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La morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta 42 anni fa a Ostia, per mani forse ancora ignote, mi riporta alla mente un aneddoto personale e un po’ curioso.

Il 2 novembre del 1975, di sera,  mi trovavo a Serramanna, nel negozio che il mio papà allora dirigeva.

Ci trovavamo nel retro, dove c’era il laboratorio di artigiano dove papà riparava, con quella sua tecnica insuperabile, i complessi meccanismi degli orologi, al tempo ancora tutti meccanici.

Al mattino,  prima che mi recassi a Cagliari  per delle incombenze forse legate all’università, con un tono indignato e preoccupato,  mi aveva comunicato che un regista e scrittore era stato barbaramente ucciso nella notte.

Papà era sensibile alle notizie di cronaca nera. Come gioielliere era esposto e vulnerabile alle rapine e ai furti. Era ovvio che non amasse i delinquenti.

Ma chi di noi li ama? Chi di noi non vorrebbe che non esistessero i ladri e i rapinatori? Chi di noi non vorrebbe che non esistesse il male?

Quella sera,seduto alla sua destra, lo  osservavo in silenzio mentre era concentrato sul  suo lavoro di riparatore (lo amava tanto che per lui, alzarsi a servire al banco di vendita, era una perdita di tempo, una cosa che, in fondo, detestava; forse per quello, quando poteva,  mi portava con lui; io un po’ me la cavano alla vendita e, in caso di difficoltà, potevo pur sempre contare su di lui).

A un certo punto, togliendosi la lente di ingrandimento  e poggiando il minuscolo cacciavite con cui aveva appena terminato un intervento delicato, sempre tenendo sospeso nelle dita della mano sinistra il meccanismo di un  orologino da polso, mi disse: – ” Sai , Tore, quello scrittore che hanno ucciso stanotte. Pare che fosse un omosessuale.”

Avrei voluto chiedergli che differenza facesse e per quale motivo, lo avevo intuito dal suo tono di voce, meno indignato che al mattino, considerasse meno grave l’uccisione di un omosessuale, rispetto a quella di un eterosessuale. Ma all’epoca non avevo più voglia di litigare con lui. Troppe idee ci avevano diviso e ci dividevano, come solo può accadedre tra un padre e un figlio. Ma in fondo, a mio padre, io gli volevo bene. Serbo ancora caramente la sua memoria di uomo onesto e intelligente; di padre generoso e protettivo; di lavoratore indefesso e di cittadino modello.

Ma questo non sminuisce la mia ammirazione per Pasolini. Le sue scelte affettive, che oggi vengono accettate da tutti (o quasi), in questa mia ammirazione non c’entrano.

Di Pasolini ammiravo ed ammiro l’intelligenza, il pensiero, l’indipendenza, l’animo artistico che mi fece amare il suo film dedicato al Vangelo secondo Matteo io che allora riconoscevo solo il Gesù Uomo (mentre oggi Lo riconosco anche come Figlio di Dio).

Non è un caso che sia finito ucciso in quel modo orribile. E io sono convinto che dietro la sua morte si celi uno dei tanti misteri che hanno avvelenato l’Italia di quei decenni lontani.

Ho riascoltato da poco in TV,  la splendida intervista che Enzo Biagi gli fece poco prima che venisse ucciso in quel modo straziante che tutti ricordiamo.

Pasolini, incalzato da Biagi (altra grande, italica  intelligenza, ma senza dubbio più convenzionale e meno eclettica di Pasolini) rivelava, in quel suo modo profondo, quasi burbero e scontroso, i condizionamenti che dilaniavano la sua anima di intellettuale che anelava alla libertà, di artista, ricercatore di verità assolute in un mondo di farisei e di impostori.

Pasolini era del 1922. Come mio padre. E oggi sento che mi mancano entrambi.

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Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto).

Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

 

5. continua…

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Rientrammo a scuola  venerdì, 7 gennaio 1972, dopo le vacanze di Natale.

