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Nell’estate del ’71 mio fratello Pietro Marino, che in aperto dissenso con la strategia di espansione aziendale che nostro padre aveva perseguito per anni, se n’era  andato via di casa per tentare, in solitario, la sua fortuna commerciale, aveva  trasferito il suo esercizio dalla periferica via Cagliari alla centralissima via Roma della cittadina di Samassi, un centro abitato confinante con la zona di influenza dell’azienda paterna, dove mio padre era comunque conosciuto, sin da quando, subito dopo la guerra, aveva iniziato come ambulante la sua attività di artigiano orologiaio e successivamente di rivenditore al minuto di orologi, sveglie, articoli da regalo, oreficeria  e gioielleria.

La sua ribellione, che in realtà aveva serpeggiato sotto traccia sin da quando mio padre lo aveva ritirato dalla scuola pubblica per avviarlo alla sua scuola di orologiaio (come ho già avuto modo di narrare all’attento lettore), era esplosa apertamente, per una magica e strana coincidenza, proprio  nel 1968. In quell’anno infatti il mio fratello maggiore aveva compiuto i 21 anni (che all’epoca segnavano per legge il compimento della maggiore età con la possibilità, condizioni economiche permettendo, di affrancarsi dal giogo genitoriale).

A parte quella coincidenza, mio fratello Marino al movimento rivoluzionario ’68 non sembrava attribuire  troppa importanza, se non per criticarlo e addirittura esecrarlo per i suoi eccessi .

La sua ribellione non era infatti contro una società  che, spinta da quelle forze misteriose che l’uomo ha imparato ad etichettare come rivoluzioni e progresso, la sottopongono a continui e perenni trasformazioni, ma bensì contro l’autoritatismo paternalistico di nostro padre.

Che poi, se vogliamo, a ben vedere, era un modo pragmatico e  personale di fare il ‘ 68. Che altro non fu quel movimento, se non una ribellione contro l’autoritarismo ed il potere costituito a favore di una maggiore libertà e di una più autentica democrazia?

Pur tuttavia mio fratello a parole e nei fatti aborriva la protesta giovanile; denigrava i capelloni, propugnava sonore legnate per gli studenti e i lavoratori scansafatiche e per i sindacalisti che li appoggiavano nei continui e rumorosi scioperi; rifuggiva dalle mode che tentavano e di fatto omologavano tutto e tutti, quasi imponendo comportamenti consumistici di massa; odiava la sinistra extraparlamentare  e i comunisti ortodossi allo stesso modo; detestava le femministe, per non parlare delle droghe  e di ogni altra forma di evasione che andasse fuori dai binari tradizionali.

E non di meno, gli slogans della sua lotta contro l’autorità paterna,  erano stati  ”Viviamo in un regime di libertà!” “Il sabato e la domenica li voglio liberi!” “Il ventennio è finito da un pezzo!” e così via protestando.

Qualche mese dopo il compimento della sua maggiore età (Marino era nato nel mese di dicembre del 1947) mio padre, forse anche per riconquistare la sua fiducia, aveva comprato, come ho già avuto modo di dire,  uno spazioso e luminoso locale commerciale a 5 minuti dalla stazione ferroviaria di Cagliari.

Di comune accordo mio fratello aveva impiantato all’interno delll’esteso locale un piccolo laboratorio artigianale completo del necessario per riparare gli orologi.

Vi era un moderno banchetto da lavoro in legno, con una serie  di cassetti laterali di diverso spessore, un ripiano centrale, con rientranza a mezzaluna,  illuminato da una  lampada alogena e  con un reparto a scomparsa, sottostante,  che conteneva l’attrezzeria mobile di uso comune: l’apricassa, un paio di  cacciaviti, le pinze a becchi tondi, la lente d’ingrandimento, l’estrattore per vetri, lo stantuffo, la spazzola; le pinzette finissime, gli oleatori, le boccette degli acidi, del grasso e dell’olio stavano sul ripiano rigido oppure protetti nei cassetti, comenque sempre chiusi dalle apposite protezioni. E naturalmente vi era tutto il necessario per le sostituzioni e i ricambi di routine per gli orologi meccanici di allora: corone,  alberi e molle di carica; vetri infrangibili; assortimento di assi per bilancieri di orologi non incabloc (ancora molto diffusi, quando cadevano per terra oppure prendevano un colpo abbastanza forte, si spezzava l’asse del bilanciere e occorreva per l’appunto sostituirlo); un vasto assortimento di cinturini, sfere delle ore, dei minuti e dei secondi e una infinità di ansette, viti, ingranaggi, rocchetti, perni e molette a volte quasi invisibili a occhio nudo.

