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Ci sono degli avvenimenti, nella storia dell’uomo, che pur apparendo alquanto scollegati,   hanno invece un rapporto di causa ad effetto niente affatto trascurabile.

Si potrebbe anche affermare che gli uni si sarebbero comunque  verificati, indipendentemente ed a prescindere,  dagli altri.

E forse questa seconda affermazione ha più probabilità di essere vera rispetto alla prima.

Quello di cui sono certo è  che la storia dell’uomo non è altro che una incessante lotta per la supremazia del potere (qualcuno più ferrato di me ha scritto che la lotta viene condotta dagli uomini per il possesso dei mezzi di produzione; ma non sono sicuro di non essere vittima di un retaggio del materialismo storico studiato in gioventù, anche se nei decenni ho preferito aderire alla dottrina sociale cattolica che seppe prendere, sin dalla sua nascita. agli inzi del xx secolo, una equa e decisa distanza sia dalle toerie economiche solcialiste, sia da quelle capitalistiche).

Queste riflessioni mi sono venute alla mente mentre rielaboravo i miei appunti sul 1970.

All’inizio di quell’anno io frequentavo la seconda ragioneria all’Istituto Commerciale Leonardo di Vinci di Cagliari.

Naturalmente non avevo ancora iniziato lo studio dell’economia politica (al tempo quella materia si inziava a studiare soltanto in terza, all’inizio del triennio superiore, per l’appunto; e la si portava sino alla quinta, anche se nell’anno del diploma essa prendeva il nome di “Scienza delle Finanze”), ma a maggio di quell’anno entrò in vigore in Italia lo Statuto dei lavoratori (la l. 20 maggio 1970 n. 300, come  ebbi modo di approfondirla e conoscerla più avanti nei miei anni universitari e nel corso di qualche processo del lavoro nelle aule di giustizia).

Fu questa legge il frutto di tante lotte, inziate nei decenni precedenti (forse anche nei secoli e prima che nascessero gli stessi sindacati) dai sindacati dei lavoratori più rappresentativi della grande industria italiana.

Fu un bel successo per tutti i lavoratori; un riscatto tanto agognato quanto meritato per i soprusi subiti da dipendenti che sudavano onestamente per guadagnarsi da vivere; ma allo stesso tempo fu un duro colpo per quei datori di lavoro (chiamati dispregiativamente “padroni” dalla classe avversa) che, lontani da ogni desiderio di sfruttamento nei confronti dei propri dipendenti, amavano condividere con loro le gioie e i dolori del lavoro in azienda (penso, ad esempio, a un Olivetti; ma anche a quei numerosi artigiani che vivono la quotidianità del duro lavoro e, pur di non privare i loro operari del giusto salario a fine mese, erano capaci di investire tutto  il ricavato dell’impresa, caricarsi di debiti con le banche e, in certi mesi, rinunciare perfino a qualsiasi emolumento).

L’amara verità alla quale sono pervenuto dopo decenni di studio e, soprattutto di vita vissuta e di riflessioni, è che le leggi non sono altro che dei tentativi di dare un assetto equilibrato alla società ed ai rapporti umani che vi si svolgono; in tale ottica  le leggi sono un male necessario per regolare le attività umane,   proprio a causa dell’animo egoista che alberga dentro ciascuno di noi (in misura più o meno grande); nel suo estremo egoismo l’uomo vive di squilibri e tende alla sopraffazione e all’intolleranza, nella convinzione di possedere, in esclusiva sugli altri, il bandolo della giustizia, la matassa della ragione e la stessa verità.

Ed è per questo che gli esperimenti di ogni società comunitaria e paritaria  sono miseramente falliti e sempre falliranno; così come è fallito e fallirà sempre ogni utopistico sogno di anarchia, di autogestione e di gestione collettiva di beni comuni.

Ovviamente le  leggi, tutte le leggi,  sono il risultato di quei rapporti di forza di cui parlavo dianzi. Ed essendo un prodotto storico ed  umano, come tale è soggetto ad imprecisioni e presenta inevitabilmente dei coni d’ombra in cui si celano e si perpetrano gli abusi.

Lo Statuto dei lavoratori del 1970 rappresentava tutto ciò: un argine per i datori di lavoro arroganti e protervi, fautori di imprese padronali, considerate le nuove miniere, i nuovi feudi dell’industrializzazione rampante del boom economico, le ferriere mai chiuse e mai morte nelle teste degli eterni ricchi e dei pidocchiosi arricchiti (o dei nuovi ricchi se si preferisce);  ma anche uno strumento di abuso in mano ad operai scansafatiche, a sindacalisti accecati dal marxismo velleitario e idealista (e forse anche utopistico). In fondo, però, una buona legge, che reprimeva più torti di quante ragioni si trovasse a sacrificare. E poi, una legge dalla parte dei deboli, è sempre una buona legge. Peccato che dei giovani politici, tanto inesperti quanto rampanti l’abbiano stravolta con modifiche peggiorative in danno dei più deboli ( e chissà se almeno l’avranno fatto in buona fede, per incoscienza ed ignoranza).

Ma la lotta per il potere non si ferma mai: “boia chi molla” scrisse qualcuno sui muri d’Italia in quegli anni settanta.

Potevano gli industriali italiani mollare così facimente, soltanto per una legge che aveva visto vittoriosa (per una volta) la classe avversa?

La FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino, oggi FCA, Fiat Crysler Automobiles) fu la prima grande industria che prese le contromisure.

Lo Statuto dei lavoratori tutela maggiormente i lavoratori con più di 50  dipendenti? Smembriamo la nostra impresa e suddividiamo l’attività produttiva, decentrandola  in innumerevoli aziende con dieci, venti, trenta, massimo quaranta dipendenti!

Questa fu la risposta della FIAT nell’immediato (nel  breve periodo , si usa dire in economia).

Ma la risposta nel medio e nel lungo periodo di tutto il mondo c.d. padronale, ai massimi livelli occupativi (tutte le grandi aziende hanno un medio e un lungo periodo; anche se nel lungo periodo, soleva dire un certo J.M. Keynes, tutti saremo morti),  fu collegiale e micidiale. E il mondo occidentale, le famiglie e i lavoratori   stanno ancora piangendo per quelle tremende contromisure!

Quale fu, dunque, l’effetto che causò quella legge così protettiva e garantista in favore  dei lavoratori?

Semplice e terribile come  l’aria che respiriamo.

Lo Statuto dei lavoratori tutela e garantisce i lavoratori proteggendoli dall’imprenditore e obbligando l’impresa a comportamenti limitativi del profitto (il dio quattrino, lo ha chiamato qualcuno, per distinguerlo dal Dio Uno e Trino)?

Allora aboliamo semplicemente i lavoratori!!!

Così nacquero i primi assemblamenti meccanici, i motori interamente robotizzati, le macchine che sostituiscono l’uomo!

Con buona pace dei sindacati dei lavoratori e di chi era convinto che il robot fosse stato inventato per aiutare l’uomo a vivere meglio!

E anche di chi pensa che gli accadimenti storici ed umani siano tutti slegati tra loro, oppure casuali ed occasionali.

A fine maggio, quando iniziarono i campionati del mondo, il verdetto del mio anno scolastico era già ufficiosamente acquisito. A giugno arrivò la conferma ufficiale:   venni promosso alla classe terza senza materie a settembre. Anche quell’anno il preside mi fece avere un regalo: un dizionario della Oxford University che ancora conservo gelosamente tra i miei libri.

Così potei godermi il campionato del mondo alla TV (ancora rigorosamente in bianco e nero).

In estate tornammo tutti in paese e la famiglia si ricompose. Fu bello ritrovare i miei fratelli e  i miei amici. E fu ancora più bello riavere la famiglia tutta unita sotto lo stesso tetto e ritrovarci tutti  attorno allo stesso tavolo per consumare i nostri chiassosi, allegri e spensierati.

Durante il campionato del mondo di calcio l’Italia si divise in due partiti: quello favorevole a Rivera e quello favorevole a Mazzola. E  nei bar tutti ci sentivamo tutti dei Valcareggi; il CT della Nazionale, per accontentare tutti, inventò la staffetta tra Rivera e Mazzola; un tempo di 45 minuti all’uno e un tempo all’altro.

Tutti ci stupimmo e ammirammo i nostri eroi nella semifinale con la Germania.

Il grande Gigi Riva (orgogliosamente sardo di adozione) che due anni prima ci aveva regalato la vittoria agli Europei di calcio, grazie alle sue sfolgoranti d reti, non riuscì però a regalarci la coppa Rimet. La vinse il Brasile.

