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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Terza Scena

(detti e Miriam)

La nonna di Laura esce dall’ingresso della  Porta Stretta. Non si avvede della presenza dei bulli e prende a chiamare la sua nipotina. I bulli, come odono la voce della donna, vigliaccamente se la danno a gambe.

 

Miriam:- (prima in modo soave, poi in un crescendo di preoccupazione e disperazione) Laura, Laura, bambina mia, dove sei? Laura…

Alex:- Presto, filiamo! Questa dev’essere la nonna della bambolina!!!

Stinko:- (buttando a terra il libro di Laura) Caspita!!! Allora gambe, ragazzi!!!!

I cinque escono in fretta e furia

3. continua…

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Scena Seconda

La scena è quella del primo atto. In scena entrano schiamazzando cinque bulli: Alex, Lara, Stinko, EsQiu e Delgado. Sono vestiti stile Hell’Angels, in jeans e/o pelle, con  scarponi ai piedi e con gli accessori tipici.

Su una panchina a lato della Porta Sretta  sta seduta Laura che legge un libro assorta e non mostra di accorgersi  dei cinque; neanche questi ultimi, inizialmente, la notano.

Alex:-  (indicando la discoteca dimessa) Ehi, ragazzi, questa è la famosa Disco House!!!

Zara:- Altrimenti detta la Stonehell Disco!!!

Delgado:- I miei genitori raccontano di avermi concepito proprio qui!!!

Stinko:- (in tono sarcastico) E si vedono i risultati!!!!

Tutti ridono, all’infuori di Delgado!!!

EsQiu:- (Avvicinandosi alle tavole che chiudono l’ingresso, con una palese emozione nella voce) Si raccontano un sacco di cose su questa mitica discoteca….storie di mostri e di urla nella notte…

Alex:- (avvicinandosi anche lui all’ingresso e rivolto a Delgado) Ehi, Smilzo, visto che sei di casa, perché non vai dentro e ci racconti qualcosa???

Stinko: Sì, dai Smilzo! Sei l’unico dei tre a passare per quel buco!

Delgado:- (schermendosi) E perché non ci mandi la tua ragazza, puzzola?!?

EsQiu:- (in tono minaccioso) Peccato che tu sia senza palle, Smilzo, altrimenti ti saresti beccato un bel calcio tra le gambe!!!

I quattro ridono nuovamente del povero Delgado

Stinko;- (sporgendosi all’interno del buco che c’è tra le tavole di sbarramento) Maro’, che tanfo terribile!!!!

Zara:- Dicono che sia l’alito del mostro…

EsQiu:- (in tono triste) Ma quale mostro! Sono i bambini morti e abbandonati…

Alex:- (afferrando Delgado con violenza) Ehi, qui si chiacchiera troppo! Adesso tu vai dentro senza far storie!!!!

Delgado:- (prima divincolandosi e poi indicando Laura, nella panchina di fronte) Lasciami coglionaccio. E seguitemi che mi è venuta un’idea!!!

EsQiu:- Oddio, lo smilzo ha avuto una delle sue idee…

Zara:- L’ultima volta che ne ha avuto una siamo finiti in questura, vi ricordate?

I quattro, ridendo, si dirigono verso Laura.

Delgado (che nel frattempo ha raggiunto Laura, sempre assorta nella lettura, strappandole il libro dalle mani) Ehi, tu, ragazzina, che cavolo stai leggendo?

Laura:- (presa di sorpresa) Ma io, veramente…sto solo aspettando mia nonna…

Delgado:- (buttando il libro con un gesto di spregio)  I fioretti di San Francesco? Che roba è?

Stinko:- (fingendosi zoppo, raccoglie il  libro e si avvicina a Laura per restituirglielo) Ma Delgado, cosa fai? Ti sei dimenticato delle buone maniere? Lo scusi tanto signorina, sa, ha avuto dei problemi sin da piccolo…Io mi chiamo Stinko e lei?

Laura:- (timidamente, stringendo la mano che Stinky gli porge, dopo avere preso il libro con l’altra) Grazie, piacere mio, io sono Laura…

Stinko:- (riferendosi a Delgado) Se non avessi una gamba fuori uso gliela farei vedere io a quello zoticone!!!

Laura:- (c.s.) Ma no, non importa… lasci perdere…

Stinko:- (in tono di accondiscenda) Va bene signorina, però venga con me che ho bisogno del suo aiuto…

Laura:- (seguendolo con il libro stretto al petto) Se posso aiutarla, lo farò più che volentieri…

Stinko:- (indicando prima Delgado e poi la Discoteca) Quello screanzato  ha buttato  là dentro la mia stampella ed io ora non so come tornare a casa… Non è che lei può entrare a recuperarla per me?

Laura:- (porgendo il libro a Stinko) Beh, potrei provarci… non so poi se ce la faccio…

Stinko:- Ma si che può farcela… lei è così magra e snella…

Laura entra nella Home Disco e scompare attraverso il buco.