Ma fosse per colpa dell’idiosincrasia che da subito mio fratello aveva mostrato verso  quel locale (che per lui era diventato l’emblema della programmazione centralizzata e antidemocratica di mio padre) o fosse  a causa della posizione non proprio centrale del locale (mio fratello da subito aveva contestato, insieme all’idea espansionistica di mio padre, anche la scelta del locale, che lui avrebbe voluto vicino al centro commerciale che allora, più di oggi, era costituito dall’asse viario e pedonale via Mannu-via Garibaldi oppure vicino al mercato di via San Benedetto, ancora oggi  il vero cuore pulsante della Cagliari commerciale) o magari fu mio fratello che, incosciamente voleva dimostrare l’inopportunità e l’errore di quell’acquisto, fatto sta che il laboratorio non progredì e, dopo alcuni mesi mio fratello si era trasferito, armi e bagagli, a Samassi.

Come dicevo, nell’estate del ’71 aveva abbandonato il vecchio locale di via Cagliari, dove per tutta l’estate del ’70 io gli avevo fatto compagnia (ero più un supporto psicologico che un aiuto al banco di vendita, dato che l’afflusso della clientela non era rilevante e al banco delle riparazioni, in presenza di mio fratello,  avrei potuto soltanto guardare per cercare di imparare qualcosa), e si era trasferito in via Roma.

Il cambio di negozio non giovò soltanto agli affari (che subirono un notevole incremento) ma anche e soprattutto all’umore e alla salute di mio fratello che parvero rifiorire da quelle lande di depressione e malessere in cui sembravano essere scivolate dopo la sua grande ed eclatante rivolta contro i disegni egemomici di mio padre.

I clienti entravano ed uscivano in continuazione, soprattutto la sera. Mio fratello vendeva con discrete capacità ed io lo affiancavo per vedere che qualche mariuola dalle mani svelte, approfittando magari di un suo momento di distrazione, facesse sparire qualche oggetto d’oro.

-”Stai attento soprattutto se vedi qualche avvenente ragazza che mette in mostra le tette!” – soleva ripetere mio fratello per darmi la carica.

Quando vi era più di un cliente anche io ero autorizzato a servire al banco, sia per la vendita di oggettistica minuta,  sia per sosituire un cinturino o altre facili operazioni.

Il perido più calmo era a fine mattinata. Il negozio chiudeva alle 13,00 ma alle 11,30 in giro non si vedeva molta gente. Anche a Samassi, come in tutti i paesi a vocazione agricola della zona, il pranzo è rigorosamente previsto alle 12,00.

Mio fratello ne approfittava per fare le riaparazione. Io lo guardavo affacinato, come avevo fatto qualche anno prima al seguito di mio padre. Era preciso e delicato esattamente come il suo maestro. Solo che al contrario di lui, mio fratello amava chiacchierare durante il lavro di riparazione al banco (a parte in quei rari momenti topici in cui il lavoro richiedeva un’applicazione particolare e massimo silenzio).

Se  era di malumore mi parlava della sua infanzia disgraziata, di quanto avrebbe voluto studiare invece di essere stato brutalmente messo a bottega; degli errori di   mio padre  che non era stato capace di costituire una vera società familiare a causa del suo carattere dispotico e poco comunicativo; dei suoi amici, tutti sfortunati e pieni di problemi; e di donne.

In  fatto di donne, mio fratello era un grande esperto;  si prodigava infatti in  un vero profluvio di pillole di saggezza sulla materia: a cominciare dal carattere delle donne e sulla loro psicologia instabile e umorale; e sulle loro apparenti virtù di castità e ritrosia; sulla inutilità di stabilire con loro relazioni stabili e sulla convenienza a farsi delle avventure, senza scrupoli e senza rispetto. Aveva in generale poca stima del sesso femminile; alcune categorie sociali erano lui etichettate come poco di buono, da evitare come la peste: erano le parrucchiere e le infermiere, a suo dire, tutte ragazze di facili costumi, da non considerare per eventuale relazione stabile, tutt’al più, se fossero state “bone”, da inforcare e via. Mi raccomandava di non lasciar correre le numerose occasioni che, fortunato com’ero, lui non si sarebbe certo fatto sfuggire, nel mondo corrotto e lebertino della scuola, dove le donne cercavano una cosa sola; e bisognava dargliela! Lui sì che avrebbe provveduto alla grande! E guai se io mi fossi tirato indietro.

