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Capitolo Decimo

 

Appena si sparse in città la notizia che il “Carminate” era stato arrestato Giuditta, con molta discrezione, fece pervenire un biglietto al suo amico Don Agostino Barozzi, il quale non ci impiegò molto tempo a raggiungere la bella peccatrice nella sua alcova dorata.

Il presidente del locale tribunale dell’Inquisizione ferrarese fu più dispiaciuto che  sorpreso, nell’apprendere la notizia dell’arresto di Pietro Marino de Regis che Giuditta gli comunicò tra carezze e lusinghe sospiranti d’amore.

Promise nell’accommiatarsi che si sarebbe informato adeguatamente e che avrebbe fatto di tutto, dato che essa mostrava di tenere così tanto al “Carminate” (come una figlia può tenere al proprio padre, ci tenne a precisare Giuditta, per non creare inutili e dannose gelosie), per levarlo alle grinfie dell’ inquisizione spagnola.

E l’alto prelato fu di parola. Oltretutto, pensava il domenicano impenitente, si trattava anche di difendere le prerogative della Chiesa Romana contro l’invadenza  della Spagna.

Il giorno dopo si incontrò con il vice-legato Pasini Frassoni, il quale era stato informato dall’hidalgo a cose fatte (cioè dopo aver effettuato personalmente l’arresto del De Regis) ma sapeva già tutto dai suoi informatori ancora prima che il comandante delle guardie del Borgo del Barco (il cui nucleo militare, ormai ridotto a poche decine di uomini, era stato messo a disposizione dell’hidalgo sin dal suo arrivo a Ferrara) gli facesse pervenire, su preciso incarico di Don Pedro Mendoza, la notizia dell’arresto del Carminate.

Dopo una schermaglia iniziale fatta in punto di diritto (“poteva la Spagna avere giurisdizione nei territori soggetti alla sovranità di Sua Santità?” “l’immunità diplomatica di cui godeva l’Hidalgo era così estesa da coprire ogni tipo di azione, compresi eventuali abusi?” e così via discettando), il Presidente del Tribunale la gettò in politica, osservando come l’agire dello spagnolo (usò il termine in senso dispregiativo, anche perché lui era filo-francese) avrebbe potuto avere ripercussioni anche diplomatiche, dato che il non avere informato il suo, pur umile ufficio, avrebbe sicuramente urtato la sensibilità del Cardinale che presiedeva la Congregazione per la difesa della fede, con sede a Roma e non certo a Madrid.

Pasini Frassoni che era solito contare le stelle anche mentre guardava per terra, e che fiutava i guai quand’erano ancora così lontani da prendere persino forma, all’inizio finse di opporre una formale e cortese resistenza ma, avendo di già capito dove volesse andare a parare il passionale domenicano,  stava già preparandosi a prendere la palla al balzo, appena quello l’avesse lanciata.

E l’occasione arrivò quando il presidente dell’inquisizione credette di calare  il suo asso decisivo e vincente. Egli aveva saputo da un sacerdote, di cui era amico e confessore, in via del tutto riservata, che la confessione di Raspo Baldini (su cui si reggeva l’arresto e, presumibilmente tutto l’impianto accusatorio degli spagnoli) era stata estorta con la violenza ed era comunque, a detta dello stesso Baldini, del tutto inventata e da lui scritta e firmata, sotto dettatura dell’hidalgo spagnolo.

Ed ovviamente tutto questo, concludeva l’alto prelato, rendevo nullo ed inefficace l’intero procedimento.

Stando così le cose, chiosò il vice legato a conclusione dell’appassionata filippica del suo interlocutore, lui si sentiva in dovere di suggerire che lo stesso Don Agostino organizzasse la fuga del De Regis in territorio veneto. L’inquisitore gaudente disse che conosceva una donna, giovane e intraprendente, che per amore filiale avrebbe accompagnato lo sventurato e che lui le avrebbe affiancato un suo uomo di fiducia, non potendosi esporre in prima persona.

Detto fatto, Pasini Frassoni, seduta stante, firmò un lasciapassare a nome della donna  indicatagli dall’interlocutore, estendendo il salvacondotto “a due uomini che,  in sua compagnia e in veste di scorta non armata, dovevano transitare per una delicata missione diplomatica, in territorio veneto, fatte salve le prerogative della Repubblica di Venezia e la garanzia del rispetto delle sue leggi secondo lo jus gentium vigente ”. Seguivano la suddetta formula di salvaguardia,  la firma ed il sigillo della Legatura Pontificia,  che attribuivano così allo scritto una piena ed efficace immunità  diplomatica.

In tal modo Pasini Frassoni si garantì la fuga del Carminate, guadagnandosi una confisca sicura dei suoi beni (dato che sarebbe stato condannato in contumacia) ed evitandosi un mare di guai che gli sarebbero piovuti dalla gestione di un prigioniero così scomodo (che anche se eretico, poteva pur sempre trovare, tra i suoi influenti amici, qualche aggancio capace di piantar grane in alto loco) nel territorio soggetto, di fatto,  alla sua giurisdizione; e per di più col rischio che il De Regis, difendendosi in giudizio, riuscisse a dimostrare l’invalidità nel procedimento di raccolta delle prove a suo carico.

Don Agostino, non di meno, con quel salvacondotto, sarebbe riuscito nell’impresa di dare scacco all’inquisizione avversaria e si sarebbe guadagnato la riconoscenza immediata e futura di Giuditta.

10. continua…

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