Alex:- (con ammirazione) Puzzola, sapevo che eri un figlio di buona donna!!! Ma non sino a questo punto!!!

Zara:- (a EsQiu) Il tuo moroso è davvero un grande attore!!!

Stinko:- (con falsa modestia) Cose da poco, ragazzi! So fare anche di meglio se mi ci metto…

2. continua…

 

 

 

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La Costante Resistenziale Sarda“, illustrava il prof. Giovanni Lilliu in un’intervista alla Nuova Sardegna di qualche anno fa , “non è una filosofia di conservazione ma un modo attivo di tutelare un’identità in movimento, di partecipare alla dinamica storica sapendo chi siamo, sapendo che non veniamo dal nulla, che abbiamo titoli e argomenti per presentarci in modo originale e moderno sulla scena del mondo”.

Grande prof. Lilliu, un altro Sardo illustre di cui sento molto la mancanza, un vero Sardus Pater, l’uomo che ha ridato la luce a “Su Nuraxi” di Barumini.

E ancora,  nella stessa intervista rilasciata al giornalista  Giuseppe Marci della Nuova Sardegna, l’ormai distante 9 maggio 1987, il prof. Lilliu dichiarava: ” La filosofia che deve animare i Sardi e la Sardegna,  subalterna e negletta, per la quale occorre trovare una logica di sviluppo, va trovata nella coscienza del valore delle genti sarde, l’alto prezzo dei prodotti che qui sono stati realizzati. Pensiamo ai nuraghi: averli edificati ha un grande significato. Esprimono una base di tecnica e di lavoro che ci mette alla pari con altre regioni mediterranee ed europee. Non siamo inferiori, abbiamo avuto una nostra originalità, dobbiamo affermarla e difenderla!”  

Parole semplici e immense, dense  di significato. Senza retorica Giovanni Lilliu ci dice chi siamo. Lasciamo stare le beghe politiche, le discussioni infinite sulla lingua sarda e i suoi numerosi dialetti. Guardiamo i nuraghi: ecco chi siamo stati e chi siamo ancora!!!

Non cesserò mai di resistere e non mi farò mai omologare, tanto meno nella indistinta insipienza italiota o anglicizzante dei nostri sciagurati tempi.

Grazie prof. Lilliu per ciò che hai fatto e per ciò che sei stato.

Con la tua umiltà e con la tua geniale grandezza hai lasciato un’orma profonda e indelebile nei nostri animi feriti.

Io non ti dimenticherò e continuerò costantemente a resistere finché Dio mi darà la forza per farlo.

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Giovanni Evangelista

Son chiamato, ma per Gesù

Luce della Sua vista

Ero. E Lui,  per me,  lo fu.

Era dolce nei tratti

E mansueto nei gesti!

Dai movimenti lesti

E gli occhi mai distratti!

Piuttosto in certe fasi

Gli coglievi nello sguardo

Un’assenza o un dardo

A seconda dei casi.

Ma era un lampo fugace

Che tosto ritornava

Serena quella pace

Che lo caratterizzava.

Avere Gesù  accanto

Per me significava gioia!

E se lontano da Lui noia,

Quando non anche pianto.

Mi piacque sull’istante

Quel dì che il Testimone,

Con profonda decisione,

Ce lo indicò distante.

Avvenne nel Giordano,

Alle quattro d’una sera,

ed io come chi spera

lo seguii mano a mano.

E quando Egli ci chiese:

“Cosa e chi cercate?”

Il cuore Lui mi prese

Rabbì, Signore e Vate.

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Divinità del Verbo

In principio era il Verbo

E il Verbo era presso Dio,

Il Qual teneva in serbo

Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione

Mandandoci Suo figlio

Che,  nato da puro Giglio,

È Sua rivelazione,

In uno con lo Spirito,

Ma puoi elencarne tre!

Comela Legge  per Mosè

Fu data,la Grazia Cristo

Ci ha portato in Verità!

Pur se d’ogni cosa è Autore,

L’uomo, mal conoscitore,

Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto,

Lui li ha resi fratelli

Dandogli i doni più belli,

Senza riceverne molto.

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SCENA SESTA

Aurora:- Che cosa hai in mente?

Mattia:- Ho in mente che dobbiamo reagire!!! Basta subire le prepotenze!!!

Aurora:- Ma come?

Mattia:- Ti ricordi cosa dicevano i due fidanzati americani a proposito dell’alternanza?

Aurora:- Johnny e Sheila?

Mattia.- Sì, loro, poco fa…Se un presidente non va bene, bisogna cambiarlo…

Aurora:- L’idea sembra buona… ma occorre realizzarla…

Mattia:- Vieni con me… Mi proporrò alle prossime elezioni come il capo del Partito del Timbro Quadrato!!!

