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Un altro importante argomento che sta a cuore ai poeti del Manifesto di Napoli è quello della letteratura italiana studiata a scuola. Come argutamente osserva Angelo Ruggeri, uno dei fondatori del Manifesto:  “la letteratura italiana è immensa e solo una
piccola parte è inserita nei programmi scolastici e quindi viene fatta conoscere  alla gente. Una grossa selezione fu fatta nel momento dell’unità italiana ad opera dei ministri della pubblica istruzione fra i quali il notissimo De Sanctis. Essendo l’Italia stata unificata dalla Monarchia dei Savoia costoro vollero che nelle scuole del Regno si insegnassero solo gli autori favorevoli al regno e se non lo erano li si fecero diventare falsando la storia personale degli artisti e l’interpretazione delle loro opere. Sugli scrittori viventi in quel tempo si procedette in modo anche più brutale, riuscendo a far diventare monarchico lo stesso Carducci e guerrafondaio il Pascoli. Furono ridotti alla miseria gli scrittori mazziniani ed erano la  maggioranza in Italia. ancora oggi autori grandi come Tomasseo,  De Roberto, Sacchetti, Rovani, Imbriani e tanti altri sono pressochè sconosciuti al pubblico. E Mazzini chi lo conosce? e Cattaneo?  Senza contare che molti e buoni poeti considerati “minori”, che sono la grande ricchezza della nostra letteratura,  sono del tutto ignorati e se anche nei loro paesi natali qualche strada e piazza è dedicata ad essi,  nondimeno, se si va a indagare, si scoprirà che essi  sono al tutto sconosciuti agl stessi loro concittadini.”

E chi di noi non ha sofferto, studiando sui programmi scolastici, a causa delle imposizioni relative a scelte non sempre felici ed
azzeccate? E quando, non di meno, i programmi si concentrano su autori indubbiamente validi (è il caso, ad esempio di Dante, Petrarca, Leopardi,  Pascoli e tanti altri), è l’apparato critico ad essere carente e fuorviante nello studio e nella comprensione delle opere degli autori.

Osserva ancora Angelo Ruggeri: ” Se poi si vanno a esaminare le Storie della letteratura e i commenti critici sulle opere che si fanno studiare, si constaterà qualcosa di ancora più deprimente: in gran parte tali commenti derivano da quelli scritti all’alba
dell’unità d’Italia dai ministri dei Savoia, il De Sanctis ed altri che trasformarono in monarchici e reazionari quasi tutti i nostri poeti ed ignorarono totalmente i repubblicani e i mazziniani. Riuscirono a far diventare monarchico persino il Carducci e guerrafondaio il Pascoli! Disgraziatamente la scuola italiana ha conservato il suo carattere autoritario e conservatore fino ai nostri giorni. Si imputa oggi ai giovani l’indifferenza verso la politica  e la mancanza di ideali e di ambizioni che non siano quelle  orientate verso del successo economico da ricercarsi con ogni mezzo. Non potrebbe essere che sia la nostra scuola, specchio fedele della nostra società, a trasmettere ai giovani quel pessimismo, quella sfiducia verso il mondo e verso gli uomini  che si imputa ai poeti, i quali sono le prime vittime di questo “male sociale” semplicemente perché essendo dotati di una
sensibilità più viva e  una intelligenza più acuta per primi avvertono le incongruenze, le ingiustizie, le assurdità quotidiane fra le quali siamo costretti a vivere?”

E la critica del Ruggeri non si limita a questo, ma si estende persino alla scelta stessa delle opere da inserire nelle “famigerate” antologie scolastiche. Conclude infatti lo scrittore e critico letterario: “Più volte io mi sono chiesto se sia ragionevole e saggio imprimere nelle menti dei giovani dei licei e persino delle elementari le belle ma tristissime poesie del Passero solitario, Alla
Luna, Il Sabato del Villaggio, Canto di un Pastore Errante nell’Asia,  A Silvia, che sono poi le sole che essi studiano di questo grande poeta, e vengono loro presentate senza alcuna  altra spiegazione sull’origine di tanta infelicità, che non sia quella del suo povero corpo malato e l’incomprensione di un padre reazionario e spilorcio alla follia. Poi, pescando nei ricordi di scuola, mi sono accorto che è vizio congenito di quelli che fanno i programmi scolastici andare a scegliere per le antologie le poesie più tristi, le più sconsolate o le più tragiche che i nostri poeti abbiano mai scritto”.

