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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Capitolo Sesto

Quando a Ferrara arrivò la notizia che i suoi genitori erano morti mentre si trovavano in viaggio verso Bruges, Giuditta Maier aveva da poco compiuto 15 anni.

Suo padre Jacopo, discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola e rifugiatesi a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492, era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre per una delle numerose fiere internazionali che da tempo ormai attiravano in quella ricca regione  numerosi commercianti da tutto il mondo.

Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta e degli altri cinque figli maschi, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con la famiglia di lei, che poco a poco si era costruita una piccola flotta di barche e navigli, grazie alla quale gestiva  molti dei traffici di merci lungo il fiume Po e dal suo delta lungo le coste dell’Adriatico anche sino a Venezia e ai suoi mercati.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Nonostante i quasi venti anni di differenza il loro matrimonio poteva dirsi riuscito ed era stato allietato subito dalla nascita di Giuditta, seguita, come già detto, a cadenza biennale, da cinque figli maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna. Ma quest’ultima, così come glo occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in misura attenuata grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati nel fisico slanciato già descritto all’attento lettore.

Anche il carattere di Giuditta era un sicuro retaggio della linea paterna: forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari.

Uno zio materno di nome Anselmo, scapolo trentacinquenne, l’aveva presa con tutti gli altri cinque nipoti maschi, nella sua casa di Pontelagoscuro, un’ampia costruzione di due piani che aveva annessi i magazzini della flotta fluviale Zatterini.

In quei magazzini arrivavano via terra le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume, le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano (quando le ricorrenti carestie lo imponevano) ed altri alimenti.

Fu da quei magazzini che piano, piano Giuditta, si sentì attratta, come per vocazione o per destino, anche se lo zio Anselmo l’aveva intesa avviare al vertice dell’amministrazione della casa, come si conveniva ad una donna di quella condizione sociale, in quella precisa epoca.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano nello sterminato magazzino, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lascio frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini. E questo le piacque, trovandone conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, cadde sfinito ed appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta, senza che pronunciasse una sola parola, avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

E fu ancora lì che conobbe Maturina, un giorno che era venuto a visionare certi filati e certe stoffe che le occorrevano per gli arredi della sua casa di tolleranza, lì alla Sconcia del Borgo San Giorgio di Ferrara.

Le due riconobbero subito. Maturina intuì le qualità interiori di Giuditta e le potenzialità di quel suo fisico prepotente; Giuditta avvertì l’importanza di quella conoscenza, anche se non rispose subito al suo invito di venirla a trovare per parlare di affari, di quelli che solo le donne possono capire.

Giuditta se ne ricordò a tempo debito, quando suo zio le comunicò che aveva parlato con il vicario diocesano e che sarebbe stato agevole, previo pagamento di un congruo compenso, ad offerta libera, ottenere una dispensa per poter celebrare il loro matrimonio (data la stretta parentela esistente).

Fu allora che capì che era giunto il momento di andare a parlare di affari alla Sconcia di Maturina.

6. continua…

 

 

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

Originario di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze ma, al presente, scarsi mezzi economici, Francesco Pasini Frassoni aveva studiato grazie all’aiuto di uno zio, e dopo essersi laureato in diritto canonico, sempre aiutato dallo zio materno, era stato avviato alla carriera nella curia romana, raggiungendo il grado di consigliere della Segnatura Apostolica.  Uomo intelligente e ambizioso aveva però capito che altri, nella curia, vantavano appoggi più consistenti di quelli suoi e perciò svolse il suo sguardo in giro, riuscendo ad entrare in contatto con un potente cardinale che lo prese sotto la sua ala protettiva, promettendogli una facile carriera diplomatica. La vice legatura di Ferrara era per lui soltanto una tappa di questa carriera e sentiva che la sua spregiudicatezza lo avrebbe fatto arrivare ancora più in alto.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto). Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia). Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

2. continua…

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Scriveva James Clark in un articolo di Welfare Magazine nel lontano 1927 che ” la questione delle punizioni corporali è indubbiamente complessa e conviene considerarla da molti punti di vista”.

