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Il terzo anno,  nella Ragioneria, così come,  credo, in tutti gli istituti superiore, è un anno cruciale.

Intanto di solito si cambia di corso (io infatti fui trasferito dal corso F al corso D). In secondo luogo si studiano delle materie del tutto nuove.

Così fu anche per me in quell’ottobre del 1970.

I miei nuovi professori erano assai diversi tra loro. Intanto c’erano quelli delle materie così dette di indirizzo: Ragioneria e Tecnica (che trattava tre specializzazioni diverse nel corso del triennio: commerciale, mercantile e bancaria); oggi, nella moderna ragioneria le due materie sono state unificate sotto il nome di Economia Aziendale, ma all’epoca, come dicevo, vi erano due materie e due insegnanti. Il professore di Ragioneria era un uomo tutto d’un pezzo. Si chiamava Murru. Quando entrava in classe non ci levavamo tutti in piedi, in segno di salute e di rispetto (ma lo facevamo per tutti i docenti indistintamente). Col braccio destro levato in aria e la mano tesa ci ordinava di sedere senza pronunciare parola. Ma i  suoi occhi chiari e freddi  scrutavano attenti tutta la classe; quello sguardo era equolente più di qualunque parola, così come quel saluto solenne e ormai  fuori moda: se non parlo io che sono il capo, sembrava dire il bellicoso professore di ragioneria, perché dovreste farlo voi, che siete dei poveri studenti, ancora senza arte né parte ( e chissà se mai ce l’avrete con quei capellacci e con quelle minigonne)?

Si lavorava in silenzio e sodo. Io mi ero rassegnato, dopo due anni di latitanza, ad occupare  il primo banco (sempre per via della storia che i piccoletti dovevano stare avanti).

Da lui, oltre al saluto caratteristico ricordo altre due cose: la prima è che ripeteva spesso che  i sindacati, soprattutto quelli di fede socialista,  sono la rovina dell’italia  (narrava, a metà tra il serio ed il faceto, che i sindacalisti erano dappertutto e che se uno di noi, un domani, rientrando a casa, avesse scovato nell’armadio o sotto il letto un uomo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiedergli i documenti: si sarebbe trattato di un sindacalista di fede socialista; la seconda era la tecnica che aveva per ricordare gli articoli del cdodice civile (questa tecnica mi tornò poi utile anche all’università per memorizzare i  quattro codici); un giorno che ci spiegava il contratto di società, citando l’art. 2247 c.c., disse che ricordava quel numero facilmente, essendo nato nel 1922 ed essendosi poi sposato nel 1947; e faceva queste asoociazioni per tutti o quasi gli articoli del codice civile; così, concludeva, li aveva potuti memorizzare tutti.

Della sua materia non ricordo un beato picchio. Non mi piaceva (forse perché non mi piaceva lui; o magari, viceversa, non mi piaceva lui, perché mi era antipatica la sua materia).

Era un uomo freddo e distante; sicuramente preparato (si intuiva che nella sua materia non era uno sprovveduto), non vi era però alcuna emozione nel trasmettere la sua scienza.

Quando anni dopo, sono divenuto un insegnante, ho messo l’emozione e la passione al pari con la preparazione e la conoscenza; ma io ho sempre amato le materie che ho insegnato; ho amato ed amo insegnare, anche se adesso lascerei volentieri il posto ad uno più giovane (ma pare che la riforma Fornero-Monti mi abbia bloccato in cattedra sino a 67 anni!).

E’ vero anche che i tempi sono cambiati. Oggi i giovani non accetterebbero quella severità e  quella distanza glaciale che ci separava dai nostri professori!

Io pendevo dalle labbra dei miei professori perché volevo imparare da tutti e di tutto! Ed ero come una spugna, desideroso di apprendere!

Oggi i giovani hanno a portata di click, tramite il PC o di Tablet, o meglio ancora di I-phone e cellulare, tutto lo scibile possibile e immaginabile in qualsiasi campo della scienza e di ogni altro campo della vita!

Altro che giornaletti e fumetti! Altro che sognare “Le Ore!” Adesso bastano tre lettere sulla barra di Google e tutto il bello e il brutto della vita ti si spalanca davanti agli occhi!

