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Ci sono degli avvenimenti, nella storia dell’uomo, che pur apparendo alquanto scollegati,   hanno invece un rapporto di causa ad effetto niente affatto trascurabile.

Si potrebbe anche affermare che gli uni si sarebbero comunque  verificati, indipendentemente ed a prescindere,  dagli altri.

E forse questa seconda affermazione ha più probabilità di essere vera rispetto alla prima.

Quello di cui sono certo è  che la storia dell’uomo non è altro che una incessante lotta per la supremazia del potere (qualcuno più ferrato di me ha scritto che la lotta viene condotta dagli uomini per il possesso dei mezzi di produzione; ma non sono sicuro di non essere vittima di un retaggio del materialismo storico studiato in gioventù, anche se nei decenni ho preferito aderire alla dottrina sociale cattolica che seppe prendere, sin dalla sua nascita. agli inzi del xx secolo, una equa e decisa distanza sia dalle toerie economiche solcialiste, sia da quelle capitalistiche).

Queste riflessioni mi sono venute alla mente mentre rielaboravo i miei appunti sul 1970.

All’inizio di quell’anno io frequentavo la seconda ragioneria all’Istituto Commerciale Leonardo di Vinci di Cagliari.

Naturalmente non avevo ancora iniziato lo studio dell’economia politica (al tempo quella materia si inziava a studiare soltanto in terza, all’inizio del triennio superiore, per l’appunto; e la si portava sino alla quinta, anche se nell’anno del diploma essa prendeva il nome di “Scienza delle Finanze”), ma a maggio di quell’anno entrò in vigore in Italia lo Statuto dei lavoratori (la l. 20 maggio 1970 n. 300, come  ebbi modo di approfondirla e conoscerla più avanti nei miei anni universitari e nel corso di qualche processo del lavoro nelle aule di giustizia).

Fu questa legge il frutto di tante lotte, inziate nei decenni precedenti (forse anche nei secoli e prima che nascessero gli stessi sindacati) dai sindacati dei lavoratori più rappresentativi della grande industria italiana.

Fu un bel successo per tutti i lavoratori; un riscatto tanto agognato quanto meritato per i soprusi subiti da dipendenti che sudavano onestamente per guadagnarsi da vivere; ma allo stesso tempo fu un duro colpo per quei datori di lavoro (chiamati dispregiativamente “padroni” dalla classe avversa) che, lontani da ogni desiderio di sfruttamento nei confronti dei propri dipendenti, amavano condividere con loro le gioie e i dolori del lavoro in azienda (penso, ad esempio, a un Olivetti; ma anche a quei numerosi artigiani che vivono la quotidianità del duro lavoro e, pur di non privare i loro operari del giusto salario a fine mese, erano capaci di investire tutto  il ricavato dell’impresa, caricarsi di debiti con le banche e, in certi mesi, rinunciare perfino a qualsiasi emolumento).

L’amara verità alla quale sono pervenuto dopo decenni di studio e, soprattutto di vita vissuta e di riflessioni, è che le leggi non sono altro che dei tentativi di dare un assetto equilibrato alla società ed ai rapporti umani che vi si svolgono; in tale ottica  le leggi sono un male necessario per regolare le attività umane,   proprio a causa dell’animo egoista che alberga dentro ciascuno di noi (in misura più o meno grande); nel suo estremo egoismo l’uomo vive di squilibri e tende alla sopraffazione e all’intolleranza, nella convinzione di possedere, in esclusiva sugli altri, il bandolo della giustizia, la matassa della ragione e la stessa verità.

Ed è per questo che gli esperimenti di ogni società comunitaria e paritaria  sono miseramente falliti e sempre falliranno; così come è fallito e fallirà sempre ogni utopistico sogno di anarchia, di autogestione e di gestione collettiva di beni comuni.

Ovviamente le  leggi, tutte le leggi,  sono il risultato di quei rapporti di forza di cui parlavo dianzi. Ed essendo un prodotto storico ed  umano, come tale è soggetto ad imprecisioni e presenta inevitabilmente dei coni d’ombra in cui si celano e si perpetrano gli abusi.

