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I Catalani ci stanno provando e continueranno a provarci ad ottenere l’indipendenza da Madrid. Non so se ci riusciranno.  Oggi, 10 ottobre, alle 18,00, forse, ne sapremo di più.

Una cosa la vicenda catalana ha mostrato: la globalizzazione ed i poteri finanziari (più o meno occulti) dettano legge anche in politica.

Più dei poliziotti madrileni, saranno i poteri finanziari che impediranno alla Catalogna di staccarsi dalla Spagna.

Per quanto riguarda la Sardegna io penso che i potentati finanziari neppure si accorgerebbero della nostra ipotetica istanza di indipendenza da Roma.

Da giovane i sogni di indipendentismo mi infiammavano l’animo. I vecchi, al mio paese, pur condividendo i miei ideali, mi invitavano a riflettere: ” Chi pagherà le nostre pensioni, all’indomani della proclamazione della Repubblica Indipendente di Sardegna?”, mi chiedevano nel nostro antico idioma, con in bocca un mezzo sigaro o un ramoscello di menta.

Oggi, con occhi di disincanto, vedo maschere di improvvisati attori affannarsi sul palcoscenico dell’indipendenza sarda.

Mi chiedo se la loro agitazione sia il frutto di un reale sentimento e se davvero abbiano coscienza di ciò di cui parlano (alcuni perfino straparlano).

Mi sembrano dei pessimi attori che recitano un copione cha la Storia ancora non ha scritto.

Forse ho perso fiducia nella politica; o forse la politica mi ha rubato i sogni di gioventù. Prima di parlare di indipendenza vorrei che i nostri politici sardi parlassero di cultura, di storia, di lingua e dialetti sardi.

Magari potremmo tutti renderci conto che la vera libertà è quella che si trova nella cultura e nella conoscenza; e che un’istanza politica, se non affonda le sue radici nelle profondità dell’identità culturale sarda, diventa una pantomima, una recitazione sterile e vuota di contenuti.

Allora, invece di stare a sentire i manifesti dei neosardisti (qualcuno li definirebbe neoitalioti), preferisco cullare quel che resta dei miei sogni nei paesaggi, nelle forme e nei suoni che costituiscono il patrimonio autentico ed inestinguibile della nostra civiltà.

Quello non ce lo potrà rubare mai nessuno. Nè i prefetti romani, nè quelli di Madrid e neanche quelli di Bruxelles. Sperando che non saremo noi Sardi a diluirlo e a disperderlo nella vacuità di questa pseudocultura globale, che a forza di scimmiottare superficialmente modelli culturali angloitalioti , ci fa dimenticare (come aveva paventato il piccolo grande Sardus Pater di Barumini) di quello che siamo stati e di quello che abbiamo fatto nel passato.

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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come glo occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuto a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

6. continua…

 

 

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