Peccato che questi giovani, troppo spesso, facciano un uso distorto e superficiale di questa portentosa invenzione chiamata Internet; di questa rete infinita di autostrade e sentieri, di valli e praterie, percorsi aerei, marini e terrestri che si chama WEB!

Io ammiro davvero l’ingegno umano! Ma chi può dire cosa sia meglio nel cammino dell’uomo? Non è che a forza di andare avanti finiremmo col cadere in un burrone senza fondo? Cosa c’è dietro dell’angolo di questo infinito progresso, di questa ricerca senza fine, di questo spasmodico ritmo che travolge il passato ed è incentrato sul futuro, senza se e senza ma?

E ripeto ancora: meno male che gli altri uomini non sono come me! Altrimenti altro che World Wide Web! Noi saremmo ancora nelle caverne, arrostendo il frutto della caccia e nelle interminabili sere d’estate, siederemmo ancora attorno al fuoco, ad ascoltare dai poeti erranti, le vicende antiche delle nostre genti, tramandate oralmente di padre in figlio, da maestro a discente, da poeta ad allievo!

Del  professore  di Tecnica non ricordo bene il cognome. Ricordo che la moglie era un’insegnante e che il fratello era medico sociale del Cagliari Calcio (che di lì a poco avrebbe vinto lo scudetto del massimo campionato di calcio, grazie alle reti eccezionali del grande Gigi Riva e a dispetto dei soldi investiti invece dai grandi clubs delle città più ricche e famose d’Italia: Milano, Torino e Roma).

Aveva  una barca, ormeggiata in inverno a Marina Piccola (dove ormeggiano le barche da diporto dei cagliaritani facoltosi e non solo), e in estate ormeggiata in giro per il Mediterraneo. Faceva il commercialista e l’assicuratore (più il secondo che il primo, ad onor del vero). L’assicuratore marinaio aveva mangiato la foglia e doveva essersi detto nelle sue riflessioni, tra una polizza assicurativa e una manovra di trinchetto: a questi giovani qui non gli va di fare un beato cacchio; vogliono la rivoluzione, il sei politico, la promozione garantita; fanno gli scioperi, vogliono le assemblee e la pari dignità studenti-professori! Ebbene, accontentiamoli! In un discorso alquanto serio ci aveva quindi detto: se volete lavorare, io son qua! Usatemi come si usa uno strumento e farò ciò che volete!

Detto e fatto! A noi ragazzi non ci andava di far niente (io men che meno nella sua materia)! Alle ragazze sentir parlare di strumento doveva aver fatto venire in mente delle altre fantasie, dato che il professore si presentava più alla mano rispetto a quello di ragioneria. E comunque si associarono a noi maschi per non far niente.

Ricordo anche degli altri professori. Naturalmente quello di diritto e di economia, materie che amavo e che amo ancora, come ho già avuto modo di dire! Anche se non erano le mie preferite! Le materie che mi appassionavano maggiormente erano invece l’Italiano e la Storia. Le ho sempre apprezzate! Sicuramente anche per merito delle professoresse e dei professori che hanno avuto la pazienza di decifrare la mia quasi impossibile grafia, nei lunghi temi in cui sfogavo la mia verve di imberbe scrittore! E la storia? come si può non amare la storia? Come ci si può annoiare a leggere quei libri dove vengono narrate le gesta dei nostri avi? Dove ci sono scritti i segreti e le spiegazioni di ciò che fummo e le anticipazioni di ciò che saremo?

La mia professoressa del triennio si chiamava Chessa Annamaria; anche la sorella era insegnante di lettere, ma nel corso C.

Nonostante ci desse del lei (ma tutti i docenti davano del lei agli studenti nella nostra scuola) e nonostante la sua cattedra fosse distante e sopraelevata su di  una imponente pedana, io la sentivo vicina; emanava una grande umanità ed una notevole empatia la legava a noi studenti. Ha cercato di insegnarmi ad esercitare uno spirito critico ed una intelligenza libera da pregiudizi; si preoccupava, oltre che dell’insegnamento, anche della formazioni di noi giovani, trasmettendoci  il senso del dovere anche con il suo esempio. Io credo che un vero e buon insegnante  debba prima di tutto dare il buon esempio: un cittadino si forma con l’esempio di giustiiza, di lavoro, di rettitudine, di onestà, di puntualità, di disponibilità nel servizio e di studio e preparazione continui ed ininterrotti. Il buon esempio vale più di mille parole! E lei, in questo, fu esemplare per davvero!

