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Nel viaggio di ritorno mio padre mi informò che aveva comprato un appartamento e un locale commerciale nel centro di Cagliari (a 5 minuti dalla Stazione Centrale, tenne a precisare). Nel primo ci saremmo trasferiti io, mia mamma e tutti i fratelli più piccoli. Nel secondo avrebbe aperto una gioielleria in società con i tre figli maggiori, attuali coadiuvanti nell’azienda di famiglia; il mio buon vecchio si aspettava che anche io avrei aderito alla società in qualità di contabile, una volta diplomatomi; contava inoltre che io affiancassi mia mamma nella cura dei fratelli più piccoli, per quando riguarda il buon esempio, lo studio e la frequenza a scuola, la buona educazione in casa. Mia madre non parlò, limitandosi ad assentire; e quando mia madre non parlava (ciò che accadeva raramente, in quanto i contrasti con mio padre erano frequenti; ) voleva dire che condivideva tutto ciò che mio padre aveva detto.

Ma i progetti ambiziosi di mio padre erano destinati ad infrangersi, come poi si sarebbero infranti, sugli scogli delle incomprensioni con il mio fratello maggiore e suo primogenito Pietro Marino che noi tutti chiamavamo Marino o, ancor più semplicemente Rino.

Era questo mio fratello un ragazzo dal cuore d’oro, tanto intelligente quanto capace nel lavoro di orologiaio e di commerciante. Avrebbe voluto studiare ma mio padre lo ritirò da scuola alla fine del primo ciclo di studi (prima del 1962 si poteva fare perché, sino a quell’anno, quando entrò in vigore la legge che unificava la scuola media obbligatoria per tutti sino ai quattoridici anni, la scuola dell’obbligo finiva a dieci anni e si poteva comunque sostituire con l’apprendistato in una delle professioni artigianali assai diffuse, al tempo, più di oggi).

Il povero Marino si ritrovò così, all’età di dieci anni, alla dura scuola di mio padre. E che fosse dura la scuola nella sua bottega di orologiaio non c’è dubbio. Basti sapere che le parole e persino  i respiri andavano dosati nella giusta misura, così come i colpi con gli speciali martelletti da orologiaio con cui talvolta occorreva coadiuvare mio padre, per spunzonare o ribadire una parte meccanica o un pezzo dei complessi congegni di misurazione del tempo nella cui riparazione mio padre era riconosciuto, in tutta la provincia di Cagliari e anche oltre,  come un vero maestro.

Tra i miei fratelli orologiai Marino fu l’unico che potè dire di avere acquisito l’arte orologiaia paterna in pieno; era l’unico che sapeva infatti riparare i pendoli e costruire con le sue mani un pezzo di ricambio; anche se  questa manualità eccelsa non fu più necessaria dopo la guerra, quando i mercati si aprirono e il boom econmico consentì all’Italia di importare  dalla   Svizzera (allora primo e unico produttore mondiale nel settore),  in grande quantità,  ogni tipologia di ricambio di orologi e sveglie.

Ma il suo carattere volitivo,  ricco di ingegno e d’orgoglio, assai simile a quello di mio padre , li trovò inevitabilmente su fronti opposti. Inoltre mio fratello Marino non perdonò mai mio padre per avergli impedito di studiare come egli avrebbe voluto. Io sono certo che Marino si sarebbe laureato con grande facilità, se soltanto ne avesse avuto l’opportunità. A discolpa di mio padre debbo però dire che allevare dieci figli (tanti eravamo in famiglia) sarebbe stato duro, forse impossibile, senza l’aiuto del primogenito. E in casa non siamo stati mai abbastanza riconoscenti nei confronti di quel fratello più grande così generoso e sfortunato (sul piano degli affetti), al quale io ero particolarmente affezionato, da lui ricambiato.

E quando la fortuna gli arrise negli affari, io diventai il suo legale di fiducia, conducendo per lui e con lui delle battaglie giudiziarie sempre coronate da successo (pur se lui, con la sua consueta generosità, mi chiese sempre di non infierire sugli avversari vinti, costruendo per loro dei veri ponti d’oro, per alleviare l’amarezza che lui consoceva assai bene).