L’articolo dell’articolista americano forniva lo spunto a uno dei redattori della Rivista Minerva (edita da UTET) che nel n. 21 del 1° novembre 1927, a pag. 811 affronta l’argomento in un articolo, ancora oggi attuale, dal titolo “Le punizioni corporali e l’educazione dei fanciulli”.

La vexata quaestio è talmente risalente nel tempo che anche la Bibbia, nel libro della Sapienza (e non solo) tratta l’argomento, suggerendo al genitore di usare la verga nell’educazione dei  figli, se non vuole piangere da vecchio.

Questi metodi di correzione così drastici, come è noto a quelli che hanno superato da molto gli “anta”, come lo scrivente, sono stati utilizzati sino agli anni cinquanta e non solo in famiglia o nelle famigerate case di correzione, ma anche nelle scuole dove, sin dalle Elementari, i maestri non disdegnavano di colpire  con la temuta e inseparabile bacchetta, le diverse parti del corpo degli scolari più riottosi e, talvolta, anche di quelli meno dotati, nella falsa convinzione che i colpi potessero sopperire alla carenza di una adeguata nutrizione o, peggio ancora, alla mancanza di un metodo di insegnamento più elastico e misurato.

Poi venne il grande pedagogista americano Spock che decretò il definitivo De profundis alle punizioni corporali, dando il via a un permissivismo che, al di là delle immancabili folate di nostalgia (non solo dell’epoca in cui i treni pare che arrivassero sempre in orario), sembra effettivamente poco congeniale ad una seria educazione.

Ne sanno qualcosa i poveri docenti della scuola italiana di ogni ordine e grado che quotidianamente combattono contro delle abitudini che i loro scolari e studenti hanno acquisito nell’indifferenza e nella latitanza di famiglie sempre  più  allargate e sempre meno attente, con genitori indaffarati (quando non anche separati) che sopperiscono al loro assenteismo elargendo un permissivismo a buon mercato, impreziosito da donativi generosi capaci di scaricare le loro colpevoli coscienza da ogni responsabilità.

E i risultati sono un bullismo sempre crescente, un uso smodato della tecnologia e la convinzione che il mondo possa, anzi debba, piegarsi ai loro capricci.

Naturalmente ci sono anche docenti che riescono a mantenere l’ordine in classe sequestrando i telefonini e imponendo il silenzio ai più irrequieti con continue ammonizioni (verbali e scritte) ma talvolta, di fronte al rifiuto di consegnare “l’appendice tecnologica”, necessaria a tenere i contatti con mamme ansiose e iperprotettive, non è raro che le famiglie si schierino contro l’insegnante troppo severo e “demodé”.

Così a New York il sindaco ha cominciato a concedere l’utilizzo dei telefonini in classe, vietandone il sequestro con motivazioni educative e didattiche incomprensibili per noi europei.

Chi scrive preferisce comunque l’esercizio della autorevolezza invece dell’autoritarismo dei tempi che furono, anche se è sempre più difficile conquistare e affascinare dei sedicenni sempre più avvolti da onde elettromagnetiche che riempiono l’etere (e i cervelli delle persone) di immagini così suggestive da ingannare persino la percezioni di tanti adulti, non nativi digitali, che seppure cresciuti nell’era del cartaceo e della parola, hanno preferito nutrire la loro sete di verità con immagini molto più facili da assimilare, senza alcuno sforzo e senza più esercizio critico.

Non è un caso che nei films, (non so se l’abbiate notato) anche le lezioni del grande archeologo Indiana Jones vengono interrotte dopo alcuni minuti dalla campanella che salva gli alunni dalla noia e il professore dal dovere inventare altre affascinanti attrattive.

Certo il tema delle punizioni corporali rimane ancora aperto.

Mio nonno diceva che quando ci vuole, ci vuole.

E l’adagio era riferito sia ad un sonoro ceffone alle impertinenti signorinelle, sia a un bel calcio nel sedere per  qualche pervicace perdigiorno.

