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Capitolo Decimo

Appena si sparse in città la notizia che il “Carminate” era stato arrestato Giuditta, con molta discrezione, fece pervenire un biglietto al suo amico Don Agostino Barozzi, il quale non ci impiegò molto tempo a raggiungere la bella peccatrice nella sua alcova dorata.

Il presidente del locale tribunale dell’Inquisizione ferrarese fu più dispiaciuto che  sorpreso, nell’apprendere la notizia dell’arresto di Pietro Marino de Regis che Giuditta gli comunicò tra carezze e lusinghe sospiranti d’amore.

Promise nell’accommiatarsi che si sarebbe informato adeguatamente e che avrebbe fatto di tutto, dato che essa mostrava di tenere così tanto al “Carminate” (come una figlia può tenere al proprio padre, ci tenne a precisare Giuditta, per non creare inutili e dannose gelosie), per levarlo alle grinfie dell’ inquisizione spagnola.

E l’alto prelato fu di parola. Oltretutto, pensava il domenicano impenitente, si trattava anche di difendere le prerogative della Chiesa Romana contro l’invadenza  della Spagna.

Il giorno dopo si incontrò con il vice-legato Pasini Frassoni, il quale era stato informato dall’hidalgo a cose fatte (cioè dopo aver effettuato personalmente l’arresto del De Regis) ma sapeva già tutto dai suoi informatori ancora prima che il comandante delle guardie del Borgo del Barco (il cui nucleo militare, ormai ridotto a poche decine di uomini, era stato messo a disposizione dell’hidalgo sin dal suo arrivo a Ferrara) gli facesse pervenire, su preciso incarico di Don Pedro Mendoza, la notizia dell’arresto del Carminate.

Dopo una schermaglia iniziale fatta in punto di diritto (“poteva la Spagna avere giurisdizione nei territori soggetti alla sovranità di Sua Santità?” “l’immunità diplomatica di cui godeva l’Hidalgo era così estesa da coprire ogni tipo di azione, compresi eventuali abusi?” e così via discettando), il Presidente del Tribunale la gettò in politica, osservando come l’agire dello spagnolo (usò il termine in senso dispregiativo, anche perché lui era filo-francese) avrebbe potuto avere ripercussioni anche diplomatiche, dato che il non avere informato il suo, pur umile ufficio, avrebbe sicuramente urtato la sensibilità del Cardinale che presiedeva la Congregazione per la difesa della fede, con sede a Roma e non certo a Madrid.

Pasini Frassoni che era solito contare le stelle anche mentre guardava per terra, e che fiutava i guai quand’erano ancora così lontani da prendere persino forma, all’inizio finse di opporre una formale e cortese resistenza ma, avendo di già capito dove volesse andare a parare il passionale domenicano,  stava già preparandosi a prendere la palla al balzo, appena quello l’avesse lanciata.

E l’occasione arrivò quando il presidente dell’Inquisizione credette di calare  il suo asso decisivo e vincente. Egli aveva saputo da un sacerdote, di cui era amico e confessore, in via del tutto riservata, che la confessione di Raspo Baldini (su cui si reggeva l’arresto e, presumibilmente tutto l’impianto accusatorio degli spagnoli) era stata estorta con la violenza ed era comunque, a detta dello stesso Baldini, del tutto inventata e da lui scritta e firmata, sotto dettatura dell’hidalgo spagnolo.

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Poteva trattarsi di una combinazione ma il suo fiuto di segugio gli fece prudere il naso. Questo significava due cose: primo, che il tipografo Baldini c’era dentro anche lui sino al collo; secondo  che anche se il Baldini non avesse avuto niente a che fare con gli eretici, lui avrebbe fatto in modo che il Baldini diventasse uno strumento per incastrare il De Regis.