Ho il rimpianto e mi commuovo ogni volta che penso a lui perchè se n’è andato troppo presto e gli sono riconoscente per il bene che mi ha voluto ( e che lui mi permise di dargli sin da ragazzo, quando mi portava con lui dappertutto e ovunque andasse; fosse allo stadio a vedere il suo Milan; al Poetto coi suoi amici; a ballare in provincia a caccia di donne che, insieme ai motori, erano la sua passione); e quando, poco più che ventunenne se ne andò di casa, aprendo una gioielleria tutta per sé io,  nei mesi estivi, andavo a a fargli compagnia, più per dargli un aiuto psicologico che un aiuto pratico.

A scuola, all’inizio di ottobre, ritrovai lo stesso ambiente che ricordavo dall’anno precedente: gli assembramenti al cancello di ingresso, che spesso non si scioglievano,  perché in molti aderivano agli scioperi estemporanei proclamati in loco, oppure già programmati a più alti livelli il giorno prima; la compravendita di libri usati, la consegna dei ciclostile all’ingresso.

Io preferivo entrare a scuola per i motivi che ho già spiegato.

In quel secondo anno la classe era in parte cambiata nella sua composizione. Anche allora infatti, in Sardegna, la forte dispersione scolastica faceva che sì che di una classe prima, ne arrivassero in seconda appena la metà; e di una seconda ne arrivassero in terza altrettanti, se non addirittura meno (in terza,  poi, avveniva una falcidia per altri motivi, come illustrerò più avanti).

Non mancavano certo  le ragazze carine  che mi piacevano e alle quali,  però,  io non avrei mai trovato  il coraggio di dichiararmi; un po’ per la mia innata timidezza; un po’ per quei miei complessi di cui ho già parlato; inoltre vedevo la donna ancora avvolta in un aurea mistica, che ai miei occhi la innalzava sopra le cose terrene; non mi accorgevo che invece i tempi andavano in senso contrario; le donne stesse, per prime, volevano scendere da quel piedistallo e calarsi in una dimensione terrena e materiale dove potessero comportarsi come gli uomini, sia nel mondo dellla scuola, sia in quello del lavoro; e sia, soprattutto nelle relazioni sociali ed affettive.

I professori erano, più o meno, gli stessi dell’anno precedente. Ed anch’io, come l’anno scorso, avevo un grande desiderio di farmi strada nella scuola, senza sentirmi dire che venivo a scuola per scaldare il banco (come gli insegnanti dicevano ai più indolenti tra noi) e di guadagnarmi la fiducia e la stima dei miei genitori.

Il 19 novembre gli uomini tornarono sulla Luna (con l’Appollo 12). Questo secondo allunaggio fece assai poco clamore rispetto al primo, avvenuto nel luglio dello stesso anno e seguito in TV praticamente da tutto il mondo. Anche a me l’impresa aveva enusiasmato e sognavo già che l’uomo, nel giro di pochi decenni, avrebbe conquistato il Cosmo.

A Milano, il dodici dicembre, mentre quel 1969 volgeva quasi al termine, scoppiò una bomba che fece tredici  morti e moltie decine di feriti.

Non era il primo fatto di sangue, nè la prima bomba che scoppiava in italia,  ma quella fece più clamore delle altre precedenti: primo perchè scoppiò dentro una banca, in un giorno in cui vi si svolgevano delle contrattazioni; secondo perché la polizia, forse spinta da una campagna di stampa fuorviante, arrestò quelli che da subito erano stati indicati come i colpevoli: gli anarchici di Milano.

In particolare ricordo bene due episodi legati a questo terribile fatto di sangue che sicuramente ha cambiato in peggio le sorti e la storia della nostra Italia: il primo è che venne arrestato subito un certo Pietro Valpreda che solo dopo lunghissimi di anni di persecuzioni giudiziarie e gironalistiche, venne pienamente scagionato; ma già pochi giorni dopo la polizia lo aveva messo in carcere; agli occhi dell’opinione pubblica la sua colpa era quella di essere un ballerino, separato ed anarchico (mio padre ne approfittò per enunciare che tutti i ballerini maschi, o presunti tali, i separati e gli anarchici dovevano finire prima alla gogna e poi in carcere a vita); il secondo episodio collegato alla strage di Piazza Fontana che io ricordo assai bene fu la morte di Pinelli, caduto dal quarto  piano della Questura di Milano durante un interrogatorio.