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Ha suscitato opposte e contrastanti recensioni il libro “Dante in love” dello scrittore e giornalista inglese A.N. Wilson; a cominciare dal titolo: secondo alcuni critici il libro si sarebbe potuto e dovuto  intitolare
“Dante nel suo tempo” oppure “Dante in esilio” evitando di depistare i suoi potenziali lettori (così Andrew Motion nella sua recensione al libro scritta per il quotidiano inglese The Guardian).

In effetti il libro cerca di dare un quadro completo della Firenze ai tempi di Dante Alighieri, per far capire l’ambiente culturale, sociale e politico in cui nacque il grande capolavoro del sommo poeta “La Divina Commedia”.

Detto così anche l’obiettivo sembra però fuorviante: in effetti noi sappiamo che Dante scrisse
il suo capolavoro quasi interamente dopo il suo esilio da Firenze (sembra che
il sommo poeta riuscisse fortunosamente  a farsi consegnare da Gemma Donati, qualche
tempo dopo  l’inizio del suo esilio, i primi e unici 14 capitoli dell’Inferno scritti prima).

Non mancano tuttavia le critiche positive al libro: sia il Times, sia il  Telegraph ne tessono
le lodi in maniera incondizionata.

In Italia, chi si è occupato in maniera approfondita del libro di Wilson è lo scrittore Angelo
Ruggeri, noto anche come saggista e scrittore di didattica per le scuole.

Concordiamo con Ruggeri sul fatto che gli Inglese, spesso, sono più attenti di noi, nello studio della cultura classica e persino della letteratura nostrana; non di meno io consiglierei agli amici inglesi una lettura ed uno studio più attento della “Divina Commedia” ; e soprattutto eviterei giudizi troppo azzardati su Dante uomo politico: Dante Alighieri è prima di tutto un poeta; la sua attività politica, le sue idee, dopo l’esilio, hanno cessato di essere le idee di un uomo libero, costretto come Egli era, a mangiare “lo pane altrui”. In ogni caso, non si può essere grandi poeti e grandi uomini politici allo stesso tempo. Provate a leggere qualche poesia di qualche uomo politico contemporaneo e vedrete se spesso non vi troverete di fronte mediocri uomini politici ed altrettanto mediocri uomini di poesia e di lettere.

Vale comunque la pena di leggere per intero quanto scrive il nostro Angelo Ruggeri che nelle fonti nostrane si sa destreggiare quanto e meglio degli autori inglesi.

Ecco un primo sunto di ciò che scrive il chiaro autore sul libro di Wilson:

“Insomma il giudizio di Mr. Wilson sul Dante uomo politico e sulle sue idee attorno all’Impero Universale non lascia adito a dubbi: Dante è tanto grande come poeta quanto folle nelle sue idee.

La cosa che più sorprende è che tale giudizio, almeno per quel che concerne il trattato sulla Monarchia, coincide quasi perfettamente con quello che ne ha dato la Chiesa Cattolica pochi anni dopo la morte di Dante per bocca del cardinale Del Poggetto e del suo apologista, il frate Guido Vernani da Rimini.

Traggo la notizia dall’articolo del Carducci: “Dante e l’età che fu sua” riportato nelle “Prose di Giosuè Carducci”, edizione del Zanichelli.

E chi che non sia un pazzo oserà dire che abbia dominato giustamente sugli uomini cotesto popolo, il quale rivolto dal vero Dio serbavasi in tutto soggetto ai demoni ? Degno invero d’essere scopo a tanto affaccendarsi della Provvidenza quel Cesare Augusto, che oltre che idolatra, fu uomo lussuriosissimo, secondo leggersi nelle cronache,..

Dice Dante : ciò che acquistasi in guerra è giustamente acquistato. Ma questa ragione è iniqua al primo aspetto anche nel giudizio di un uomo del contado: doveva costui distinguere da guerre giuste e ingiuste, e provare che i romani ebbero sempre guerre giuste. Che se si vuol provare col giudizio divino che nella guerra si manifesta, ne seguita che nessuna vittoria è ingiusta, (chi perde ha sempre torto) e come la repubblica romana fu spesso battuta e ridotta a niente ciò avvenne di diritto. ( io avrei scritto al posto di repubblica “l’impero”:  se l’impero crebbe per volontà divina anche la sua caduta fu voluta da Dio, anzi avrei evidenziato che  Roma fu vittoriosa finchè repubblicana e decadde con l’impero).  