Mi sono ispirato anche a lei nei primi anni del mio insegnamento (anche se gli studenti mi pregavano di dargli del tu ed io, dopo poco tempo, ho preso a chiamarli perfino con il nome di battesimo!).

Non si alvorò comunque molto in quei primi mesi dell’anno scolastico 1970-1971. Lo sciopero era sempre nell’aria e noi rivendicavamo il diritto di riunirci e di discutere dei problemi del mondo e non soltanto di scuola e di argomenti legati al programma.

Cominciai in quell’anno a scioperare anche io. Nella mia scuola vi era un gruppo di organizzatori entusiasti e capaci; erano tutti ragazzi di quarta e di quinta; qualcuno era impegnato anche politicamente; molti erano semplicemente del movimento studentesco, quello non politicizzato, che si occupava soltanto dei temi della scuola, rivendicando diritti allora quasi impronunciabili: assemblee di classe, assemblee di istituto, rappresentanza nelle istituzioni, dirtto a conoscere i voti, diritto di interagire e discutere alla pari con i docenti; diritto di contestare e di ribellarci; diritti, solo diritti e sempre diritti. Gli adulti furono molto pazienti con noi. Alcuni, anche fra i politici, erano perfino impauriti. Tirava una brutta aria e certi studenti sembrava non avere alcuna voglia di scherzare. Altri erano semplicemente dei dritti: gente che aveva studiato prima e più di noi e che sapeva che se ci avessero affrontato di petto, rischiavano il tracollo; presi così, invece, di fianco, forse ci saremmo stancati prima noi! La ribellione sembrava comunque epocale! Secondo me era il prosieguo della rivoluzione dei Figli dei Fiori! Insomma avevamo scoperto che il mondo poteva essere nostro e volevamo prendercelo, tutto e subito! Chi erano quei matusa grigi e senza fantasia per impedire a noi giovani di essere noi stessi? Come potevano impedirci di vivere le nostre esperienze? E perché soltanto i ricchi potevano andare a scuola? La cultura non era forse di tutti? E il potere non doveva essere del popolo, come insegna la parola democrazia?

A questi cori confusi ed indistinti, ma forti e mirati, si aggiungevano quelli delle femministe: sesso libero; no al maschilismo; il sesso ce lo vogliamo gestire da noi; abbasso i padri  e i mariti padroni! A morte il paternalismo! Lavoro per tutti! Pillola, aborto e divorzio garantiti! Vogliamo la parità coi maschi! E così via gridando, manifestando e protestando!

Arrivammo così a dicembre. La resa dei conti dopo le schermaglie dell’ ennesimo autunno caldo. Il Parlamento italiano approva la legge che introduce il divorzio anche in Italia! E’ una vera e propria rivoluzione nel Paese più cattolico del mondo! Si fronteggiavano due Italie: una vecchia, rivolta al passato, appoggiata dalla Chiesa e dalla classe politica democristiana e liberale; l’altra, proiettata verso il futuro, rivolta in avanti, appoggiata dai comunisti, dai socialisti e dai radicali di Marco Pannella.

Vengono raccolte più di un milione di firme per indire il referendum abrogativo della legge 890/1970 (quella sul divorzio).

Ma il referendum su quella legge si terrà soltanto il 12 maggio di tre anni dopo, nel 1974, come racconterò ai miei sette lettori, se avranno la pazienza di seguirmi ancora.

19. continua…

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Il mio blog non è un giornale  che si occupa dei massimi sistemi ma è solo un diario personale che racconta esperienze di vita vissuta.

Insegno negli Istituti Tecnici della scuola pubblica da  ventotto anni, in qualità di docente di discipline giuridiche ed economiche.

Nel mio primo anno di docenza ho ritrovato la scuola esattamente come l’avevo lasciata da studente un decennio prima.