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Giovanni Evangelista

Son chiamato, ma per Gesù

Luce della Sua vista

Ero. E Lui,  per me,  lo fu.

Era dolce nei tratti

E mansueto nei gesti!

Dai movimenti lesti

E gli occhi mai distratti!

Piuttosto in certe fasi

Gli coglievi nello sguardo

Un’assenza o un dardo

A seconda dei casi.

Ma era un lampo fugace

Che tosto ritornava

Serena quella pace

Che lo caratterizzava.

Avere Gesù  accanto

Per me significava gioia!

E se lontano da Lui noia,

Quando non anche pianto.

Mi piacque sull’istante

Quel dì che il Testimone,

Con profonda decisione,

Ce lo indicò distante.

Avvenne nel Giordano,

Alle quattro d’una sera,

ed io come chi spera

lo seguii mano a mano.

E quando Egli ci chiese:

“Cosa e chi cercate?”

Il cuore Lui mi prese

Rabbì, Signore e Vate.

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Isaia

Cap.- 10

vv 5-19

“Assiria, verga del mio furore,

ti mando contro una nazione indegna

per distruggerla!” E quando il Signore

avrà terminato contro chi regna

su Gerusalemme e Siòn, sarà

il tuo turno a ritrovarti l’insegna

sporca nel fango! Infatti Dio ha

detto: ” Con la forza della mia mano

ho agito con la sapienza che dà

la mia intelligenza. Ogni sovrano

ho deposto, saccheggiando tesori

e spostando confini! Un insano

morbo manderò contro gli invasori,

la luce d’ Israele diverrà

un fuoco, divorando tra i bagliori

ogni cosa, e quel che resterà,

d’alberi e rovi, potrà enumerarlo

persino un bimbo con facilità!

Questo farò per voi e vorrò farlo.

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Isaia

Cap. 10 VV 1-4

 

Ma l’ira del Signore è ancora viva

perchè si scrivono leggi e decreti

iniqui, e la giustizia è oppressiva

contro le vedove e contro i miei veti

in danno ai miseri e agli orfani in frode!

Ma è sicurop che non sarete lieti

nel giorno del castigo, quando s’ode

da lungi la rovina e non avrete

altra scelta se non infoltire le code

dei deportati a sconosciute mete

o finir morti senza sepoltura!

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Isaia

Capitolo 7

 

I re di Samaria e di Damasco

mossero guerra ad Acaz re di Giuda;

la guerra  pei due re fu  proprio un fiasco;

 

infatti, nonostante il suda e suda,

Jerusalem non cadde ai loro piedi!

Isaia vaticinò: “Non si eluda

 

la parola del Signore e credi,

casa di Davide, in ciò che verrà,

dopo Efraim e le sue errate fedi:

 

Ecco, la Vergine concepirà

un figlio chiamato l’Emanuele,

finchè il bimbo non abbandonerà

 

la terra di Efraim e dell’infedele

e non respinga il male e scelga il bene,

mangerà in abbondanza panna e miele

 

e saran giorni di lacrime e pene!”

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Salmo 50

Preghiera di Davide penitente

Dio, fammi sentire gioia e letizia;

distogli lo sguardo dai miei peccati;

rinnova in me, oh Dio,  la Tuaamicizia;

rendimi la gioïa dei salvati.

Esalterò semprela Tuagiustizia!

Tu non disprezzi i cüori umiliati.

Contro di Te, contro Te  ho peccato.

Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto!

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Dal Capitolo 3 del Vangelo secondo Giovanni

VV 14-21

Come Mosè innalzò fisso

  nel deserto   il serpente ,

così sarà crocifisso

Gesù prossimamente.

      Dio Padre ha dato al mondo

Il Suo Unico Figlio

Per evitare il periglio

Ch’esso sia feo ed immondo

   e per mercede di Lui

si salvi! Così chi non crede

è condannato! Per cui

chi per la Luce non vede

      sarà condannato! Perché

odia la Luce il male,

ma chi d’esso non s’avvale

appare ed opera in me!”