Io avrei preferito dei consigli più pratici, magari su come corteggiare una donna, come conquistarla, su quale fosse stato l’approccio più corretto per entrare in quel mondo femminile così ricco, per me, di attrativa, di fascino e di mistero; ma mio fratello era un fiume in pieno e non sembrava attribuire alla psicologia un ruolo rilevante; le donne, secondo lui, erano delle bambole da conquistare, da tromabre e da mollare.

Oggi capisco che quelle sue contuumelie erano il risultato di tutte le delusioni che lui aveva avuto nei suoi rapporti con il c.d. gentil sesso.

Perchè queste delusioni gli fossero occorse non so spiegare nel dettagli, perché lui non si confidava con nessuno su le sue vicende private.

Posso però supporre che il mio caro e sfortunato fratello sia in qualche modo rimasto vittima della sindrome del bravo ragazzo di cui le donne sembrano essere vittime (qualcuno la chiama la sindorome della crocerossina; non so però se i due paradigmi affettivi coincidano davvero).

E’ noto  comunque che  le donne siano attratte più dalle simpatiche canaglie che dai bravi ragazzi. Mio fratello era un sicuramente un bravo ragazzo, affidabile, con un’ottima posizione economica eppure con le donne non ebbe mai fortuna.

Guardandomi in giro ho visto spesso delle ragazze molto carine e pulite, accompagnarsi con dei ceffi dall’aspetto poco racccomandabile. Mio padre,  a tal proposito,  ripeteva spesso che se fosse nato donna,  sarebbe morto vergine, perché mai si sarebbe fatto toccare da certi elementi maschili, neppure con una canna di venti metri!

Io allora vedevo le donne come delle dee, da adorare e venerare; sicuramente da rispettare e da amare, ma mai da considerare come una merce di consumo, da pagare per delle prestazioni sessuali;  e neppure dei corpi di cui godere,  per poi scappare, in cerca di altro piacere, come sembravano suggerire le teorie di mio fratello ma anche di tanti altri uomini di mentalità maschilista.

Eppure questa attrativa che i cattivi esercitavano sule donne; questa loro attitudine a legarsi sentimentalmente con dei caratteri arroganti, con degli spavaldi, quando anche non perfino delinquenti e malvagi per me rimane un mistero irrisolto e, forse, irrisovibile.

Può darsi che sia soltanto un problema di sicurezza interiore. Ho avuto modo, in periodi diversi della mia vita, di appurare che le donne sono attrate da un carattere stabile, fermo e sicuro; magari per contrasto con il loro carattere, in fondo volubile e, se non altro,  fisicamente più fragile. E a volte, ai loro occhi, un bravo ragazzo è soltanto un carattere insicuro e fragile (e si sa che i simili si respingono);mentre gli opposti si attraggono; ed ecco spiegata la loro attrazione per i supermachos motorizzati, che vivono ai margini della legge e che non hanno altre sicurezze nella vita che il loro ego smisurato e la loro boria.

Eppure i femminicidi che si susseguono oggi a ritmo impressionante, mostrano al contrario una grande fragilità psicologica nei maschi ed allo stesso tempo sembrano dar ragione però a una certa attitudine all’autodistruzione ed ai guai che le donne hanno sempre mostrato di avere, sin nella scelta dei loro uomini.

Così passò anche quell’estate del 1971, tra grandi discorsi, inestricabili misteri e canzonette facili che mio fratello metteva alla radio in sosttofondo, quando non ascoltava chiamate Roma 3131 o altriprogrammi radiofonici pseudoculturali.

Tra le canzoni che più ho amato, in quell’anno, oltre a quelle già menzionate nei capitoli precedenti, mi piace ricordare “Ed io tra di voi” e “L’istrione” di Charles Aznavour; “Donna felicità” dei Nuovi Angeli; “Pensieri e parole” del grande Lucio Battisti (e di Mogol Giulio Rapetti).

Quando tornammo a Cagliari, preludio all’inizio dell’anno scolastico, imparai da un amico quattro accordi alla chitarra ( Do,  La minore, Re minore e Sol).

Io non vedevo l’ora di tornare a scuola. Lì, più che in casa mia, trovavo la mia dimensione ideale.

Eppoi adesso mi aspetttava la quarta. Stavo diventando grande, anche se non me ne accorgevo.

21. continua…

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Siamo ormai  abituati a considerare la scuola come quell’istituzione gestita dallo Stato (in competizione con pochi privati autorizzati) che ci accompagna, attraverso l’esame di maturità, sino all’università (dispersione scolastica permettendo).

Eppure la scuola non è tutta lì.