Negli ambienti della controinformazione cominciarono a circolare certe voci che, attraverso i ciclostile, i volantini, la stampa alternativa  ed il passa parola, arrivarono anche sino a noi studenti delle prime classi, alquanto disinteressati alle questioni politiche.

Le voci dicevano che Pietro Valpreda era un capro espiatorio degli apparati dello Stato che, invece, avevano armato la destra estremista, cioè i fascisti (a quel tempo vi erano infatti due ali estreme allo schieramento politico presente in Parlamento: i gruppi dell’estrema sinistra e quelli dell’estrema destra che, nelle piazze e nelle strade, se le davano di santa ragione; i primi agivano sotto svariate etichette che si chiamavano “Lotta Continua”, “Potere Operaio”; “Servire il popolo”; “Moaisti-leninisti” e altre che non ricordo; dei secondi ricordo “Ordine Nero” e “Prima Linea”); dicevano anche che Pinelli non era scivolato dalla finestra, né tantomeno egli si era gettato di sotto, in preda al pentimento e alla paura per avere messo le bombe, ma che rano stati i poliziotti che lo interrogavano, minacciandolo di buttarlo di sotto se non avesse confessato, a farselo sfuggire di mano, causandone così la morte. Un nome comparve come colpevole  nei ciclostile e nei volantini della controinformazione: il commissario Calabresi.

Tra i mandanti della strage vennero indicati i nomi di Andreotti (forse all’epoca ministro dell’Interno e addirittura Premier) e quelli dei capi dei servizi segreti civili dello Stato (i famigerati DIGOS e  SISDE).

La stagione dei veleni e delle stragi cominciò in quel disgraziato 12 dicembre 1969.

Anche se io all’epoca non avevo per niente le idee chiare su quanto era accaduto e su chi avesse ragione tra la destra, la sinistra e il centro democristiano.

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Quando ad ottobre del 1968 iniziò la scuola noi “primini”, cioè gli sbarbatelli iscritti al primo anno della Ragioneria, trovammo davanti ai cancelli i ragazzi più grandi che distribuivano dei volantini di colore giallo che scoprii subito chiamarsi “ciclostile”.

Notai che molti  degli studenti degli anni superiori non entravano a scuola ma si fermavano nel cancello all’ingresso della scuola.  Discorrendo  tra loro, parlavano di sciopero, di operai, di politica; tanti paroloni per me sconosciuti e incomprensibili; come quelli che c’erano scritti nei volantini.  Io  sentii i lro discorsi soltanto perchè ero interessato all’acquisto dei libri usati che gli stessi studenti più grandi vendevano a noi “primini” a metà prezzo.

Per fortuna nessuno mi chiese di scioperare, perché io non capivo niente di politica e di sciopero e non avrei saputo come giustificare la mia assenza, non solo ai miei genitori, ma soprattutto a me stesso.

Nel corso dell’anno, questi scioperi sembravano ricorrenti, a ondate. Sui muri di fronte alla scuola apparirono delle scritte che inneggiavano al Movimento Studentesco e chiedevano di   liberare il Vietnam dagli USA.

I più attivi tra gli studenti giravano con un giornale sotto il braccio che si chiamava Lotta Continua.

Io li invidiavo perché portavano i capelli lunghi, vestivano alquanto trasandati e sembravano piacere a certe ragazze carine che io non osavo nemmeno guardare.

Io già da allora cominciavo a soffreire di quegli inevitabili complessi che colpiscono, im misura più o meno evidente, tutti gli adolescenti.

Il mio complesso più grande, in quel prim0 anno,  era la mia statura. Non che fossi proprio “piccolo” (avevo probabilmente già raggiunto il metro e sessanta) ma è probabile che questo complesso ne nascondesse degli altri; ma io desideravo tanto essere uno di quegli spilungoni che giravano con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio e che rimorchiavano sulle loro motociclette quelle ragazze ragazze appariscenti che io sognavo di notte. Così, per sentirmi più grande e più alto, presi a fumare regolarmente le sigarette che riuscivo a comprare coi pochi soldi della mia paghetta (magari rinunciando al panino della ricreazione).