Dice Dante: Cristo approvò l’impero di Cesare quando volle nascere sotto l’editto di lui. Da questa ragione ne seguirebbe che il diavolo fece bene a tentar Cristo, Giuda a tradirlo, i giudici a crocifiggerlo perchè Cristo volle porsi sotto la loro potestà.

Dice Dante: se il romano impero non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito nella persona di Cristo.

Ma quest’uomo delira a tutta forza! E ponendo la bocca in cielo egli rasente con la lingua la terra!

Chi mai spropositò sì svergognatamente  da dire che la pena dovuta per il peccato originale soggiaccia alla potestà di un giudice terreno? Allora il giudice terreno potrebbe punir di morte il fanciullo pur ora nato, poiché la morte corporale fu per divino statuto inflitta agli uomini in pena per tal peccato”

Non si può negare che sul piano del ragionamento la vittoria del frate sia totale!

Il nome di Dante Alighieri è oggi universalmente associato all’Italianità, nel Risorgimento ed anche prima  era considerato quasi un profeta , era l’orgoglio della Nazione italiana quando ancora la Nazione non esisteva; tutti i nostri uomini grandi, primi fra tutti i repubblicani, nemicissimi dell’Impero austro-ungarico,  Alfieri, Foscolo, Mazzini  hanno  esaltato Dante come campione della libertà e dell’indipendenza italiana, nessuno sembrava accorgersi che l’impero Austro-Ungarico era il diretto discendente del Sacro Romano Impero, quello che il Dante della Monarchia voleva trasformare in universale!

Generalmente  i nostri storici e critici letterari giustificano il suo comportamento  come reazione all’ingiusto esilio che gli fu inflitto dai fiorentini, i quali mai vollero riconoscere   la sua innocenza  rispetto alle accuse  per le quali era stato condannato (baratteria)  e concedergli di tornare onorevolmente  in patria.

Risposta non valida, perché se i sentimenti di Dante fossero stati davvero quelli manifestati nelle lettere all’imperatore, i fiorentini avrebbero avuto buone ragioni per negargli il ritorno né uomini come   Boccaccio, Michelangelo, Alfieri e Foscolo li avrebbero rimproverati.

A me sembra dunque che sia necessario ricercare altre ragioni per il comportamento di Dante e fornire una diversa interpretazione della sua Monarchia.

Se facessimo l’ipotesi che Egli abbia scritto le  sue lettere all’imperatore, ai fiorentini, ai principi italiani   col proposito di   farli vergognare per il loro servile comportamento nei confronti  degli nstranieri?

Egli per i posteri mise su carta le ragioni dell’imperatore e dei ghibellini….     perché si vergognassero nei secoli futuri.

I Fiorentini  non accolsero l’imperatore e lo combatterono, vincendolo, ma altre città lo sostennero e tra queste c’erano alcune che avevano duramente combattuto contro gli imperatori Svevi . Disgraziatamente per l’Italia un paio di secoli dopo i ghibellini vinsero, se può essere considerata vittoria l’assoggettamento dell’Italia all’imperatore Carlo V.

Ma allora quale erano le idee di Dante?

Se facessimo l’ipotesi che egli non fu mai né guelfo né ghibellino  ed anzi pensava che i guelfi e i ghibellini fossero la rovina d’Italia?

I filosofi più citati da Dante nelle sue opere politiche sono Aristotele e Cicerone , tutti e due fieri repubblicani, il cui pensiero è  perfettamente coerente col Cristianesimo , mentre gli imperatori  che fino al tempo di Costantino perseguitarono i Cristiani e pretendevano di essere onorati al pari degli Dei, assolutamente  non potevano proclamarsi “Imperatori per volontà di Dio”, non almeno del Dio dei Cristiani! Non dice il primo comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me”?

Nel secolo XVI, con l’Italia ormai rovinata e resa schiava dall’imperatore Carlo V, il Guicciardini così sintetizzava il suo pensiero politico:

“ L’impero non è più legittimo di qualunque altra forma di stato… Solamente legittima è la repubblica , nella propria città e non altrove.”

E i fiorentini, assediati dalle forze congiunte del papa e dell’imperatore, proclamarono  Cristo capo della repubblica fiorentina.

Giustamente dunque Mazzini esaltò Dante come primo profeta dell’indipendenza e della libertà d’Italia.”

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