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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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SCENA QUINTA

LA SCENA si svolge nello studio di casa Straneo tra l’Avv. Straneo , la moglie Donna Margherita, e Luigia Straneo in occasione dell’arrivo della lettera diffamatoria nei confronti di Gaspare Nicolosi. L’arredamento consiste di un’ampia scrivania in stile posta in fondo al proscenio; più avanti ci saranno tre sedie e un basso tavolino sempre in stile ottocentesco, se non reperibili in stile Luigi XVI.

 

Luigia (in tono drammatico, restituendo la lettera al padre)

- No, padre, io non credo a una sola parola di quello che c’è scritto in questa lettera!!!

 

Avv. Straneo (in tono paterno)

-  Mi dispiace figlia mia! Cerca di aprire gli occhi davanti alla realtà!!!

 

Luigia

- E la verità sarebbero le falsità di quella lettera??? Mamma diteglielo anche voi che non si può credere ad occhi chiusi alla lettera di una persona sconosciuta!!!

 

Avv. Straneo

-         Veramente lo sconosciuto qui è proprio questo Gaspare non so che; quel garibaldino siciliano che vorrebbe sposarsi con mia figlia !!!

Luigia (gettandosi tra le braccia della madre singhiozzando)

-         Oh mamma, ma io lo amo e so che lui non mi inganna!!!!

(esce con un’ultima, fuggevole  carezza della mamma)

5. continua…

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Esattamente quarant’anni fa a Brescia,  una bomba, straziava le carni di centodieci sfortunate persone, uccidendone otto. L’evento, noto  con il nome di strage di Piazzale della Loggia, è uno dei tanti crimini rimasti a tutt’oggi impuniti nell’ambito della strategia della tensione. Gli storici situano questa strategia nel periodo che va dalla strage dell’Agenzia milanese della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana,  avvenuta il 12 dicembre 1969 sino alla strage  della stagione di Bologna, avvenuta il 2 Agosto del 1980.

Ma non tutti sono concordi e, d’altronde, come ogni rigida categoria storica, anche questa classificazione risulta indicativa e non vincolante.

In effetti più di un commentatore ha osservato come facciano parte della stessa strategia, tendente come noto a destabilizzare l’Italia democratica, al fine di giustificare una involuzione autoritaria (affermatasi con le leggi repressive ispirate da Francesco Cossiga nel 1980 e confermate a furor di popolo in un referendum del 1981), anche le stragi  di Capaci e di via d’Amelio ( in cui morirono Falcone, Morvillo,  la loro scorta e Borsellino) e le bombe agli Uffizi di Firenze e a Maurizio Costanzo del terribile biennio 1992-1993 (famigerato per il crollo della Prima Repubblica, avvenuto sotto i colpi del pool Mani Pulite della Procura di Milano).

Ma i misteri della Repubblica Italiana partono da più lontano.

La prima data da ricordare è la strage di Portella della Ginestra (che avvenne il 1 maggio 1947 ad opera di Salvatore Giuliano) e l’intrigo si snoda attraverso dei percorsi contorti e tuttora tutti da districare, ma i cui snodi indiscutibili sembrano essere la morte di Enrico Mattei, quella del giornalista  de Mauro e l’assassinio di Pier Paolo Pasolini.

Quest’ultimo, prima di morire, dichiarò di conoscere i nomi dei mandanti delle stragi di Piazza Fontana e di Piazzale della Loggia.

E la morte di P.P. Pasolini mi fa venire in mente un’altra morte misteriosa, un altro omicidio barbaro e impunito di un uomo mite che sapeva tanto: parlo di don Emilio Gandolfi.

Don Emilio Gandolfi,   all’epoca del suo feroce assassinio (siamo già nel 1999), svolgeva funzioni di parroco a Vernazza, nelle Cinque Terre; i suoi carnefici, tuttora sconosciuti, lo massacrarono di botte, sino alla morte,  nella sua canonica.

Chissà come e chissà perché, le brutali modalità del suo omicidio (l’aggressione, la rottura delle costole, la mancanza di testimoni, il pestaggio, il ritrovamento in una posizione di inerme difesa, l’accanimento immotivato contro una persona mite di carattere) mi hanno subito fatto pensare all’assassinio del  grande poeta e regista friulano.