Poi l’ho vista cambiare, anno dopo anno.

In certe cose è migliorata.

La mia scuola, ad esempio, ha tre laboratori di informatica, con una settantina di computers, tutti collegati ad internet e dotati dei più aggiornati programmi di lavoro (Power point, Excel, XP Microsoft, Office  e tanti altri che ora mi sfuggono).

Dal punto di vista dello studente credo che la Scuola italiana sia decisamente migliorata.

Io, che ho fatto la Ragioneria, non avevo neppure le calcolatrici e, di quando in quando, fruivo di un laboratorio di dattilografia con le vecchie macchine da scrivere Olivetti 22 (ma le ossa e i primi atti giudiziari me li sono fatti sulla macchina da scrivere portatile che il mio vecchio  aveva comprato per incoraggiarmi a divenire un bravo ragioniere.

Per gli studenti oggi è decisamente meglio.

Io ricordo i miei professori distanti, su una cattedra sopra elevata, che svettava su di una pedana alta trenta centimetri, quasi come una roccaforte inespugnabile. Distanti e inavvicinabili. Anche se molti mi hanno voluto bene ed io serbo per loro un caro ricordo di gratitudine e simpatia per quello che hanno saputo fare per me e per la mia formazione sociale e culturale.

Godevano ancora, i professori di allora (parlo del primo lustro  degli anni settanta del secolo scorso) di una certa considerazione sociale. Il rispetto degli studenti gli veniva garantito da un regolamento ferreo che risaliva agli del fascismo.

Fu contro quel terribile regolamento che  noi lanciammo i nostri strali rivoluzionari.

Io mi battei in prima persona per la democrazia in classe, per le assemblee di istituto, per il diritto alle lezioni alternative, alla palestra, alle gite scolastiche, ai laboratori di dattilografia e di calcolo. Non c’era niente, per gli studenti di allora. Solo il duro regolamento e la disciplina.

In nome di quel regolamento il preside propose al Consiglio di Classe la mia espulsione. Aveva fatto un gran casino,  pur senza mai ricorrere alla violenza. Ma la maggioranza dei professori mi apprezzava, quantomeno per ciò che avevo nei quattro anni precedenti e me la cavai con una sospensione di quindici giorni (anche grazie a mia madre che andò a supplicare i professori di salvarmi l’anno).

All’esame di maturità fui in mano all’unico commissario interno (allora funzionava così), che apparteneva alla minoranza che mi avrebbe volentieri cacciato via dalle scuole di tutta la repubblica.

Ricordo che scelsi un tema dedicato all’art. 11 della Costituzione (in forza del quale l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle contreversie internazionali ecc.).

Ero, e lo sono tuttora, un convinto pacifista.

I miei idoli, anche allora, erano Gandhi, Martin Luther King, John Kennedy e, su tutti Gesù, Il Cristo (che all’epoca ammiravo però solo come Uomo; mentre oggi sono convinto che Egli sia il Figlio dell’Unico e Vero Dio).

Il commissario che mi detestava (ma in ciò era contraccambiato, anche perchè lo avevo soprannominato Joe Vernaccia, e lui doveva averlo saputo dai soliti spioni), mi mise in cattiva luce con i commissari esterni, dipingendomi come un extra-parlamentare rosso, senza dio e senza stato, un rivoluzionario sfasciatutto e spavaldo, e chissà che altro. E aggiunse che io avevo parlato di Gesù Cristo per ingraziarmi i favori della Commissione.

Insomma questo pover’uomo non aveva capito un cavolo di me e della mia personalità. A quei tempi, insomma, era meglio chinare il capo e guardare in terra, anzichè sfidare l’autorità costituita.

Eppure io non ho mai rimpianto di avere parlato di Gesù. L’ho avuto sempre nel mio cuore sin d’allora e per lui avrei dato anche più di quel poco che mi è costato dedicare alla sua figura storica il mio tema di maturità.

In fondo volevo solo andare via da quella scuola (all’università avrei pensato solo a studiare. E così fu).  E anche quel voto con cui mi licenziarono per andava bene, dopo avere rischiato di dovermi fare un altro anno.