I compagni ci accolsero freddamente. Non so se si sentissero in colpa per averci lasciato soli a continuare lo sciopero (altre classi superiori avevano proseguito compatte la protesta),  oppure se ci tenessero il muso perché non condividevano la nostra protesta.

I professori, per fortuna, non ci fecero pesare le nostre assenze.

Io mi diedi subito da fare per recuperare il tempo perduto e il programma già svolto.

Il lunedì successivo arrivò in classe una nuova compagna. Si chiamava Gianna (il cognome non lo ricordo).

Questo arrivo sembrò scuotere il torpore di quella classe mezzo addormentata.

Era una ragazza bruna, di media statura, con delle gambe ben tornite che le sue  gonne cortissime (secondo la moda di allora, che non tutte le ragazze avevano però  il coraggio di estremizzare in quella eccessiva misura) mettevano in bella mostra. Ricordo anche i suoi occhi verdi: avevano una luce particolare. Nel complesso la sua figura esercitava, soprattutto sui maschi, una particolare attrazione, di una natura che a quell’età, nei maschi, diventa irresistibile.

Quel suo magnetismo femminile (che non era un fascino solo  carnale)  la rese invisa alle compagne che, con qualche eccezione, la isolarono,  senza che  Gianna sembrasse preoccuparsene più di tanto.

Presto si formò attorno a lei un certo giro con dei movimenti strani. Mi accorsi un giorno, che al suono della terza campana (che segnava l’inizio della ricreazione) quel nostro consueto arrembaggio fuori dalla porta e verso il cortile, per l’agognato quarto d’ora di aria e libertà, aveva subito delle varianti; notai così che alcuni dei miei compagni stazionavano sulla porta mentre il resto della classe sciamava di fuori ed altri ragazzi grandi, di altre classi superiori e di altri corsi (le cui aule si affacciavano su differenti corridoi di piani superiori o inferiori), si videro in giro per il corridoio.

Io all’epoca fumavo regolarmente delle sigarette e la mia sola meta, in quel quarto d’ora, era assolutamente quella di fumare (non era facile uscire come oggi a fumare, prima della ricreazione; eppoi io odiavo andare nei bagni, foss’anche soltanto per fumare ).

Ma non potei fare a meno di notare che quei movimenti coincidevano con la permanenza della compagna nuova arrivata all’interno della classe. Sola donna, con tutti quei maschi.

Ci sono delle vicende nella vita che non richiedono parole, né inviti. Uno va in una certa direzione, col suo istinto; è come una ricerca esistenziale, finalizzata a soddisfare un bisogno primordiale, forse retaggio dei  nostri atavici trascorsi, che riposa nella sfera primigenia dei nostri istinti e ci spinge ad agire per impulso, senza ragionarci sopra, magari perseguendo un disegno comunque razionale e costruttivo, seppure ad un livello inconscio.

Nessuno mi chiese mai se io volessi partecipare a quella sorta di rito ancestrale che sapeva di fecondazione orgiastica o forse di condivisione matriarcale e tribale. Credo che nessuno abbia chiesto niente a nessuno. La cosa nacque spontaneamente, come certi rapporti di scambio fondati sul reciproco interesse che però, in quel caso, era solo piacere, senza risvolto economico e senza interesse.

Non che a me Gianna non piacesse. Tutt’altro. Ma io l’avrei desiderata in un’altra dimensione, non certo in quella, forse intensa nel piacere, ma sicuramente superficiale, scevra da ogni coinvolgimento emotivo e da qualsiasi sentimento.

In fondo, anche se propugnavo la rivoluzione, nel mio intimo ero rimasto un borghese, attaccato agli schemi sociali ed affettivi di stampo tradizionale.