Io andai a ballare, quella domenica.

La domenica era d’obbligo andare a ballare, in cerca di donne. Ma il massimo, per noi ragazzi di allora, senza soldi, senza macchina e senza casa,  era fare un po di flanella sulla pista da ballo, mentre il complessino di turno (le dicoteche come le conosciamo oggi sarebbero arrivate solo qualche anno dopo) intonava “Child in time” dei Deep Purple oppure “A wither shade of a pale” nella versione italiana dei Dik-Dick (si tratta della mitica “Senza luce”, un lento da sballo).

Rientrando dal ballo, mi bastò affacciarmi nel bar e vedere i musi lunghi e le voci deluse degli avventori per capire che la coppa Rimet sarrebbe rimasta per sempre nell’altro emisfero.

17. continua…

 

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La brillante prova di settembre confermò nei miei genitori la volontà di farmi proseguire negli studi.

Certo il liceo classico me l’ero giocato con il comportamento da scansafatiche messo in atto nel precedente anno scolastico; ma non mi andava neppure di seguire il suggerimento del consiglio di classe che, sin da giugno, aveva raccomandato, in caso di promozione, l’iscrizione alla scuola professionale.

Mia madre non aveva rinunciato alla speranza di vedermi all’università, mentre mio padre sperava di fare di me almeno un contabile per la sua azienda che, con le sue fondate e legittime ambizioni, sognava ancora di ingrandire e potenziare.

Io, dal canto mio, speravo di dimostrare che in matematica non ero poi così scarso e che ero stato ingiustamente penalizzato dal mio carattere irrequieto (e, secondo mia madre, dalla piccineria e dalla mala fede di quel docente, aspirante acquirente di oggetti preziosi rateizzati).

Fu raggiunto così un compromesso che sembrava accontentare tutti: sarei stato iscritto alla Ragioneria.

A quel tempo, nel 1968, per chi dal mio paese volesse frequentare un Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri e per Periti Commerciali (come recitava la pomposa definizione amministrativa delle scuole per ragionieri), doveva recarsi obbligatoriamente a Cagliari. La scuola per ragionieri di Decimomannu, dove poi, ironia della sorte, avrei insegnato discipline giuridiche ed economiche per oltre trent’anni, sarebbe sorta soltanto nel 1983, mentre Sanluri e San Gavino sarebbero state delle sedi ben più distanti e scomode  rispetto al capoluogo.

Mia madre mi portò personalmente all’Istituto Pietro Martini, che a Cagliari godeva fama di essere il migliore per formare gli esperti della contabilità.

Ma al Martini non c’era posto e non accettarono la mia iscrizione, in quanto tardiva. Occorre infatti ricordare che a quel tempo l’obbligo scolastico finiva a i quattrodici anni e quindi, a gennaio dell’anno scolastico di provenienza, non era obbligatorio per i genitori effettuare un’iscrizione , né per gli istituti superiori accettare le iscrizioni dei ragazzi che frequentavano la terza media. Adesso le cose sono alquanto cambiate, essendo stata elelvata a sedici anni l’età dell’obbligo di frequenza scolastica.

Al Martini, con aria di sufficienza, ci dissero che forse al “Leonardo da Vinci” ci sarebbe stato un posto per me (ho scoperto che oggi,  il pomposo Martini,  ha dovuto sloggiare dalla sua sede storica di via Sant’Eusebio per trasferirsi in viale Ciusa 4, dove un tempo c’era proprio  il Leonardo da Vinci, oggi accorpato ad altri istituti tecnici per ragionieri).

Così venni iscritto in quella scuola.

Il Leonardo da Vinci era sorto successivamente al Martini,  in un’area di forte espansione urbanistica, ancora in agro di Cagliari, ma con vocazione a servire gli utenti del popoloso hinterland cagliaritano: la popolosa frazione di Pirri (che da sola contava, sin da allora, oltre  30.000 abitanti); Monserrato, che aveva riacquistato l’autonomia amministrativa dopo i rigori del fascismo, che l’aveva declassata a frazione di Cagliari; Quartu S.Elena, che si avviava a divenire la terza città più abitata della Sardegna (dopo Cagliari e Sassari e prima di Nuoro e Oristano).

In quegli anni,  sulle ali del boom economico, il nuovo tessuto commerciale che si era costituito nella nostra Isola (come, ovviamente e ancor di più, nel resto d’Italia) e la voglia di riscatto sociale delle generazioni sopravvissute al Fascismo e alla Seconda Guerra Mondiale, avevano fatto crescere la domanda di una istruzione utile e concreta, con un titolo di studio capace di fornire uno sbocco professionale immediato senza l’obbligo di proseguire negli studi universitari (come erano al tempo i licei). E la figura professionale del ragioniere, così ricca di storia e di fascino, sembrava incarnare l’ideale della nuova classe sociale di commercianti e artigiani, che sognavano per i loro figli, una carriera in banca o in ufficio, con il colletto bianco,  le mani pulite e lo stipendio sicuro. Professione oggi purtroppo tramontata, come dimostrano impietose le statistiche del ministero della pubblica istruzione, favorevoli ai licei, da quelli classici, artistici  e scientifici, ai più moderni linguistici, pedagogici  e musicali. Qualcuno li chiama i corsi e i ricorsi della storia.

Mi ritrovai così in un’allegra e rumorosa classe di quasi quaranta alunni, tutti simpatici e vivaci, provenienti da Pirri, Selargius, Quartucciu, Monserrato e Quartu Sant’Elena.

Le ragazze avevano ancora l’obbligo del grembiule nero, con il nome e la classe cuciti in alto destra, mentre noi ragazzi, al contrario di quelli del Martini (costretti a recarsi a scuola in giacca e cravatta), non avevamo alcun obbligo di forma nel vestire (l’obbligo sarebbe caduto anche per le ragazze, di lì a poco, quantomeno nel nostro istituto).

Avendo l’Istituto raggiunto in quell’anno un numero assai elevato di nuove iscrizioni ed essendo comunque ingestibile una classe di quaranta studenti, il Preside, un professore di Lingua e letteratura inglese assai colto e rinomato, decise di istituire i doppi turni. Una parte degli studenti avrebbe dovuto frequentare al pomeriggio: dalle 14,30 alle 19,30. Inizialmente si era parlato di alternanza tra i diversi corsi. Alla fine però, il mio corso, che inizialmente era contrasssegnato con la “F” (per il biennio) e con la “D” per il triennio superiore, finì coll’essere relegato per sempre al corso pomeridiano (o in controturno, se si preferisce).

A parte il sonno, che mi assaliva nei pomeriggi di caldo (da marzo a giugno,  grosso modo) non mi potevo e non mi volevo lamentare. D’altronde, potevo stare a letto un po’ di più al mattino, per evitare di addormentarmi sul banco di scuola (cosa che in verità non mi è mai accaduta).

Imparai con piacere tante cose: la stenografia, magica materia ormai scomparsa, la dattilografia, che ha dovuto lasciare il posto alla più complessa e misteriosa informatica; le scienze naturali, la geografia, la matematica, la fisica, la chimica, la computisteria e il francese. Ma le mie materie preferite erano la storia e l’italiano, dove in qualche modo, mi distinguevo. Anche merito della mia professoressa che nel biennio era la moglie di un alto magistrato cagliaritano, molto amorevole, paziente e capace.

La scuola mi piaceva. Ammiravo, in generale, tutti i professori e pendevo dalle loro labbra. Ero assetato di sapere e alle spiegazioni stavo sempre attento, perché volevo apprendere e non mi piaceva essere rimproverato.

Ma  all’orizzonte si addensavano delle nuvole cupi e dense: il sessantotto stava per arrivare.

13. continua…

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Ieri sera, guardando in TV il film di Gianluca Maria Tavarelli intitolato ” Aldo Moro – Il presidente” ,  interpretato da Michele Placido e da altri ottimi attori, un mare di ricordi mi ha avvolto, riportandomi indietro agli anni della mia gioventù.

Avevo finito da qualche anno  il servizio militare e studiavo ancora all’università quando, nel 1978, le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole Aldo Moro, trucidando i poliziotti della  sua scorta: Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi e Bruno Seghetti.

Non mi trovavo in Italia quando avvenne il triste fatto di sangue. Ero all’estero, in cerca di me stesso o forse fuggivo da qualche cosa, anche se  neanche io sapevo cosa.