Aurora:- Uaooo!!! Questa sì che mi sembra buona!!! Andiamo: io sarò la tua First Lady!!!!(escono)

Fine Primo Atto

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Divinità del Verbo

In principio era il Verbo

E il Verbo era presso Dio,

Il Qual teneva in serbo

Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione

Mandandoci Suo figlio

Che,  nato da puro Giglio,

È Sua rivelazione,

In uno con lo Spirito,

Ma puoi elencarne tre!

Come la Legge  per Mosè

Fu data,la Grazia Cristo

Ci ha portato in Verità!

Pur se d’ogni cosa è Autore,

L’uomo, mal conoscitore,

Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto,

Lui li ha resi fratelli

Dandogli i doni più belli,

Senza riceverne molto.

Il Verbo fu carne e storia

venendo a vivere di qua!

Noi vedemmo la Sua Gloria

d’unigenità verità!

Tutto è stato fatto da Lui,

ma senza, niente è stato creato!

Lui non è stato accettato,

astro splendente in cieli bui!

Dio nessuno l’ha mai visto,

l’Unigenito Suo Figlio,

che nel Padre è consiglio,

venne rivelato in Cristo!

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di Chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; Aggiungi immaginepiù o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

Attorno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Sei tornato al tuo mistero

attraversando un deserto

di solitudine;

per dividire con qualcuno il  dolore

di vivere ci vuole l’ egoismo

che tu non hai mai chiamato amore.

Ora  l’alba del silenzio

ci separa per sempre;

e  rimangono soltanto preghiere

per ringraziarti

di ciò che sei stato.

Villasor, 28 novembre 2013

In morte di mio fratello Pietro Marino

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; più o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

At5torno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Non so  se provo per te amore

e cosa provi tu per me

non so.

So però che i tuoi occhi

alleggeriscono il peso dei miei anni

dandomi l’illusione che io possa

avere oggi

ciò che cercavo ieri.

Ma Dio nel mio cuore

non è un’illusione;

non è un inganno!

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Ora tutto scivola

come acqua di fiume

sui sassi;

anche la tua bellezza,

la tua gioventù;

ma io posso amarti

solo col pensiero

rivolto a Dio.

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Salmo 118

XXII

 

Giunga il mio grido sino a Te Signore,

la mia supplica pervenga al Tuo volto;

sgorghi dalle mie labbra con ardore

la lode e i canti che io amo molto!

Ti desidero come Salvatore;

non lasciarmi dal mio gregge risolto.

Fa che io  viva a lungo per  darTi lode;

Il mio cuore della Tua legge gode!

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Salmo 118

XX

Vedi o Dio la mia  miseria! Salvami!
La Tua legge non ho dimenticato.
Difendi la mia caüsa, riscattami.
Lontano dagli empi, mi son salvato.
La vita, Dio, per la Tua grazia, dammi.
Ribrezzo per i ribelli ho provato.
Resta eternamente ogni Tua sentenza;
della Tua parola non so far senza!

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Salmo 118

XIX

 

Salvami e seguirò gli insegnamenti

 Tuoi;  precedo l’aurora e grido: “ aiuto,

mi   perseguitano con tradimenti”;

e medito su ciò che ho ricevuto

 in promessa. I Tuoi ordinamenti

da tempo riconosco che hai voluto

per sempre! I Tuoi precetti son veri:

fammi vivere in base  ai Tuoi voleri!

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Salmo 118

XVIII

 

Tu sei’l Giusto ed il più retto, Signore;

da giusto le Tue leggi hai ordinato;

mi divorano lo zelo e l’amore

della Tua casa; tutti  hanno scordato,

i miei nemici, il Tuo vero valore!

Io sono piccolo e son disprezzato,

ma è giusta   la Tua legge ed infinita:

fammela capire ed  avrò la vita!

 

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Salmo 118

XVII 

La  Tua alleanza  è meravigliosa,

perciò le son fedele. La  parola

Tua,  nel rivelarsi è luminosa

e dona la saggezza senza scuola!

Apro anelante la bocca vogliosa,

perché desidero una cosa sola;

salvarmi dall’oppressione dell’uomo:

piango per chi alla Tua legge è indomo!

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XVI

Secondo diritto e giustizia ho agito;
non abbandonarmi ai miei oppressori.
Dona ogni  bene  a chi Ti ha obbedito;
gli occhi nell’attesa dei salvatori
son consunti. Secondo l’infinito
Tuo amore agisci contro i violatori
Della Tua legge e mettili alla gogna!
Detesto ogni sentiero di menzogna!

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XV

Non amo affatto gli amori incostanti.
Io amo Te, mio rifugio e mio scudo.
Spero nella Tua parola! Ho tanti
Malvagi accanto. Non lasciarmi nudo
Nella mia speranza! Per tutti quanti
I Tuoi precetti gioirò! Non eludo,
come fanno   gli empi,  il Tuo avvertimento.
Freme la mia carne per lo spavento.

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