Per i docenti non credo che questa scuola sia meglio di quella di ieri.

I ragazzi sono indisciplinati e le famiglie spesso sono inconsistenti e/o  inesistenti, quando addirittura non ti si rivoltano contro.

Per di più,  i governi dell’ultimo ventennio,  non hanno fatto altro che tagliare i fondi alla scuola pubblica, immiserendo e mortificando la funzione docente e lasciandola decedere, sia nelle sue strutture murarie, sia nelle strutture relazionali.

I nani e le ballerine che ci hanno governato (mortadelle ed ex comunisti pentiti inclusi) ci hanno infine dipinto come incapaci e fannulloni.

Ma le eccellenze ed i cervelli italiani fuggiti all’estero chi li ha formati?

Eppure io ho lavorato (e lavoro tuttora) con enusiasmo e convinzione, nonostante tutto e nonstante i governi che si sono succeduti.

Quando entro in classe capisco che sto entrando in un microcosmo dove il mio ruolo è fondamentale, così come quello di ciascuno degli studenti a me affidati (peccato che il governo ladro ce ne affidi anche trtenta in una sola classe).

Ho cercato di realizzare la scuola che avrei voluto io: una scuola fatta di confronto, di reciproco  rispetto, di dialogo a 360 gradi e di tanta, tanta cultura (non solo giuridica ed economica).

E sono sceso dalla cattedra. Ho capito i ragazzi anche recitando con loro. Quanti pomeriggi ho trascorso a far le prove di teatro!!! E quanti viaggi, quanti premi!!!

Il lavoro di insegnante l’ho scelto io e non me ne pento.

Certo sei il governo ricordasse e capisse che siamo dei laureati e che il nostro contratto è fermo da più di optto anni, allora sì che sarebbe una buona scuola.

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STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al Siotto dove gli studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo sistema è contro di esse.”

Così declamava un volantino, ciclostilato in proprio il 18 marzo 1971 dal movimento studentesco degli istituti superiori di Cagliari in assemblea permanente,  e distribuito, anche nella mia scuola,  nello stesso giorno. E come sembrano incredibilmente attuali queste parole. Se le svecchiassimo di quel linguaggio sessantottesco,  le potremmo ancora adattare alla situazione di oggi. Eccettuato purtroppo il fatto che le masse lavoratrici sono sempre meno vaste e meno coscienti.

In quell’anno scolastico 1970-1971 ero approdato alla terza classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Proprio in quell’anno mi ero accorto di avere sbagliato scuola: la Ragioneria e la Tecnica Commerciale, materie di indirizzo, mi annoiavano a morte, mentre studiavo sempre più volentieri l’italiano, la storia e le lingue straniere; per fortuna iniziammo a studiare il diritto e l’economia; tutto sommato potevo sopravvivere  senza cambiare scuola; avrei studiato anche le materie professionali, almeno il bastante per arrivare alla sufficienza.

D’altronde non è che i professori potessero ammazzarci di studio. Qualcuno l’avrebbe anche voluto (noi li chiamavamo “fascisti e reazionari”) ma ormai eravamo troppo impegnati nella lotta contro le vecchie istituzioni scolastiche e chiedevamo a gran voce di essere arbitri dei nostri destini. I nostri professori e le istituzioni più in generale, dal Preside sino al ministro della P.I. (quell’anno, se le fonti e la memoria non mi ingannano era il democristiano Misasi), d’altro canto, si scoprirono abbastanza impreparati a fronteggiare quella protesta rumorosa e convinta, tanto più  incontrollabile, quanto più essa era sorta in maniera spontanea e non organizzata.

C’erano, come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il Movimento marxista-leninista, I Maoisiti, su Populu Sardu e altri che adesso non mi ricordo; ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.

La nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).

E’ anche vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta; ma su questo tema mi tratterrò più diffusamente nelle prossime puntate.

Per adesso dirò che l’anno scolastico ormai iniziava effettivamente dopo le vacanze di Natale (almeno per quelli come me che aderivano incondizionatamente agli scioperi); poi si proseguiva bene o male sino a maggio, anche se c’erano certi appuntamenti imprescindibili, come quello del 25 aprile e del 1° maggio in cui ci si ritrovava nelle piazze.