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Il figliuol prodigo

Capito 15 del Vangelo secondo Luca

VV 11-fine

Disse ancora: – “ Un uomo avea due figli;

Il più giovane disse al genitore:

Padre, lascia che il patrimonio io pigli

 

Per la parte che mi spetta!’ L’Amore,

se non la legge, impose al buon üomo

di accontentarlo. Così, il successore,

dopo non molti giorni, tomo, tomo

se ne partì in un paese lontano.

Là, quel giovane, dissoluto e indomo,

prese a sperperare in ogni vano

capriccio le sue sostanze. Qüando

le ebbe spese tutte, piano, piano,

venne a trovarsi nel bisogno. Fu andando

a pascolare porci che si rese

conto, che quei maiali, mangiando

liberamente le carrube stese

per terra, stavano meglio di lui.

Allora rientrò in sé e disse: ‘Il mese

 

Che viene dato a chi lavora sui

Campi di mio padre avanza le spese

Di mantenimento, mentre io, qui,

 

muoio di fame. Ora mi alzerò

e andrò da mio padre a dirgli: Ho peccato

contro il Cielo e contro di te. Perciò

 

sono indegno d’essere chiamato

 tuo figlio. Trattami come un garzone!’

S’incamminò così determinato.

 

Il padre, che ne intuì l’intenzione

Vedendolo da lontano e, commosso,

gli corse incontro con grande emozione

 

abbracciandolo e baciandolo. Scosso,

non di meno, gli disse: Contro il Cielo

ho peccato e contro te. Con addosso

 

tanta vergogna e pentimento te lo

dico!’ Ma il padre disse ai servi: – “ Presto,

portate qui il meglio e rivestitelo,

 

mettetegli l’anello al dito e, lesto,

tu”- disse ad un altro servo- “va, porta

qui i suoi calzari! Nessuno sia mesto

 

in questa giornata e non sia corta

la festa, né sia parca. Il vitello

grasso arrostite e non manchi ogni sorta

 

di cibo e di bevanda.!” Il fratello

del prodigo, rientrando dal lavoro,

udì questi canti e cori a stornello;

chiamo subito i servi e chiese loro

cosa significasse tutto ciò;

un servo gli rispose: -“ Il ristoro

 

a base di vitello grasso io so

che l’ha voluto ‘l padre per il figlio,

rientrato sano e salvo!” S’indignò

il maggiore con il padre e con cipiglio

tale che non volle entrare. Allora

il padre uscì a pregarlo. Ma con piglio

deciso egli rispose al padre: – “Ora,

io ti servo da tanti anni, senza

mai trasgredire un tuo comando e ancora

 

non ho avuto da te soldi e licenza

per far festa coi miei amici. Adesso

che questo tuo figlio con impudenza

 

ha sperperato i soldi come un fesso,

tu fai uccidere il vitello grasso!”

Gli rispose il padre: – “Tu non hai smesso

 

Mai d’ esser con me, e quanto ho all’ammasso

E anche tuo. Ma era d’uopo fare

Festa e rallegrarsi, perché era lasso

 

Questo fratello prima di tornare,

ed era morto prima che la vita

tornasse nel suo cuore a palpitare!”

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‘Amerai il tuo prossimo e odierai chi è

Tuo nemico’; ma io vi dico: amate

I vostri nemici e pregate per

Chi vi perseguiterà, perché siate

I figli del Padre Vostro Celeste

Che col sole le cose ha illuminate

Sulle teste malvagie e sulle teste

Dei buoni e fa piovere sugli ingiusti

E sui giusti! Quale merito avreste

Infatti voi ad ammirar gli augusti,

che a volta lor vi fanno belli e sani?

Provatevi a lodare gli invenusti!

Se fate come fanno i pubblicani,

che ossequiano i parenti diretti

soltanto, il vanto qual è? I pagani

fan lo stesso! Siate dunque perfetti

com’è perfetto il Padre mio celeste!

Queste son parole incluse tra i detti

che leggonsi nei giorni delle feste!