Certo le due personalità erano, per molti versi, assai differenti; ma due cose avevano certamente  in comune le due vittime della ferocia umana: entrambi erano due  impegnati e profondi intellettuali;  entrambi erano depositari di segreti attinenti agli eventi nefasti della strategia della tensione ed ai burattinai che, celati dietro cortine protettive di varia natura, ne tiravano le fila.

La storia personale e l’impegno pastorale di don Emilio Gandolfi,  in effetti, lascia supporre più d’un  collegamento con il’ 68 e, soprattutto, con le pagine oscure del terrorismo (di destra e di sinistra), che fu il folle prosieguo nonché il tragico epilogo di quella stagione della nostra recente storia, peraltro piena di speranze,  di candide illusioni e di trucide contraddizioni.

Egli aveva insegnato nel liceo Virgilio, frequentato a Roma da tanti giovani  che proprio in quegli anni si preparavano a vivere quella irripetibile stagione di rivoluzioni e controrivoluzioni che in Italia, terra di confine ideologico tra i due blocchi contrapposti della guerra fredda, divenne diabolico laboratorio di trame segrete e teatro di lotte aperte tra chi la rivendicava al Patto Atlantico e chi, invece, la voleva con il Patto di Varsavia e con la limitrofa Juogoslavia del Maresciallo Tito.

In tale contesto politico e culturale don Emilio fu un sacerdote progressista e anomalo; di quelli che non sono mai andati a genio ai vertici della CEI e del Vaticano; quei sacerdoti che non puntano a far carriera ma vivono il Vangelo tra gli ultimi, tra gli atei e i pubblicani e non disdegnano di tentare di redimere tossici, prostitute e terroristi allo sbando.

Ma cosa sapeva don Emilio Gandolfi di tanto scottante da indurre i suoi assassini e i suoi mandanti ad ucciderlo? Di quali segreti sconvenienti e pericolosi era depositario? Perché anche questo delitto è rimasto impunito e i suoi esecutori non identificati?

Qui non si tratta di complottismo o di cercare un grande vecchio! A parte che i grandi vecchi (ammesso che siano mai esistiti) sono quasi tutti morti. Qui si tratta di far luce sull’ennesimo delitto rimasto impunito.

E’ troppo chiedere alle istituzioni che si indaghi su un assassinio inspiegato e apparentemente  inspiegabile?

Con questo articolo intendo chiedere verità e giustizia sulla morte di don Emilio Gandolfi.

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 “Fantasio tu parli generalmente male degli uomini politici ma io ti chiedo: per arrivare nei luoghi alti del potere gli uomini politici devono possedere qualche buona qualità, altrimenti non si spiegherebbe, con la competizione feroce che c’è, come mai alcuni, pochi fra tanti, raggiungono le vette e vi rimangono per tanto tempo.”

“Devono possedere delle qualità, non necessariamente buone e le qualità necessarie per conquistare il potere sono spesso in contrasto con quello che occorrono per ben governare.

Chi aspira al successo, in ogni campo ma soprattutto in politica , deve essere animato in primo luogo da una forte ambizione.

L’ambizione non è di per se una qualità negativa perché è sempre uno stimolo all’azione e chi non la possiede non farà mai niente di notevole.

Ma in chi si dedica alla politica essa è strettamente legata al desiderio di potere ed in ciò sta il male, perché chi governa, lo sostengono tutti i filosofi, deve in primo luogo servire il popolo , cioè porre come fine della propria azione il bene pubblico e non quello personale  o quello della parte che lo ha aiutato nella scalata..

Per ben governare occorre molta onestà e la capacità di sapersi mettere al di sopra delle parti e per conquistare il potere è necessario in primo luogo saper ingannare ed illudere gente di tutte le parti, con promesse che non sarà possibile mantenere perché, avendo a disposizione risorse limitate, è impossibile accontentare tutte le classi sociali che hanno interessi contrastanti.: imprenditori e operai , giovani e anziani, pensionati e disoccupati , piccoli commercianti  e megastores. L’onestà personale può non essere sufficiente se non è accompagnata dalla competenza in tantissime arti e mestieri : se è così difficile amministrare un condominio, figurarsi quanto dev’esserlo amministrare una città o uno stato. Però a ciò nessuno pensa quando si va a votare.