Ricordo che negli anni immediatamente precedenti (prima che mi iscrivessi all’Università) ero stato impegnato nel Movimento Studentesco. Erano anni di scioperi, di proteste, di lotte sociali, attraverso le quali si cercava di ottenere una società più giusta, meno classista, dove la ricchezza fosse meglio distribuita. A livello politico si contestava la Democrazia Cristiana e si lottava per ottenere un’alternativa di governo e, seppure confusamente, forse ci si illudeva che il comunismo potesse essere una valida alternativa a quel tipo di capitalismo che non ci convinceva.

Mi allonatanai dal Movimento Studentesco per tanti motivi.

Sicuramente ero rimasto deluso dal fatto che mentre io ci credevo davvero nel cambiamento della società e, nel mio piccolo mi impegnavo per ottenerla, la maggior parte dei giovani studenti di allora si atteggiava a rivoluzionario ma in fondo cercava solo una vacanza dalla scuola.

Ma la cosa che mi allontanò più di qualsiasi altra dal Movimento Studentesco fu la mia percezione che il suo zoccolo duro, gli irriducibili, per così dire, fossero fautori e sostenitori della violenza.

Mi ricordo che a un certo punto girava la voce che l’estrema destra e l’estrema sinistra si sarebbero  dovuti unire nella lotta contro il potere e poi, una volta che lo avessero sconfitto, si sarebbero disputate la supremazia.

Ricordo anche che alcune frange del Movimento della mia città  si scontravano con i “fasci” (si chiamavano così quelli che militavano nei movimenti estremi di destra) a colpi di spranga.

Io non presi mai parte a questi scontri.

 

Ero sì, confuso; non sapevo bene cosa volevo (anche se sentivo l’ingiustizia della società, l’ipocrisia dei politici al potere e avevo sofferto, con rabbia, per le stragi di Stato, tipo quella di Piazza Fontana;  e avvertivo  la falsità delle accuse mosse a Valpreda e agli anarchici per nascondere le colpe di settori deviati dello Stato) ma ero certo di una cosa: io ero contro la violenza.

I miei idoli di allora erano Gandhi, Marthin Luther King, I Kennedy, Gesù Cristo (l’Uomo, non il Dio che ho riscoperto nella maturità).

Io ero per la pace. Forse anche per questo me ne andai lontano, a cercare un mondo ideale, nell’illusione che esistesse e senza capire che la pace la dovevo cercare dentro di me.

Nella tristezza che mi ha avvolto durante la visione del film, nel mio cuore ho ringraziato Dio per non avere mai ceduto alla violenza.

La mia rabbia di allora mi ha portato lontano ma mai verso la violenza.

Almeno in quello sono stato fedele ai principii nei quali continuo a credere.

Non voglio giudicare nessuno e so bene che il potere , a quel tempo, non si sarebbe mai potuto conquistare con la pace, in quanto lo Stato era armato ed i suoi uomini imbracciavano mitra, pistole e fucili.

Ma io non volevo e non ho mai voluto il potere.

Eppoi ho sempre detestato la violenza.

Che importa se qualcuno allora mi considerava un povero illuso?

Oggi mi sento contento di quella scelta; di essere sempre fuggito alla violenza.

Continuo a considerare la vita umana la cosa più sacra che ci sia.

E prego Dio che la pace vinca per sempre sulla guerra e sulla violenza.

 

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Insegno da circa trenta negli Istituti Tecnici che un tempo formavano i ragionieri (oggi si parla di programmatori e periti contabili).

Non ho mai mentito ai miei studenti. Ho sempre cercato di trasmettere loro la mia piccola scienza giuridico-economica e qualche frammento della mia grande coscienza civica.

Per il 70.mo anniversario della Liberazione la mia scuola ha organizzato,  per le quinte classi,  un programma teatrale che è stato prodotto  per le scuole da un gruppo culturale e che ha per  titolo “Partigiani Fratelli Maggiori” ispirato a un’idea teatrale di Gianfranco Macciotta.

In Consiglio di Classe, nell’aderire alla importante iniziativa, avevamo deliberato di affrontare l’argomento della Resistenza da diversi punti di vista, senza tralasciare i collegamenti tra il diversi movimenti di liberazione e il dettato costituzionale che scaturì dal confronto tra le diverse componenti ideologiche che, unite, si opposero al nazifascismo.

In classe, all’inizio della discussione, una maturanda, nella sua consueta forma, alquanto arguta e battagliera, ha esordito dicendo che lei era stufa di sentire ripetere le vuote formule della retorica resistenziale e che,  per di più,  non considerava giusto che questi qui (riferito al gruppo culturale che li attendeva in Aula Magna alle 11,30), si presentassero senza un’adeguata controparte, un contraltare ideologico,  che esponesse anche le ragioni degli sconfitti.

Vari altri studenti sono intervenuti successivamente, vivacizzando una discussione proficua e costruttiva.

Io ho cercato di mediare tra le due fazioni che sembrano contrapporsi nel dibattito: quella che considerava ormai superata e da archiviare l’esperienza dei partigiani e della loro resistenza al nazifascismo e quella che, al contrario, riteneva ancora doveroso tributare un ricordo di elogio e gratitudione a chi aveva combattutto per le libertà di cui abbiamo goduto in questi sette decenni di dopoguerra.

Ho convenuto ora con gli uni, ora con gli altri.

Naturalmente ho fatto anche presente, su un piano meramente tecnico o informativo, che nella Costituzione si potevano rinvenire, scorrendo i diversi articoli, le tracce delle differenti ideologie che in quella stagione si ritrovarono unite a combattere in un sol fronte contro il nazifascismo, a fianco degli alleati americani: la componente socialcomunista, quella cattolica e quella liberale sopra le altre.

A un certo punto, la stessa studentessa che aveva acceso il dibattito in avvio di discussione,  ha esclamato che anche i partigiani avevano ucciso e fatto delle vittime, magari anche innocenti.

Lì non ho potuto astenermi dal dire che anche io piangevo i morti dell’altra parte.

I morti meritano tutti rispetto, anche quando combattevano nella parte che la storia ha visto sconfitta; e ancor di più quando combattevanop per degli ideali in cui essi sinceramente  credevano.

Ecco, forse manca proprio questo, per una completa ricomposizione dell’unità nazionale e per una festa della Liberazione pienamente condivisa: il riconoscimento delle ragioni dei vinti.

 

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STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al Siotto dove gli studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo sistema è contro di esse.”

Così declamava un volantino, ciclostilato in proprio il 18 marzo 1971 dal movimento studentesco degli istituti superiori di Cagliari in assemblea permanente,  e distribuito, anche nella mia scuola,  nello stesso giorno. E come sembrano incredibilmente attuali queste parole. Se le svecchiassimo di quel linguaggio sessantottesco,  le potremmo ancora adattare alla situazione di oggi. Eccettuato purtroppo il fatto che le masse lavoratrici sono sempre meno vaste e meno coscienti.

In quell’anno scolastico 1970-1971 ero approdato alla terza classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Proprio in quell’anno mi ero accorto di avere sbagliato scuola: la Ragioneria e la Tecnica Commerciale, materie di indirizzo, mi annoiavano a morte, mentre studiavo sempre più volentieri l’italiano, la storia e le lingue straniere; per fortuna iniziammo a studiare il diritto e l’economia; tutto sommato potevo sopravvivere  senza cambiare scuola; avrei studiato anche le materie professionali, almeno il bastante per arrivare alla sufficienza.

D’altronde non è che i professori potessero ammazzarci di studio. Qualcuno l’avrebbe anche voluto (noi li chiamavamo “fascisti e reazionari”) ma ormai eravamo troppo impegnati nella lotta contro le vecchie istituzioni scolastiche e chiedevamo a gran voce di essere arbitri dei nostri destini. I nostri professori e le istituzioni più in generale, dal Preside sino al ministro della P.I. (quell’anno, se le fonti e la memoria non mi ingannano era il democristiano Misasi), d’altro canto, si scoprirono abbastanza impreparati a fronteggiare quella protesta rumorosa e convinta, tanto più  incontrollabile, quanto più essa era sorta in maniera spontanea e non organizzata.

C’erano, come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il Movimento marxista-leninista, I Maoisiti, su Populu Sardu e altri che adesso non mi ricordo; ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.

La nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).

E’ anche vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta; ma su questo tema mi tratterrò più diffusamente nelle prossime puntate.

Per adesso dirò che l’anno scolastico ormai iniziava effettivamente dopo le vacanze di Natale (almeno per quelli come me che aderivano incondizionatamente agli scioperi); poi si proseguiva bene o male sino a maggio, anche se c’erano certi appuntamenti imprescindibili, come quello del 25 aprile e del 1° maggio in cui ci si ritrovava nelle piazze.

