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Capitolo Quinto

La Nuova Accademia degli Increduli si riuniva ogni primo e ogni terzo lunedì del mese. Dopo la Devoluzione del 1598 e la conseguente perdita della sede di Villa Marfisa, il luogo della riunione era divenuto variabile. Era stata istituita una rotazione che prevedeva, tramite inviti con messaggi personali, di riunirsi in casa degli associati che avessero avuto la possibilità di ospitare un congruo numero di aderenti, considerando che le riunioni erano conviviali, prevedevano di norma la consumazione di un abbondante pasto ed un numero variabile di convenuti, che oscillava dai dodici ai ventiquattro invitati. Chi non poteva ospitare un numero così consistente di persone (per ragioni di spazio o per ragioni di altra natura) organizzava le sedute dell’Accademia alla Taverna del Saraceno, nei pressi di Porta San Pietro che disponeva di un ampio salone riservato al primo piano e si accontentava di far pagare una quota procapite a tutti i convenuti, levando dall’imbarazzo della spesa gli organizzatori.

Fra i più attivi ad organizzare in casa propria c’erano Annibale Manfredi (che disponeva di un vero e proprio palazzo nei pressi della Chiesa di Giuda e Simone); Odoardo Giraldi Cinzio  (figlio del famoso scrittore ferrarese Giovanni Battista) che aveva casa nel Borgo di Sotto; Federico Brugnoli, musicista e poeta, nipote in linea retta di uno dei maestri ferraresi del grande violoncellista Arcangelo Corelli, che aveva una cascina sulla via dei Sabbioni (la strada che metteva in comunicazione le case del Volano con quelle del  Primaro, i due bracci del Po su cui era sorto il nucleo primordiale della città); e naturalmente Pietro Marino de Regis che aveva ereditato dal Carminate, invero per il tramite di sua madre, la spaziosa casa già appartenuta al grande orafo ferrarese noto con il nome di Galletto, nel vicolo Vrespino (più tardi vicolo Gallo, in onore del grande artigiano ivi vissuto) dal quale il padre putativo di Pietro Marino  aveva comprato casa e laboratorio annesso. E dove un tempo bruciava il fuoco per la fusione e saldatura dei metalli,  ora la fiamma ravvivava le serate conviviali degli artisti Increduli, arrostendo nel contempo fagiani, aironi, anatre oppure maiali, vitelli e pecore mentre tra una disquisizione filosofica e una recitazione aulica i commensali consumavano i primi del giorno.

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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Capitolo Quarto

Quando Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, incaricò gli architetti di corte di ampliare la città medioevale di Ferrara, Biagio Rossetti aveva previsto, sollecitato dal lungimirante duca Estense,  che la direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente  Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli,   fosse chiusa da una possente cinta muraria. A difesa delle incursioni delle temute milizie venete, oltre alla predetta cinta muraria e ad un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca Ercole ordinò al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare presidiata da una stanza fissa di 500 soldati, dodici cannoni a bocca di fuoco 120 (a cui suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo,  il cannone denominato “La Giulia”,  che suo padre Alfonso  aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la  morte dell’odiato papa Della Rovere).

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che,  oltre agli alloggi e alle mense dei militari (rigorosamente interdetti, per ragioni di sicurezza, ad ogni estraneo)  comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a  mattone crudo (quando non addirittura fatte di assi di legno) a presidio di orti e frutteti che,  numerosi più delle case,  abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria,  che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli. Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche spiccava una costruzione in pietra che, a ridosso di un’enorme  porcilaia che comprendeva anche un macello, di cui si servivano  tutti gli allevamenti del borgo,  per anni aveva ospitato una taverna che dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del  Samaritano” ospitava una  casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo. La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500 (anche se certi documenti sembravano attestare invece la data  del 1577) quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitti ai gestori e proprietari del’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo de Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

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Non so voi, ma io non ne posso più di sentire certi giornalisti della RAI (e non solo) pronunciare strafalcioni irripetibili in un idioma similinglese (tralascio qui, per non uscire troppo fuori tema sugli strafalcioni, ancora più inammissibili, sulla lingua italiana e su quella latina: dissuadere sdrucciolo anziché piano; leccornie con accento sulla “o”; e addirittura, una imbelle giornalista di RAI 3, tempo fa se n’è uscita pronunciando  una “coena domini” senza tener conto del dittongo latino “oe” ma con uno iato preceduto da una “c” dura o gutturale che dir la si voglia).