L’’argomento è stato ampiamente trattato da Niccolò Macchiavelli:

“ Chi aspira al potere in una società corrotta  deve saper usare con maestria le arti del leone e della volpe cioè conciliare l’astuzia con la forza.

Deve essere bravo negli intrighi, saper adulare le folle, promettere e mentire conservando l’apparenza dell’onestà, concedere di tanto in tanto qualche favore agli “amici”, pensare una cosa, farne credere un’altra,  quando necessario corrompere o in altro modo neutralizzare gli avversari facendo ampio uso della calunnia, non escludendo la violenza.”

 Questo si  faceva in tempi più violenti dei nostri e le pratiche erano considerate “normali” tanto che il  “Principe” di Machiavelli, probabilmente scritto a scopo di denuncia, è stato da molti propagandato come opera seria .Oggi forse le arti del “leone” sono cadute in disuso , ma non quelle della “volpe”: è assolutamente necessario per essere eletti a una qualche carica pubblica saper  mentire..

 Ma questi mezzi usati spregiudicatamente in campagna elettorale, si ritorcono poi contro chi li ha usati quando si trova a dover governare, perché le promesse fatte si devono in qualche modo mantenere.

Se prima la gente si accontentava del fumo, poi vuole l’arrosto, quasi mai si hanno i mezzi per accontentare tutti i sostenitori  e gli avversari non staranno a guardare inerti i vincitori spartirsi la torta, ma in tutti i modi cercheranno di  ripagare con gli interessi. i torti subiti o che pensano di aver subiti.. Lo stesso Machiavelli lo dimostrò, narrando la miserevole fine e i disastri causati da tanti principi del suo tempo, pur abili nell’usare le arti  necessarie a conquistare il potere: “chi di spada ferisce , di spada perisce”, non ci si può illudere di essere invulnerabili contro quelle armi di cui si è fatto ampio uso.

Ecco allora che tutti i nostri governanti  si sono specializzati nell’arte del temporeggiamento e le elezioni si susseguono con una rapidità che meraviglia gli stranieri, Si rinvia al governo successivo quello che non si è avuta né  la voglia né la capacità di fare.

Mio padre  raccontava spesso la storia di un giudice che chiamato a decidere fra due contendenti, li convocò separatamente, prima l’uno e poi l’altro, ed ascoltate le rispettive autodifese, al primo disse: “Tu hai ragione” e altrettanto  al secondo, mandando tutti e due a casa felici e contenti, poi per non smentirsi e non perdere il favore delle due parti rinviava continuamente l’emanazione della sentenza.. Ma questo è un gioco che non si può fare troppo a lungo anche se in Italia spesso riesce perché gli italiani, contrariamente a ciò che essi pensano, sono in politica molto ingenui. .

Le nuove elezioni non risolveranno mai niente finchè non cambia il modo di fare politica , cioè finchè le forze politiche non impareranno a presentare programmi concreti e fattibili , anche  sostenuti da valori ideali. I governi si succederanno gli uni agli altri , inconcludenti e litigiosi, mentre  la situazione del paese peggiora.. Ma anche l’atteggiamento del popolo deve cambiare: è necessario che esso impari a giudicare i candidati dalla capacità dimostrate nella vita attiva e non solo da quelle vantate,  ed anche dalla chiarezza nell’esposizione delle proprie idee e dei propri programmi perché è vero che chi sa ben dire e ben scrivere generalmente sa anche ben fare. Chiarezza nell’esposizione di idee e programmi vuol dire anche saper dimostrare che un provvedimento proposto giova veramente al bene della comunità  e questo è proprio ciò che nessuno fa. Per cui votare in queste condizioni è come giocare al lotto.

Ci vuole poi coerenza fra l’ideologia cui un uomo politico dice di ispirarsi  e i programmi che propone e le azioni che  mette in atto. Quante volte negli anni passati abbiamo visto  partiti ed uomini vincere le elezioni e poi fallire miseramente  nell’opera di governo?