Pur tuttavia, quando più tardi si fece una raccolta di soldi per consentire a Gianna di abortire in condizioni decenti e di sicurezza (tutti conoscevamo, grazie anche all’”Avvelenata” composta e cantata dal grande poeta  Francesco Guccini, cosa significasse abortire clandestinamente, affidandosi alle cure di una “mammana”) io volli partecipare alla colletta, per coerenza con le mie idee di allora.

Ero favorevole all’aborto, più per una scelta ideologica contro il sistema che avevo deciso di voler combattere e che detestavo sin dalla radice.

Oggi non sono poi così tanto convinto sulla giustezza dell’aborto. Mi fa impressione quell’atto di violenza contro un essere indifeso che, lo dice la scienza biologica, è già vita, se non addirittura già persona.

Certo sono cosciente che l’aborto legale ha evitato tante nefandezze, quali sicuramente erano quegli aborti praticati in sale operatorie improvvisate, con i ferri da calza arroventati,  che spesso procuravano la morte anche alle mancate mamme (oltre che alle innocenti creature che portavano in grembo).

Eppoi, nel mio idealismo giovanile, mi ero illuso che la legalizzazione dell’aborto potesse funzionare come un supporto psicologico in favore delle donne, cosa che invece, l’applicazione della legge, nel prosieguo, ha clamorosamente smentito.

Si trattava e si tratta di scegliere tra due mali, rassegnati più coscienti, del fatto  che nessun male si possa estirpare all’origine e che il servizio dell’aborto, se non venisse offerto dal Servizio Sanitario Nazionale, verrebbe praticato,  in quel modo orribile e barbaro,  dalle operatrici clandestine; scavando inoltre un ennesimo solco tra classi  ricche  e classi  povere: dove i ricchi possono scegliere di andare ad abortire all’estero mentre i poveri finirebbero sotto i ferri delle “mammane”.

Ma resta l’amarezza di tante morti innocenti. E la convinzione di pagare le tasse per coprire i costi di un servizio che forse andrebbe regolato diversamente, se non proprio limitato e regolamentato al minimo danno possibile.

Un discorso difficile e  tremendo, un dibattito ancora aperto che forse non avrà soluzione e non avrà mai fine, infinito ed eterno come la lotta tra il bene ed il male.

Tutto questo mentre Kurth Waldheim veniva eletto segretario generale dell’ONU, un altra voce inascoltata nel deserto delle decine, centinaia di guerre più o meno grandi, che faranno dire al Papa di Roma, 35 anni più tardi, come sia ancora in corso la terza guerra mondiale; e mentre si forma il primo di una serie di governi targati Andreotti che ci condurranno quasi al terzo millennio.

A maggio si celebrano le prime elezioni anticipate della storia repubblicana e, sempre a maggio, a conclusione di una terribile e cieca campagna di stampa, viene colpito a morte, da una pistola di ignoti assassini, il commissario Calabresi.

Per lo Stato fu un altro duro colpo; per alcuni fu un atto di vendetta e di giustizia insieme, in quanto il commissario assassinato veniva indicato come il responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, quel giorno di dicembre del 1969,   quando da un quarto piano l’anarchico, accusato a torto di essere l’autore della strage di piazza Fontana, cadde dal quarto piano della Questura di Milano, macchiando di altro sangue innocente questa inerme Italia.

E oggi, come sento nelle TV e come leggo sui social e sui giornali, l’Italia non ha perso ancora il vizio di celebrare processi fuori dalle aule di giustizia; ci son sempre dei giornalisti pronti ad assolvere o a condannare presunti assassini e imputati più o meno eccellenti, sulla base di non so quali convinzioni e men che meno sulla base di solide prove.

Io ero riuscito a recuperare in quasi tutte le materie. E sarei stato promosso a giugno anche in quell’anno se con la mia stupida immaturità non avessi mollato, di mia spontanea volontà, la più semplice e affascinante delle materie: la Geografia.

Così fui rimandato in Geografia con un voto indegno di me e della mia passione per i viaggi e per l’avventura.

