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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

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Capitolo Quinto

 

La Nuova Accademia degli Increduli si riuniva ogni primo e ogni terzo lunedì del mese. Dopo la Devoluzione del 1598 e la conseguente perdita della sede di Villa Marfisa, il luogo della riunione era divenuto variabile. Era stata istituita una rotazione che prevedeva, tramite inviti con messaggi personali, di riunirsi in casa degli associati che avessero avuto la possibilità di ospitare un congruo numero di aderenti, considerando che le riunioni erano conviviali, prevedevano di norma la consumazione di un’abbondate pasto ed un numero variabile di convenuti, che oscillava dai dodici ai ventiquattro invitati. Chi non poteva ospitare un numero così consistente di persone (per ragioni di spazio o per ragioni di altra natura) organizzava le sedute dell’Accademia alla Taverna del Saraceno, nei pressi di Porta San Pietro che disponeva di un ampio salone riservato al primo piano e si accontentava di far pagare una quota procapite a tutti i convenuti, levando dall’imbarazzo della spesa gli organizzatori.

Fra i più attivi ad organizzare in casa propria c’erano Annibale Manfredi (che disponeva di un vero e proprio palazzo nei pressi della Chiesa di Giuda e Simone); Odoardo Giraldi Cinzio  (figlio del famoso scrittore ferrarese Giovanni Battista) che aveva casa nel Borgo di Sotto; Federico Brugnoli, musicista e poeta, nipote in linea retta di uno dei maestri ferraresi del grande violoncellista Arcangelo Corelli, che aveva una cascina sulla via dei Sabbioni (la strada che metteva in comunicazione le case del Volano con quelle del  Primaro, i due bracci del Po su cui era sorto il nucleo primordial della città); e naturalmente Pietro Marino de Regis che aveva ereditato dal Carminate, invero per il tramite di sua madre, la spaziosa casa già appartenuta al grande orafo ferrarese noto con il nome di Galletto, nel vicolo Vrespino (più tardi vicolo Gallo, in onore del grande artigiano ivi vissuto) dal quale il padre putativo di Pietro Marino  aveva comprato casa e laboratorio annesso. E dove un tempo bruciava il fuoco per la fusione e saldatura dei metalli,  ora la fiamma ravvivava le serate conviviali degli artisti Increduli, arrostendo nel contempo fagiani, aironi, anatre oppure maiali, vitelli e pecore mentre tra una disquisizione filosofica e una recitazione aulica i commensali consumavano i primi del giorno.

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Capitolo Quarto

Quando Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, incaricò gli architetti di corte di ampliare la città medioevale di Ferrara, Biagio Rossetti aveva previsto, sollecitato dal lungimirante duca Estense,  che la direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente  Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli,   fosse chiusa da una possente cinta muraria. A difesa delle incursioni delle temute milizie venete, oltre alla predetta cinta muraria e ad un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca Ercole ordinò al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare presidiata da una stanza fissa di 500 soldati, dodici cannoni a bocca di fuoco 120 (a cui suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo,  il cannone denominato “La Giulia”,  che suo padre Alfonso  aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la  morte dell’odiato papa Della Rovere).

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che,  oltre agli alloggi e alle mense dei militari (rigorosamente interdetti, per ragioni di sicurezza, ad ogni estraneo)  comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a  mattone crudo (quando non addirittura fatte di assi di legno) a presidio di orti e frutteti che,  numerosi più delle case,  abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria,  che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli. Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche spiccava una costruzione in pietra che, a ridosso di un’enorme  porcilaia che comprendeva anche un macello, di cui si servivano  tutti gli allevamenti del borgo,  per anni aveva ospitato una taverna che dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del  Samaritano” ospitava una  casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo. La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500 (anche se certi documenti sembravano attestare invece la data  del 1577) quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitti ai gestori e proprietari del’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo de Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

4. continua…

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