Tutti i capi socialisti europei da Mitterand a Craxi e potrei anche nominare i “riformatori” russi, Gorbaciov in primo luogo, hanno  fallito, confermando che la politica del Giano-Bifronte che consiste per esempio nel fare agli industriali un discorso  ed agli operai uno diverso, illudendo gli uni e gli altri sulla propria sincerità, non permette di restare al governo per lungo tempo. Un socialista  che pratica una politica liberista in economia è destinato a fallire perché scontenta gli uni senza conquistare la fiducia degli altri. Nel passato maestra di questa politica era la chiesa cattolica che così riusciva a soddisfare tutte le parti in conflitto, approfittando della presenza nel suo interno di una gerarchia alta che gestiva i rapporti coi potentati   mondani e di ordini religiosi poveri  che   predicavano al popolo mostrando esempi di povertà. 

Oggi la chiesa può ben dire di aver superato con successo in duemila anni di storia, infinite traversie, rivoluzioni, persecuzioni  etc.., i Re, gli Stati, gli Imperi sono caduti, l’Impero Romano è crollato, così come quello di Carlo Magno, quello degli Asburgo e quello inglese, Napoleone, Hitler e Stalin sono passati,. ma la Chiesa è sempre lì e il suo potere si conserva senza legioni di armati né divisioni corazzate. I fedeli possono vedere in ciò il segno della protezione divina, ed altri la forza della superstizione e dell’abilità politica.

Ma al di là della potenza apparente della Chiesa Cattolica sorge spontanea una domanda: “Degli antichi ideali del Cristianesimo quali ancora oggi vengono insegnati con il Vangelo, cosa   ne è stato in questi duemila anni?”.La pace, la fratellanza universale, la liberazione dei poveri e degli oppressi, cosa ne è stato di tutto ciò?

Per duemila anni popoli “cristiani” si sono massacrati a vicenda ed hanno massacrato popoli non cristiani. All’interno di uno stesso stato, spesso all’interno di una stessa città, cristiani hanno perseguitato e ucciso altri cristiani di idee diverse. Allora ci chiediamo: la potenza della chiesa cattolica non è stata forse fondata sull’abbandono di quegli antichi ideali?

Sui compromessi con i potentati di tutti i tempi e di tutte la Nazioni?

Ma questa politica del giudice astuto ha avuto ed ha altri seguaci: in Italia i socialisti e tutte le sinistre  negli ultimi decenni hanno agito allo stesso modo. Facendo discorsi diversi alle varie classi sociali, essi hanno ottenuto grandi successi: in Italia c’è stato un periodo in cui il Capo dello Stato ed il Primo Ministro erano socialisti, per non parlare degli innumerevoli posti di rilievo in tutti gli enti e corporazioni statali che essi erano riusciti a conquistare.

Ma oggi possiamo direttamente constatare l’efficacia di questa politica: in breve tempo, per iniziativa di pochi giudici e di alcuni giornali, i socialisti hanno perso tutto ciò che avevano ottenuto Il loro capo è stato costretto all’esilio in un paese africano e gli Enti da essi nazionalizzati sono stati restituiti ai privati. Del partito socialista rimangono scarsi frammenti, della politica socialista degli anni passati non è rimasto nulla.

Però- qui sta la cosa interessante- nemmeno quelle forze che si sono succedute nel potere sono riuscite a realizzare i loro programmi, ammesso che ne avessero alcuno , sotto il loro governo la situazione dell’Italia è sicuramente peggiorata, essi hanno distrutto quanto avevano fatto pure di buono i governi precedenti , senza apportare niente di nuovo. Avevano promesso di risanare le finanze dello stato con le privatizzazioni, hanno svenduto i beni pubblici ma il debito pubblico è cresciuto a dismisura, in quanto alla lotta alla corruzione , gli scandali  si sono succeduti agli scandali ,travolgendo  alla fine quella che voleva essere la Repubblica dalle mani pulite!

 

E già sembra che si stia affermando un nuovo gruppo con gli stessi slogan di quelli che avevano fatto cadere la prima repubblica, nuova gente con le mani pulite, ma senza idee e senza programmi.

Articolo a cura di Angelo Ruggeri. Già pubblicato dall’Accademia Belli.

Per saperne di più:http://arspoeticamagazine.altervista.org/

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Ormai è ufficiale. Il vecchio programma Comenius dell’Unione europea, che ha consentito a migliaia di giovani studenti europei di incontrarsi e scambiarsi emozioni e cultura andrà in soffitta il 31.12.2013.