Tornando a quello strano idioma che ho chiamato “similinglese” (non sapendo come altro definirlo) da qualche tempo, complice l’attivismo vitale del Premier Renzi, in TV e alla Radio è tutto un risuonare di “spending rèviu” (con accento sulla povera “e”); “giobett” (ma chi se ne fotte del genitivo sassone, della “a” anglofona a metà tra le prime due vocali e della “c”che precede la “t”!); i più corretti (si fa per dire!) se la cavano con una spending reviù e un jobect che sono tutto un programma per la delizia delle nostre italiche orecchie!

Ma insomma!!! Io dico basta!!! Ma per caso c’è bisogno che torni LUI? Quello che quando c’era i treni arrivavano in orario e aveva fatto emanare un decreto che vietava l’uso delle parole straniere, così che al posto di comò si doveva dire cassettone e invece di abat-jour doveva pronunciarsi per decreto paralume e buonanotte al secchio?

Ma almeno allora  i francesismi si pronunciavano correttamente!!!

Io non dico neppure di arrivare agli eccessi della Accademia della Crusca di Francia che per difendere la lingua francese dall’Inglese ha chiesto ed ottenuto delle leggi a tutela ed a salvaguardia dell’idioma nazionale. (In Francia non sentirete mai un francese pronunciare la parola computer: è stata sostituita con “ordinateur”; e così è stato per il resto della terminologia informatica; e non solo per quella).

Ma se almeno questi giornalisti italiani pronunciassero a dovere le parole inglesi!!!  Qui sentiamo parlare gente che di Inglese non ha neppure i fondamentali. Ma questi giornalisti mangiano o no in Italiano? Intendo dire: quelli del servizio pubblico, soprattutto, sono pagati o no, direttamente o indirettamente, dallo Stato italiano?

E allora mi viene da dire: E parla come magni, a fra’!!!!!

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Il 23 ottobre 2011 era stato Alessandro a recarsi a Giardini Naxos per il ritiro del premio da me vinto nell’ambito di un concorso organizzato dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Poi è stata Maria Teresa che ha portato qui in Sardegna la bella coppa dorata che la Giuria del concorso ha inteso assegnarmi come riconoscimento e Segnalazione di Merito per la mia silloge poetica “Storie di uomini”.

Non è stata un’impresa da poco se si considera che la mia amica ha dovuto perfino superare  lo sbarramento dei presidi posti in essere dal movimento degli “indignados” siciliani ( movimento dei forconi e autotrasportatori).

Grazia Maria Teresa per la tua infinita cortesia.

Questa Coppa è dedicata anche a te e a tuo genero Alessandro che mi avete sostenuto nell’impresa di avere in casa il premio tanto atteso per quei versi da me scritti negli anni della mia solitudine e negli anni che son venuti dopo.

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 Gioite con me perchè ho vinto! No, non sono diventato milionario, se è questo che avete pensato! Anche perchè io non gioco né al lotto, né al totocalcio, né al superenalotto! Ma partecipo ai concorsi letterari; principalmente per diffondere le mie opere poetiche e letterarie. Ed ogni tanto mi arriva anche qualche riconoscimento ufficiale, come la "Segnalazione di Merito" che ho avuto dalla prestigiosissima Accademia Internazionale "Il Convivio" per la silloge poetica "Il Cantico dei Cantici". Ed ecco dunque la prima delle venti poesie segnalate, proprio quella che dà il titolo alla silloge, ispirata al celeberrimo libro biblico omonimo, ma riscritta con gli occhi di un umile poeta, in terzine classiche di endecasillabi. 

 

(continua…)

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