Devo dire, per concludere, che io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni (quelle concrete come l’assemblea mensile e i dibattiti in classe e a scuola; così come quelle più fumose e impalpabili,  quali il diritto allo studio e  la scuola per tutti), rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.

Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. i miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei sedici anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).

Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).

Ma questo fa già parte delle prossime puntate.

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Fu proprio in quel caldissimo autunno del 1968 che iniziai la mia avventura quinquennale  all’Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari. Mio padre sognava che io potessi diventare il contabile per la  grande impresa di famiglia che lui sognava di consolidare e ingrandire a Cagliari (povero papà, quante delusioni ti abbiamo dato, in cambio della tua grande generosità!); mia madre era comunque contenta di essere riuscita a strappare,  per la prima volta, uno dei suoi figli maschi al vortice dell’azienda familiare che, per amore o per necessità, aveva già inghiottiti i primi tre; ed io… beh, anche io avevo i miei sogni; anche se a quell’età, i sogni sono alquanto confusi ed inespressi.

Certo il primo giorno di scuola non fu quello che uno può essersi immaginato nei suoi pensieri.

Trovammo infatti l’ingresso presidiato dai picchetti degli studenti scioperanti che impedivano l’accesso a qualunque studente, lasciando passare soltanto i docenti che non fossero già entrati con l’auto attraverso il carraio.

Le parole d’ordine che giravano tra gli studenti erano diverse e alle mie orecchie di studentello di primo pelo, suonavano quasi come oracoli di una divinità lontana e misteriosa. Alcuni sembravano anche semplici, nella loro formulazione: “Diritto allo studio”; “Scuola di tutti e per tutti“; altri erano rivestiti di un’aurea quasi mitica:”Fuori i baroni dalla scuola” (più tardi scoprii che lo slogan era rivolto all’università e che il barone Siviller, che al mio paese era stato degradato dai Savoia al loro arrivo in Sardegna, all’inizio del ’700, colpevole soltanto di essere da sempre fedele ai sovrani iberici, non c’entrava per niente); “Assemblea Permanente”; “Potere Operaio”; “Lotta Continua”; “Morte ai fascisti”; “Boia chi molla“.

Insomma gli slogans che si urlavano fuori dalla scuola erano tanti e per me, tutti, o quasi tutti, ancora incomprensibili.

Andò avanti così per qualche giorno fino a quando alcuni signori  (più tardi capii che si trattava di agenti della Digos in borghese), spiegarono agli studenti che facevano servizio di picchetto al cancello , che avrebbero dovuto lasciare libero l’ingresso e consentire a chi non avesse voluto aderire allo sciopero, di entrare a scuola.

Così finalmente potei incominciare la mia carriera scolastica. Anche se, a onor del vero, per non rischiare di venire scambiato per un fascista o, peggio ancora, di venire considerato un boia, attesi che un buon numero di studenti, vecchi e nuovi, fosse deciso a interrompere la protesta, con la promessa che il Preside avrebbe concesso un certo numero di assemblee per poter discutere i problemi della scuola e di noi giovani studenti, se avessimo ripreso prontamente  la frequenza (che per noi “primini” non era invero mai iniziata).

Così scoprii finalmente la mia classe. Si trattava di una prima super affollata. Eravamo oltre trenta, per lo più di sesso femminile. i miei compagni e le mie compagne venivano quasi tutti da Quartu S.E., da Pirri (che, precisavano i Pirresi, è come se fosse Cagliari; anzi “Pirri è’ Casteddu!), Selargius, Monserrato.

Mi ero già affezionato a questa classe allegra e rumorosa; mi ero già innamorato (senza che loro ne sapessero niente) di tre o quattro compagne e di una o forse due professoresse particolarmente giovani e carine. Mi piacevano inoltre le lezioni di italiano, di storia, di inglese; un po’ meno quelle di fisica e matematica, mentre mi affascinarono subito la dattilografia e la stenografia (che più tardi, ma io ero già passato dall’altra parte della barricata,  sarebbero state soppiantate dal “trattamento testi” e, più tardi ancora, sino ai nostri giorni, dall’informatica); mi risultò invece ostica la computisteria, che negli anni successivi si trasformava in “tecnica”, e tale antipatia durò per tutti e cinque gli anni e si estese anche alla “ragioneria” (le due materie, oggi, si studiano  unificate sotto il nome di “economia aziendale”).

Presto però arrivò la notizia che alcuni di noi sarebbero stati trasferiti e smistati in altre classi di nuova formazione e che un certo numero di classi avrebbero iniziato, con il sistema della rotazione, il doppio turno.

Ci fu spiegato infatti, in maniera alquanto sommaria e sbrigativa, che le aule non erano sufficienti ad ospitare tutti gli iscritti, dato l’alto numero dei nuovi studenti, e quindi, per evitare classi troppo numerose (più tardi si sarebbero definite “classi pollaio”) avremmo dovuto alternarci nella frequenza pomeridiana, dalle 14,30 alle 19,30. Tale turno avrebbe riguardato ciascuna classe, ma soltanto per uno, massimo due mesi, all’anno.

Più avanti negli anni successe invece che alcuni corsi venissero destinati a frequentare di pomeriggio tutto l’anno scolastico.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

9. continua…

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STORIA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO ROMANO

CAPITOLO  III

 

Fantasio tu hai detto che il vostro movimento fu “estremizzato” e poi criminalizzato: mi vuoi spiegare come accadde ciò? Come fu che da beniamini del mondo culturale voi diveniste nell’opinione  della gente comune dei quasi terroristi? Quando avvenne il punto di svolta?”

“Ti posso rispondere per quel che riguarda l’Università di Roma. Furono la battaglia di Valle Giulia, la vendetta della polizia a piazza Cavour e l’intervento della banda di Caradonna all’Università i momenti della svolta. Prima di allora fra le forze della polizia e gli studenti non c’era animosità e odio profondo. Gli studenti riconoscevano che coloro che portavano l’uniforme erano figli di contadini e di operai: si gridava nei loro confronti con ironia ma senza disprezzo lo slogan: “Operai volete che i vostri figli vadano all’Università? Arruolateli nella polizia.” Con ciò si voleva alludere, oltre che alla presenza dei poliziotti in uniforme, ad un’altra presenza che molti sospettavano, cioè alla discreta sorveglianza delle assemblee e dei cortei da parte di poliziotti vestiti da studenti. Dopo Valle Giulia i rapporti andarono progressivamente e velocemente deteriorandosi. I sassi di Valle Giulia lasciarono il segno non soltanto nei corpi dei poliziotti, ma anche negli animi e nelle menti.

In essi crebbe il rancore contro quei “figli di papà” che si permettevano di insultare loro, figli di contadini. Effettivamente, specialmente dopo l’intervento della banda Caradonna all’Università ed il suo salvataggio per opera della polizia, gli slogan nei confronti dei poliziotti divennero più cattivi. Si cominciò a gridar loro “servi dei padroni”.  Ci si mise pure Pasolini con una sua poesia, che sembrò ostile verso gli studenti ed invece era profetica, che pressappoco diceva: “Non posso essere solidale con voi che a Valle Giulia avete mostrato il disprezzo dei borghesi nei confronti dei figli degli operai”. I commentatori critici della poesia dimenticarono di dire che l’Io narrante nella poesia era un militante del partito comunista e veramente dopo  i fatti di Valle Giulia questa opinione verso il movimento degli studenti si diffuse nel mondo operaio e i sindacati e i partiti della sinistra gli divennero ostili.

Dall’altra parte ci furono voci di gravi maltrattamenti nei confronti degli studenti arrestati, si parlava di giovani fatti passare in mezzo a due file di poliziotti che li bastonavano. Apparvero sui giornali foto che mostravano gruppi di poliziotti manganellare studenti inermi.

Io ho partecipato a molte manifestazioni, non ho mai assistito a scene di particolare ferocia da parte della polizia, però voglio dire che quando a Piazza Cavour e a Valle Giulia e a Piazza Colonna avvennero le cariche della polizia, il mio principale intento fu subito quello di allontanarmi il più velocemente possibile dai punti pericolosi, e in ciò obbedivo ad un istinto primordiale,  oltre che a ricordi dolorosi, quindi non sono stato a guardare quello che accadeva lontano da me, e le voci dei maltrattamenti io le ho udite da gente degna di fede. Posso anche dire che i caroselli delle jeeps della polizia facevano veramente paura perché si lanciavano sulle strade affollate e persino sui marciapiedi a grande velocità ed in più di un’occasione causarono feriti, ed anche le bombe lacrimogene, usate in grande quantità, se colpivano qualcuno, facevano male, e i gas lacrimogeni potevano avere conseguenze dannose sugli occhi dei malcapitati studenti. Io stesso in quel periodo cominciai a soffrire di una congiuntivite che mai più mi ha lasciato.