Dal 2014 partirà il nuovo programma Erasmus+.

Ancora non si sa molto su questo nuovo programma: quel che è certo è che sostituirà il vecchio Comenius e fungerà da veicolo per il finanziamento di tanti progetti che vedranno protagonisti ancora i giovani e le loro scuole.

Se siete interessati ai nuovi “LLP: Longlife Learning Projects” sul link sottostante verranno presto pubblicate le linee guida per la presentazione dei nuovi progetti di scambio culturale intereuropeo e per il loro finanziamento.

http://ec.europa.eu/dgs/education_culture/

Per i lettori di lingua italiana v.  inoltre: http://www.programmallp.it/box_contenuto.php?id_cnt=3173&id_from=1&style=llp&pag=1

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Ci prenderebbe troppo tempo, e neppure è questa la sede adatta per farlo, esaminare nel dettaglio come si arriva all’equilibrio (o forse sarebbe scrivere allo squilibrio) dei poteri al tempo in cui  Dante viene esiliato. Siamo alla fine di un’epoca (quella nuova, che spazzerà il vecchio mondo, sta per arrivare con il Rinascimento e, forse anche più, con l’Illuminismo) che, attraverso i secoli, dalla caduta dell’Impero Romano, ha visto i Barbari Germanici distruggere la vecchia civiltà dopo la caduta dell’Impero romano (dal 456 d.C. in poi)  ma restare allo stesso affascinati dalla sua raffinata cultura giuridica, artistica, letteraria e di civiltà, trasfusa oramai nel potere temporale della Chiesa, incarnato dallo strapotere del Papato romano. Potremmo dire con Orazio, sostituendo il soggetto, che “Roma capta ferum victorem cepit”. Ecco che alla fine di questo percorso, i due litiganti, Papato ed Impero, sono alla resa dei conti per la supremazia mondiale. E Firenze non è che uno dei campi di battaglia in cui la sfida si consuma. Ma Dante è di Firenze, ecco perché Firenze assurge a paradigma  di quello scontro, che in Italia si consumerà in cento campi di battaglia e nelle sue cento città, riassumendoli tutti in uno.

Ma lo sguardo di Dante vede più lontano dei suoi contemporanei. Egli propugna un mondo (la sua Firenze in primis) dove il papa si occupa delle cose spirituali e l’imperatore del potere temporale, ma all’insegna delle autonomie comunali di cui egli è fautore. E’ questo il messaggio che proviene dai Guelfi Bianchi. Sbaglia chi confonde i Guelfi che fanno capo a Dante con quelli neri che voglio il papa Bonifacio capo di Firenze e del mondo intero. I guelfi neri infatti esilieranno Dante per sempre.

ciò che Dante sognava, una Chiesa incentrata sul potere spirituale e un potere temporale universale, si realizzerà, seppure in parte, soltanto dopo l’Illuminismo, che spazzerà definitivamente tutti i residui del vecchio sistema feudale. Ma il potere universalistico agognato da Dante, quello deve ancora venire.

Ecco perché io non posso essere d’accordo con A.N. Wilson quando nel suo libro “Dante in love” accusa Dante di incoerenza e di tradimento dei suoi ideali, arrivando a dichiararlo addirittura pazzo.

E per lo stesso motivo sono curioso di leggere cosa scriverà Angelo Ruggeri nel suo prossimo libro, in cui lo scrittore italiano, esperto del mondo classico e provetto dantista, risponderà per filo e per segno alle accuse di Wilson contro il sommo poeta.

…continua…

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Dante Alighieri (1265-1321) è considerato un gigante della letteratura mondiale di ogni tempo.

Nel suo capolavoro “La Divina Commedia” egli trasfuse tutto lo scibile filosofico, astronomico, storico, politico e letterario allora conosciuto anche se, come sostiene lo scrittore Angelo Ruggeri (che sta predisponendo un volume su Dante e il suo tempo, che vuole essere anche una risposta alle imprecisioni contenute nel recente libro ‘Dante in love’ dello scrittore inglese  A.N. Wilson, che tante polemiche ha suscitato anche in Inghilterra ), è un errore attribuire a Dante personalmente tutto quanto messo in bocca ai suoi personaggi della Divina Commedia.

