Da quando l’uomo ha lasciato le caverne e si è aggregato in società organizzate e complesse, diventando stanziale, la conquista e la difesa del territorio è diventata una costante ricorrente.

I gruppi umani si sono da sempre aggregati in funzione della lingua. I gruppi linguistici si sono via via radicati nei territori e, prima a livello tribale, poi in diverse forme organizzative, hanno cercato progressivamente  di ampliarie i propri confini.

Quelli che vi sono riusciti, lo hanno fatto a discapito di altri. Ciò ha determinato il susseguirsi di ascese e di disfacimenti dei diversi imperi.

Così è successo con l’ impero persiano, con quello degli hittiti e con Alessandro il Macedone prima e con gli imperi di Roma e di Costantinopoli poi.

All’ interno degli imperi, vasti e compositi per definizione, si è sempre rinvenuto un nucleo linguistico omogenicamente etnico, che ha svolto il ruolo di gruppo dominante:l’ellenismo e

il gruppo etnico macedone per Alessandro, il latino e Roma per l’impero romano.

Dopo il crollo degli ultimi grandi imperi, quello Ottomano e quello Austroungarico, si sono definitivamente affermati sulla scena mondiale gli stati nazionali su base etnico-linguistica, attivi in Europa sin dal quindicesimo secolo.

Al momento queste entità statuali etnolinguistiche, che sono poco meno di duecento, stanno vivendo un periodo di crisi e di trasformazione le cui cause si rinvengono in una sorta di peccato originale commesso nella formazione di questi stati, spesso meri residuati di precedenti e piu ampie formazioni polititiche: così è per la Gran Bretagna, ove convivono sempre più a fatica tre, forse quattro gruppi etnici diversi; qualcosa di analogo accade in Spagna, in Francia, in Belgio e persino in Italia.

  E le stragi che si succedono e  di cui sentiamo parlare in tutto il mondo non sono altro che lotte tra gruppi linguistici che aspirano a un proprio stato: i Curdi in Asia, I Ceceni in Russia, gli Hutu in Ruanda e così via elencando.

Non saprei davvero predire quale sia lo scenario futuro dei prossimi decenni, ma sento di poter affermare che la crisi che sta vivendo la forma di  Stato in questo periodo storico non può essere risolta con la forza, come ha cercato di fare la Spagna coi Catalani, la Cina con il Tibet e con le minoranze islamiche dell’ occidente cinese (nella regione di XinJiang soprattutto).

Assistiamo peraltro, contemporaneamente alla crisi degli stati e verosimilmente come conseguenza diretta, o almeno come concausa dei conflitti e delle crisi interne agli Stati, a un’ epocale trasmigrazione intercontinentale che muove masse immani di popolazioni sofferenti e disperate, dalle zone più povere dell’Asia e dell’Africa,  verso la ricca Europa.

I circa cinquanta stati europei, in preda alle convulsioni per la crisi interna che stanno vivendo, vanno affrontando questo esodo migratorio epocale in ordine sparso; perfino i 27 stati dell’ Unione Europea ( il ventottesimo se ne sta staccando proprio nel tentativo di gestire autonomamente il preoccupante fenomeno), si mostrano incapaci di gestire l’inarrestabile evento di respiro biblico.

Eppure qualcosa va fatta. E subito. Per la prima volta nella storia abbiamo una stabile organizzazione sovranazionale dove non c’è un elemento linguistico preponderante ( a meno che non si voglia ricondurre le diverse lingue dell’ Unione Europea  alle grandi matrici linguistiche originarie; ma anche in questo modo non avremmo mai una lingua unitaria).

Forse l’Unione Europea dovrebbe darsi un assetto più stabile e non rinnegare le proprie radici cristiane.

Chi viene a stare in Europa, dall’Asia, dall’Africa o qualunque altro posto del mondo, non dovrebbe pensare di avere a che fare con dei senzadio. In ogni caso dovrebbe sapere che esistono altre religioni, meritevoli di rispetto quanto la loro. E su questa base forse sarebbe più facile dialogare e capirsi.

Credo che sia giunto il momento di superare la questione etnico-linguistica e alfine considerare la terra e i suoi abitanti come una entità unica.

Certo molta strada c’è ancora da fare su questo cammino ma potremmo incominciare a considerare che gli stati non sono altro che l’ennesimo  tentativo dell’uomo di dominare sui propri simili con lo scopo di entrare in possesso dei mezzi di produzione che il più debole possiede ma non sa o non può utilizzzare.

Forse questa è la grande sfida del futuro.

In fondo, quando andremo nello spazio a conquistare nuovi terrirori, dovremmo farlo come razza umana e non con l’etichetta posticcia e limitata dei singoli stati che la compongono.

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