Mi torna in mente la polemica ottocentesca sulla “ cecità del soldato”, malattia che colpiva i soldati ed era forse dovuta agli effetti della polvere da sparo , però chi lo diceva passava guai. Ed anche la recente polemica sugli effetti delle bombe all’uranio arricchito. Chi spera che le autorità facciano luce su questi argomenti deve considerarsi un illuso. Ovviamente una congiuntivite per quanto fastidiosa non può paragonarsi a queste altre malattie, però  le autorità dovrebbero preoccuparsi di non esporre i cittadini inermi e nemmeno i soldati  ai rischi dovuti  all’uso di armi improprie.

 

Comunque l’informazione che i giornali diedero su quegli eventi fu sempre parziale, talvolta mirante ad aggravare i fatti – quelli compiuti dagli studenti- e talaltra a sminuirli, sempre privilegiando la versione delle autorità, sia accademiche che politiche. Mentre il numero dei poliziotti feriti si conosceva ed era pubblicizzato, nessuno seppe mai con esattezza il numero degli studenti feriti,  perché chi poteva si faceva curare privatamente. La cosa peggiore fu che sui maltrattamenti avvenuti nelle questure non si fece mai luce; a quello che io so non ci furono indagini nè processi, nonostante che alcuni giornali a lungo ne avessero parlato. Ed io ancor oggi provo  rimorso per non aver a quel tempo seguito la sorte dei tanti studenti arrestati nelle manifestazioni. Fu  un errore non solo mio, ma di tutto il Movimento e più che un errore fu una colpa, questa poca solidarietà nei confronti di chi si trovò in guai seri.

A mia discolpa posso dire che a quel tempo io conservavo una opinione “buona” degli uomini e perciò non credevo a chi raccontava episodi di crudeltà e questo mio “ottimismo” ha fatto sì che io anche in seguito e fuori d’Italia mi esponessi a grossi rischi. Una certa fama di “incosciente” mi ha sempre seguito.

Dunque gli scontri di piazza, le voci dei maltrattamenti, i feriti di entrambe le parti valsero a spingere il movimento verso posizioni estreme.

Ma nello stesso periodo ci furono fatti ben più gravi: la strage di Piazza Fontana, la successiva caccia all’anarchico, la morte misteriosa di Pinelli e le dichiarazioni del questore Guida.

“E’ chiaro sono stati gli anarchici, hanno voluto colpire i simboli del “sistema borghese” che essi combattono, le banche, l’altare della patria”. L’anarchico si trovò subito: Valpreda.

Come ha fatto la polizia ad arrivare subito a lui ed al movimento 22 marzo? Allora c’erano a Roma e in Italia decine di gruppuscoli ben più forti e numerosi di quello.
Ammesso che gli attentati provenissero dalla sinistra extra parlamentare, la polizia avrebbe dovuto compiere un lavoro immenso per scandagliarli tutti, sottoporre a controllo migliaia di persone prima di individuare un possibile sospetto. Ma in un paio di giorni si arrivò al gruppo 22 marzo, a Valpreda e Pinelli. Come fu possibile ciò?

C’è solo una spiegazione logica: quel gruppo era il colpevole predestinato, già prima dell’attentato si erano organizzate le cose in modo che i colpevoli fossero individuati in quel gruppo, e Valpreda quando ciò accadde si trovava a Milano.

Ma anche dall’altra parte ci fu un atteggiamento sospetto: si cominciò a parlare di “strage di Stato”, perché strage di Stato? Si doveva semmai parlare di “strage contro lo Stato”. Perché – si diceva – la strage era stata compiuta con la complicità di organi dello Stato. Organi dello Stato? Attenzione! Si può semmai parlare di persone che ricoprivano un ruolo in organi dello Stato, le quali in complicità con ambienti esterni avevano organizzato la strage, o l’avevano coperta o avevano manovrato in modo da indirizzare la ricerca dei colpevoli verso certi settori, e ciò allo scopo di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato. Quindi, questa è la mia tesi, si doveva parlare di strage contro lo Stato.

L’interpretazione che il movimento diede di questi fatti fu una: “Ci vogliono criminalizzare, vogliono farci apparire come sanguinari assassini, vogliono gettare il paese nel caos e forse in qualche caserma è già pronto il “salvatore della patria”.

E questa interpretazione era probabilmente quella giusta: la strage che colpisce persone innocenti non si può inserire nella strategia di un movimento che si proclama rivoluzionario e popolare, le cui azioni devono sempre avere come fine quello di allargare il consenso attorno alle proprie iniziative.

L’attentato contro un dirigente politico che sia impopolare, o contro un dirigente d’azienda o contro una personalità qualsiasi che abbia un ruolo notevole nel campo avversario può apparentemente essere giustificata in questa ottica, pur deforme. Ma la strage di persone innocenti non lo può. Il più fanatico degli estremisti politici sa bene che sarebbe un suicidio ricorrere a questo tipo di azioni, perché l’opinione pubblica di qualsiasi tendenza non prova altro che rabbia ed orrore nei confronti di tali gesti. Mi preme ricordare che queste bombe fecero vittime fra gente italiana non fra stranieri occupanti.

Ed infatti mentre gli attentati contro singole personalità sono state quasi sempre rivendicate dai gruppi che le hanno eseguite, le stragi, da quella della Banca d’Italia  a quella di Brescia a quella di Bologna, non lo sono state mai.

Per la semplice ragione che con questi attentati non si voleva colpire un “obiettivo nemico”, lo scopo era quello di suscitare nell’opinione pubblica rabbia e orrore e quindi, di converso, il desidero che la “legge e l’ordine” fosse ristabilita.

Lo stesso scopo si può raggiungere alimentando una campagna terroristica nella quale i terroristi di varie fazioni si uccidono fra di loro, ma anche dando eccessivo rilievo a fatti di criminalità comuni. In Italia il generale che volesse far marciare le divisioni allo scopo di imporre lo “Stato forte” non ci fu, però i giornali ampiamente parlarono di tentativi di colpi di Stato organizzati dalle destre con la complicità dei servizi segreti e anche la magistratura indagò su questi fatti ed alcuni generali furono processati.

L’interpretazione che il movimento diede dei fatti di Milano fu giusta, ma la reazione sbagliata.

Individuato il pericolo, bisognava mobilitarsi a difesa della democrazia e in effetti le reazioni della sinistra istituzionale andarono in questa direzione, ma nel movimento prevalse l’altra tesi: “Ci vogliono distruggere, preparano il colpo di Stato, quindi anche noi dobbiamo prepararci alla difesa, alla violenza si può rispondere solo con la violenza, il nemico è lo Stato, dobbiamo combattere lo Stato”.

Questa dicono che fosse la tesi di Feltrinelli – e la morte misteriosa dell’editore sembrò confermarla.

Va detto che nel movimento nessuno mai credette alla favole della bomba esplosa mentre Feltrinelli stava per far saltare un traliccio. Come può venire in mente ad un uomo ricco, potente, l’idea di mettersi sulle spalle una carica di tritolo ed andare a far saltare un traliccio dell’Enel? Ma questa fu la versione ufficiale. Si disse pure che Feltrinelli aveva preso contatti con alcuni banditi sardi per organizzare una guerriglia indipendentista in Sardegna.

Nacquero così i presupposti e la giustificazione ideologica della lotta armata. Mancavano ancora i soldati. Negli anni delle manifestazioni molti studenti avevano interrotto gli studi per dedicarsi anima e corpo al movimento.

Molti altri si laurearono, ma si erano troppo compromessi per potersi inserire nella società. Lo statuto dei lavoratori vieta alle aziende di assumere o licenziare in base alle opinioni politiche dei dipendenti. Quanto questa legge sia rispettata, ho potuto constatarlo sulla mia pelle. Io avevo partecipato attivamente all’occupazione di ingegneria, tuttavia ufficialmente non ero “compromesso” né “schedato” in quanto non ero mai stato fermato dalla polizia, non avevo conosciuto le stanze della questura, né mai avevo commesso azioni violente. E tuttavia quando dopo la laurea cercai lavoro, tutte le porte mi furono chiuse, dovetti emigrare.