Lo scrittore mi ha fatto avere alcuni spunti che egli svilupperà nella sua prossima pubblicazione dedicata al sommo poeta.

Ecco di seguito, in sunto, quanto sostenuto da Angelo Ruggeri:

In una Italia preda di violenze e guerre, dove non c’era posto per chi rimaneva neutrale, egli fu costretto per sopravvivere ad appoggiarsi ai ghibellini, i partigiani degli imperatori d’occidente, ed  in questo suo comportamento  egli seguì le orme del suo Maestro Virgilio che, dopo essere stato espropriato della terra avita e costretto ad emigrare dalla sua città dalle truppe di Antonio e Ottaviano, dovette  rassegnarsi ad accettare la protezione di costui, divenuto Augusto.
Tutto ciò Dante implicitamente lo dice nel momento in cui si sceglie Virgilio come guida nell’attraversamento dell’inferno e del purgatorio e non potrebbe essere più chiaro .
Virgilio scrisse un poema per celebrare le origini di Roma e la discendenza di Augusto da Iulo figlio di Enea, come lo stesso imperatore proclamava, ma le prime origini e i torti subiti non si dimenticano mai : egli era stato privato da Antonio ed Augusto della terra avita, al di là dell’adulazione dovuta al nuovo Principe, vanamente si cercherà in Virgilio una legittimazione del nuovo potere imperiale. Egli resterà sempre il poeta dei popoli italici soggiogati da Roma, il poeta dei contadini privati della terra che vanamente sperano in un salvatore avvenire,  il poeta di Turno e Camilla, difensori dei popoli del Lazio contro i quali Roma condusse guerre molto dure. Proprio come nell’Iliade di Omero, dove l’eroe verso il quale vanno le simpatie del poeta e dei lettori, non si deve cercare fra i greci vincitori, ma in Ettore, il difensore della patria troiana.
Io penso  che  il sostegno di Dante alla causa degli imperatori sia stato dello stesso tipo di quello di Virgilio: un’adesione formale che nasconde una critica sostanziale e distruttiva dell’ideologia imperiale.

Questa dunque la mia tesi:
il passaggio di Dante nel campo dei ghibellini, non proveniva da una conversione interiore, ma  fu imposto da “cause di forza maggiore”,  egli seguì l’esempio del suo amato maestro e di moltissimi altri prima e dopo di lui. Scacciato  come ladro dalla propria città e  minacciato  da una accusa di eresia, egli rischiava il rogo oltre che il taglio della mano e fu necessità  per lui accogliere l’aiuto che gli veniva offerto dalla parte avversa, anche perché come esule politico poteva aspettarsi migliore accoglienza che non come  “ladro fuggitivo”.
A me sembra che nelle scuole italiane questo fatto non sia messo nella giusta evidenza. Nell’esilio Dante scrisse il suo poema (ma si dice che i primi sette Canti fossero già stati scritti in Firenze) e lo chiamò “Commedia”, cui fu aggiunto l’aggettivo ”Divina”, sia per la sua bellezza che per gli argomenti di cui trattava e la commedia  è un genere letterario che- a differenza della tragedia e dell’epica- ammette una rappresentazione  realistica ed ironica dei fatti narrati.
Il poeta Orazio  ci insegna che i personaggi sia della tragedia che della commedia devono agire e parlare coerentemente  con ciò che fecero in vita o con i caratteri che la tradizione ci ha tramandato di loro, ma attenzione! Nella commedia, come anche nella tragedia, non ci si deve aspettare quel rigore sulla verità dei fatti narrati  che si deve o si dovrebbe pretendere dallo storico: senza scrivere il falso, il poeta può illuminare con luce più viva uno o un altro aspetto dei fatti narrati , scorgere in essi significati simbolici, trasformare  i personaggi da individui storicamente determinati in eroi quasi mitici che assumono valenza universale, come gli eroi di Omero o Virgilio. Sbagliano dunque coloro che rimproverano Dante per errori o inesattezze nella narrazione dei fatti: egli è un poeta non uno storico e   ed io penso che egli nello scrivere il poema abbia tenuto in mente  le parole di Aristotele sulla diversa funzione dello storico e del poeta…
Nel suo viaggio ultraterreno, che comincia nell’Inferno e, attraversato il Purgatorio, termina in Paradiso, Dante incontra molti personaggi celebri, alcuni storici ,altri mitici e fra questi alcuni presi dalla Bibbia ed altri dalla tradizione pagana.
Con essi Dante parla di svariati argomenti: molti letterati commettono errori grossolani quando attribuiscono a Dante idee e pensieri che non sono i suoi, ma appartengono ai personaggi che li affermano nei loro discorsi.
Quando, per esempio, Giustiniano fa il suo celebre excursus di storia romana, egli parla per sè, a difesa della legittimità dell’Impero d’Oriente, contro le pretese dei Ghibellini schierati con l’impero d’Occidente,  le cui ragioni sono difese da Marco Lombardo ,   Farinata parla per i ghibellini di Toscana  e ci fa sapere senza ombra di dubbio l’appartenenza della famiglia di Dante alla parte guelfa. Vedremo a suo tempo le ragioni degli uni e degli altri. Ugualmente sul fronte religioso ed anche in quello artistico letterario, i tanti Santi incontrati ci rivelano ciascuno le varie tendenze presenti nella Chiesa e così i poeti e gli artisti ci danno un quadro vivace dell’arte e della poesia di allora. Proprio ciò  rende grande il poema di Dante: tutto il mondo vi è rappresentato e grazie al suo genio poetico i suoi personaggi assumono rilievo epico ed universale.