Devo dire, per concludere, che io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni (quelle concrete come l’assemblea mensile e i dibattiti in classe e a scuola; così come quelle più fumose e impalpabili,  quali il diritto allo studio e  la scuola per tutti), rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.

Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. i miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei sedici anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).

Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).

Ma questo fa già parte delle prossime puntate.

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Fu proprio in quel caldissimo autunno del 1968 che iniziai la mia avventura quinquennale  all’Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari. Mio padre sognava che io potessi diventare il contabile per la  grande impresa di famiglia che lui sognava di consolidare e ingrandire a Cagliari (povero papà, quante delusioni ti abbiamo dato, in cambio della tua grande generosità!); mia madre era comunque contenta di essere riuscita a strappare,  per la prima volta, uno dei suoi figli maschi al vortice dell’azienda familiare che, per amore o per necessità, aveva già inghiottiti i primi tre; ed io… beh, anche io avevo i miei sogni; anche se a quell’età, i sogni sono alquanto confusi ed inespressi.

Certo il primo giorno di scuola non fu quello che uno può essersi immaginato nei suoi pensieri.

Trovammo infatti l’ingresso presidiato dai picchetti degli studenti scioperanti che impedivano l’accesso a qualunque studente, lasciando passare soltanto i docenti che non fossero già entrati con l’auto attraverso il carraio.

Le parole d’ordine che giravano tra gli studenti erano diverse e alle mie orecchie di studentello di primo pelo, suonavano quasi come oracoli di una divinità lontana e misteriosa. Alcuni sembravano anche semplici, nella loro formulazione: “Diritto allo studio”; “Scuola di tutti e per tutti“; altri erano rivestiti di un’aurea quasi mitica:”Fuori i baroni dalla scuola” (più tardi scoprii che lo slogan era rivolto all’università e che il barone Siviller, che al mio paese era stato degradato dai Savoia al loro arrivo in Sardegna, all’inizio del ’700, colpevole soltanto di essere da sempre fedele ai sovrani iberici, non c’entrava per niente); “Assemblea Permanente”; “Potere Operaio”; “Lotta Continua”; “Morte ai fascisti”; “Boia chi molla“.

Insomma gli slogans che si urlavano fuori dalla scuola erano tanti e per me, tutti, o quasi tutti, ancora incomprensibili.

Andò avanti così per qualche giorno fino a quando alcuni signori  (più tardi capii che si trattava di agenti della Digos in borghese), spiegarono agli studenti che facevano servizio di picchetto al cancello , che avrebbero dovuto lasciare libero l’ingresso e consentire a chi non avesse voluto aderire allo sciopero, di entrare a scuola.

Così finalmente potei incominciare la mia carriera scolastica. Anche se, a onor del vero, per non rischiare di venire scambiato per un fascista o, peggio ancora, di venire considerato un boia, attesi che un buon numero di studenti, vecchi e nuovi, fosse deciso a interrompere la protesta, con la promessa che il Preside avrebbe concesso un certo numero di assemblee per poter discutere i problemi della scuola e di noi giovani studenti, se avessimo ripreso prontamente  la frequenza (che per noi “primini” non era invero mai iniziata).

Così scoprii finalmente la mia classe. Si trattava di una prima super affollata. Eravamo oltre trenta, per lo più di sesso femminile. i miei compagni e le mie compagne venivano quasi tutti da Quartu S.E., da Pirri (che, precisavano i Pirresi, è come se fosse Cagliari; anzi “Pirri è’ Casteddu!), Selargius, Monserrato.

Mi ero già affezionato a questa classe allegra e rumorosa; mi ero già innamorato (senza che loro ne sapessero niente) di tre o quattro compagne e di una o forse due professoresse particolarmente giovani e carine. Mi piacevano inoltre le lezioni di italiano, di storia, di inglese; un po’ meno quelle di fisica e matematica, mentre mi affascinarono subito la dattilografia e la stenografia (che più tardi, ma io ero già passato dall’altra parte della barricata,  sarebbero state soppiantate dal “trattamento testi” e, più tardi ancora, sino ai nostri giorni, dall’informatica); mi risultò invece ostica la computisteria, che negli anni successivi si trasformava in “tecnica”, e tale antipatia durò per tutti e cinque gli anni e si estese anche alla “ragioneria” (le due materie, oggi, si studiano  unificate sotto il nome di “economia aziendale”).