Nella vita facciamo tante cose stupide e senza senso.

Questa di farmi rimandare in  Geografia fu una delle tante scicocchezze da me commesse nella mia vita.

Quell’ estate, per la seconda  e ultima volta nella mia carriera scolastica, non fui promosso a giugno e dovetti organizzarmi di conseguenza.

23. continua…

 

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L’estate  del 1970 fu dolce, nonostante tutto. Nonostante le gite al fiume fossero ormai un ricordo lontano, archiviato per sempre nella memoria di un’infanzia incosciente, passata definitivamente ai miti da rivivere nei tramonti della vita, insieme ai sogni, alle illusioni, ai fumetti in bianco e nero, alle eroine desiderate ed amate, alle scorribande nelle campagne assolate, alle razzie nei frutteti e nei pollai, alle avide, truci ricerche dei nidi di passeri per conquistarne le uova appena covate o prendere in mano quegli esserini pigolanti e tremanti e sentirsi così padroni della natura, del volo, signori della vita e della morte.

La Hit Parade era dominata dalla “Lontananza” di Domenico Modugno e da Massimo Ranieri con “Se bruciasse la città” (mio padre avrebbe messo volentieri fuoco ad entrambi; al primo perché aveva rinnegato la sua origine, voleva fare il mezzo-capellone e si spacciava per siciliano, lui che siciliano non era; al secondo perché, a suo dire, con quella canzone sembrava volesse invitare i giovani, dorgati e capelloni, a mettere a ferro e fuoco le  città; la premiata ditta Mogol-Battisti pubblicò due altri capolavori: “Emozioni” eseguita dallo stesso Lucio Battisti e “Insieme” eseguito dalla divina e sensuale “Mina”, emblema dell’avvenenza femminile e della femminilità disinvolta, invisa alle mamme (che forse, in fondo ne invidiavano la figura attraente e sensuale) e a tutti i maschi benpensanti (che sicuramente ne desideravano il corpo dalle curve dirompenti e  subivano il fascino del suo sguardo ammaliante e suadente; e non erano certo da soli in questo delirio di ubriacante sensualità); veniva considerata una donna trasgressiva, una poco di buono, per di più  ragazza madre; anche se alla fine la sinistra riuscì a rompere le barriere della censura clericale che la escludevano dalla TV nazionale in bianco e nero, ed infine la bella Mazzini potè dimostrare che oltre ad essere bella, era anche brava (in quello stesso anno la Tigre di Cremona ha inciso anche, sempre di Mogol -Battisti “Io e te da soli”) .

Alla sinistra non piaceva Lucio Battisti. Dicevano che fosse un reazionario, un qualunquista, poco incli9ne alla rivoluzione e troppo mieloso nel musica i versi cuore-amore dell’altrettanto reazionario Giulio Rapetti. Tutte cazzate di una  sinistra prigioniera di un’ideologia non meno fondamentalista e bigotta di quella clericale, pur se legata a una chiesa laica e marxista. Basti ricordare, a tal proposito, il  pruriginoso ostracismo di cui fu vittima Nilde Jotti, che aveva avuto il solo torto di innamorarsi di un uomo già sposato (il Palmiro nazionale).

Ma la premiata ditta, come risposta, in quello stesso 1970, scrissero altri quattro  capolavori immortali della canzonetta popolare: “La spada nel cuore” (cantata dalla divina Patty pravo e dal mitico Lottle Tony a Sanremo);  ”Fiori rosa, fiori di pesco” ,  ” E penso a te” e “Il tempo di morire” interpretate dalla voce accattivante dello stesso magico Lucio (“E penso a te”  si fa ricordare anche  per una magistrale interpretazione di Bruno Lauzi, altro bersaglio della sinistra che anni prima aveva scritto e cantato un profetico brano sull’invasione dei Cinesi, di fatto verificatasi alcuni decenni dopo).