Senza far capire che le sue indagini fossero collegate al Carminate, si informò dal Giudice dei Savi sulle attività del tipografo ferrarese, venendo a scoprire che il Baldini aveva diversi contenziosi relativi a certi dazi doganali che all’epoca occorreva assolvere sia per le risme di carta importate  dal Veneto (per lo più dalle cartiere di Salò), sia in uscita per i prodotti realizzati con la carta medesima dai tipografi, ciò che faceva infuriare il Baldini, inducendolo attraverso la distribuzione di mance adeguate ai vari doganieri, a evadere le dovute gabelle in ripetute occasioni.

Afferrato il Baldini, prima ancora che Tenoch gli mostrasse quanto efficaci e dolorose fossero le sue tecniche di tortura (all’uopo furono sufficienti tre dosi di acqua ingollate a forza con l’imbuto e qualche carezza di assaggio delle sue pinze strappa seni alle pudenda), il Baldini si convinse, obtorto collo, a firmare un atto d’accusa secondo il quale Pietro Marino De Regis gli aveva chiesto di stampare una sua opera, titolata “Il manuale del perfetto orologiaio” che inneggiava alle teorie copernicane e ad altre eresie allora in voga.

Ed avendo egli letto in quell’orribile libro, ove si osava affermare “come la terra non fosse punto piatta et immobile e come il sole fosse lo centro del mondo et eziandio in movimento continuo con la terra medesma”, ed altre cose dell’altro mondo, inenarrabili, insostenibili, inconfessabili, tanto più che esse, di conseguenza osavano smentire la veridicità delle Sacre Scritture; e  lui, che si fregiava dell’amicizia di uomini di Chiesa, “piissimo et devoto agli insegnamenti della nostra Mater Ecclesia”, si era rifiutato di stamparla.

Con quella carta accusatoria e confessoria,  allo stesso tempo il Baldini condannava il De Regis ed assolveva se stesso da ogni colpa. E’ superfluo  qui precisare che  in realtà il Baldini si sentì coartato nella sua volontà e violentato nelle sue convinzioni, al punto che una volta liberato, corse a confessarsi, in gran segreto, d’essere stato costretto dagli spagnoli ad accusare un innocente.

E mentre lui correva a liberarsi del suo fardello infame, il De Regis veniva afferrato e consegnato nelle mani dell’orrido torturatore Tenoch Tixtlancruz.

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Capitolo Nono

Certo avrebbero riso assai meno, i goliardici Increduli dell’Accademia, se avessero saputo che l’Hidalgo inquisitore tramava vendetta per lo smacco e la beffa subiti.

La notte faticò a prender sonno, ma al suo risveglio, dopo la consueta, frugale colazione, si ritirò nel suo studio.

Si mise davanti le carte sequestrate il giorno prima e si rilesse gli appunti che meticolosamente era andato compilando giorno per giorno dal suo arrivo a Ferrara.

Studiandoli gli tornarono alla mente i capisaldi del metodo investigativo che gli era stato trasmesso alla scuola di Girolamo Huesca: in primis: osservazione, studio e rielaborazione dei fatti; in secundis:  logiche deduzioni, costruzione di un teorema, reperimento e creazione delle prove che confermassero il teorema. Il resto andava affidato al fiuto.  Questo ultimo  principio   l’Hidalgo lo aveva elaborato in maniera autonoma; aveva capito che si trattava  di un valore aggiunto che faceva parte dei talenti ricevuti e non poteva essere acquisito con alcun metodo investigativo,  ma soltanto affinato con la pratica.

L’astuto cacciatore spagnolo, dopo essersi studiato attentamente le carte,  arrivò così alla conclusione che qualcuno doveva aver parlato.

Ma chi poteva essere stata la spia?