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 Dal Capitolo 5  del Vangelo di Luca

VV 27-32

Vocazione di Matteo Levi

 

-         “ Perché mangia e beve con pubblicani

E peccatori?”  – chiese un Fariseo

Ai discepoli di Gesù, chè  strani

Commensali, pel costume giudeo,

s’erano adunati insieme a mangiare

un giorno a casa di Levi Matteo!

Al mattino Gesù, a passeggiare

Di buon’ora era uscito lungo il lago!

Era il Maestro intento ad insegnare

A una gran  folla di seguaci! – “ Pago

Sei già, Levi, di tributi e gabelle,

quindi seguimi, figlio di Alfeo!”- Sago

fu nella scelta e svelto! Così quelle

schiere di seguaci, come già detto,

si ritrovarono a casa sua! Nelle

more del pranzo, il finto prediletto,

pose ai discenti il predetto quesito.

Così, Gesù, avendolo percetto,

rispose: – “ Non colui che è già guarito

abbisogna di medico e di cure!”-

Disse ancora, rivolto al redarguito

Gesù: – “ Non pei giusti son le premure

Mie, ma sono qui per i peccatori!”-

Ma orienti il  lettore le sue letture

ai testi originali assai migliori.

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Dal Vangelo secondo Marco

Capitolo 1  VV 40-fine

Gesù guarisce un lebbroso

 

Allora venne a Gesù un lebbroso

-         “ Se vuoi puoi guarirmi, Rabbì” – diceva

supplicandoLo chino e lacrimoso!

Con pietà Gesù la mano tendeva

E toccatolo gli disse: “Lo voglio!

Guarisci!” Il tono non ammetteva

Né niuna replica  nè niuno scoglio.

La lebbra scomparve ed egli guarì!

Lo rimandò ammonendo : “Ti  invoglio

  

A non  parlar di questa storia qui!

Dal sacerdote presentati.  Và

e offri ciò che Mosè stabilì,

 

a ricordo della tua libertà!”

Ma quegli cominciò a proclamare

A quanti incontrava  la verità,

al punto che non riusciva ad entrare

in alcuna città e se ne stava

in luoghi deserti per aspettare

la folla che d’affluir non cessava!

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Ritorno degli Apostoli

VV 30-33 del Capitolo 6

del Vangelo secondo Marco

 

I discepoli s’adunano intorno

A Gesù e Gli riferiscon tutto

Ciò che aveano fatto, giorno per giorno,

e degli insegnamenti il loro frutto.

Gesù gli dice: – “ Venite in disparte,

mangiate e riposate, soprattutto!”

Erano in molti, infatti, da ogni parte,

a giungere e non avevano neanche

 tempo per mangiare. In barca, ad arte,

scelsero un posto ove le menti stanche

riposare, ma furono veduti,

e tanti  la loro direzione anche

poterono intuire e preceduti

furono via terra da ogni nazione!

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Dal Capitolo 2

VV 16-20

Di ciò che ora scrivo  è  san Luca il teste:

Andaron senza indugio quei pastori

E fecero ai tre santi giuste feste!

Ne furono sorpresi gli uditori

Mentre Maria serbava per sua parte

Tutto l’occorso in cor! ” Come i latori

alati gli avevano detto, ad arte

fecero quei pastori ritornando,

come ogni storia narra e si diparte

glorificando Dio e Dio lodando!!!”

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Dal Cap. 2 del Vangelo secondo Luca

VV 1-14

NASCITA DI GESU’

Cesare Augusto ordinò per decreto

Che di tutta la terra un censimento

Si facesse! Giuseppe, quieto e lieto,

a registrarsi nel borgo di Iesse,

padre di  re Davide, che in  Giudea

aveva luogo, ordunque si diresse

verso Betlemme dalla Galilea,

con Maria sua sposa matura  incinta!

I giorni del parto quivi essa avea

Completati  e, dalla stanchezza vinta,

poiché non si trovava alloggio alcuno,

in una mangiatoia fu sospinta

dove, senza l’aiuto di nessuno,

al figlio primogenito diè luce!