Alla sinistra piaceva molto Fabrizio De Andrè, intellettuale scomodo e geniale che forse non ha mai contraccambiato l’amore dei comunisti (lui che era anarchico e detestava il potere in quanto tale, da chiunque venisse esercitato). In quell’anno il grande Faber pubblicò il “Pescatore” grande affresco anticonformista e anarchico, poi ripreso dalla PFM e da tanti altri artisti (tra cui, più di recente, anche la Fiorella Mannoia).

Io ascoltavo con trasporto ed emozione “Viola” di Celentano ( vecchio e intramontabile mito della mia prima gioventù) e”Albergo a ore” di Gino Paoli (altro mio idolo di gioventù, con la sua vena poetica di stampo esistenzialista, autore, traduttore  e grande interprete anche di successi internazionali come, ad esempio, “Col tempo” uno dei più grandi capolavori della canzone popolare  mai scritti, soprattutto per il testo poetico. Mi piaceva anche Fred Bongusto (che in quell’anno incise “Il nostro amor segreto”), di cui interpretai con successo, la mia prima canzone in pubblico (la mitica “Una rotonda sul mare”, come mi pare di aver già dato conto all’attento lettore).

A mio padre non piacevano nè Celentano, nè Gino Paoli; il primo perché, a suo dire, era un buffone, sgraziato e senza voce; il secondo perché aveva tentato di suicidarsi e aveva fallito anche in quel frangente (infatti viveva con una pallottola nel cuore; confesso di non avere mai verificato questa circostanza; forse non mi interessava e non mi interessa tuttavia).

Celentano però si era riscattato si suoi occhi  cantando “Chi non lavora, non fa l’amore” (che forse vinse addirittura Sanremo; o, quantomeno, conquistò il podio). A mio padre, tra gli interpreti della musica leggera,  piaceva soltanto Claudio Villa in quanto era l’unico che potesse vantare una voce all’altezza dei suoi miti: Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Mario Del Monaco e Giuseppe Di Stefano. Tutto il resto era zavorra, zazzeruti senza voce, capelloni pidocchiosi che senza il microfono non avrebbero saputo interpretare neppure una filastrocca.

Debbo dire che ho rivalutato soltanto più tardi Claudio Villa. I grandi tenori amati da mio padre continuo ad amarli anche oggi e le loro voci sono patrimonio irrinunciabile del Belcanto italiano.

18. continua…

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Terza Scena

(detti e Miriam)

La nonna di Laura esce dall’ingresso della  Porta Stretta. Non si avvede della presenza dei bulli e prende a chiamare la sua nipotina. I bulli, come odono la voce della donna, vigliaccamente se la danno a gambe.

 

Miriam:- (prima in modo soave, poi in un crescendo di preoccupazione e disperazione) Laura, Laura, bambina mia, dove sei? Laura…

Alex:- Presto, filiamo! Questa dev’essere la nonna della bambolina!!!

Stinko:- (buttando a terra il libro di Laura) Caspita!!! Allora gambe, ragazzi!!!!

I cinque escono in fretta e furia

3. continua…

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Scena Seconda

La scena è quella del primo atto. In scena entrano schiamazzando cinque bulli: Alex, Lara, Stinko, EsQiu e Delgado. Sono vestiti stile Hell’Angels, in jeans e/o pelle, con  scarponi ai piedi e con gli accessori tipici.

Su una panchina a lato della Porta Sretta  sta seduta Laura che legge un libro assorta e non mostra di accorgersi  dei cinque; neanche questi ultimi, inizialmente, la notano.

Alex:-  (indicando la discoteca dimessa) Ehi, ragazzi, questa è la famosa Disco House!!!

Zara:- Altrimenti detta la Stonehell Disco!!!

Delgado:- I miei genitori raccontano di avermi concepito proprio qui!!!

Stinko:- (in tono sarcastico) E si vedono i risultati!!!!