Esclusi i soldati della scorta che, come da lui comandato, non erano stati messi a conoscenza della missione (lo aveva appurato chiedendo al comandante del drappello che guidasse lui la marcia della spedizione, ottenendone in cambio un mesto e deluso diniego di impossibilità ad eseguire), soltanto in cinque erano a conoscenza della data della programmata irruzione, e che la missione era da compiersi nella casa di De Regis, in vico Vrespino. Restavano pertanto soltanto  quattro persone , oltre  a lui: il fido Tenoch, imperscrutabile e taciturno come una tomba; Padre Alonso, il gesuita irreprensibile e idealista; il vice legato Pasini Frassoni, tanto mellifluo, quanto acuto e intelligente; la sua stretta di mano morbida e untuosa non era piaciuta né a lui, né a Tenoch; sulla carta era il sospettato numero uno ma il suo intuito gli diceva di cercare altrove; e altrove c’era soltanto Don Agostino Barozzi, quel domenicano chiacchierone e gaudente, che amava il vino e le donne; che amasse il vino lo aveva mostrato a tavola, sollecitando più volte il coppiere sordomuto a riempirgli il calice troppo di frequente; e che fosse un lussurioso lo aveva intuito da come si era succhiato le dita dopo aver mangiato le anguille e i gamberi del Po; e, soprattutto dalla quantità di caviale, indicato dai suoi manuali come afrodisiaco efficace e trasgressivo,  che si era ingollato durante la cena.

Doveva esser lui, il goloso inquisitore, la gola profonda.

Decise comunque che in futuro avrebbe escluso entrambi i sospettati dalle sue mosse e dai suoi progetti.

Un’altra cosa colpì l’hidalgo studiando le carte sequestrate in casa di De Regis: tutti i libri e gli spartiti provenivano dalla tipografia di Raspo Baldini.

 

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La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione,  frequentatore abituale  della casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

 

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

 

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

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Capitolo Decimo

 

Appena si sparse in città la notizia che il “Carminate” era stato arrestato Giuditta, con molta discrezione, fece pervenire un biglietto al suo amico Don Agostino Barozzi, il quale non ci impiegò molto tempo a raggiungere la bella peccatrice nella sua alcova dorata.

Il presidente del locale tribunale dell’Inquisizione ferrarese fu più dispiaciuto che  sorpreso, nell’apprendere la notizia dell’arresto di Pietro Marino de Regis che Giuditta gli comunicò tra carezze e lusinghe sospiranti d’amore.

Promise nell’accommiatarsi che si sarebbe informato adeguatamente e che avrebbe fatto di tutto, dato che essa mostrava di tenere così tanto al “Carminate” (come una figlia può tenere al proprio padre, ci tenne a precisare Giuditta, per non creare inutili e dannose gelosie), per levarlo alle grinfie dell’ inquisizione spagnola.

E l’alto prelato fu di parola. Oltretutto, pensava il domenicano impenitente, si trattava anche di difendere le prerogative della Chiesa Romana contro l’invadenza  della Spagna.

Il giorno dopo si incontrò con il vice-legato Pasini Frassoni, il quale era stato informato dall’hidalgo a cose fatte (cioè dopo aver effettuato personalmente l’arresto del De Regis) ma sapeva già tutto dai suoi informatori ancora prima che il comandante delle guardie del Borgo del Barco (il cui nucleo militare, ormai ridotto a poche decine di uomini, era stato messo a disposizione dell’hidalgo sin dal suo arrivo a Ferrara) gli facesse pervenire, su preciso incarico di Don Pedro Mendoza, la notizia dell’arresto del Carminate.

Dopo una schermaglia iniziale fatta in punto di diritto (“poteva la Spagna avere giurisdizione nei territori soggetti alla sovranità di Sua Santità?” “l’immunità diplomatica di cui godeva l’Hidalgo era così estesa da coprire ogni tipo di azione, compresi eventuali abusi?” e così via discettando), il Presidente del Tribunale la gettò in politica, osservando come l’agire dello spagnolo (usò il termine in senso dispregiativo, anche perché lui era filo-francese) avrebbe potuto avere ripercussioni anche diplomatiche, dato che il non avere informato il suo, pur umile ufficio, avrebbe sicuramente urtato la sensibilità del Cardinale che presiedeva la Congregazione per la difesa della fede, con sede a Roma e non certo a Madrid.

Pasini Frassoni che era solito contare le stelle anche mentre guardava per terra, e che fiutava i guai quand’erano ancora così lontani da prendere persino forma, all’inizio finse di opporre una formale e cortese resistenza ma, avendo di già capito dove volesse andare a parare il passionale domenicano,  stava già preparandosi a prendere la palla al balzo, appena quello l’avesse lanciata.