Lo Statuto dei lavoratori del 1970 rappresentava tutto ciò: un argine per i datori di lavoro arroganti e protervi, fautori di imprese padronali, considerate le nuove miniere, i nuovi feudi dell’industrializzazione rampante del boom economico, le ferriere mai chiuse e mai morte nelle teste degli eterni ricchi e dei pidocchiosi arricchiti (o dei nuovi ricchi se si preferisce);  ma anche uno strumento di abuso in mano ad operai scansafatiche, a sindacalisti accecati dal marxismo velleitario e idealista (e forse anche utopistico). In fondo, però, una buona legge, che reprimeva più torti di quante ragioni si trovasse a sacrificare. E poi, una legge dalla parte dei deboli, è sempre una buona legge. Peccato che dei giovani politici, tanto inesperti quanto rampanti l’abbiano stravolta con modifiche peggiorative in danno dei più deboli ( e chissà se almeno l’avranno fatto in buona fede, per incoscienza ed ignoranza).

Ma la lotta per il potere non si ferma mai: “boia chi molla” scrisse qualcuno sui muri d’Italia in quegli anni settanta.

Potevano gli industriali italiani mollare così facimente, soltanto per una legge che aveva visto vittoriosa (per una volta) la classe avversa?

La FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino, oggi FCA, Fiat Crysler Automobiles) fu la prima grande industria che prese le contromisure.

Lo Statuto dei lavoratori tutela maggiormente i lavoratori con più di 50  dipendenti? Smembriamo la nostra impresa e suddividiamo l’attività produttiva, decentrandola  in innumerevoli aziende con dieci, venti, trenta, massimo quaranta dipendenti!

Questa fu la risposta della FIAT nell’immediato (nel  breve periodo , si usa dire in economia).

Ma la risposta nel medio e nel lungo periodo di tutto il mondo c.d. padronale, ai massimi livelli occupativi (tutte le grandi aziende hanno un medio e un lungo periodo; anche se nel lungo periodo, soleva dire un certo J.M. Keynes, tutti saremo morti),  fu collegiale e micidiale. E il mondo occidentale, le famiglie e i lavoratori   stanno ancora piangendo per quelle tremende contromisure!

Quale fu, dunque, l’effetto che causò quella legge così protettiva e garantista in favore  dei lavoratori?

Semplice e terribile come  l’aria che respiriamo.

Lo Statuto dei lavoratori tutela e garantisce i lavoratori proteggendoli dall’imprenditore e obbligando l’impresa a comportamenti limitativi del profitto (il dio quattrino, lo ha chiamato qualcuno, per distinguerlo dal Dio Uno e Trino)?

Allora aboliamo semplicemente i lavoratori!!!

Così nacquero i primi assemblamenti meccanici, i motori interamente robotizzati, le macchine che sostituiscono l’uomo!

Con buona pace dei sindacati dei lavoratori e di chi era convinto che il robot fosse stato inventato per aiutare l’uomo a vivere meglio!

E anche di chi pensa che gli accadimenti storici ed umani siano tutti slegati tra loro, oppure casuali ed occasionali.

A fine maggio, quando iniziarono i campionati del mondo, il verdetto del mio anno scolastico era già ufficiosamente acquisito. A giugno arrivò la conferma ufficiale:   venni promosso alla classe terza senza materie a settembre. Anche quell’anno il preside mi fece avere un regalo: un dizionario della Oxford University che ancora conservo gelosamente tra i miei libri.

Così potei godermi il campionato del mondo alla TV (ancora rigorosamente in bianco e nero).

In estate tornammo tutti in paese e la famiglia si ricompose. Fu bello ritrovare i miei fratelli e  i miei amici. E fu ancora più bello riavere la famiglia tutta unita sotto lo stesso tetto e ritrovarci tutti  attorno allo stesso tavolo per consumare i nostri chiassosi, allegri e spensierati.

Durante il campionato del mondo di calcio l’Italia si divise in due partiti: quello favorevole a Rivera e quello favorevole a Mazzola. E  nei bar tutti ci sentivamo tutti dei Valcareggi; il CT della Nazionale, per accontentare tutti, inventò la staffetta tra Rivera e Mazzola; un tempo di 45 minuti all’uno e un tempo all’altro.

Tutti ci stupimmo e ammirammo i nostri eroi nella semifinale con la Germania.

Il grande Gigi Riva (orgogliosamente sardo di adozione) che due anni prima ci aveva regalato la vittoria agli Europei di calcio, grazie alle sue sfolgoranti d reti, non riuscì però a regalarci la coppa Rimet. La vinse il Brasile.