Tutti ridono, all’infuori di Delgado!!!

EsQiu:- (Avvicinandosi alle tavole che chiudono l’ingresso, con una palese emozione nella voce) Si raccontano un sacco di cose su questa mitica discoteca….storie di mostri e di urla nella notte…

Alex:- (avvicinandosi anche lui all’ingresso e rivolto a Delgado) Ehi, Smilzo, visto che sei di casa, perché non vai dentro e ci racconti qualcosa???

Stinko: Sì, dai Smilzo! Sei l’unico dei tre a passare per quel buco!

Delgado:- (schermendosi) E perché non ci mandi la tua ragazza, puzzola?!?

EsQiu:- (in tono minaccioso) Peccato che tu sia senza palle, Smilzo, altrimenti ti saresti beccato un bel calcio tra le gambe!!!

I quattro ridono nuovamente del povero Delgado

Stinko;- (sporgendosi all’interno del buco che c’è tra le tavole di sbarramento) Maro’, che tanfo terribile!!!!

Zara:- Dicono che sia l’alito del mostro…

EsQiu:- (in tono triste) Ma quale mostro! Sono i bambini morti e abbandonati…

Alex:- (afferrando Delgado con violenza) Ehi, qui si chiacchiera troppo! Adesso tu vai dentro senza far storie!!!!

Delgado:- (prima divincolandosi e poi indicando Laura, nella panchina di fronte) Lasciami coglionaccio. E seguitemi che mi è venuta un’idea!!!

EsQiu:- Oddio, lo smilzo ha avuto una delle sue idee…

Zara:- L’ultima volta che ne ha avuto una siamo finiti in questura, vi ricordate?

I quattro, ridendo, si dirigono verso Laura.

Delgado (che nel frattempo ha raggiunto Laura, sempre assorta nella lettura, strappandole il libro dalle mani) Ehi, tu, ragazzina, che cavolo stai leggendo?

Laura:- (presa di sorpresa) Ma io, veramente…sto solo aspettando mia nonna…

Delgado:- (buttando il libro con un gesto di spregio)  I fioretti di San Francesco? Che roba è?

Stinko:- (fingendosi zoppo, raccoglie il  libro e si avvicina a Laura per restituirglielo) Ma Delgado, cosa fai? Ti sei dimenticato delle buone maniere? Lo scusi tanto signorina, sa, ha avuto dei problemi sin da piccolo…Io mi chiamo Stinko e lei?

Laura:- (timidamente, stringendo la mano che Stinky gli porge, dopo avere preso il libro con l’altra) Grazie, piacere mio, io sono Laura…

Stinko:- (riferendosi a Delgado) Se non avessi una gamba fuori uso gliela farei vedere io a quello zoticone!!!

Laura:- (c.s.) Ma no, non importa… lasci perdere…

Stinko:- (in tono di accondiscenda) Va bene signorina, però venga con me che ho bisogno del suo aiuto…

Laura:- (seguendolo con il libro stretto al petto) Se posso aiutarla, lo farò più che volentieri…

Stinko:- (indicando prima Delgado e poi la Discoteca) Quello screanzato  ha buttato  là dentro la mia stampella ed io ora non so come tornare a casa… Non è che lei può entrare a recuperarla per me?

Laura:- (porgendo il libro a Stinko) Beh, potrei provarci… non so poi se ce la faccio…

Stinko:- Ma si che può farcela… lei è così magra e snella…

Laura entra nella Home Disco e scompare attraverso il buco.

Alex:- (con ammirazione) Puzzola, sapevo che eri un figlio di buona donna!!! Ma non sino a questo punto!!!

Zara:- (a EsQiu) Il tuo moroso è davvero un grande attore!!!