Anzi, dobbiamo ricordare che in un passato non tanto remoto, la scuola statale era del tutto inesistente.

Senza scomodare  Socrate e Platone, che intrattenevano i loro discenti all’ombra dei colonnati dell’antica Atene, e i loro epigoni, trasferiti in massa a conquistare , come guide e precettori, i figli dei loro conquistatori Romani, ci è facile osservare, con un piccolo sforzo di memoria storica, come  l’istruzione fosse, sino a poco più di un secolo addietro,  soprattutto  in mano ai diversi ordini religiosi.

Eppure la scuola, ancora oggi, non è soltanto quella istituzionale dei banchi di scuola.

Per chi come me, purtroppo o per fortuna, è già nei terzi “anta”, tornano alla memoria le vecchie botteghe artigianali dove i giovani che, per le più svariate ragioni,  non fossero risultati idonei agli studi religiosi ovvero non fossero, a loro volta, figli di medici, avvocati o ingegneri, si formavano per la vita e per il lavoro.

Erano queste botteghe artigianali delle vere e proprie scuole di vita.

Nelle barberie, officine meccaniche, sellerie, calzolerie,  sartorie, nei pastifici, nei cantieri edili e in tutti gli spazi produttivi disseminati lungo lo stivale si apprendeva la dura arte dell’ubbidienza, della discrezione, dell’apprendere, prima  osservando, poi creando con le proprie mani il proprio futuro.

Della bottega di orologiaio di mio padre ho dei ricordi legati soprattutto all’estate.

Mio padre mi ci portava perché aveva paura che, finita la scuola istituzionale, io finissi con il frequentare i vagabondi del paese, i bastasoni,  i perditempo,  i perdigiorno o i calandroni, come li chiamava lui, a seconda del giorno e dell’umore.

E poi, mi ripeteva, “impara l’arte e mettila da parte!”.

Insomma, volente o nolente, le mie estati anziché odorare di fiume e di campo, odoravano di grasso di iena e di olio di lince (mio padre, soprattutto davanti ai clienti,  chiamava in questo modo misterioso, certi solventi che si usavano per la pulizia e per la lubrificazione degli orologi e dei suoi innumerevoli ingranaggi, principalmente perché era un uomo dalla spiccata fantasia (gli piaceva infatti inventare; a suo modo era infatti un artista, ma io questo l’ho capito dopo);  io credo però che il motivo fosse anche legato alla segretezza e alla gelosia che ogni capo bottega ha dell’ arte che vi si svolge  e degli ingredienti che vi si usano.

Quando i clienti, entrando nella bottega (il cui si accesso era consentito soltanto ai clienti più affezionati, che si si spingevano oltre il banco di vendita) lo salutavano con l’appellativo di “Maestro” io, nonostante mi rodesse il fatto di essere costretto a frequentare la bottega, mi sentivo orgoglioso del mio papà!

Mio padre a quel saluto sollevava lo sguardo dall’orologio al quale si stava dedicando, senza togliersi neppure la lente d’ingrandimento, che lui calzava nell’occhio destro, incastrandola con abilità nell’orbita oculare ossea.

Non amava affatto interrompere il suo lavoro (fatto di massima concentrazione e ferrea precisione) e sul suo volto si stampava sempre un’aria di severa interrogazione (io, se fossi stato bravo in disegno, avrei potuto, senza tema di sbagliare, disegnargli una nuvoletta, all’altezza della fronte, con su scritto “chi sarà mai questo rompicoglioni?”).

Ovviamente rispondeva con una domanda di stile, della serie “salute a lei, mi dica!”, o qualcosa del genere. Mi dava sempre l’impressione  che scendesse da un altro pianeta, a confrontarsi sulla terra con degli esseri inferiori che osavano interrompere il suo viaggio interstellare.

Devo dire per completezza che mio padre non amava neppure staccarsi dal banco da lavoro per recarsi al banco di vendita; e se non c’era un affare importante in vista (magari già avviato) preferiva delegare me o qualche altro fratello, così lui poteva dedicarsi ai suoi amati orologi e ai suoi misteriosi ingranaggi. Io ero ben contento, al contrario di lui, di servire la clientela che entrava nel negozio per acquistare, fosse anche per sostituire il cinturino dell’orologio o il moschettone di chiusura della catenina o del bracciale. Il mio massimo era servire qualche avvenente ragazza con cui mio padre si sarebbe scazzato da morire (dato che diceva che le donne erano sempre troppo indecise e gli facevano perdere del tempo per lui prezioso).