Una sera di autunno, guardando alla lavagna, mi accorsi che non riuscivo più a leggere  nella  lavagna (un’altro dei miei escamotages per sentirmi più altro era stato quello di sedermi nell’ultimo banco; infatti gli insegnanti, sin dal primo girono di scuola, non avevano fatto altro che ripetere che i ragazzi più bassi si sarebbero dovuti al primo banco).

Mia madre mi portò subito dall’oculista per una visita: la diagnosi cadde su di me impietosa come una mannaia; ero affetto da miopia ed avrei dovuto mettere gli occhiali.

Mio padre, senza perdere tempo, mi portò mel negozio di Franz, in via XX settembre (il negozio esiste ancora nella città di Cagliari). Scelsi gli occhiali più economici perché non mi andava che mio padre spendesse dei soldi per me. E naturalmente non seppi scegliere quelli più adatti al mio viso.

Gli occhiali furono per me un vero e proprio trauma che ho superato soltanto in tardissima età. Io, abituato a fare a botte con tutti; a tuffarmi nel fiume; a correre come un disperato dappertutto, come avrei fatto a sopportare quel corpo estraneo? Questo nuovo complesso si sommò a quello precedete rendendomi sempre più cupo e più scuro di carattere.

Intanto Nixon veniva eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Io lo conobbi attraverso una scritta che comparve in un muro adiacente alla scuola. Vi era scritto “Nixon boia”.

A mio padre gli Americani non piacevano per niente (forse questo era un retaggio della seconda guerra  mondiale, prima dell’Armistizio del 1943, quando l’Italia e gli USA combattevano ancora su fronti contrapposti e lui fu mandato in Sardegna a difendere certi siti minerari, che il regime considerava strategici per l’economia dell’Italia in guerra, proprio dai raids che i caccia bombardieri americani cominciarono  a fare sin dal 1942); ma i capelloni, gli anarchici, i comunisti, i preti che si vestivano alla moda, le donne in minigonna, le femministe e le donne in cerca di emancipazione, le prostitute e gli omossessuali gli piacevano ancora meno.

Per cui maledì diecimila volte i giudici della  Corte Costituzionale quando, sul finire del 1968,  sentenziarono che era ingiusto considerare il reato di adulterio in maniera differente, a seconda che a commetterlo fosse  un uomo oppure una donna.

Naturalmente mia madre fu invece d’accordo coi giudici della Consulta.

Mio padre fu allora che cominciò a maledire la democrazia (e il partito Democrazia Cristiana che più di tutti sembrava incarnare la nuova frontiera della conquista delle libertà;  anche se a riguardo  della parità tra uomini e donne inveiva maggiormente contro i socialisti e i comunisti) e cercò di convincere mia madre a votare il Movimento Sociale Italiano.

Ma mia madre restò sempre fedele alla Democrazia Cristiana e si rifiutò sempre di votare a destra, anche se mio padre, im molte occasioni, ripeteva che la Destra avrebbe portato ordine, disciplina, carceri dure, capelli corti e treni in orario.

Forse fu allora che io cominciai a prendere in considerazione delle idee nuove e diverse da quelle che sembravano dividere i miei genitori;  idee che si andavano allora diffondendo e che andavo imparando anche a scuola, attraverso il confronto con i miei insegnanti e con i librdi di scuola.

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Ieri sera, guardando in TV il film di Gianluca Maria Tavarelli intitolato ” Aldo Moro – Il presidente” ,  interpretato da Michele Placido e da altri ottimi attori, un mare di ricordi mi ha avvolto, riportandomi indietro agli anni della mia gioventù.

Avevo finito da qualche anno  il servizio militare e studiavo ancora all’università quando, nel 1978, le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole Aldo Moro, trucidando i poliziotti della  sua scorta: Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi e Bruno Seghetti.

Non mi trovavo in Italia quando avvenne il triste fatto di sangue. Ero all’estero, in cerca di me stesso o forse fuggivo da qualche cosa, anche se  neanche io sapevo cosa.