Molti studenti del movimento dopo la laurea rimasero disoccupati e senza alcuna prospettiva di trovare lavoro. Altri avevano conosciuto il carcere e, dopo, l’emarginazione. Ma nel carcere erano entrati in contatto con elementi della malavita comune che essi cercarono di politicizzare, riuscendovi talvolta, e imparando da essi l’uso delle armi e della violenza come metodo per risolvere le questioni politiche.  E ci furono persino alcuni  carcerati per reati comuni che furono politicizzati dagli studenti: secondo autorevoli giornali lo stesso Feltrinelli tentò di fare del bandito Mesina un guerrigliero, uno “Che Guevara sardo”.

Del resto una nuova teoria politica stava nascendo: la classe operaia era ormai “integrata”, i dirigenti dei partiti della sinistra tradizionale erano “imborghesiti”. Gli unici in grado di accogliere un messaggio “rivoluzionario” erano gli emarginati delle borgate, i disoccupati, ed i più disperati fra questi: i detenuti e gli ex detenuti.

Nacquero così i primi nuclei di borgata.

“Che mi dici Fantasio della nascita delle BR, del delitto Calabresi, del delitto Moro…” “Proprio niente ti dico, in questo libro io racconto delle mie esperienze personali e di ciò che logicamente posso dedurre dalle mie esperienze . Quando avvennero i fatti di cui mi parli io già non ero più in Italia.

Sul terrorismo ricordo di aver letto una favola che ti voglio raccontare:

 

Un pastore avido possedeva un gregge di pecore che tosava senza pietà fino a scorticarle. Per quanto miti, le pecore si stancarono di subire tutte quelle vessazioni e cominciarono a fuggire; ogni volta che, dopo il pascolo, le riportava all’ovile, il pastore si accorgeva che qualche pecora mancava. Che fare per riportare l’ordine?

Chiese consiglio al Gran Pastore dei Pastori. “libera il lupo- disse costui- e poi spargi la voce che il lupo è nelle vicinanze, le pecore torneranno spontaneamente all’ovile”

Avvenne proprio così, ma non fu più possibile catturare il lupo che ancora si aggira attorno agli ovili.

Ti posso anche dire, non so se come aggravante o a parziale discolpa della classe politica italiana che la repressione avvenne a livello mondiale, in coincidenza o preceduta o immediatamente seguita dalla morte per mano violenta o naturale delle grandi personalità che sostenevano il movimento:

Che Guevara, Martin Luther King, Ho Chi Min, Mao Tse Tung, Sartre, Bertrand Russell e molti altri che, celebri un tempo, improvvisamente scomparvero dai giornali. Contro la famiglia dei Kennedy in America si scatenò una vera e propria campagna di linciaggio morale .

Fuori d’Italia la repressione fu più violenta: colpi di stato militari in Sud America con stragi e “desaparecidos” a migliaia, intervento militare russo in Cecoslovacchia, colpo di Stato sanguinoso in Indonesia, messa al bando delle “Guardie Rosse” in Cina, colpo di Stato in Grecia. In controtendenza la rivoluzione dei militari portoghesi che posero fine alla dittatura di Salazar e restituirono l’indipendenza alle colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico. Purtroppo in questi paesi scoppiarono sanguinose guerre civili.

In Cile la breve esperienza socialista di Allende fu soffocata dai militari di Pinochet.

 

Il movimento del ’68 fu differente dai  movimenti rivoluzionari dei secoli scorsi poiché  a scendere in piazza e a manifestare chiedendo un radicale cambiamento della società, non furono le masse proletarie, ma furono studenti ed intellettuali, perciò la repressione violenta del movimento ebbe come prima conseguenza quella di decapitare molte nazioni privandole della futura classe dirigente.

Fu così che quando in molti paesi fu ristabilita la democrazia  venne a mancare tutto quel ceto che avrebbe potuto guidare un cambiamento sostanziale della società.

Scomparve la dittatura dei militari ma rimase al potere una classe politica ancorata alle  idee precedenti il ’68, anzi alle idee del secondo ottocento, quelle che portarono alla grande guerra.  Gli ideali del socialismo furono dovunque sopraffatti.

Qualcosa di simile accadde nell’Italia subito dopo l’unità quando garibaldini e mazziniani che più e meglio avevano combattuto per l’indipendenza furono messi al bando e perseguitati: anch’essi, a differenza di quanto generalmente si crede, venivano per la maggior parte dai ceti intellettuali e borghesi, pochi furono i contadini e operai che si unirono ai patrioti, e invece molti furono quelli che si unirono ai briganti.

 

Dal Romanzo inedito di Angelo Ruggeri

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Quegli spari, in Piazza San Pietro,

il 13 maggio 81

mi videro freddo osservatore

di un materialismo storico

ch’era illusione, ch’era inganno;

più avanti piansi

di fronte al fragile tremore

e capii, col cuore,

che Tu eri mio padre!

Oggi

proprio lì,

dove ti aggredì il maligno

Ti hanno elevato tra gli eterni eroi!

Ma per noi Tu eri già Santo!

Anche se non Ti vedo

prega per noi tra gli Angeli:

la Tua vita

è stata comunque un segno

dell’esistenza di Dio.

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Diceva un mio vecchio professore che due torti non fanno una ragione.

Mussolini (con l’appoggio del re Vittorio Emanuele III) nel 1922 intendeva porre un argine al comunismo che, ai loro occhi,  avanzava pericolosamente dopo avere conquistato, cinque anni prima, la Russia dei Romanov.

Tutti ricorderanno infatti le occupazioni delle terre e delle fabbriche, succedutesi ininterrottamente dopo la fine della guerra 1915-1918  e culminate, a livello organizzativo,  con la nascita  del Partito Comunista Italiano (P.C.I.), avvenuta a Livorno nel 1921.

Mussolini, da socialista quale egli era, detestava i comunisti (questa rivalità sarà una costante in Italia,  per tutta la durata della vita di questi partiti , sino ai  tempi di E. Berlinguer e di B. Craxi); il re savoiardo, dal suo canto, essendo anche  parente dei Romanov, alla sola idea dell’avanzata dei comunisti, si sentiva mancare la terra sotto i piedi.

Ecco dunque come salì al potere il Fascismo.

Tanti, troppi, per purezza d’animo e ingenuità oppure per comodità e opportunismo,  fermarono il loro giudizio a questa iniziale valutazione  del Fascismo, attribuendole il merito di avere salvato l’Italia dal torto che avrebbe subìto se il  comunismo, come allora si paventava, fosse pervenuto al potere  (si tratta forse di un comodo giudizio ex-post, ma la storia è spietatamente inconfutabile con riguardo ai terribili danni causati dall’ideologia comunista; tanto ciò è vero che tutti i comunisti, non soltanto quelli italiani, hanno voluto cambiare nome e simboli);  ma queste anime candide e questi opportunisti furbacchioni non seppero o non vollero vedere e considerare i torti perpetrati dal Fascismo a danno dei propri avversari e quindi dellla stessa Nazione Italiana(non parlo qui soltanto della sciagurata decisione di entrare in   guerra a fianco della Germania e del Giappone, ma anche della prepotenza e dell’arroganza nel confronto politico, del delitto Matteotti, del pestaggio a Gobetti, dell’incarcerazione di Gramsci, dei Tribunali Speciali, dei reati di opinione, dell’indottrinamento, del culto del duce, delle scellerate leggi sulla purezza della razza e così via discorrendo per venti lunghi anni).

Il Fascismo fu un torto alla libertà, alla democrazia, alla ragione; nè più, nè meno come fu un torto il comunismo, seppure con volti e forme diversi.

Io non sono così vecchio da avere conosciuto il Fascismo, ma lo sono abbastanza per ricordare che gli strali antifascisti, particolarmente ardenti negli sessanta e settanta, costituirono un comodo schermo dietro al quale i comunisti  celarono le loro magagne, nell’ulteriore tentativo di salire al potere, prima della degenerazione brigatista.

Se i nostalgici della mascella (gli ex-fascisti, per intenderci) e quelli del baffone (parlo degli ex-comunisti più o meno camuffati, per capirci) non prenderanno atto dei reciproci torti che la storia in maniera equanime gli attribuisce, l’Italia non ritroverà mai una vera unità di popolo e di cultura, e continuerà a vivacchiare nel sospetto e nella diffidenza reciproci, impantandosi in   paralisi istituzionali, oggi incarnate dai Grillini (che non  sono certo la causa, ma casomai l’effetto) domani non oso pensare da chi e da cosa.

E intanto i giovani crescono nella confusione e nell’ambiguità, disconoscendo i reali contorni e i veri contenuti della nostra storia, celati dietro una cortina fumogena di falsi ideologismi e partigianerie di comodo.