Stinko:- (con falsa modestia) Cose da poco, ragazzi! So fare anche di meglio se mi ci metto…

2. continua…

 

 

 

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La Costante Resistenziale Sarda“, illustrava il prof. Giovanni Lilliu in un’intervista alla Nuova Sardegna di qualche anno fa , “non è una filosofia di conservazione ma un modo attivo di tutelare un’identità in movimento, di partecipare alla dinamica storica sapendo chi siamo, sapendo che non veniamo dal nulla, che abbiamo titoli e argomenti per presentarci in modo originale e moderno sulla scena del mondo”.

Grande prof. Lilliu, un altro Sardo illustre di cui sento molto la mancanza, un vero Sardus Pater, l’uomo che ha ridato la luce a “Su Nuraxi” di Barumini.

E ancora,  nella stessa intervista rilasciata al giornalista  Giuseppe Marci della Nuova Sardegna, l’ormai distante 9 maggio 1987, il prof. Lilliu dichiarava: ” La filosofia che deve animare i Sardi e la Sardegna,  subalterna e negletta, per la quale occorre trovare una logica di sviluppo, va trovata nella coscienza del valore delle genti sarde, l’alto prezzo dei prodotti che qui sono stati realizzati. Pensiamo ai nuraghi: averli edificati ha un grande significato. Esprimono una base di tecnica e di lavoro che ci mette alla pari con altre regioni mediterranee ed europee. Non siamo inferiori, abbiamo avuto una nostra originalità, dobbiamo affermarla e difenderla!”  

Parole semplici e immense, dense  di significato. Senza retorica Giovanni Lilliu ci dice chi siamo. Lasciamo stare le beghe politiche, le discussioni infinite sulla lingua sarda e i suoi numerosi dialetti. Guardiamo i nuraghi: ecco chi siamo stati e chi siamo ancora!!!

Non cesserò mai di resistere e non mi farò mai omologare, tanto meno nella indistinta insipienza italiota o anglicizzante dei nostri sciagurati tempi.

Grazie prof. Lilliu per ciò che hai fatto e per ciò che sei stato.

Con la tua umiltà e con la tua geniale grandezza hai lasciato un’orma profonda e indelebile nei nostri animi feriti.

Io non ti dimenticherò e continuerò costantemente a resistere finché Dio mi darà la forza per farlo.

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Giovanni Evangelista

Son chiamato, ma per Gesù

Luce della Sua vista

Ero. E Lui,  per me,  lo fu.

Era dolce nei tratti

E mansueto nei gesti!

Dai movimenti lesti

E gli occhi mai distratti!

Piuttosto in certe fasi

Gli coglievi nello sguardo

Un’assenza o un dardo

A seconda dei casi.

Ma era un lampo fugace

Che tosto ritornava

Serena quella pace

Che lo caratterizzava.

Avere Gesù  accanto

Per me significava gioia!

E se lontano da Lui noia,

Quando non anche pianto.

Mi piacque sull’istante

Quel dì che il Testimone,

Con profonda decisione,

Ce lo indicò distante.

Avvenne nel Giordano,

Alle quattro d’una sera,

ed io come chi spera

lo seguii mano a mano.

E quando Egli ci chiese:

“Cosa e chi cercate?”

Il cuore Lui mi prese

Rabbì, Signore e Vate.

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Divinità del Verbo

In principio era il Verbo

E il Verbo era presso Dio,

Il Qual teneva in serbo

Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione

Mandandoci Suo figlio

Che,  nato da puro Giglio,

È Sua rivelazione,

In uno con lo Spirito,

Ma puoi elencarne tre!

Comela Legge  per Mosè

Fu data,la Grazia Cristo

Ci ha portato in Verità!

Pur se d’ogni cosa è Autore,

L’uomo, mal conoscitore,

Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto,

Lui li ha resi fratelli

Dandogli i doni più belli,

Senza riceverne molto.

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SCENA SESTA

Aurora:- Che cosa hai in mente?

Mattia:- Ho in mente che dobbiamo reagire!!! Basta subire le prepotenze!!!