E l’occasione arrivò quando il presidente dell’inquisizione credette di calare  il suo asso decisivo e vincente. Egli aveva saputo da un sacerdote, di cui era amico e confessore, in via del tutto riservata, che la confessione di Raspo Baldini (su cui si reggeva l’arresto e, presumibilmente tutto l’impianto accusatorio degli spagnoli) era stata estorta con la violenza ed era comunque, a detta dello stesso Baldini, del tutto inventata e da lui scritta e firmata, sotto dettatura dell’hidalgo spagnolo.

Ed ovviamente tutto questo, concludeva l’alto prelato, rendevo nullo ed inefficace l’intero procedimento.

Stando così le cose, chiosò il vice legato a conclusione dell’appassionata filippica del suo interlocutore, lui si sentiva in dovere di suggerire che lo stesso Don Agostino organizzasse la fuga del De Regis in territorio veneto. L’inquisitore gaudente disse che conosceva una donna, giovane e intraprendente, che per amore filiale avrebbe accompagnato lo sventurato e che lui le avrebbe affiancato un suo uomo di fiducia, non potendosi esporre in prima persona.

Detto fatto, Pasini Frassoni, seduta stante, firmò un lasciapassare a nome della donna  indicatagli dall’interlocutore, estendendo il salvacondotto “a due uomini che,  in sua compagnia e in veste di scorta non armata, dovevano transitare per una delicata missione diplomatica, in territorio veneto, fatte salve le prerogative della Repubblica di Venezia e la garanzia del rispetto delle sue leggi secondo lo jus gentium vigente ”. Seguivano la suddetta formula di salvaguardia,  la firma ed il sigillo della Legatura Pontificia,  che attribuivano così allo scritto una piena ed efficace immunità  diplomatica.

In tal modo Pasini Frassoni si garantì la fuga del Carminate, guadagnandosi una confisca sicura dei suoi beni (dato che sarebbe stato condannato in contumacia) ed evitandosi un mare di guai che gli sarebbero piovuti dalla gestione di un prigioniero così scomodo (che anche se eretico, poteva pur sempre trovare, tra i suoi influenti amici, qualche aggancio capace di piantar grane in alto loco) nel territorio soggetto, di fatto,  alla sua giurisdizione; e per di più col rischio che il De Regis, difendendosi in giudizio, riuscisse a dimostrare l’invalidità nel procedimento di raccolta delle prove a suo carico.

Don Agostino, non di meno, con quel salvacondotto, sarebbe riuscito nell’impresa di dare scacco all’inquisizione avversaria e si sarebbe guadagnato la riconoscenza immediata e futura di Giuditta.

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

 

Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

3. continua…

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

Originario di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze ma, al presente, scarsi mezzi economici, Francesco Pasini Frassoni aveva studiato grazie all’aiuto di uno zio, e dopo essersi laureato in diritto canonico, sempre aiutato dallo zio materno, era stato avviato alla carriera nella curia romana, raggiungendo il grado di consigliere della Segnatura Apostolica.  Uomo intelligente e ambizioso aveva però capito che altri, nella curia, vantavano appoggi più consistenti di quelli suoi e perciò svolse il suo sguardo in giro, riuscendo ad entrare in contatto con un potente cardinale che lo prese sotto la sua ala protettiva, promettendogli una facile carriera diplomatica. La vice legatura di Ferrara era per lui soltanto una tappa di questa carriera e sentiva che la sua spregiudicatezza lo avrebbe fatto arrivare ancora più in alto.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto). Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia). Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

2. continua…

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No, tu non eri pronto per il viaggio verso l’universo

Nel Tutto infinito che ci circonda

E del quale non siamo che una piccola pausa spazio-temporale,

invisibile pulviscolo nelle complesse ruote del Cosmo.

No, tu non eri pronto!

Chi lo sa cosa farai ancora dentro quei tuoi panni di uomo?