Usciamo dagli steccati ideologici e pensiamo all’Italia. Forse il Movimento 5 Stelle, da questo punto di vista, una opportunità.

Speriamo di saperla cogliere al meglio.

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Se trovate uno scheletro

 legato

con il fil di ferro

ad un altro scheletro

legato

ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello scheletro

sono io.

 

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

in quei recessi profondi e contorti

che in vita chiamavo foibe.

 

Avvolgetemi in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

 

Non odio nessuno e perdono tutti.

 

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

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 A volte penso che noi avvocati occidentali siamo fortunati. E’ pur vero  quello che riporta oggi il Corriere della Sera, e cioè che in Italia la professione forense è diventata un ripiego per notai mancati e per aspiranti burocrati in attesa di impiego, determinando così un numero di avvocati che ha inflazionato il mercato, rendendo sempre più accesa la concorrenza e più difficile lo svolgimento della professione, abbassando contemporaneamente  il livello qualitativo dei professionisti.

Ma quando leggo di avvocati come la cinese Ni Yulan, radiata dall’Albo, arrestata e torturata dagli sgherri del potere capital-comunista di Pechino, allora capisco che noi avvocati italiani siamo fortunati, perché possiamo fare il nostro lavoro senza paura di essere perseguitati dal potere contro il quale, è l’essenza della nostra professione, dobbiamo combattere, in difesa dei soggetti più deboli.

Non riesco a vedere nessun’altra ragione di esistere per noi avvocati, se non quella di schierarci come baluardo in difesa dei deboli contro gli abusi del potere.

E’ questa la molla che mi ha spinto, ahimè decenni orsono, ed è questa l’unnica motivazione che ancora mi tiene in tensione nello svolgimento di una professione che ha bisogno di grandi motivazioni, senza le quali l’avvocato rischia di diventare un collettore di danaro altrui.

Ni Yulan ha coerentemente interpretato la professione forense  ed ha pagato a caro prezzo la sua coerenza.

E come lei tanti avvocati nel terzo mondo (penso all’Egitto, all’Iran, alla Birmania, alla Russia e a tanti altri Stati ancora lontani dalla democrazia) pagano a caro prezzo il loro essere avvocati nel più autentico dei significati possibili: la difesa dei deboli e degli ultimi dalla inevitabile arroganza del potere.

Per saperne di più sulla storia di Ni Yulan vai al link sottostante:

http://lepersoneeladignita.corriere.it/2012/08/12/ancora-in-carcere-lavvocata-anti-sgomberi-delle-olimpiadi-di-pechino/

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Se trovate uno scheletro

legato con il fil di ferro

ad un altro scheletro

legato  ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello sono io.

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

in quei recessi profondi e contorti

che in vita chiamavo foibe.

Avvolgetemi in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

Non odio nessuno e perdono tutti.

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

Cagliari marzo 2004

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Una cameriera entra in scena e apre le due ante dell’armadio su cui troneggia una enorme testa di Karl Marx.

Con l’interno rivolto allo spettatore, le due ante simulano gli scaffali di una libreria.

Dall’interno dell’imponente armadio la cameriera estrae un divanetto a due posti e un basso tavolino che con una sedia a dondolo e alcune altre sedie in tinta, completano l’arredamento del salotto di casa Marx.

Siamo a Londra, negli anni cinquanta del 1800. Karl Marx ha già pubblicato nel 1848 “Il Manifesto del Partito Comunista”  scritto a quattro mani con Friedrich Engels. Karl Marx e la sua famiglia si son dovuti rifugiare a Londra a causa dei sospetti della polizia belga, p reoccupatache il grande economista e filosofo, fondatore della scuola marxista, voglia esportare anche in Belgio la rivoluzione, che furoreggia in Francia nel 1849. Neanche la Francia, d’altronde, è ospitale per Karl Marx: troppi creditori arrabbiati. E le finanze della famiglia di Karl Marx non vanno certo meglio a Londra: i beni di famiglia vanno avanti e indietro dal Monte di Pietà, tra un invio e l’altro di danaro del mecenate e sodale Friedrich Engels.

Ma nella commedia di Adele Cambrìa, rappresentata a Cagliari nel giorno 10 dicembre 2011 per la regia di Marco Parodi, le difficoltà finanziarie e le ristrettezze economiche in cui vivono Marx, sua moglie Jenny von Westphalen e le loro due figlie fanno soltanto da sfondo al nucleo centrale del dramma: con i Marx vive da sempre una cameriera, Helen Demuth, che divide con loro le fatiche e le miserie di una famiglia a cui, un pur sì notevole pensatore ed una nobile prussiana decaduta, non riescono ad assicurare un minimo di serentità economica.

Helen serba nel suo animo un grande segreto che verrà disvelato al mondo intero soltanto più un secolo dopo: il bambino che Helen ha partorito in casa dei Marx, e che è stato prontamente dato in affidamento, è figlio di Karl Marx, frutto di un rapporto extraconiugale consumato tra la cameriera ed il suo datore di lavoro, sotto il tetto coniugale.

Sembra incredibile come proprio in casa del più grande pensatore comunista della storia del pensiero rivoluzionario si sia consumato un dramma così borghese. E nel triangolo inusuale ed abnorme (oggi Marx rischierebbe, come minimo, una condanna per mobbing) chi ne esce con le ossa rotta è proprio il grande intellettuale tedesco. Il suo mito viene polverizzato sotto le macerie della sua incapacità di gestire e di accogliere gli stessi frutti del suo matrimonio (quattro figli della coppia legale su sei moriranno praticamente per mancanza di assistenza materiale) e della sua meschina, banale e pavida dimensione maschilista.Viene spontaneo chiedersi a cosa serva una intelligenza sopraffina, spesa a scrivere libri e manifesti in difesa dei deboli, se poi il suo autore si dimostra insensibile ai destini dei deboli che gli stanno accanto: i figli indifesi che muoiono sotto i suoi occhi affetti da incapace impotenza e la proletaria Helen, strappata alla sua famiglia appena undicenne e totalmente succube sia socialmente e sia economicamente della sua nuova famiglia.

Sta in questa enorme contraddizione la grandezza del testo di Adele Cambrìa; un testo coraggioso e irriverente che scrollandosi di dosso ogni timore reverenziale, frantuma il mito del pensatore, del filosofo, dell’intellettuale e del rivoluzionario a cui si sono ispirate tutte le grandi rivoluzioni socialiste (dall’URSS alla Cina; dal Vietnam a Cuba), anch’esse miseramente fallite, mettendo a nudo l’uomo e proiettandolo nella sua dimensione più intima e umanamente delicata:il suo rapporto con le donne. Un testo egregiamente interpretato da Elena Pau e Simona Guarino che nell’arco della durata dello spettacolo fanno emergere due intense e positive figure femminili che piano, piano ma inesorabilmente, finiscono per ridimensionare la figura umana di Karl Marx (presente sul palcoscenico solo con la voce calda e pastosa di Gianni Esposito), riuscendo a colmare perfino, grazie ad una solidarietà tutta femminile, anche il divario sociale e culturale che le separa sin dalla nascita.

Qualcuno può esser portato a pensare che il testo pecchi di eccesso di femminismo e che sia portatore di una tesi apodittica ma la storia sul palcoscenico regge e si regge bene. E tanto basta.

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Orsù! andiamo!

Lasciate fare, lasciate passare!

Oggi non è più tempo, adesso,

di sparare addosso alla gente

Non sapete che oggi

è il 9 Novembre 1989?

Oggi non è più tempo di bloccare ancora le merci!

Orsù! Soltanto mille dollari ti costa un camion pieno!

Alle 9 e 21 della sera il muro sta crollando!

Lasciate fare, lasciate passare

Ci saranno radicali cambiamenti che aspettano le vostre vite!

Il muro sta crollando insieme

con le nostre illusioni le loro false promesse

l’erronea secolare speranza!

Andiamo! Il muro non occlude più i totem del progresso!

Andiamo ad adorare

gli dei scintillanti

che avanzano con decisione!

Lasciate fare, lasciate passare!!!

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tibet1La Cina ha minacciato ritorsioni commerciali e finanziarie contro gli Stati Uniti per il fatto che Barack Obama ha ricevuto il Dalai Lama.

Non è la prima volta che succede. E per fortuna gli USA non si son fatti impressionare.

Anche se la Cina è il paese straniero che possiede il maggior numero di titoli  del debito pubblico americano.

Credo che l’antimericanismo di molti Paesi finirebbe domani se la Cina divenisse il Paese più potente del mondo al posto degli USA.