Io andai a ballare, quella domenica.

La domenica era d’obbligo andare a ballare, in cerca di donne. Ma il massimo, per noi ragazzi di allora, senza soldi, senza macchina e senza casa,  era fare un po di flanella sulla pista da ballo, mentre il complessino di turno (le dicoteche come le conosciamo oggi sarebbero arrivate solo qualche anno dopo) intonava “Child in time” dei Deep Purple oppure “A wither shade of a pale” nella versione italiana dei Dik-Dick (si tratta della mitica “Senza luce”, un lento da sballo).

Rientrando dal ballo, mi bastò affacciarmi nel bar e vedere i musi lunghi e le voci deluse degli avventori per capire che la coppa Rimet sarrebbe rimasta per sempre nell’altro emisfero.

17. continua…

 

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Capitolo Undicesimo

Fu così che Giuditta Maier si trovò per le mani un salvacondotto, firmato e sigillato coi crismi della Legazione Pontificia, che l’autorizzava, insieme ad altre due persone, a recarsi in terra veneta.

Certo, pensava l’intrepida eroina, quella era la conclusione e non costituiva la parte più ardua dell’impresa. Occorreva liberare il suo amato Marino De Regis dalle mani di quell’orribile e gigantesco torturatore.

In un impeto di nostalgia e paura le tornarono in mente le storie che suo padre le raccontava quand’era piccola, nelle notti di inverno.

Le avventure che avevano come protagoniste personaggi femminili erano le sue preferite: Ester, Noemi, Ruth, la regina di Saba, la prostituta del giudizio di Salomone, Abigail, Sara; e c’era anche Giuditta in quelle storie, si fece coraggio la ragazza; doveva prendere esempio da quelle eroine; si era forse persa d’animo la Giuditta del racconto di suo padre? Anche lei aveva dovuto  affrontare un gigantesco e terribile guerriero, un generale o qualcosa del genere, temuto e circondato dai suoi soldati; né più, né meno come ora accadeva a lei. Anche se non doveva salvare un popolo intero, la sua missione era forse ancora più importante, perché lei doveva salvare l’uomo che amava; quell’uomo che gli ricordava il padre che altri malvagi, in altri luoghi le avevano strappato, uccidendolo insieme alla madre. Ma adesso che lei poteva agire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. A costo della sua stessa vita. Non era più una ragazzetta sprovveduta e ignara del mondo, impotente e distante. Ora era una donna; e come donna, nessun uomo le poteva far paura.

Predispose perciò un piano con cui contava di liberare Marino De Regis dalle grinfie dei suoi aguzzini e di portarlo sano e salvo fuori dai confini dello Stato Pontificio, in Veneto.

Per prima cosa parlò con il maggiore dei suoi fratelli che aveva trovato imbarco su uno dei natanti della flotta di suo zio materno che andava e veniva regolarmente dai porti veneti. La fortuna le arrise e questo le sembrò il giusto viatico per la riuscita del suo piano. Suo fratello Rubio, che cogli anni si era guadagnato la fiducia dello zio Anselmo, all’alba del giorno seguente sarebbe salpato con la sua barca alla volta di Chioggia. L’avrebbe attesa, coi suoi due protetti, all’attracco della sponda di Goro Ferrarese.

Il piano prevedeva che ella, dopo aver liberato Marino De Regis, trovasse rifugio nella vicina fortezza del Barco,  dove sarebbero giunti dentro una carrozza guidata dall’uomo di fiducia promesso da Don Agostino che li avrebbe attesi poco distante dalla casa che un tempo aveva ospitato l’Osteria del Buon Samaritano. Nella fortezza i militi di guardia, già pagati per la bisogna, avrebbero fatto transitare la carrozza senza fare troppe domande; e senza chiedersi il motivo avrebbero  abbassato il ponte levatoio per farli transitare verso la campagna, verso la libertà.

Una volta toccata terra oltre il fossato, sarebbero giunti a  Goro Ferrarese nel giro di un paio d’ore. Lì avrebbero trovato la barca di suo fratello che avrebbe potuto salpare anche subito dopo, se necessario.

Ma il passaggio più difficile era indubbiamente sottrarre il povero Pietro Marino dalla sala della tortura della casa del Samaritano.

11. continua…

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