Dentro il tuo tempo puoi essere che puoi, ciò che vuoi.

Un uomo assorbito nei suoi affetti, nei suoi amori,

con molte gioie, mille piaceri, tanto potere

ed un tramonto grigio e disperato;

Un uomo solo, che cerca tra la sua gente

Le verità nascoste dietro ai pregiudizi

E riposte negli anfratti della nostra mente,

nelle pieghe antiche del Libro del Mondo;

oppure  andrai lontano, spinto dalla paradisiaca,

ulissica volontà di sapere,

oltre i confini del consosciuto!

No, tu non eri pronto per il tuo viaggio nell’Universo.

Ti hanno fermato i visi amati, ahi, quanto amati;

i tuoi mali, il tuo misero potere;

o forse era solo la tua barca,

ancora troppo fragile per affrontare

il mare fluttuante di misteriose tempeste nello Spazio.

Dovrai godere e soffrire ancora,

racchiuso in quei confini di materia,

prima che tu possa meritare di ricongiungerti

alla Divina Unità che Tutto ha generato.

Ignazio S. Basile

Villasor 1983

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Isaia

Cap.- 10

vv 5-19

“Assiria, verga del mio furore,

ti mando contro una nazione indegna

per distruggerla!” E quando il Signore

avrà terminato contro chi regna

su Gerusalemme e Siòn, sarà

il tuo turno a ritrovarti l’insegna

sporca nel fango! Infatti Dio ha

detto: ” Con la forza della mia mano

ho agito con la sapienza che dà

la mia intelligenza. Ogni sovrano

ho deposto, saccheggiando tesori

e spostando confini! Un insano

morbo manderò contro gli invasori,

la luce d’ Israele diverrà

un fuoco, divorando tra i bagliori

ogni cosa, e quel che resterà,

d’alberi e rovi, potrà enumerarlo

persino un bimbo con facilità!

Questo farò per voi e vorrò farlo.

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Isaia

Cap. 10 VV 1-4

 

Ma l’ira del Signore è ancora viva

perchè si scrivono leggi e decreti

iniqui, e la giustizia è oppressiva

contro le vedove e contro i miei veti

in danno ai miseri e agli orfani in frode!

Ma è sicurop che non sarete lieti

nel giorno del castigo, quando s’ode

da lungi la rovina e non avrete

altra scelta se non infoltire le code

dei deportati a sconosciute mete

o finir morti senza sepoltura!

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Son tutti andati

quei duellanti

dinanzi ai quali

soccombevano

altri invincibili

E son finiti

quegli amori

che sfidavano

il tempo

Son crollate

anche le mura

e quelle torri

che gagliarde svettavano

in cielo.

Solo Tu, Signore,

durerai in eterno

Cagliari 2013

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Dal Capitolo 16°

del Vangelo secondo Marco

VV 1-8

Risurrezione di Gesù

 

-         “ Non abbiate paura, voi cercate

Gesù di Nazareth, Il Crocifisso!

Non è qui, è risuscitato; andate

 

A dire ai Suoi discenti che Egli è gisso

In Galilea;colà sarà veduto

Come Egli vi ha detto!”-. Né più prolisso,

né men loquace, il giovane seduto

dentro al sepolcro aperto di Gesù

fu colle Sue donne, che avrian voluto

fare su di Lui quelle unzioni più

usuali. Era il primo giorno dopo

il sabato che andarono laggiù

le due Marie, con Salòme, allo scopo

di compiere quell’uffizio predetto

con gli unguenti profumati all’isòpo!

Le donne tennero un riserbo stretto

Sull’accaduto di quella mattina,

per la paura di ciò che ho già detto!

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Salmo 50

Preghiera di Davide penitente

Dio, fammi sentire gioia e letizia;

distogli lo sguardo dai miei peccati;

rinnova in me, oh Dio,  la Tuaamicizia;

rendimi la gioïa dei salvati.

Esalterò semprela Tuagiustizia!

Tu non disprezzi i cüori umiliati.

Contro di Te, contro Te  ho peccato.

Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto!

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Il figliuol prodigo

Capito 15 del Vangelo secondo Luca

VV 11-fine

Disse ancora: – “ Un uomo avea due figli;

Il più giovane disse al genitore:

Padre, lascia che il patrimonio io pigli

 

Per la parte che mi spetta!’ L’Amore,

se non la legge, impose al buon üomo

di accontentarlo. Così, il successore,

dopo non molti giorni, tomo, tomo

se ne partì in un paese lontano.

Là, quel giovane, dissoluto e indomo,

prese a sperperare in ogni vano

capriccio le sue sostanze. Qüando

le ebbe spese tutte, piano, piano,

venne a trovarsi nel bisogno. Fu andando

a pascolare porci che si rese

conto, che quei maiali, mangiando

liberamente le carrube stese

per terra, stavano meglio di lui.

Allora rientrò in sé e disse: ‘Il mese

 

Che viene dato a chi lavora sui

Campi di mio padre avanza le spese

Di mantenimento, mentre io, qui,

 

muoio di fame. Ora mi alzerò

e andrò da mio padre a dirgli: Ho peccato

contro il Cielo e contro di te. Perciò

 

sono indegno d’essere chiamato

 tuo figlio. Trattami come un garzone!’

S’incamminò così determinato.

 

Il padre, che ne intuì l’intenzione

Vedendolo da lontano e, commosso,

gli corse incontro con grande emozione

 

abbracciandolo e baciandolo. Scosso,

non di meno, gli disse: Contro il Cielo

ho peccato e contro te. Con addosso

 

tanta vergogna e pentimento te lo

dico!’ Ma il padre disse ai servi: – “ Presto,

portate qui il meglio e rivestitelo,

 

mettetegli l’anello al dito e, lesto,

tu”- disse ad un altro servo- “va, porta

qui i suoi calzari! Nessuno sia mesto

 

in questa giornata e non sia corta

la festa, né sia parca. Il vitello

grasso arrostite e non manchi ogni sorta

 

di cibo e di bevanda.!” Il fratello

del prodigo, rientrando dal lavoro,

udì questi canti e cori a stornello;

chiamo subito i servi e chiese loro

cosa significasse tutto ciò;

un servo gli rispose: -“ Il ristoro

 

a base di vitello grasso io so

che l’ha voluto ‘l padre per il figlio,

rientrato sano e salvo!” S’indignò

il maggiore con il padre e con cipiglio

tale che non volle entrare. Allora

il padre uscì a pregarlo. Ma con piglio

deciso egli rispose al padre: – “Ora,

io ti servo da tanti anni, senza

mai trasgredire un tuo comando e ancora

 

non ho avuto da te soldi e licenza

per far festa coi miei amici. Adesso

che questo tuo figlio con impudenza

 

ha sperperato i soldi come un fesso,

tu fai uccidere il vitello grasso!”

Gli rispose il padre: – “Tu non hai smesso

 

Mai d’ esser con me, e quanto ho all’ammasso

E anche tuo. Ma era d’uopo fare

Festa e rallegrarsi, perché era lasso

 

Questo fratello prima di tornare,

ed era morto prima che la vita

tornasse nel suo cuore a palpitare!”

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‘Amerai il tuo prossimo e odierai chi è

Tuo nemico’; ma io vi dico: amate

I vostri nemici e pregate per

Chi vi perseguiterà, perché siate

I figli del Padre Vostro Celeste

Che col sole le cose ha illuminate

Sulle teste malvagie e sulle teste

Dei buoni e fa piovere sugli ingiusti

E sui giusti! Quale merito avreste

Infatti voi ad ammirar gli augusti,

che a volta lor vi fanno belli e sani?

Provatevi a lodare gli invenusti!

Se fate come fanno i pubblicani,

che ossequiano i parenti diretti

soltanto, il vanto qual è? I pagani

fan lo stesso! Siate dunque perfetti

com’è perfetto il Padre mio celeste!

Queste son parole incluse tra i detti

che leggonsi nei giorni delle feste!

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