La Cina infatti sin dal 1950 (anno di invasione del Tibet) hanno soffocato ogni libertà in Tibet, esercitando la loro oppressione principalmente contro la libertà reliigiosa.

Tutti potremmo divenire tibetani, domani.

Ma come si può tacere mentre ogni giorno, ogni ora, ogni minuto i comunisti cinesi impongono il loro colonialismo comunista nel regno della religione tibetana?

E per quanto tempo ancora la libertà di autodeterminazione dei popoli sarà soffocata dalla protervia della ragion di stato?

Soffro con tutti che anelano alla libertà.

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attentato1

Quegli spari, in Piazza San Pietro,

il 13 maggio 81

mi videro freddo osservatore

di un materialismo storico

ch’era illusione, ch’era inganno;

più avanti piansi

di fronte al fragile tremore

e capii, col cuore,

che Tu eri mio padre!

Anche se non Ti vedo

prega per noi tra gli Angeli:

la Tua vita

è stata comunque un segno

dell’esitenza di Dio.

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garibaldiRingrazio e apprezzo gli operai che hanno votato sì e comprendo  quelli che hanno votato no a Mirafiori(anche se non approvo il loro voto).

Quand’ero un giovane studente delle superiori e manifestavo a scuola e nelle strade contro il sistema (quello capitalista, ma anche quello autoritario e paternalistico, simboleggiato da un potere democristiano immobile e ingessato nel tempo, impermeabile ai cambiamenti, misterioso e criptico, come le battute e l’espressione facciale di Giulio Andreotti)  cercavo l’unità con gli operai per la lotta contro quel sistema.

Non saprei dire il perchè: forse era un istinto che ho ancora dentro di me e che mi porta ad amare i deboli, gli ultimi, gli sfigati, gli sfortunati; quelli che fanno sacrifici e lottano ogni giorno, senza fregare il prossimo; quelli che magari sognano un avvenire migliore per i figli ma attraverso lo studio e l’impegno; o magari era lo spirito dei tempi che ci indicava come idoli del cambiamento in favore dei deboli e degli oppressi, Fidel Castro, Mao-tze-Tung, Lenin, Ho-chi-min (io avevo anche Gesù Cristo, nella Sua versione francescana e assai poco clericale, per la verità; ma poi tutti scoprimmo con orrore le nefandezze di questi uomini, che avevano sostituito Dio con un dogma di uguglianza e fraternità, che ha significato invece oppressione e morte per chi, nell’applicazione concreta di quel dogma, non era disposto a credere, e miseria morale e materiale per tutti; mentre da quella materiale scampavano solo i satrapi comunisti di turno: Stalin, Ceacescu, Honecker con il loro clan di spie e di torturatori).

Dalle ceneri del comunismo è risorto più forte che mai il Capitalismo, con le su contraddizioni, i suoi difetti, i suoi eccessi, ma lanciato verso il futuro senza più ostacoli, senza più alternative, unico arbitro e detentore del benessere materiale delle società; così l’India, la Cina, il Brasile e tutti i Paesi emergenti, quelli ex-comunisti, ora innalzano inni al di quattrino, padrone dei destini umani, distributore di benessere materiale, mentore di una libertà ipocrita e fallace, che lusinga, ghermisce, indottrina, incanta ed inganna, ipnotizzando le masse con il suo occhio magico, coi suoi trucchi, con le sue meschine blandizie quotidiane; mentre impera lo squallore morale, la piattezza che soffoca i sentimenti in nome del feticcio da adorare: il profitto per il capitalista in sella ed il benessere materiale, lo stipendio, il salario, un compenso per vivere con decoro e senza vergognarsi davanti ai figli messi al mondo in una società che pretende e richiede consumi in quantità industriale per perpetuare e perpetrare il proprio livello di produzione,  per gli operai.

In questa situazione si è andati a votare a Mirafiori.

Certo, se avessi avuto la bacchetta magica, non avrei sistemati le cose a questo modo. Ma la situazione che si è creata nerl mondo occidentale è questa: gli ex-poveri incalzano alle frontiere e per raggiungere il nostro livello di benessere materiale sono pronti a tutto; anche a lavorare per metà salario rispetto al nostro; anche a beccarsi l’inquinamento delle acque, della terra e del cielo; e pure la diossina, se necessario e se il Grande Fratello, attraverso l’occhio magico, ne tace l’esistenza, e declama altri temi nello schermo incantatore.

Per favore qualcuno spieghi a Landini & C. che il muro di Berlino è crollato nell’89 e che se non hanno altra alternativa a quella già tristemente obsoleta del comunismo, è senz’altro meglio cercare di migliorare il capitalismo.

Anche se io preferisco parlare di dottrina sociale cattolica.

E’ chiaro dunque perchè gli operai, sia a Pomigliano che a Mirafiori, hanno votato sì; tanto più che lo Stato, in tutt’altre faccende affaccendato (e non da adesso) li ha lasciati soli, in balìa di Marchionne-Garibaldi.

Garibaldi aveva 1037 fedelissimi che lo seguivano; Marchionne ha 1037 volte il salario dei suoi operai (così ha recitato con malcelata invidia  il tam-tam mediatico dei livorosi di destra e di sinistra).

E mentre Garibaldi, alla fine delle sue scorribande, ebbe in dono Caprera, dove guardato a vista dagli ex-Piemontesi, morì triste e solitario, così anche Marchionne, quando non servirà più al sistema, si ritirerà in qualche rifugio dorato, prigioniero dello stesso sistema che egli ha contribuito a creare e a rafforzare; ed anche il frutto delle sue scorribande sarà adeguatamente inserito ed accolto nel sistema, previo qualche esame attitudinale, come i 1037 reduci garibaldini accolti senza troppo entusiasmo, nell’esercito ex-piemontese.

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indro4Dopo lo sciroppo americano Dan Brown eccomi sotto l’ombrellone con un drink nostrano, verace e corposo: Indro Montanelli e i suoi “Conti con me stesso” cioè i suoi diari dal 1957 al 1978 pubblicati da RCS.

Anche se depurati da alcuni brani ritenuti lesivi di alcuni personaggi, questi diari che ho cominciato a leggere sotto l’ombrellone non sono davvero male.

C’è tutto lo stile asciutto e tagliente del grande giornalista di Fucecchio ma senza quel velo di conformismo con cui anche Montanelli, noto per non avere troppi peli sulla lingua (nè sulla penna), doveva pur sempre coprire i suoi giudizi, pena altrimenti la sua esclusione dal consesso civile e sociale di quegli anni.

E così vengono fuori giudizi eclatanti su grandi personaggi dell’epoca: dal presidente Gronchi, bollato come un buono a nulla(sto usando un eufemismo), a Benedetto Croce (colto nel suo lato perfido), a Rossellini e Fellini (che si confrontano parlando di donne); e ancora papi, cardinali,  ambasciatori, uomini politici, artisti, colleghi giornalisti, industriali, nobildonne e mercanti d’arte, tutti passati al setaccio di una penna lucida e impietosa.

Ma Montanelli è severo e sincero anche con se stesso: ne emerge un quadro più umano dello scrittore, fuori dal mito e dalla leggenda che ormai lo attornia dappresso.

Due cose mi hanno colpito più delle altre: l’originalità del pensiero montanelliano, completamente sganciato dalla intellighenzia dell’epoca, abbarbicata in maniera retorica e conformista su posizioni antifasciste (osservava Montanelli: “non si può dire intellettuali di sinistra, perchè gli intellettuali sono soltanto di sinistra, quelli di destra non vengono neppure considerati intellettuali”); e la capacità,  tutta montanelliana anch’essa,  di delineare con poche frasi grandi personalità dell’epoca: Giovanni XXIII, ad esempio; ma lo stesso Mussolini e tutto il momvimento fascista vengono messi a nudo impietosamente, seppure privati da quell’alone di enfasi e di retorica che nell’immediato dopoguerra caratterizzò la lotta politica e le vicende politiche  italiane.

Insomma, per me che sono cresciuto a pane, libri  e antifascismo di maniera, un modo nuovo di vedere i personaggi dell’epoca e di rileggere le vicende italiane del secondo dopoguerra.

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foibe

Se trovate uno scheletro legato

con il fil di ferro ad un altro scheletro

legato ad un altro scheletro e a un altro

ancora, quello sono io.

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca. Io giaccio

in quei recessi profondi e contorti

che in vita chiamavo foibe.

Avvolgetemi in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

Non odio nessuno e  perdono tutti.

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

Cagliari 16 febbraio 2003

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