L’apprendistato dell’orologiaio iniziava con  un anno intero passato a guardare il “maestro” lavorare. Mio padre era un uomo di poche spiegazioni: occorreva osservare ed intuire. Non amava neppure le domande, che spezzavano la sua concentrazione.

Quel  primo anno anno serviva anche per imparare il nome dei solventi (oltre al grasso di iena e all’olio di lince, c’erano diversi acidi, come quello che serviva a staccare la spirale del bilanciere) e il nome dei diversi attrezzi (la pinzetta finissima, i cacciaviti, numerati da 1 a 10, la tronchesina, gli alesatori, gli oliatori, l’estrattore, i punzoni, numerati da 1 a 50 e così via; c’erano anche pinze e tenaglie ma mio padre le usava raramente, perché diceva, ridendo, che quelli erano attrezzi più adatti agli scarpari che agli orologiai); inoltre occorreva essere capaci di trovare, velocemente, il pezzo che eventualmente fosse caduto al maestro durante la lavorazione (e lì capivi  l’importanza di fissare il lavoro con lo sguardo; una distrazione in quella circostanza, oltre che una sgridata o, peggio, un manrovescio, significava non sapere in quale direzione indirizzare la propria ricerca; e se si trattava, ad esempio, di una molletta di calendario o di una qualsiasi altra molletta, erano guai sul serio) .

Dopo il primo anno l’apprendista poteva cominciare a pulire qualche sveglia, privata dello scappamento dal maestro oppure da qualche apprendista più anziano e comunque sotto stretta sorveglianza di qualcuno più anziano in bottega.

Dopo due anni l’apprendista poteva cominciare a smontare e a rimontare un EB 700 oppure un AS 1130. Si trattava dei due macchinari più semplici (il primo senza rubini mentre il secondo ne montava ben 17!), allora commercializzati sotto diversi marchi (mio padre trattava gli svizzeri  Imperios, che montavano anche l’AS 1130,  indistruttibili e senza tempo); i macchinari su cui all’inizio si esercitavano i praticanti però,  non appartenevano ai clienti ma erano di orologi che appartenevano alla bottega (magari erano stati versati in occasione dell’acquisto di un orologio nuovo; oppure erano appartenuti a clienti che per non pagare il costo della riparazione avevano preferito rinunciare all’orologio; e ciò nonostante mio padre fosse molto meticoloso e preciso nei suoi preventivi, sconsigliando sempre la riparazione quando il costo fosse eccessivo rispetto al valore dell’orologio).

Se questi primi montaggi andavano in porto positivamente, allora il praticante era ammesso alla sostituzione dell’asse del bilanciere o dell’albero di carica (con o senza coroncina) e della molla di carica sugli orologi dei clienti; ma sempre supervisionato dal maestro o da altro praticante più anziano.

Insomma, se tutto andava per il verso giusto, al decimo anno, forse, eri in grado di riparare i “cinque linee” (cioè gli orologi da donna più minuscoli allora in commercio, gli orologi automatici, quelli a calendario e via, via, i cronografi, con e senza fasi lunari, e i pendoli, il cui apice era costituito, a quel tempo, da quelli che battevano il quarto d’ora e avevano delle icone mobili che comparivano nelle diverse fasi del giorno.

Io mi fermai al montaggio e rimontaggio degli AS 1130 (anche se più tardi, ormai laureando e collaboratore commerciante di mio padre, mi riscattai superando a pieni voti un corso per la manutenzione dei nuovi orologi analogici al quarzo, organizzato dalla prestigiosa casa svizzera LONGINES; serbo ancora con orgoglio il diploma che mi venne rilasciato a fine corso)

Per mia  fortuna dopo qualche anno dalla sfortunata campagna di Sicilia (su cui ho già intrattenuto il lettore in qualcuna delle puntate precedenti) mio padre ebbe un’altra delle sue coraggiose iniziative e pensò bene di comprare un locale commerciale di oltre centocinquanta nel centro di Cagliari per farvi una gioielleria con tutti i crismi. Anche in questa circostanza la testa di ponte fu costituita da mia madre (col suo ruolo di mamma), io (col ruolo di vice-capofamiglia) e tutti e cinque i miei fratelli più piccoli.

Anche questa nuova avventura non andò bene ma debbo dire, per onestà, che questa volta mio padre aveva visto giusto, ma noi figli non fummo all’altezza delle sue grandi visioni di allargamento e di ingrandimento dell’azienda paterna.  E perciò, rivenduto degnamente il locale commerciale, i miei fratelli preferirono espandersi nei paesi viciniori all’azienda fondata da mio padre.

Ma questo fa parte già di un’altra storia.

 

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