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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Se vi dicessi che Cagliari é stata la Capitale d’Italia per diversi secoli, cosa rispondereste?

A) Che sono il solito Sardo orgoglioso in cerca di riscatto storico;

B) Che Cagliari non é mai stata capitale di niente;

C) Che le capitali d’Italia sono state nell’ordine: Torino, Firenze e Roma;

D) Sì, é vero, Cagliari é stata Capitale del Regno di Sardegna (poi divenuto Regno d’Italia) dal 19 giugno 1324 al  17 marzo 1861.

Se avete risposto A) siete uno che crede troppo negli stereotipi;

Se avete risposto B) o siete un Continentale un po’ razzista oppure siete un Sardo vittimista e autodistruttivo;

Se avete risposto C)  siete una persona preparata ma potete scoprire, se volete, che la Storia non é così come ce l’hanno insegnata e che la si può studiare cercando anche di divertirsi;

Se avete risposto D), infine,  avete letto il libro di Francesco Cesare Casula dal titolo “La Terza Via” Edizioni ETS e aderite al metodo storico di cui lo studioso sardo é fondatore.

Andiamo  c0n ordine: intanto la mia domanda é stata appositamente formulata in modo ambiguo; se  interpretata in senso sincronico, la risposta giusta era appunto la D); in caso contrario (se interpretata in senso diacronico) come  risposta giusta doveva  accettarsi    la C).

Quello che voglio dire é che lo stato italiano odierno é l’erede del Regno di Sardegna, fondato di fatto a Cagliari il 19 giugno 1324, in seguito alla sconfitta dei Pisani ad opera degli Aragonesi sul Colle di Bonaria, a Cagliari (ma già esistente di diritto, con il nome di Regno di Sardegna e Corsica sin dal 4 aprile 1297 ad opera del papa Bonifacio VIII ,proprio quello dell’Inferno di Dante; il nome di Corsica, il Regno, lo perderà nel 1420; nel 1718, col trattato di Londra, che assegnerà il Regno ai Savoia, lo strappo sarà ancora più violento, sradicando il Regno dall’alveo originario voluto dal papa Bonifacio VIII; ma vane furono le proteste della Chiesa anche in questa occasione).

In conclusione Cagliari é stata capitale del Regno per oltre cinque secoli ma noi Sardi continuiamo ad ignorarlo, trascurando la storia patria, che (quantomeno) dovrebbe essere studiata in tutte le scuole sarde di ogni ordine  e grado.

Scuotiamoci, o Sardi, dal nostro torpore millenario, e impariamo ad apprezzare le tante cose belle che abbiamo, senza più piangerci addosso e autocommiserarci (o autocolonizzarci).

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