Avvolgerlo e deporlo fu tutt’uno

In fasce ed in pastoie che di un Duce

Erano indegne per sicuro! In quella

Regione, onde  sottrarre il gregge al truce

Lupo, alcuni pastori a sentinella

Stavano. Un Angelo del Signore

Si presentò davanti a loro nella

Notte, avvolgendoli di lor fulgore!

Quelli furono presi da spavento.

Ei disse: “Non abbiate alcun timore!

 

Ecco, annunzio al popolo un lieto evento.

Nella città di Davide oggi è nato

Cristo Signore, Salvezza e Portento!

 

Questo è per voi il segno che Egli vi ha dato:

troverete un bambino in fasce avvolto

che giace con due ruminanti a lato

 

in una mangiatoia!” All’ascolto

tosto si udì l’esercito celeste

gloriare Dio l’Altissimo che molto

ama i suoi figli e della pace è teste!

Andaron senza indugio quei pastori

E fecero ai tre santi giuste feste!

Ne furono sorpresi gli uditori

Mentre Maria serbava per sua parte

Tutto l’occorso in cor! Come i latori

alati gli avevano detto, ad arte

fecero quei pastori ritornando,

come ogni storia narra e si diparte

glorificando Dio e Dio lodando!!!

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Dal Vangelo secondo Matteo

Capitolo 9 – Vv 35-fine

Gesù andava per ogni città

E per ogni villaggio predicando

E curando ogni malattia e infermità!

Insegnava il Vangelo ed osservando

Le folle, ne provò gran compassione,

perché erano sfinite come quando

un gregge sia senza guida e bastone!

Allora disse ai discenti: – “ Pregate

Perché alle folti messi del padrone

Molte più maestranze siano mandate!”

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Dal Capitolo 13 del Vangelo secondo Marco

VV 33-fine

“Vegliate dunque come’l servo che

 non sa se il suo padrone torni presto

o tardi; né al canto del gallo o nel

 

bel mezzo della notte e sarà desto

se non vuole trovarsi addormentato

quando verrà, comodo oppure lesto!

 

Questo lo dico a voi: sia il vostro stato

Sempre di veglia, ma lo dico a tutti!”

Queste parole che Marco ha narrato

sian come semi che portano frutti.

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Dal Vangelo secondo Matteo

Cap. 25- VV 31-46

Il Giudizio finale

-“Quando ho avuto fame, m’avete dato

Da mangiare e quando ho avuto

Sete, da voi da bere ho ricevuto;

ero straniero e m’avete ospitato;

nudo e m’avete vestito, malato

e m’avete visitato, in galera

e siete venuti a trovarmi!” Questo

dirà Gesù alle genti, alla Sua maniera,

seduto nella Gloria, radunato

che avrà, a destra chi sia stato onesto,

e a sinistra chi invece disonesto,

nel giorno del Giudizio

Universale! Esenti dal vizio

Diranno i giusti: – “ Quand’è che sfamato

Da noi sei stato e straniero ospitato?

Quando da bere

Ti abbiam dato? Ed al Tuo letto a vedere

Te siamo stati? E Tu visitato

E prigioniero? Nudo e rivestito?”

E il Re, rispondendo dirà loro:

- “ In verità, in verità: A quelli

Che hanno agito per dare ristoro,

amore, conforto, pane o un vestito

a uno solo di questi miei fratelli,

dico, l’avete fatto a me! Ribelli”-

dirà poi a quegli altri

di sinistra – “ Via, lungi da me, scaltri

diävoli, nel fuoco preparato

per l’eternità! Non m’avete dato

da mangiare, mentre ero

affamato, e malato e forestiero

non m’avete né curato, né ospitato;

ero assetato e non m’avete dato

da bere, e carcerato non m’avete

visitato! Allora anch’essi diranno:

-         “ Quandomai T’abbiamo visto aver sete,

-         E quando nudo, Signore o con l’affanno

-         T’abbiam lasciato solo o col malanno?”

Ma Egli risponderà:

-         “ Ogni volta, vi dico in verità,

-         Che non avete così operato

-         Incontro ai più deboli, in senso lato,

-          negato a me l’avrete!

-         Vadano i giusti alle superne mete

-         E i malvagi all’inferno meritato!”

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