Presto però arrivò la notizia che alcuni di noi sarebbero stati trasferiti e smistati in altre classi di nuova formazione e che un certo numero di classi avrebbero iniziato, con il sistema della rotazione, il doppio turno.

Ci fu spiegato infatti, in maniera alquanto sommaria e sbrigativa, che le aule non erano sufficienti ad ospitare tutti gli iscritti, dato l’alto numero dei nuovi studenti, e quindi, per evitare classi troppo numerose (più tardi si sarebbero definite “classi pollaio”) avremmo dovuto alternarci nella frequenza pomeridiana, dalle 14,30 alle 19,30. Tale turno avrebbe riguardato ciascuna classe, ma soltanto per uno, massimo due mesi, all’anno.

Più avanti negli anni successe invece che alcuni corsi venissero destinati a frequentare di pomeriggio tutto l’anno scolastico.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

9. continua…

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Quando svolgevo  il mandato di  consigliere comunale,  tanti anni or sono, a volte finivo le riunioni del Consiglio oltre la mezzanotte; eppure consideravo tutto sommato tollerabili e preferibili anche quelle fumose riunioni politiche, animate da personaggi di provincia tutti da raccontare, alle riunioni cond0miniali del palazzo cittadino dove allora risiedevo ed al quale sono ancora legato per diverse ragioni giuridiche e familiari.

Da quando ho smesso con la politica (la mia esperienza, anche se molto intensa, è durata in realtà poco più di una normale legislatura comunale) ho sempre meno scuse per scansare le riunioni condominiali.

Le assemblee condominiali in Italia forniscono uno spaccato davvero emblematico di ciò che siamo noi Italiani.

Esse generano una mole immensa di liti condominiali (attualmente si contano oltre due milioni di contendenti distribuiti tra centri di mediazione, giudici di pace e tribunali) e, soprattutto, sono il palcoscenico ideale per una serie di personaggi da commedia che fanno invidia ai più famosi films del grande Alberto Sordi.

Vi trovi il pallone gonfiato, convinto di conoscere le leggi che, il più delle volte  interpreta le norme alla lettera, creando dei veri e propri mostri giuridici; c’è l’isterico, intrattabile e litigioso; lo sclerotico e  il rimbambito (in realtà sono due stadi dello stesso genere) che non sentono e non capiscono ciò che si dibatte e fanno continuamente interventi fuorvianti e inappropriati; poi abbiamo donne: dalle perditempo, che vanno in assemblea perché stanche  di parlare  con il gatto o con il cane di casa, alle saccenti che, avendo seguito più serie complete di Forum e programmi TV analoghi, arrivano in assemblea con un bagaglio di fantasia, ideale per far perdere tempo e pazienza a tutti; non mancano quelle che prima si sono studiate l’avvocato nel cassetto o, ancora peggio, le risposte degli esperti condominiali sulle riviste femminili più diffuse.

Tutti, uomini e donne, sono animati da una grande vis polemica, da una sconfinata invidia e dalla convinzione di essere comunque e sempre l’ombelico del mondo, anche se la loro casa dista soltanto pochi metri dalla tua.

Non parliamo poi degli amministratori condominiali. In tribunale ne ho conosciuti alcuni, ai quali non avrei affidato neppure i soldi per comprare il latte o il pane di giornata. fortuna che la recente riforma ha imposto un diploma di scuola media superiore e l’iscrizione ad un Albo professionale, sperando così di innalzare un po’ il livello medio della categoria.

Insomma, io resto sempre un inguaribile e nostalgico paesanotto: la casa dove sono nato era una casa padronale dove il vicino più prossimo non riusciva  neppure a sentire la mia chitarra elettrica quando, ahimè, troppi anni fa, cercavo di imitare Jimi Hendrix e gli altri miei idoli di Woodstock, Sanremo, Castrocaro e dintorni.

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