Aurora:- Ma come?

Mattia:- Ti ricordi cosa dicevano i due fidanzati americani a proposito dell’alternanza?

Aurora:- Johnny e Sheila?

Mattia.- Sì, loro, poco fa…Se un presidente non va bene, bisogna cambiarlo…

Aurora:- L’idea sembra buona… ma occorre realizzarla…

Mattia:- Vieni con me… Mi proporrò alle prossime elezioni come il capo del Partito del Timbro Quadrato!!!

Aurora:- Uaooo!!! Questa sì che mi sembra buona!!! Andiamo: io sarò la tua First Lady!!!!(escono)

Fine Primo Atto

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Divinità del Verbo

In principio era il Verbo

E il Verbo era presso Dio,

Il Qual teneva in serbo

Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione

Mandandoci Suo figlio

Che,  nato da puro Giglio,

È Sua rivelazione,

In uno con lo Spirito,

Ma puoi elencarne tre!

Come la Legge  per Mosè

Fu data,la Grazia Cristo

Ci ha portato in Verità!

Pur se d’ogni cosa è Autore,

L’uomo, mal conoscitore,

Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto,

Lui li ha resi fratelli

Dandogli i doni più belli,

Senza riceverne molto.

Il Verbo fu carne e storia

venendo a vivere di qua!

Noi vedemmo la Sua Gloria

d’unigenità verità!

Tutto è stato fatto da Lui,

ma senza, niente è stato creato!

Lui non è stato accettato,

astro splendente in cieli bui!

Dio nessuno l’ha mai visto,

l’Unigenito Suo Figlio,

che nel Padre è consiglio,

venne rivelato in Cristo!

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di Chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; Aggiungi immaginepiù o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

Attorno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Sei tornato al tuo mistero

attraversando un deserto

di solitudine;

per dividire con qualcuno il  dolore

di vivere ci vuole l’ egoismo

che tu non hai mai chiamato amore.

Ora  l’alba del silenzio

ci separa per sempre;

e  rimangono soltanto preghiere

per ringraziarti

di ciò che sei stato.

Villasor, 28 novembre 2013

In morte di mio fratello Pietro Marino

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; più o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

At5torno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Non so  se provo per te amore

e cosa provi tu per me

non so.

So però che i tuoi occhi

alleggeriscono il peso dei miei anni

dandomi l’illusione che io possa

avere oggi

ciò che cercavo ieri.

Ma Dio nel mio cuore

non è un’illusione;

non è un inganno!

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Ora tutto scivola

come acqua di fiume

sui sassi;

anche la tua bellezza,

la tua gioventù;

ma io posso amarti

solo col pensiero

rivolto a Dio.

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Salmo 118

XXII

 

Giunga il mio grido sino a Te Signore,

la mia supplica pervenga al Tuo volto;

sgorghi dalle mie labbra con ardore

la lode e i canti che io amo molto!

Ti desidero come Salvatore;

non lasciarmi dal mio gregge risolto.

Fa che io  viva a lungo per  darTi lode;

Il mio cuore della Tua legge gode!

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Salmo 118

XX

Vedi o Dio la mia  miseria! Salvami!
La Tua legge non ho dimenticato.
Difendi la mia caüsa, riscattami.
Lontano dagli empi, mi son salvato.
La vita, Dio, per la Tua grazia, dammi.
Ribrezzo per i ribelli ho provato.
Resta eternamente ogni Tua sentenza;
della Tua parola non so far senza!

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Salmo 118

XIX

 

Salvami e seguirò gli insegnamenti

 Tuoi;  precedo l’aurora e grido: “ aiuto,

mi   perseguitano con tradimenti”;

e medito su ciò che ho ricevuto

 in promessa. I Tuoi ordinamenti

da tempo riconosco che hai voluto

per sempre! I Tuoi precetti son veri:

fammi vivere in base  ai Tuoi voleri!

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