Ricordo che negli anni immediatamente precedenti (prima che mi iscrivessi all’Università) ero stato impegnato nel Movimento Studentesco. Erano anni di scioperi, di proteste, di lotte sociali, attraverso le quali si cercava di ottenere una società più giusta, meno classista, dove la ricchezza fosse meglio distribuita. A livello politico si contestava la Democrazia Cristiana e si lottava per ottenere un’alternativa di governo e, seppure confusamente, forse ci si illudeva che il comunismo potesse essere una valida alternativa a quel tipo di capitalismo che non ci convinceva.

Mi allonatanai dal Movimento Studentesco per tanti motivi.

Sicuramente ero rimasto deluso dal fatto che mentre io ci credevo davvero nel cambiamento della società e, nel mio piccolo mi impegnavo per ottenerla, la maggior parte dei giovani studenti di allora si atteggiava a rivoluzionario ma in fondo cercava solo una vacanza dalla scuola.

Ma la cosa che mi allontanò più di qualsiasi altra dal Movimento Studentesco fu la mia percezione che il suo zoccolo duro, gli irriducibili, per così dire, fossero fautori e sostenitori della violenza.

Mi ricordo che a un certo punto girava la voce che l’estrema destra e l’estrema sinistra si sarebbero  dovuti unire nella lotta contro il potere e poi, una volta che lo avessero sconfitto, si sarebbero disputate la supremazia.

Ricordo anche che alcune frange del Movimento della mia città  si scontravano con i “fasci” (si chiamavano così quelli che militavano nei movimenti estremi di destra) a colpi di spranga.

Io non presi mai parte a questi scontri.

 

Ero sì, confuso; non sapevo bene cosa volevo (anche se sentivo l’ingiustizia della società, l’ipocrisia dei politici al potere e avevo sofferto, con rabbia, per le stragi di Stato, tipo quella di Piazza Fontana;  e avvertivo  la falsità delle accuse mosse a Valpreda e agli anarchici per nascondere le colpe di settori deviati dello Stato) ma ero certo di una cosa: io ero contro la violenza.

I miei idoli di allora erano Gandhi, Marthin Luther King, I Kennedy, Gesù Cristo (l’Uomo, non il Dio che ho riscoperto nella maturità).

Io ero per la pace. Forse anche per questo me ne andai lontano, a cercare un mondo ideale, nell’illusione che esistesse e senza capire che la pace la dovevo cercare dentro di me.

Nella tristezza che mi ha avvolto durante la visione del film, nel mio cuore ho ringraziato Dio per non avere mai ceduto alla violenza.

La mia rabbia di allora mi ha portato lontano ma mai verso la violenza.

Almeno in quello sono stato fedele ai principii nei quali continuo a credere.

Non voglio giudicare nessuno e so bene che il potere , a quel tempo, non si sarebbe mai potuto conquistare con la pace, in quanto lo Stato era armato ed i suoi uomini imbracciavano mitra, pistole e fucili.

Ma io non volevo e non ho mai voluto il potere.

Eppoi ho sempre detestato la violenza.

Che importa se qualcuno allora mi considerava un povero illuso?

Oggi mi sento contento di quella scelta; di essere sempre fuggito alla violenza.

Continuo a considerare la vita umana la cosa più sacra che ci sia.

E prego Dio che la pace vinca per sempre sulla guerra e sulla violenza.

 

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Anche se c’è davvero l’imbarazzo della scelta, parlare dei misteri d’Italia non è facile.

La prima domanda che sorge spontanea: da dove iniziare?

A ben vedere anche la nascita di Roma, la città che diventerà Caput Mundi, è avvolta nel mistero, con la sua affascinante leggenda sui gemelli Romolo e Remo allattati dalla Lupa.

Per vedere l’Italia politica, da quel fatidico 753 a.C. ( data nota come “ab Urbe condita”) dovremo aspettare più di 2.600 anni.

Troppo lunghi per le mie modeste ambizioni, e troppi misteri per il tempo a disposizione.

Preferisco parlare subito e direttamente della Repubblica Italiana, limitandomi al periodo che ho vissuto come testimone dotato di un minimo di consapevolezza, concedendomi qualche flashback e qualche fuga in avanti.

Inizierò così la mia storia partendo dagli anni settanta.

Nei  primi anni settanta hanno luogo avvenimenti   cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quegli anni frequentavo  l’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo nostro ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la violenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

1. – continua

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