi degli stessi vessatori,
di conseguenze incurante e di costi,
il Faraone emanò questo editto:
? Sia ogni figlio maschio degli Ebrei
[affogato nel fiume d?Egitto".]

Ora avvenne che una moglie e un marito,
che di Levi vantavano ascendenza,
dopo un trimestre di aver partorito,
un maschio di notevole presenza,
non potendo tenerlo più inibito,
preso un capace cesto che aderenza
facesse sull?acqua, senza affondare,
misero dentro il bimbo e al fiume Nilo
[lo vollero lasciare.]

Accadde alla figlia del Faraone
di andare in riva al Nilo per nuotare
e, visto in mezzo alla vegetazione
quel cestello, se lo fece portare
da una schiava. Le causò compassione
il gran pianto che il bimbo prese a fare!
Si diè conto la nobile ragazza
Che fame aveva il bimbo e che non era
[della sua stessa razza.]

La sorella del bimbo che nascosta
Avea seguito tutta la faccenda,
con grande tempismo smette la posta
per dire alla regina se essa intenda
darle un permesso oppure un nulla osta
per procurare un petto ebreo che venda
il latte per il bimbo del cestello.
Ed al suo assenso incarica la madre
[del fratello.]

Essa, quando il bambino fu cresciuto,
lo portò alla figlia del Faraone
che la pagò per averlo pasciuto.
E lo chiamò Mosè, per la ragione,
che per gli Egizi indica chi aiuto
riceva in acque di disperazione!
Quel bimbo divenne un figlio per lei,
anche se poi sarebbe divenuto
[eroe di salvezza per gli Ebrei.]

Il come della storia ed il perché
nel Libro Secondo vallo a cercare;
e delle dieci piaghe che a Ramsè?
il Dio dei reclusi deve mandare;
del vitello che al posto di Jahwè?
gli ingrati, d?oro fuso fanno fare!
Se ancora al mio lettore è necessario
io voglio ricordargli che lì trova
[tutto assai più bello e assai più vario.]

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